Lezioni di vita al Firozsha Baag

Leggevo giusto qualche giorno fa Cortázar e le sue Lezioni di Letteratura, un volume che racchiude appunto una serie di lezioni tenute a Berkley nel 1980.
In una di queste lezioni, il buon Julio dice che:

A volte lo Humour può camuffare davvero una visione molto più seria e molto più tragica delle cose.

E questo essenzialmente perché l’umorismo è un distruttore che, distruggendo, costruisce.

Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.

Leggevo queste riflessioni dello scrittore argentino proprio appena dopo aver chiuso Lezioni di nuoto, raccolta di racconti di Rohinton Mistry, e non ho potuto fare a meno di notare come questa successione di letture fosse capitata a pennello.

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Quelli di Lezioni di nuoto sono racconti che contengono sempre un qualche elemento buffo, umoristico, in genere legato a un personaggio che compare nella storia narrata e che può esserne il protagonista oppure una semplice comparsa.
C’è per esempio il signore che ha problemi col suo bagno, la vicina impicciona che nei giorni di lutto continua a importunare la vedova offrendo un aiuto non richiesto, la vecchia che per ripicca semina immondizia davanti la stanza dei vicini, l’emigrato che non riesce a fare i suoi bisogni da seduto e così via. Ma questi elementi non sono lì per creare delle scenette che facciano ‘solo’ ridere il lettore (sebbene ci riesca) ma per decostruire, come diceva Cortázar, una quotidianità e mostrarcela sotto una lente differente.

Sotto queste figure buffe, apparentemente leggere, si nascondono alcuni dei momenti più crudeli e più dolorosi che mi sia capitato di leggere ultimamente. E sono nascosti bene, perché mentre leggi ti ritrovi a sorridere dell’assurdità di alcune situazioni, o magari ti metti a ricordare personaggi simili che sono entrati pure nella tua, di vita, sebbene per poco (chi di noi non ha incontrato un vicino rompi scatole?). Ma poi arrivi alla fine e, giusto prima di affrontare un nuovo racconto, ti soffermi a riflettere su quanto appena letto e comprendi la durezza di quello che è stato davvero raccontato.

Se l’idea che tutti i vicini vengano a usare il tuo frigorifero in quanto unico elettrodomestico refrigerante dello stabile fa divertire, fa meno sorridere cosa questa condivisione comporta alla fine, ovvero una situazione che non solo mette in mostra la povertà di certa gente, ma anche la cattiveria di altra.
Se sorriderete per la figura di quel padre che si fa togliere tutti i capelli bianchi dal figlio più piccolo, in un eccesso di vanità e sull’onda di un’ottimistica speranza in un lavoro migliore, vi potrebbe pure scendere qualche lacrima nel momento in cui Mistry si metterà a descrivere come un giovinetto arrivi a capire che la morte è in agguato, sempre, e che forse quello che considera un sacrificio non lo è.

Ecco allora che si comprende come l’autore stia in realtà dipingendo la nostra condizione umana, una condizione che racchiude mille sfaccettature che vanno dalla comicità al dramma più nero, dal lato migliore di una persona a quello peggiore.

Lo humour non è comunque il solo strumento utilizzato dall’autore per raccontare le persone.
L’altro grande attrezzo è quello che potrei chiamare continuità. Continuità perché i personaggi non si esauriscono quasi mai con una semplice comparsata, no, questi compaiono, spariscono e ricompaiono in altre storie dimostrando così che tutti, senza esclusione, hanno le loro disgrazie, le loro gioie, le loro storie da raccontare.

Non è un caso, quindi, che i racconti siano ambientati al Firozsha Baag, un complesso di tre ‘condomini’ di Bombay. Questa ‘bolla’, questo frammento di una grande città è il vetrino che Mistry guarda col suo microscopio di scrittore, un vetrino che racchiude una popolazione variegata di uomini e donne e giovani e meno giovani che costantemente si incontrano, si evitano, si mescolano e quindi crescono, mutano, esplodono.
Il mondo racchiuso in un serraglio.

E poi ci sono gli oggetti.
Gli oggetti a volte sanno raccontarci meglio di mille parole.
Osservando un francobollo, una vecchia gabbia per uccelli, un turbante, l’anima sobbalza e rivive cose passate, sogni che desideriamo disperatamente vedere realizzati e presenti in disfacimento lento e continuo.
Gli oggetti ci rappresentano e per questo motivo a volte li amiamo, a volte li odiamo. Di sicuro ci rivelano al mondo più di quanto pensiamo.

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Rohinton Mistry

Con una scrittura sorprendente, l’autore riesce a diversificare ogni storia, a raccontare qualcosa in modo sempre differente, anche ricorrendo a veri cambi di stile e passando da narrazioni più ordinarie a storie costruite come memoriali, o addirittura come una sorta di Mille e una Notte dove il cantastorie del complesso intrattiene i ragazzini raccontando loro le vicende del più grande eroe di tutti: Savukshaw.

