ALongTail: della necessità di ‘aggiungere’

Quando viene annunciato un sequel, o un prequel, di una saga o di un libro (ma anche di un film) che si è molto amato ci si scopre pervasi da due sentimenti contrastanti: la voglia di avere subito quel nuovo testo tra le mani, perché si vuole bene ai personaggi e alla storia precedenti, e la paura di trovarsi tra le mani una ciofeca. Perché sì, è risaputo che aggiungendo acqua al brodo il gusto va scomparendo.

Sono rimasto schiacciato da queste due sensazioni anche quando venne annunciato il primo volume del Libro della Polvere, nuova trilogia di Philip Pullman che riprende le vicende narrate in Queste Oscure Materie (ne ho parlo qui, qui e qui) e che lo stesso autore definisce come equal, ovvero una storia che, in qualche modo, viaggia parallelamente all’originale. Dico ‘in qualche modo’ perché in realtà La Belle Sauvage è ambientato dieci anni prima de La Bussola d’Oro, mentre gli altri volumi dovrebbero essere ambientati dopo le vicende della trilogia. Il fatto però che un fantomatico Libro della Polvere venisse nominato ormai da anni e anni e che Pullman sia uno scrittore capacissimo mi facevano ben sperare ed ero eccitatissimo per la pubblicazione del nuovo romanzo.

Ma qual è stato il risultato finale?
La risposta potrebbe variare a seconda di quale me sta rispondendo.

Pullman

Lo ammetto, a lettura ultimata mi sono detto: “Wow! Bellissimo! Bravo Pullman!”
Da fan della storia originaria (da fan sfegatato, a dire il vero) mi è piaciuto più di quanto mi sarei aspettato re-incontrare una neonata Lyra, scoprire di più sui suoi primi mesi di vita e su come lei e l’Aletiometro siano arrivati al Jordan College di Oxford. Ho amato tutti i nuovi personaggi e ho preso in grande simpatia questo nuovo protagonista che, a differenza dei precedenti ragazzini di Pullman, è molto più coscienzioso e molto più studioso, e questo mi ha permesso di identificarmi maggiormente con lui, rispetto per esempio a Lyra o a Will.

Poi, però, ho lasciato smorzare un po’ l’entusiasmo e mi è sembrato giusto chiedermi se, al di là del mio trasporto da fanboy, ci fosse anche dell’arrosto oltre che del fumo. Volevo capire se, in pratica, avessi trovato bello quel libro per una mia idea, un mio preconcetto, o per una realtà oggettiva. Perché il punto è anche: cosa voglio raccontare a chi passa di qui e si ritrova a leggere un commento su questo romanzo? Credo infatti che sia forte il rischio di lasciar da parte l’oggettività per dar spazio a un sentimento che di oggettivo non ha nulla, ma è più legato ai ricordi.
E, tristemente, riflettendo su La Belle Sauvage ho dovuto ammettere che quello che sentivo io era un amore condizionato da aspettative che si ostinavano a non voler essere deluse.

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Philip Pullman

Qual è lo scopo di un progetto come questo?
Perché scrivere un prequel? Perché scrivere una nuova storia legata a una precedente? Per soldi? Per scarsità di idee? Perché davvero ti è venuta in mente una storia geniale?
E, soprattutto, per chi è questa storia? È destinata ai fan di lunga data o a chi non conosce ancora questo multiverso?

Mi chiedo tutto questo perché, in verità, La Belle Sauvage non è un romanzo brutto, ma allo stesso tempo è un romanzo che presente alcune pecche che lo allontanano di molto dagli originali. Inoltre mi rendo conto che il libro potrebbe colpire in modo molto diverso i vari lettori a seconda del loro essere o meno fan della prima serie.
Credo che l’intento di Pullman fosse di accontentare un po’ tutte e due le fazioni, ma alla fine non è riuscito bene in nessuno dei due casi, e forse proprio perché intento a collegarsi a qualcosa di già esistente e ben radicato nella cultura pop contemporanea, ma anche desideroso di raccontare qualcosa che fosse nuovo e differente.

Non è facile riprendere una storia di successo. Per mille motivi che vanno dall’attaccamento dei fan alla limitatezza di idee geniali che uno può avere.
Quindi perché correre un rischio simile? Perché rischiare di mandare tutto in frantumi?

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La mappa della Oxford di Queste Oscure Materie.

Se mi astraggo un po’ dalla parte dell’agguerrito sostenitore di Lyra & Co., riesco quindi a vedere alcune cose che a mio avviso non funzionano in un libro come questo.

Il primo problema è la lentezza.
È un romanzo essenzialmente lento, che procede molto piano e in un modo fin troppo lineare. C’è una prima parte molto tranquilla dove la scena si svolge attorno ad un paio di luoghi e che tenta di incuriosire il lettore attraverso l’abbozzo di alcuni intrighi e alcune indagini, ma rimane un momento senza molte risposte e con un’azione più ‘mentale’ che fisica.
C’è poi una seconda parte dedicata a una lunga fuga che però procede con uno schema ricorrente e poco vario, fino a una conclusione che non risolve nulla.
Il risultato è quindi un’opera di avventura che però procede un po’ troppo piano e con pochi ‘guizzi’ e non riesce quindi a farsi desiderare, non scatena la brama di scoprire nel lettore. E questo è un problema soprattutto per chi non ha mai letto la saga originale e che con questo volume dovrebbe invece imparare a conoscerla, o almeno desiderare di farlo.

C’è poi un altro punto che trovo particolarmente negativo e che, sì, mi ha lasciato molto perplesso.
Una delle cose belle di questo primo volume del Libro della Polvere è il cattivo. L’antagonista di questa storia è un personaggio davvero spaventoso, apparentemente crudele, tanto che arriva a picchiare persino il suo stesso daimon, una iena spaventosa e priva di una zampa. E chi mai potrebbe avere una iena per daimon? E chi picchierebbe la sua stessa anima? Un’idea interessantissima che però non viene sfruttata al meglio. Per tutta la storia ci si chiede chi sia e cosa voglia questo personaggio, ma non si riesce mai a scoprire niente che vada oltre il semplice pettegolezzo. Non si capisce cosa lo porti a fare quello che fa, il perché delle sue azioni.
E sì, è vero che ci saranno altri due seguiti e che quindi potrebbe ricomparire per dare spiegazioni migliori (sebbene questo primo volume sia bene o male autoconclusivo), ma allo stesso tempo si rimane privi di un elemento godurioso, di quella scintilla che ti incendia un po’ il cuore da lettore che ti ritrovi.
Anche ne La Bussola d’Oro non veniva, ovviamente, spiegato tutto, ma allo stesso tempo c’erano sufficienti colpi di scena e/o informazioni che regalavano un senso di soddisfazione al lettore. Qui, invece, l’unica soddisfazione che viene data è la salvezza di Lyra, che però risulta una conclusione piuttosto scontata per il lettore di Queste Oscure Materie.

I problemi sono quindi essenzialmente due: per un lettore di vecchia data (ma non solo), già fan della storia, manca quel senso di meraviglia e di piacere nello scoprire qualcosa di nuovo, perché alla fin fine questo romanzo tratta sì di un momento mancante della storia principale, ma senza regalare momenti di grande esaltazione. Per un lettore che non si era mai avvicinato a Pullman, invece, manca proprio il desiderio di proseguire nella lettura.

Ed è un peccato, perché ci sono elementi molto interessanti.
Malcolm, il giovane protagonista, è un ragazzo che si sa far amare, è curioso e coraggioso, ma con un carattere più ‘docile’ rispetto ai suoi predecessori. È molto più studioso e più ‘attento’ rispetto a Lyra e Will.
Ma poi anche la Lega di Sant’Alessandro, che chiede agli studenti di denunciare chi propone idee contrarie alla Chiesa, causando così un gran scompiglio nelle scuole, oppure Oakley Street, che è una sorta di rete di spionaggio, e le suore del convento che ospita Lyra e che sono, credo, le prime religiose descritte da Pullman a non far parte dei ‘cattivi’ della storia. Ma anche l’uso più ‘abbondante’ di personaggi provenienti dal folklore inglese, che in parte sono una novità rispetto alla mitologia più strettamente religiosa dei predecessori. E c’è poi Alice, la compagna di avventure di Malcolm, che come ogni eroina di Pullman incarna intelligenza e sfrontatezza, ma che ci regala anche qualche occasione per osservare il desiderio che cresce in un adolescente.
C’era, in somma, parecchia carne sul fuoco, ma non è stata cotta a dovere.

Come dicevo all’inizio, una parte di me ama molto questo romanzo, ma lo ama per ragioni affettive più che di merito. Un ‘problema’ che credo abbiano molti fan.
È indubbio, e lo ripeto ancora una volta, che Pullman si sia dimostrato un ottimo autore anche in questo caso e che abbia introdotto tematiche interessanti e importanti. Credo però che ci sia la necessità di ritornare a guardare un’opera letteraria nella sua interezza. Non basta avere un buon protagonista, non basta avere una bella scrittura, non basta avere idee interessanti, non basta avere una buona gestione della storia e dei tempi. Per fare un buon romanzo servono TUTTI questi elementi, e in questo caso manca proprio un progetto per trascinare il lettore con sé.

Troppo spesso, ultimamente, ci si sofferma su una minima parte di un libro, e spesso questa parte è l’intento.
Non mi basta.
Non deve bastare.
E Pullman è un grande scrittore, so quello che è capace di fare. Rimane quindi la speranza che con i prossimi volumi (il secondo, The Secret Commonwealth, dovrebbe essere piuttosto imminente) riesca a raddrizzare il tiro, perché la mira era buona, ma all’ultimo si vede che ha spostato un po’ la spalla.
Spero quindi che, alla fine, questa necessità di aggiungere qualcosa a una storia che era già completa di suo possa dimostrarsi sentita e meritevole, genuina, perché altrimenti c’è il rischio di diventare solo un’ombra della grandezza passata e un’ombra, si sa, va a oscurare anche quello che di luminoso ha alle spalle.

***

Il Libro della Polvere. La Belle Sauvage
di Philip Pullman
Traduzione di G. Calza
476 pagine, 18,00 €, Salani

 

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Ragazze nel bosco

Siete mai stati ragazzini in un bosco?
Io sì.

Il bosco è qualcosa di interessante. Non è un parco giochi, non è un oratorio. Non è nemmeno una piazza, o una spiaggia. Non è neppure una via malfamata. Il bosco è un qualcosa che chiama e respinge allo stesso tempo, un luogo misterioso, una terra vergine da esplorare, dove a regnare non sono gli uomini ma la natura. Il bosco, sebbene si tratti di quello dietro casa, è qualcosa che conosci bene e allo stesso tempo non conosci per niente. Ha rumori segreti e spaventosi, profumi e odori, versi, linguaggi. Ha trappole e vie d’uscita, imprevisti e sorprese, spettacoli e incubi. È qualcosa che fa parte del nostro mondo ma che, allo stesso tempo, ne è completamente fuori, perché bastano pochi alberi per non vedere più le case degli uomini.
Il bosco è una terra di mezzo.

Parto da qui per parlare del libro di oggi perché la storia che racconta ha risvegliato in me moltissimi ricordi. Molti di essi boschivi.

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Attorno ai dodici/tredici anni avevamo formato una piccola banda, poche persone, forse cinque, tra ragazze e ragazzi. Non è durata molto, giusto il tempo di un sogno breve. Ma c’è stata. Partivamo il pomeriggio e andavamo nel bosco. Ci armavamo di bastoni e progettavamo la costruzione di un covo. Spiavamo qualche adulto di passaggio e prendevamo le fascine di una qualche baita per buttarla nel torrente. Ci prendevamo a brutte parole, ci offendevamo e deridevamo eppure confabulavamo insieme.
Finì presto, ma c’erano state altre cose prime e alcune altre dopo, sebbene ancora per poco. C’erano, per esempio, le pizze fuori per un compleanno e poi il classicissimo andare a suonare i campanelli di case estranee. Banalità, potremmo dire, ma una volta una vecchia incavolatissima ci inseguì sù e sù per una salita ripidissima, con la scopa in mano, e correva e correva, veloce come noi giovinastri, e non voleva decidersi a fermarsi e a lasciarci in pace e quando arrivò all’altezza di qualcuno di noi inventammo scuse patetiche e bugie spregiudicate per scampare ai colpi di scopa (e ora, da genitore, mi trovo a chiedermi: “E se al posto della scopa avesse avuto un fucile?”). Ma poi le guerre tra vie, le corse in bici in luoghi che mi farebbero tremare oggi, e poi i motorini…

Tutto questo, in qualche modo, c’è ne Le ragazze non hanno paura.

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La storia è raccontata dalla voce di Mario, un tredicenne che va in vacanza in montagna, con la nonna, e lì incontra Tata, una ragazza di cui si innamorerà perdutamente, e altre ragazze con le quali formerà una banda, una banda che andrà per boschi e in guerra e perfino oltre, fino a doversi confrontare con un momento che potremmo definire ‘di passaggio’.

Se c’è una cosa che mi è molto piaciuta del romanzo, questa è la sincerità. È un libro molto sincero, che non si trattiene. Non racconta una giovinezza docile ed edulcorata, no. Ferrari racconta una giovinezza di violenza (nei sentimenti, nelle azioni, nei gesti e nel linguaggio), la violenza che contraddistingue questo periodo di evoluzione. Ed è qui che mi sono molto ritrovato, che i ricordi si sono aperti a valanga. Il fatto che Mario non sia un tipo molto popolare, ma che comunque si ritrovi in questa banda. La sfacciataggine di certi comportamenti, il coraggio di certe situazioni, la stupidaggine con cui se ne affrontano altre, la strafottenza, la rabbia, la cattiveria, la forza, l’energia, la passione… c’è la mia giovinezza, qui. Ed è per questo che dico che è molto sincero, o almeno sincero per me. Perché mi sembra di rivivere certe esperienze.