Ad ogni storia un sorriso, una tenerezza e una stilettata al cuore.

Non posso, prima di finire, menzionare due racconti che si sono guadagnati un posto eterno nel mio cuore, perché mi hanno saputo donare dei momenti di grande tenerezza e struggimento: Visita di condoglianze e Di capelli bianche e del cricket. Sono entrambi legati al concetto di morte, e quindi di ‘allontanamento’ di un caro, ma visto da due punti quasi opposti. Nel primo c’è la vedova che, rimasta sola, non riesce a lasciar andare del tutto il marito. Nel secondo c’è un ragazzino che scopre, in qualche modo, che tutto deve finire.
Sono due racconti molto teneri che mi hanno davvero stravolto perché la penna di Mistry, che fino a un paio di racconti prima aveva punzecchiato il lettore con spezie e grida e intrusioni ‘prepotenti’, qui si fa, pur senza dimenticare l’ironia, di una tenerezza struggente. Il dolore, la miseria della vita, sono in questo caso nascoste da una grande delicatezza. Qui è tutto più sottile e oltre a mostrare la grande bravura dell’autore, mostra anche come alcuni momenti, alcuni secondi di epifania, possano cambiare la maniera in cui concepisci la tua intera esistenza.

Per concludere, un suggerimento: procuratevi questi racconti. Vi mostreranno un’India che riassume l’umanità di tutti noi, vi farà ridere e anche piangere e vi farà riflettere su come anche un semplice oggetto, una mazza di cricket per esempio, possa assumere significati diversi a seconda del momento in cui ci troviamo a osservarla. Perché il mondo, la vita, non cambia. Cambiamo noi.

***

Lezioni di nuoto
di Rohinton Mistry
Traduzione di Chiara Vatteroni
340 pagine, 15,00 €, Racconti

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

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Ragazze nel bosco

Siete mai stati ragazzini in un bosco?
Io sì.

Il bosco è qualcosa di interessante. Non è un parco giochi, non è un oratorio. Non è nemmeno una piazza, o una spiaggia. Non è neppure una via malfamata. Il bosco è un qualcosa che chiama e respinge allo stesso tempo, un luogo misterioso, una terra vergine da esplorare, dove a regnare non sono gli uomini ma la natura. Il bosco, sebbene si tratti di quello dietro casa, è qualcosa che conosci bene e allo stesso tempo non conosci per niente. Ha rumori segreti e spaventosi, profumi e odori, versi, linguaggi. Ha trappole e vie d’uscita, imprevisti e sorprese, spettacoli e incubi. È qualcosa che fa parte del nostro mondo ma che, allo stesso tempo, ne è completamente fuori, perché bastano pochi alberi per non vedere più le case degli uomini.
Il bosco è una terra di mezzo.

Parto da qui per parlare del libro di oggi perché la storia che racconta ha risvegliato in me moltissimi ricordi. Molti di essi boschivi.

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Attorno ai dodici/tredici anni avevamo formato una piccola banda, poche persone, forse cinque, tra ragazze e ragazzi. Non è durata molto, giusto il tempo di un sogno breve. Ma c’è stata. Partivamo il pomeriggio e andavamo nel bosco. Ci armavamo di bastoni e progettavamo la costruzione di un covo. Spiavamo qualche adulto di passaggio e prendevamo le fascine di una qualche baita per buttarla nel torrente. Ci prendevamo a brutte parole, ci offendevamo e deridevamo eppure confabulavamo insieme.
Finì presto, ma c’erano state altre cose prime e alcune altre dopo, sebbene ancora per poco. C’erano, per esempio, le pizze fuori per un compleanno e poi il classicissimo andare a suonare i campanelli di case estranee. Banalità, potremmo dire, ma una volta una vecchia incavolatissima ci inseguì sù e sù per una salita ripidissima, con la scopa in mano, e correva e correva, veloce come noi giovinastri, e non voleva decidersi a fermarsi e a lasciarci in pace e quando arrivò all’altezza di qualcuno di noi inventammo scuse patetiche e bugie spregiudicate per scampare ai colpi di scopa (e ora, da genitore, mi trovo a chiedermi: “E se al posto della scopa avesse avuto un fucile?”). Ma poi le guerre tra vie, le corse in bici in luoghi che mi farebbero tremare oggi, e poi i motorini…

Tutto questo, in qualche modo, c’è ne Le ragazze non hanno paura.

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La storia è raccontata dalla voce di Mario, un tredicenne che va in vacanza in montagna, con la nonna, e lì incontra Tata, una ragazza di cui si innamorerà perdutamente, e altre ragazze con le quali formerà una banda, una banda che andrà per boschi e in guerra e perfino oltre, fino a doversi confrontare con un momento che potremmo definire ‘di passaggio’.