Ma Le ragazze non hanno paura non è solo questo. Non è ‘solo’ una ricostruzione delle avventure di giovani adolescenti, sebbene fatta meravigliosamente.
Tra l’altro, piccola parentesi, che gioia vedere un libro con protagoniste delle ragazzine così… vere! In situazioni che la letteratura tende a donare solo ai maschi.
Questo è il vero libro delle ‘bambine ribelli’.

La verità è che Le ragazze non hanno paura è un titolo perfetto sul passaggio dalla fanciullezza all’inizio dell’età adulta. Ci sono ragazzini che giocano come fossero bambini, ma allo stesso tempo le loro azioni sono adulte nelle conseguenze, quello che fanno non è più innocente (sempre che lo sia mai stato). La violenza diventa vera (si rompono braccia, ma non solo), così come veri diventano i problemi intorno a loro. Tutti i protagonisti, infatti, hanno qualcosa che non funziona perfettamente nella loro vita privata, dalla madre iperprotettiva al padre violento ecc. Ecco, questo è il momento in cui si rendono conto di questi problemi, in cui capiscono che sono problemi.
Ed ecco quindi che il bosco, una terra di mezzo tra la civiltà e la natura selvaggia, diventa una terra di passaggio, di trasformazione, si entra per uscirne cambiati.

E poi c’è la morte.
La morte è il vero spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta. Lo credo da sempre così come credo che non sia una comprensione che avviene per tutti nello stesso momento. A volte si scopre la morte prima e a volte dopo.
In questo romanzo la morte è presente fin dall’inizio, da quando ci viene detto che Mario aveva una sorella, Eva, che appunto è scomparsa e che proprio questo rende sua madre tanto apprensiva. Ma questa è una morte molto sfocata. Lui era un bambino, è vero, ma a ben pensarci non era nemmeno tanto piccolo, 5-6 anni. Eppure non si ricorda nulla e questa assenza pesa su di lui in una maniera molto marginale. Però, durante l’estate nel bosco, la concezione della morte e della perdita cambia. Cambia perché viene vissuta in maniera più diretta e cambia perché se ne capiscono le conseguenze, perché c’è un dolore nuovo, perché cambia la concezione di futuro.
La morte è uno spartiacque netto tra l’essere bambino e non esserlo più, così come è una divisione netta, fisica, nel libro. C’è un prima e un dopo che ha anche dei toni diversi: più di pancia, d’istinto nella prima metà, più ragionato, e anche più crudele in parte, nella seconda.
E c’è una grande verità: per quanto si possa tentare di annientarla, la morte, non si può.

Ci sarebbero mille altri temi di cui discutere, perché nel libro vengono trattate, più o meno abbondantemente, molte altre cose quali il bullismo, il primo amore, l’omosessualità e, cosa che mi preme sottolineare, la facilità con cui si può diventare la parte ‘cattiva’ della storia.
A volte ci viene scontato pensare di far parte dei buoni, Mario poi è un ragazzo sempre preso di mira, la vittima, come potrebbe essere il cattivo? Però qui, in queste bande, si fanno e si dicono cose che non sono per nulla innocenti. Non ci sono davvero vittime, ma solo carnefici. Un aspetto interessante che non è, forse, il punto centrale della vicenda ma che in qualche modo si sviluppa parallelamente per tutta la storia. Ed è giusto così, perché capiamo davvero la nostra vera natura solo crescendo, e sperimentando anche, e facendo delle tremende cavolate.

Ma, con tutte queste cose di cui parlare, io ho deciso di soffermarmi su un altro punto (solo uno che altrimenti non si finisce più).

Non so se avete notato che, pur trattandosi di un libro adatto a un tredicenne, non ho inserito nel titolo la ‘dicitura’ A Long Tail. C’ho pensato a lungo, se farlo o no. Alla fine ho deciso per il no (o meglio, per un inserimento non troppo esplicito) perché questo romanzo mi ha fatto molto pensare anche come adulto e soprattutto come genitore.

Per tutta la lettura non ho potuto fare a meno di capire la madre di Mario. Non sono riuscito a fare a meno di pensare, molto spesso, a quante cavolate stessero facendo quei ragazzini.
Mio figlio ora ha quattro anni, ma un giorno avrà l’età di Mario. Un giorno potrà venire preso in giro, un giorno potrà fare il bullo, un giorno potrà correre nel bosco, armato di spade di legno e maschere dipinte e far tutto quello che viene descritto tra queste pagine. E lo so perché sono cose che ho fatto e subito pure io. E per quanto tu possa tentare di proteggere un figlio, questo troverà sempre il modo. Anzi, è sbagliata tutta questa protezione che la madre di Mario vuole dare al figlio. È sbagliata e lo capisci a ogni pagina. Eppure… eppure non riuscivo a non capirla questa donna. Non riuscivo a non giustificarla. La sentivo tremendamente vicina. E questo mi fa una grande paura.
Per questo ritengo che potrebbe essere una lettura importante pure per un genitore, non tanto per scoprirsi a tremare per gli infiniti possibili risvolti dell’avventata giovinezza, ma per ricordarci quello che facevamo pure noi e portarci a chiederci com’è giusto agire. O non agire.

Le ragazze non hanno paura è un libro che mi ha molto colpito.
È indubbiamente un romanzo molto bello e, come dicevo prima, molto sincero. Ed è questa sincerità che spesso manca nella letteratura per ragazzi. Una sincerità che potrebbe quasi spaventare, ma che sa donare lo spunto per moltissime riflessioni e, certo, per moltissimi ricordi.

***

Le ragazze non hanno paura
di Alessandro Q. Ferrari
297 pagine, 14,90 €, De Agostini

ALongTail: Viaggiare per cambiare

Lo si dice spesso, no? Che viaggiare arricchisce. Viaggiare fa ampliare la tua mente, ti fa conoscere nuove culture, nuove idee, nuovi ritmi. Viaggiare, in pratica, ti cambia.

Lo sa bene Nils, che nel suo meraviglioso viaggio sembra aver accolto i consigli che i turisti più avventurosi e incalliti continuano a darci: partire senza averlo programmato e senza aver pianificato nessun itinerario, visitare più luoghi possibili e mescolarsi agli abitanti del luogo per conoscergli meglio. Un viaggiatore perfetto, in somma, ma con un piccolo particolare: gli abitanti che incontra sono animali e l’avventura è forse più avventurosa del previsto.

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È proprio un viaggio improntato al cambiamento, quello di Nils. Un cambiamento radicale e fisico.
Lui è un ragazzino pestifero, che da tanti dispiaceri ai genitori e che non sa rapportarsi cordialmente con gli altri, nemmeno con gli animali, tanto che un folletto lo trasformerà in un essere minuscolo per dargli una lezione. Una volta trasformato, ma non ancora resosi conto delle sue nuove inabilità, Nils si unirà al papero domestico Marten e a un gruppo di oche selvatiche e attraverserà tutta la sua terra, la Svezia, per riuscire, in fine, a tornare un umano vero.

Sarà un viaggio davvero lungo, il suo (ben 520 pagine), che attraverserà tutta la sua patria. Una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe che si rivela una meticolosa esplorazione capace di unire i miti alla geografia, all’economia e alle scienze sociali.
Selma Lagerlöf, infatti, qualche anno prima di diventare la prima autrice donna a vincere il premio Nobel, aveva ricevuto la richiesta, da parte dell’Unione Insegnanti Svedesi, di scrivere un libro per le scuole elementari che con “fantasia, avventura e gioco” facesse accrescere le conoscenze dei bambini “senza che se ne accorgano”.

La Lagerlöf fece una cosa molto intelligente e decise di partire dai miti e dalle leggende che erano fortemente connesse con la sua terra. Prense manciate di fiabe e racconti popolari e li intrecciò insieme fin dall’inizio, quando Nils, come detto prima, da fastidio a un folletto che, per punizione, lo trasformerà.

Il meraviglioso viaggio del minuscolo bambino diventa quindi un lungo apprendistato della sua terra. Nel percorso che lo porta dal suo villaggio natale fino alla Lapponia e ritorno incontrerà molti animali e molte città, imparerà storie a non finire e conoscerà tradizioni, usi, costumi e attività economiche di tutti i luoghi che visiterà.
Ma non solo! Nils imparerà l’umiltà, il valore dell’amicizia, e capirà che il rispetto lo si guadagna con le buone azioni.

Il romanzo diventa quindi un racconto di formazione a tutto tondo: personale, ovviamente, ma anche culturale, sociale e nazionale.

Non per questo, però, il romanzo risulta meno adatto ai lettori non svedesi, anzi. Ci sono delle grandi tematiche che attraversano tutto il libro senza, come richiesto dall’Unione Insegnanti, risultare troppo visibili.
Al di là della maturazione personale del ragazzo, infatti, quello che a fine lettura traspare è un grande inno alla natura stessa. Al paesaggio, agli animali, alle creature tutte che creano un mondo non perfetto, ma sicuramente spettacolare in ogni suo anfratto. Un inno al rispetto della natura, del mondo che ci ospita. Un incoraggiamento ad essere amici della terra, ad esserne protettori, perché solo aiutandola anche lei ci darà qualcosa in cambio. Non è un caso, infatti, che lungo il suo percorso Nils venga aiutato, di volta in volta, da quegli animali che aveva aiutato in precedenza.

Ma è anche un inno all’ingegno umano.
Gli uomini, per tutto il libro, dimostrano di essere capaci di trovare qualcosa di buono in ogni situazione, in ogni luogo. Non semplicemente a livello ‘spirituale’, ma proprio a livello fisico-geografico. Gli uomini sanno ambientarsi ovunque ma sanno anche usare quello che ogni territorio offre.
Poi, certo, bisognerebbe imparare ad averne maggiore cura e a ‘sfruttarlo’ il giusto.

Chi è piccolo e ingegnoso può risolvere molti problemi.

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson viene consigliato come lettura per i bambini a partire dai dieci anni. In verità, però la sua particolare struttura narrativa lo rende un libro che può essere letto davvero a molte età differenti.
È un volume dalla mole piuttosto importante, quindi potrebbe scoraggiare i più giovani, ma allo stesso tempo è diviso in molti capitoli, e ogni capitolo potrebbe quasi essere letto come un racconto a sé stante, perché narra di un particolare luogo, o di una particolare storia. Diventa quindi un libro facile da ‘spezzare’ e gustare a piccoli bocconi.
Come dicevo prima, è una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe.
Dall’altra parte, invece, per i ragazzini un po’ più grandi può rappresentare una bella sfida capace di dare grandi soddisfazioni. La storia è avventurosa, simpatica, giocosa e a tratti toccante, ma facile da affrontare. E quale grande gioia scoprire di essere arrivati alla fine di ben 520 pagine?

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson è, in somma, un bel libro capace di regalare avventure e riflessioni, ma anche, perché no?, di farci conoscere un luogo che non conoscevamo e a farci capire che ogni uomo, ogni terra, ogni animale, è legato agli altri dalle storie che raccontiamo e che il raccontarcele ci fa crescere e ci fa conoscere e ci fa diventare migliori.

Il ragazzo non aveva mai creduto né capito che le parole potessero essere combinate in modo da avere il potere di commuovere e incoraggiare e allietare come quelle.

***

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson
di Selma Lagerlöf
Traduzione di Laura Cangemi
520 pagine, 18,00 €, Iperborea

#ATailOfTales: Julio Cortázar

Iniziare questa rubrica dedicata allo ‘scoprire’ autori considerati mostri sacri attraverso un loro racconto breve è stato piuttosto facile: la mia scrittrice preferita è Virginia Woolf e, guarda caso, la Woolf ha scritto giusto un paio di racconti indirizzati proprio a bambini e ragazzi. Non sono il meglio della sua produzione, però sono indirizzati a un target piuttosto giusto e offrono un modo inedito per avvicinarsi al personaggio.
Facile.

Ma quale autore trattare poi?
Ho sempre ritenuto che l’ideale fosse seguire il proprio cuore, perché sono piuttosto convinto del fatto che la passione possa trasparire e contagiare. Il problema è che spesso gli autori ‘per adulti’ hanno dato alle stampe lavori che, effettivamente, potrebbero pure scoraggiare un ragazzo che fino a due settimane prima leggeva solo Geronimo Stilton. Senza contare, poi, che non tutti i grandi autori si sono dedicati alla short-fiction.

Non lo nego, una volta considerato l’affetto, il mio cuore ha estratto piuttosto velocemente il nome di Julio Cortázar.

Quello con Julio è stato un incontro casuale, durante un gruppo di lettura online, che mi lasciò, sul momento, abbastanza perplesso. Avevamo letto Bestiario, la sua prima raccolta di racconti, e dentro ci avevo trovato grandi sorprese e alcune cose che non capivo benissimo. Però, più passavano i giorni e più pensavo a quelle creazioni, e più ci pensavo, più mi veniva da ritornarci. Ed è questo l’amore, no? Una cosa che non si capisce del tutto ma alla cui fonte non si può fare a meno di pensare costantemente.

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Tra gli aspetti che più mi piacciono di Cortázar c’è la sua capacità di creare storie surreali, fantastiche, spesso senza metterci dentro nessun elemento fantastico, ma giocando sapientemente con ‘oggetti’ reali.
Si pensi per esempio al famosissimo Casa Occupata, dove si suggerisce qualcosa, ma in verità tutto è giocato sulla suggestione, oppure ad Autostrada del Sud, dove gli automobilisti rimangono bloccati per un tempo lunghissimo nel traffico e questo provoca una serie di azioni/reazioni anche ‘tragiche’. O a quello che forse è il mio racconto preferito, Estate, dove a portare scompiglio è un cavallo, un semplice cavallo.
Certo, il buon Julio ha scritto anche cose ben più ‘fantasy’, tipo coniglietti rosa vomitati da un signore a modo, ma trovo che i suoi racconti surreali basati su elementi realissimi siano in qualche modo più interessanti, perché mostrano un talento enorme nel combinare cose apparentemente distanti al fine di realizzare un racconto dalla lama affilata.

Ma quale racconto di Cortázar suggerire? Ne ha scritti molti e molti sono ottimi. Alcuni li amo di quell’amore folle che ti porta a compiere gesti estremi (leggasi: spendere cifre folli nella sua bibliografia). Ma sarebbero stati adatti? Perché un racconto è una bestia difficile, bisogna capire bene quanto c’è scritto e aggiungerci parecchio di tuo. E Julio non è sempre immediato. Ma se non è piuttosto immediato e non ha qualcosa che potrebbe risultare in linea con un ragazzino, allora c’è il rischio di ottenere solo noia, per quanto possa essere una noia piuttosto bizzarra.

Alla fine la mia scelta è caduta su Bestiario, il racconto che da il titolo all’omonima raccolta e che ha il compito di chiuderla.

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Bestiario racconta di una ragazzina che, per l’estate, si trasferisce nella casa di amici di famiglia. È una sorta di vacanza per lei, ma allo stesso tempo non completamente disinteressata in quanto dovrà fare compagnia a un ragazzino più piccolo. Poco male, perché i due si trovano simpatici e la casa è in un bel posto e insieme combinano tante cose interessanti.

A rendere particolare il posto ci sono però due cose.
La prima è la figura del Nene, un uomo poco simpatico, poco incline alla gentilezza, anzi piuttosto scorbutico e che ha dei momenti di eccesso e ‘violenza’.
La seconda è la tigre. La tigre si aggira per la casa e la tenuta tutta e per muoversi da un posto all’altro bisogna prima essere sicuri di dove si trovi esattamente il grosso felino, in modo da non doverselo trovare davanti e correre così il rischio di venire divorati.
Mano a mano che si prosegue con la storia si capirà che il Nene, appunto, non è una bella persona (anzi, forse è lui la vera bestia del racconto visto che, tutto sommato, la tigre lascia vivere tutti in una relativa pace) e si arriverà a una conclusione che oserei etichettare come vendicativa.

Questo racconto lo trovo particolarmente adatto per i ragazzi di circa dodici-tredici anni. È l’età in cui si comincia ad avercela col mondo. I professori non capiscono, i genitori non capiscono, gli adulti non capiscono, mettono anzi i bastoni tra le ruote ai sogni, ai desideri, alle voglie. È anche l’età in cui si iniziano a capire le storture del mondo, le brutture più o meno grandi di cui si è vittima, ed ecco allora che cresce dentro di sé un senso di impotenza e un senso di rabbia che non riescono ad essere sempre controllate.
Non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti, quindi si vorrebbero fare determinate cose ma non si hanno le capacità o, peggio, non si ha il permesso per farle. Si vorrebbe ribaltare il mondo! Ma non è consentito.

Ecco, per me Bestiario è una sorta di sfogo a questa rabbia, a questo desiderio.
Per me Bestiario è la possibilità di ribaltarlo, questo mondo.

Il racconto non è mai crudo e anzi è piuttosto delicato nel suo incedere tra giornate di caldo e catture di formiche e giochi con la palla. Ma in quell’idillio piano piano emerge il losco figuro, la bruttura del mondo, che si accanisce su chi non lo merita, su chi è debole, su chi non può difendersi.
Alla fine, però, c’è la vendetta. C’è lo sfogo a tutte queste ingiustizie e ci scappa un sorriso di, non dico approvazione, ma almeno di appagamento nei confronti di chi è stato capace di rimettere le cose a posto.

Bestiario però è anche un grande esercizio di concentrazione.
A differenza de La Vedova e il Pappagallo, questa non è una storia pensata per ragazzini e non si rende semplice. Racchiude anzi alcuni elementi chiave della narrazione breve, ovvero la richiesta di grande attenzione da parte del lettore, che deve leggere tentando di cogliere più particolari possibili e, sempre al lettore, viene chiesta molta fiducia, perché in un racconto come questo l’appagamento avviene solo quando si raggiungono le ultime righe. Perché il bello dei racconti è anche questo, e cioè che alcuni elementi che non si riuscivano a collocare durante la lettura, improvvisamente hanno senso non appena si conclude e tutto viene visto in un’ottica diversa. Allora ti porta a pensare e a porti domande: “ma quindi questo era lì per tal motivo? Ma è stata davvero lei? Ma quindi sapeva? Ma quindi avevo capito giusto? Ah, ma allora era come supponevo!”

Che poi sono queste le cose importanti, no? I veri regali che la letteratura sa fare: le domande.

E di domande, a voler insistere, ce ne sarebbero tante da fare. Chi è davvero il Nene? E perché si comportava in quel modo? E cosa ci faceva la tigre, lì? E questa vendetta finale, se davvero vendetta è stata, è giusta?

Ah, le domande! Leggete questo bel racconto e poi ditemi che domande vi siete posti a lettura ultimata.

***

Bestiario, all’interno di Bestiario, di Julio Cortázar
Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto
156 pagine, 11,00 €, Einaudi

ALongTail: Alla ricerca dei propri simili

Se chiedeste a mia mamma quale fosse il cartone animato che più amavo da bambino, probabilmente vi risponderebbe La Spada nella Roccia.
È vero, amavo quel lungometraggio e lo guardavo di continuo. C’era Merlino con la sua magia strampalata che lo porta a Honolulu in bermuda dalla fantasia floreale, Anacleto e il suo continuo bofonchiare irritato, la splendida, meravigliosa, unica! Maga Magò. Lo amavo, sì. Lo amo ancora, a essere sinceri. Però mia mamma commetterebbe un errore, perché confonderebbe “quello che amavo di più” con “quello che amavo di più tra quelli che possedevo” (in VHS, tra l’altro). Perché la verità è che il film d’animazione che mi piaceva più di ogni altro era uno che non si trovava in nessun negozio e le uniche volte in cui potevo vederlo coincidevano con le scarse visite alla videoteca del paese dove, se era disponibile, potevo finalmente noleggiare L’Ultimo Unicorno.

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Ah! Com’era bello quel film! Com’è bello pure adesso! Un gioiello per ogni età, anche perché è un film per bambini ma allo stesso tempo non del tutto. La storia che tratta ha momenti così fini e profondi che solo l’età adulta può farti apprezzare. E infatti non finivo mai di noleggiarlo e guardarlo, anche col passare degli anni. Figurarsi poi la mia gioia nello scoprire che alla base di quella storia c’era un romanzo scritto da un certo Peter S. Beagle.

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È interessante come in Italia questo titolo sia passato praticamente inosservato. Non è pubblicato da un grosso editore, ma da Kappa Edizioni (una casa editrice che pubblica cose stupende ma che nasce dai fumetti, anzi, dei manga), e al momento è pure fuori catalogo.
Credo che in pochi lo conoscano e soprattutto per via di quel film.
Eppure si tratta di un romanzo che ha venduto cinque milioni di copie nel mondo e inserito da Locus, nel 1987 (il libro è del 1968), alla quinta posizione di una lista dei trentatré migliori romanzi fantasy di tutti i tempi. Non esattamente “l’ennesimo romanzo fantasy”, diciamo.

La storia, un incrocio di fiaba, narrativa cavalleresca, la classica ricerca e il romanzo di formazione, racconta di un unicorno femmina che scopre di essere l’ultima della sua specie. Grazie a una piccola creatura che cita Shakespeare scopre che i suoi simili non si sono estinti come creduto inizialmente, ma giacciono intrappolati da qualche parte e decide quindi di abbandonare per la prima volta i suoi boschi e affrontare un viaggio che la porterà nei regni degli uomini. Durante questo viaggio troverà compagnia in un mago poco capace di nome Schmendrick e in Molly Grue, la sfrontata e agguerrita moglie di un bandito dei boschi avido di canzoni che lo riguardano. Tra mille peripezie e pericoli, come il circo di Mamma Fortuna, una vecchia strega che tiene in gabbia stanche illusioni e una creatura che sarà causa della sua morte, magiche apparizioni di eroi letterari, re crudeli e principi innamorati, alla fine l’unicorno dovrà affrontare un essere fatto di puro terrore, il temibile Toro Rosso.

Come dicevo prima, la storia non è un fantasy classico, specialmente nello stile con cui è scritto, che mescola il racconto di ricerca con la fiaba e, allo stesso tempo, si prende gioco del racconto di fate stesso per creare una sorta di meta-testo che sa di essere una fantasia ma che proprio per questo sa di essere tremendamente reale.

Molly disse: “Se Lir è l’erore, lei che cos’è?”
“Questa è una cosa diversa. Haggard, Lir, Drinn tu e io… noi siamo in una favola, e dobbiamo andare dove ci porta. Ma lei è reale. Lei è reale.”

Inoltre, durante tutta la lettura si è pervasi da un senso di estatica bellezza che traspare dalla magnifica scrittura di Beagle e dal fulgore di una creatura immortale come l’unicorno, che si muove e parla su un altro piano rispetto agli umani, ma allo stesso tempo ci accompagna anche un senso di tristezza, di angoscia, dovuti al senso di impotenza e smarrimento davanti a tanta magnificenza.

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In un’intervista che ho trovato, Beagle racconta che sono tante le persone che lo avvicinano per dirgli che il suo romanzo ha significato molto per loro, perché hanno saputo riconoscersi nelle vicende di quell’unicorno solo in cerca di un senso di appartenenza, e ognuna di queste persone riporta un diverso tipo di solitudine da cui sta fuggendo.
È vero, in effetti. La storia dell’unicorno in cerca dei suoi simili può essere declinata in mille sensi e, in fondo, è uno degli scopi della letteratura, no? Il saperci rendere protagonisti, in qualche modo. Il saper accogliere le nostre pene e condividerle e trasformarle. È quindi facile che in molti si possano riconoscere nell’opera di Beagle.
Per esempio, leggendolo ora e sapendo che in qualche modo ne avrei poi parlato qui, non ho potuto fare a meno di legare la figura dell’animale immortale protagonista della storia a quella di un pre-adolescente, un’accoppiata che a parer mio si sposa benissimo.

Quando si inizia a crescere si inizia anche a pensare di essere “diversi” e, in qualche misura, “speciali”.
Da piccoli non c’è quest’idea. Si gioca insieme, c’è chi ti sta più antipatico e chi ti piace, ma trovi sempre qualcuno con cui passare il tempo e non ti poni grandi domande su te stesso. Mal che vada, poi, ci sono la mamma e il papà. Quando invece si hanno undici/dodici anni, si inizia a prendere coscienza in maniera più o meno profonda della propria esistenza e di come la realtà funzioni, e si inizia a capire di essere diversi dagli altri. Questo per mille motivi, ovvio, ma comunque si capisce che siamo unità a sé stanti. A volte la cosa ci renderà anche felici, perché gli umani sono portati a pensare di essere più speciali degli altri (inutile che lo neghiate, tutti noi leggendo qualche commento sui social ci troviamo a pensare di essere più svegli, o più capaci, o più intelligenti degli altri). C’è chi si vedrà più bello, chi più intelligente, ecc. C’è chi si vedrà anche più brutto, o più qualcos’altro, ma qualche connotazione positiva la riusciamo comunque a trovare perché è un modo per “scusare” lo scherno degli altri, o una nostra stranezza, o un momento di solitudine.
Lo si fa inconsciamente magari, ma lo si fa, e in giovane età questo ci porta anche a sognare in grande stile, giusto?
Ci si ritiene in qualche modo diversi, speciali, proprio come l’unicorno: una creatura magnifica, eterna, eterea, splendente.

Ma proprio come l’unicorno, che fino a quando non gli viene fatto notare da altri nemmeno si accorge di essere rimasta sola, ecco che un ragazzo che scopre di essere unico vuole, in qualche modo, fare parte di un gruppo. Per davvero. È l’età in cui si inizia a cercare un famiglia fuori da casa, amici che sappiano capirti e non semplicemente giocare con te.
Proprio come l’unicorno si mette a cercare i suoi simili, così fa un ragazzo. Vuole un gruppo che in qualche modo lo rappresenti, che lo faccia sentire bene, dove sappia esprimersi e venire ascoltato.

Quando si cerca, però, e si fatica a trovare, c’è il rischio di accontentarsi di un falso.

A un certo punto della storia, l’unicorno si troverà in pericolo e Schmendrick, in uno dei suoi rarissimi momenti di vera magia, tramuta il mitologico animale in una donna, Lady Amalthea. Più Amalthea rimane umana, però, e più sembra dimenticare chi fosse prima e cosa stesse davvero cercando nel mondo. Rimanendo umana tra gli umani, Amalthea arriva addirittura a non voler più ritornare quadrupede perché innamorata di un uomo. Ma Lady Amalthea non è una donna. La sua forma è una finzione che, tra l’altro, blocca la sua vera natura e i suoi veri poteri.
Ecco, anche un ragazzino pur di trovare “casa” potrebbe decidere di accontentarsi. Potrebbe decidere di seguire “mode” che non gli appartengono, vie che non lo interessano, perché altrimenti rimarrebbe escluso, rimarrebbe solo. Però quel ragazzino non è reale, è una ‘forma’ falsata, un burattino. E non sarà mai davvero felice.

Nel libro, alla fine Amalthea tornerà unicorno e avrà la forza di scacciare il Toro Rosso che è il simbolo della paura, del terrore. Il Toro Rosso è un ‘cattivo’ interessante perché non ha poteri se non quello di spaventare terribilmente l’unicorno e per sconfiggerlo basta impuntarsi e affrontarlo a testa alta. Ma prima dobbiamo affrontare le paure che abbiamo dentro e accettare la nostra vera natura. E abbracciarla.

Crescere significa capire, o iniziare a capire, chi si è.
Non sempre la risposta è piacevole perché a volte ciò che ci rende ‘unici’ è anche quello che ci allontana dagli altri, e l’uomo è un animale da branco, a differenza dell’unicorno. Ci sono però branchi e branchi e per poter crescere bene c’è la necessità di trovare qualcuno che ci permetta di essere se stessi. Ed è questo che mi ha catturato della storia dell’unicorno, o almeno è quello che mi ha catturato in questa rilettura: la capacità, seppur nella difficoltà, di potersi alla fine riconoscere come sé stessa, la vera sé stessa, e capire a quale “famiglia” appartenesse davvero, senza sconti, senza facilitazioni.
L’ultimo Unicorno è, in questo senso, un grande romanzo sul crescere e l’accettarsi, e da ragazzino sfigatello quale sono sempre stato spero che Amalthea possa essere un’ottima ispirazione per tutti.

“Non sempre siamo quello che sembriamo, e quasi mai ciò che sogniamo.”

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Io mi sono soffermato su questa “similitudine” che mi ha particolarmente colpito, ma L’Ultimo Unicorno offre talmente tanti spunti di riflessione, al di là del riconoscimento nella protagonista, che servirebbe un libro per parlarne a fondo.

C’è per esempio un discorso legato al saper davvero vedere le cose per quello che sono, al re-imparare a guardare. A capire cosa ci circonda e a gioirne. Infatti gli uomini non riescono a riconoscere l’unicorno e la scambiano per una puledra bianca. O per esempio c’è un villaggio che vive nel terrore di una profezia e che quindi non sa godersi le ricchezze presenti per paura di quello che dovrà capitare.

“Oggigiorno ci vuole una strega di un circo da quattro soldi per far riconoscere alla gente un vero unicorno.”

Ma anche la figura di Haggard, il perfido re vittima della sua stessa bramosia, così corroso dal suo desiderio da non aver saputo vivere d’altro e da aver trasformato il suo regno un tempo fertile in qualcosa di invivibile. E infatti più volte i personaggi si chiederanno se sia Haggard il padrone del Toro Rosso o viceversa, perché a volte siamo vittime delle nostre cocciutaggini.

L’Ultimo Unicorno è, lo avrete capito, una lettura che si presta bene come avventura fantasy d’evasione, ma anche come qualcosa di più impegnativo. Proprio per questo motivo, e soprattutto per la scrittura che è bellissima ma sicuramente non banale, ne consiglierei la lettura a partire dai dodici anni.

Tra l’altro, in Italia esiste anche la versione a fumetti di questo capolavoro, e questa sì, risulta disponibile e contiene delle tavole davvero mozzafiato, capaci di catturare l’aura della magnifica bestia bianca.

Non mancano quindi le occasioni per provare ad avvicinarvi… attenti però! Chi vedrà un unicorno, cos’altro vorrà mai vedere in questo mondo?

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L’Ultimo Unicorno
di Peter S. Beagle
Traduzione di M. Capriati
238 pagine, 15,00 €, Kappa Edizioni

L’Ultimo Unicorno
Film diretto da Jules Bass e Arthur Rankin Jr.

L’Ultimo Unicorno
Fumetto di Peter S. Beagle, Peter B. Gillis e Renae De Liz
Traduzione di P. Accolti Gil
160 pagine, 19,90 €, ItalyComics

ALongTail: Imparare a non essere il mondo

Sto avendo sempre più conferme del fatto che le belle storie vanno bene per tutti, senza limiti d’età. Al di là della conoscenza lessicale, che potrebbe ‘sfavorire’ (ma anche arricchire, giusto?) i lettori più giovani che decidono di affrontare certi autori ormai ‘classici’, scopro e riscopro testi per ragazzi che dovrebbero essere letti anche dagli adulti. Perché c’è qualcosa pure per loro, senza tuttavia dimenticarsi del vero pubblico di riferimento.

L’ultimo esempio è Non sei mica il mondo, graphic novel di Raphael Geffray, pubblicata da Tunué.

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Non sei mica il mondo racconta di un ragazzino difficile, di quelli che si porta dietro un carico incalcolabile di problemi, di quelli che, lo sai fin da subito, causerà una serie infinita di guai in classe. Un ragazzino che è già stato espulso da svariate scuole, che ha una madre che è quel che è, e non è certo colpa sua, che non ha un padre o ce l’ha ma non si vede, e non è certo colpa sua, che vede tutto a scarabocchi e che costruisce maschere per nascondersi e ricrearsi e reinventarsi. Un ragazzino che non sa capire e nemmeno trattenere una rabbia che gli sgorga da dentro e che non riesce a mandar via.

Non sei mica il mondo racconta anche di un’insegnante che ha capito, che vorrebbe affrontare questa sfida perché sa (spera?) di poterla vincere, non tanto per il bene suo, ma per quello di uno studente che non sta imparando niente, che non riesce a capire niente, nemmeno la bellezza dell’amicizia, della condivisione. Perché alcune cose scontate per la maggior parte delle persone, per lui non lo sono. Perché nemmeno la quotidianità, le piccole cose, sono scontate.

Non sei mica il mondo racconta infine di una scuola che deve piegarsi a esigenze non prettamente educative e che rischia così di smarrire il senso di quello che dovrebbe fare. Rischia, proprio come il protagonista Bené, di perdersi, solo che perdendosi farà smarrire molti ragazzi.

È una storia apparentemente semplice, quella raccontata da Geffray, fatta di poche svolte. Eppure c’è qualcosa di veramente duro in quello che si legge. Anche grazie a dei disegni che passano dagli scarabocchi confusi a illustrazioni che potrebbero passare per fotografie grottesche in bianco e nero. Tutto è cupo e si sente la pesantezza di una storia che potremmo aver sentito dai nostri figli, dai nostri amici, dagli altri genitori. Perché è una storia in qualche triste modo piuttosto comune, ossia quello di un ragazzo ‘difficile’ che viene un po’ lasciato in balia di se stesso.

Ci si dimentica che non è colpa sua. Ci si dimentica che altri hanno responsabilità. Ci si dimentica che anche noi ne abbiamo, in qualche modo.

Ma a mio avviso non è solamente la storia di un ragazzo difficile che viene abbandonato da una cattiva scuola. È anche la storia di ogni ragazzo che riesce a trovare un momento di serenità in una scuola (in una vita?) che a volte può essere dura, e che questa serenità se la vede strappar via perché non c’è abbastanza personale, o perché ci sono esigenze diverse d’orario, o chissà cos’altro.

Crescere è sempre una sorta di incubo disegnato male. Uno scarabocchio. Difficile da districare, da comprendere. Eppure in qualche modo, in qualche momento… chiaro. E crescere è proprio il trovare questa chiarezza in mezzo alla confusione, il comprendere di non essere il mondo, di non essere il centro di niente. Ma è anche prendere consapevolezza che nemmeno gli altri lo sono.

E crescere è pure il riuscire a chiedersi: ma io non mi merito qualcuno che mi capisca? Qualcuno che mi stia vicino?

Non sei mica il mondo
di Raphael Geffray
Traduzione di S. A. Cresti
188 pagine, 16,90 €, Tunué

ALongTail: Adolescenti negli anni Venti

Libba Bray è una a cui non piace star ferma. O almeno, a me da l’idea di una persona che si annoia facilmente e che quindi deve continuamente cambiare e rinnovarsi. Del resto, ha esordito con una trilogia ambientata in epoca vittoriana (la saga di Gemma Doyle), poi ha scritto un romanzo su un adolescente che sta per morire al quale appare una sorta di angelo mezzo pazzoide che lo fa partire per un viaggio “di formazione”. Subito dopo c’è stato Beauty Queens, un romanzo su di un gruppo di reginette di bellezza scampate ad un incidente aereo e approdate su un’isola deserta con poco cibo, poca acqua e zero eyeliner.
E infine arriva La stella nera di New York (aka The Diviners), il primo volume di una tetralogia thriller-sovrannaturale ambientata nella New York degli anni venti, ossia del proibizionismo e del jazz.

Parrebbe naturale pensare quindi che la Bray, con questi continui cambi di ambientazione e registro, non possa essere effettivamente in grado di creare progetti coerenti e validi. Poi, figuriamoci, sono solo degli sciocchi YA, quindi un autore manco ci mette la volontà per fare un bel lavoro.

E invece no! Libba Bray è una di quelle autrici che prende seriamente i suoi pargoli di carta (sì, dovrebbe essere scontato, ma così non è) e che sa essere curiosa, e quindi in grado di arricchire un testo.
Il risultato è veramente buono. La saga di Gemma Doyle era un’ottima serie, creata stupendamente e con la giusta dose di originalità, ma questa nuova serie lo è altrettanto e forse di più.

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La stella nera di New York offre al lettore una stupenda ricostruzione storica. Gli anni venti non sono qui inseriti a casaccio, con giusto qualche riferimento a Gatsby ben piazzato per ingannare ragazzini sciocchi. No! Ogni pagina ti sa riportare davvero a quegli anni: i vestiti, i tagli dei capelli, il senso di libertà e ribellione ma anche il proibizionismo e la gestione degli affari clandestini. E poi i riferimenti alla guerra appena passata, alle comunità religiose, ai sindacati… Tutto è stato inserito con cognizione di causa, con capacità, aggiungendo fascino e novità a una storia che rende protagonista anche il mondo, e l’epoca, in cui si svolge.

Già, la storia vera e propria è questa:
Evie è una ragazzina un po’ troppo esuberante a cui piace bere e ficcarsi nei guai. Possiede un potere speciale, ossia quello di poter leggere i segreti di qualcuno esclusivamente toccando un oggetto che gli appartiene. E proprio a causa di questo potere e delle conseguenze di un gioco, Evie viene mandata ‘in punizione’ dallo zio, direttore del Museo americano del Folclore, della Superstizione e dell’Occulto, a New York.
Qui la vita di Evie prende una piega festaiola e alla moda, e tutto sembra così bello da farla sentire un stella del cinema (rigorosamente muto, che all’idea che possa essere parlato la pelle le si accappona). Se non fosse per una serie di omicidi a sfondo sovrannaturale sulla quale si ritroverà a dover indagare.

Libba Bray è molto abile nel riuscire a creare questa unione tra vita glamour e thriller, e più di una volta superando un capitolo mi sono ritrovato a dover passare da una festa piena di brindisi e bollicine a una scena dell’orrore che mi faceva tremare dalla testa ai piedi (non vi dico quanti giri della casa ho fatto prima di andare a dormire).
La Bray sa creare l’atmosfera. Sembra un’affermazione sciocca da fare, visto che ogni autore dovrebbe esserne capace, ma così non è. Lei invece sa dare la giusta importanza a quegli elementi secondari all’azione vera e propria, come il luogo, oppure i suoni, i rumori, e riesce quindi a catapultarti in quel momento esatto. Poche volte si ‘parteciperà’ davvero a un’azione cruenta (in genere l’autrice preferisce farci assistere alla ‘caccia’ dell’assassino, mai alla brutale uccisione che ne consegue, rimandando i dettagli del macabro ‘rituale’ alle rivelazioni della polizia), eppure c’è un senso di paura che davvero ti attanaglia e ti lascia senza fiato.

I protagonisti, poi, sono un vero spettacolo. E non solo nel senso che sono così belli, coi loro tagli alla maschietta, coi loro numeri di ballo, con le loro feste, le cuffiette, i cinema muti… ma anche perché sono costruiti a puntino.
Evie, la vera protagonista, è un tipo spavaldo, spiritoso, che ha sempre la risposta pronta. Ricorda un po’ la generazione di aspiranti veline che potremmo vedere per strada oggi, carica di sogni e trucco. Ama l’apparire, l’essere ammirata. Vuole essere in un film. Vuole un palco. Ma in lei c’è anche un’altra luce, un coraggio, un’intensità che non appare subito ma che, se non oscurati dalla sua irruenza, la rendono una protagonista interessante e sveglia che non si scorda di presentarsi sempre al meglio.
Ma anche Jericho, dal passato misterioso e che introduce elementi di riflessione sull’uso della vita umana. Theta, che rappresenta la perfetta Ziegler Girl, affascinante e irraggiungibile ma triste dentro. E Sam, che è sfacciato tanto quanto Evie. E ci sarebbero ancora così tanti nomi da elencare che è meglio mi fermi qui.

Il fatto è che niente viene dato per scontato. Tutto viene costruito con cura e le seicento pagine sono fatte apposta per avanzare piano piano in modo da svelare lentamente quello che c’è da scoprire.

Certo, non è esente da difetti La stella nera di New York. Ci sono infatti alcuni passaggi, come alcune azioni della stessa Evie o anche il finale, che a mio avviso avrebbero dovuto trovare uno svolgimento diverso, forse più ‘lungo’. Mi rendo conto che possa sembrare un’assurdità, vista la mole del romanzo, però forse è proprio per questo. Il tutto è così ben congegnato che alcune uscite della protagonista, un po’ a rischio cliché, e la conclusione non dico affrettata ma piuttosto rapida, ti smorzano leggermente il sorriso che ti si era dipinto sul volto.
C’è da dire che il romanzo è il primo di quattro, e quindi questi elementi potrebbero essere voluti dalla stessa Libba in vista di un qualcosa futuro, e non siano frutto del caso. Bisognerà leggere Lair of dreams per tentare di capirlo.

La scrittura della Bray è così vivida e ironica che pure tu ti senti carico. E l’ambientazione fuori dagli standard, e un gruppetto di protagoniste femminili ben cazzute, e misteri ancora irrisolti, e i lati horror… tutto va a rendere questo un buonissimo romanzo, godibile non solo dagli adolescenti a cui si rivolge, ma anche da lettori più maturi che vogliano leggere una storia in grado di tenerli svegli di notte, a magari fargli provare qualche brivido lungo la schiena.
L’unico lato davvero negativo è, forse, il fatto che i seguiti non siano ancora stati tradotti in italiano, e chissà se lo saranno mai. Ma più che un lato negativo, potrebbe essere la spinta giusta per avvicinarsi alla lettura in lingua originale.

Questo articolo era originariamente apparso sul blog Galassia Cartacea.