Se c’è una cosa che mi è molto piaciuta del romanzo, questa è la sincerità. È un libro molto sincero, che non si trattiene. Non racconta una giovinezza docile ed edulcorata, no. Ferrari racconta una giovinezza di violenza (nei sentimenti, nelle azioni, nei gesti e nel linguaggio), la violenza che contraddistingue questo periodo di evoluzione. Ed è qui che mi sono molto ritrovato, che i ricordi si sono aperti a valanga. Il fatto che Mario non sia un tipo molto popolare, ma che comunque si ritrovi in questa banda. La sfacciataggine di certi comportamenti, il coraggio di certe situazioni, la stupidaggine con cui se ne affrontano altre, la strafottenza, la rabbia, la cattiveria, la forza, l’energia, la passione… c’è la mia giovinezza, qui. Ed è per questo che dico che è molto sincero, o almeno sincero per me. Perché mi sembra di rivivere certe esperienze.

Ma Le ragazze non hanno paura non è solo questo. Non è ‘solo’ una ricostruzione delle avventure di giovani adolescenti, sebbene fatta meravigliosamente.
Tra l’altro, piccola parentesi, che gioia vedere un libro con protagoniste delle ragazzine così… vere! In situazioni che la letteratura tende a donare solo ai maschi.
Questo è il vero libro delle ‘bambine ribelli’.

La verità è che Le ragazze non hanno paura è un titolo perfetto sul passaggio dalla fanciullezza all’inizio dell’età adulta. Ci sono ragazzini che giocano come fossero bambini, ma allo stesso tempo le loro azioni sono adulte nelle conseguenze, quello che fanno non è più innocente (sempre che lo sia mai stato). La violenza diventa vera (si rompono braccia, ma non solo), così come veri diventano i problemi intorno a loro. Tutti i protagonisti, infatti, hanno qualcosa che non funziona perfettamente nella loro vita privata, dalla madre iperprotettiva al padre violento ecc. Ecco, questo è il momento in cui si rendono conto di questi problemi, in cui capiscono che sono problemi.
Ed ecco quindi che il bosco, una terra di mezzo tra la civiltà e la natura selvaggia, diventa una terra di passaggio, di trasformazione, si entra per uscirne cambiati.

E poi c’è la morte.
La morte è il vero spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta. Lo credo da sempre così come credo che non sia una comprensione che avviene per tutti nello stesso momento. A volte si scopre la morte prima e a volte dopo.
In questo romanzo la morte è presente fin dall’inizio, da quando ci viene detto che Mario aveva una sorella, Eva, che appunto è scomparsa e che proprio questo rende sua madre tanto apprensiva. Ma questa è una morte molto sfocata. Lui era un bambino, è vero, ma a ben pensarci non era nemmeno tanto piccolo, 5-6 anni. Eppure non si ricorda nulla e questa assenza pesa su di lui in una maniera molto marginale. Però, durante l’estate nel bosco, la concezione della morte e della perdita cambia. Cambia perché viene vissuta in maniera più diretta e cambia perché se ne capiscono le conseguenze, perché c’è un dolore nuovo, perché cambia la concezione di futuro.
La morte è uno spartiacque netto tra l’essere bambino e non esserlo più, così come è una divisione netta, fisica, nel libro. C’è un prima e un dopo che ha anche dei toni diversi: più di pancia, d’istinto nella prima metà, più ragionato, e anche più crudele in parte, nella seconda.
E c’è una grande verità: per quanto si possa tentare di annientarla, la morte, non si può.

Ci sarebbero mille altri temi di cui discutere, perché nel libro vengono trattate, più o meno abbondantemente, molte altre cose quali il bullismo, il primo amore, l’omosessualità e, cosa che mi preme sottolineare, la facilità con cui si può diventare la parte ‘cattiva’ della storia.
A volte ci viene scontato pensare di far parte dei buoni, Mario poi è un ragazzo sempre preso di mira, la vittima, come potrebbe essere il cattivo? Però qui, in queste bande, si fanno e si dicono cose che non sono per nulla innocenti. Non ci sono davvero vittime, ma solo carnefici. Un aspetto interessante che non è, forse, il punto centrale della vicenda ma che in qualche modo si sviluppa parallelamente per tutta la storia. Ed è giusto così, perché capiamo davvero la nostra vera natura solo crescendo, e sperimentando anche, e facendo delle tremende cavolate.

Ma, con tutte queste cose di cui parlare, io ho deciso di soffermarmi su un altro punto (solo uno che altrimenti non si finisce più).

Non so se avete notato che, pur trattandosi di un libro adatto a un tredicenne, non ho inserito nel titolo la ‘dicitura’ A Long Tail. C’ho pensato a lungo, se farlo o no. Alla fine ho deciso per il no (o meglio, per un inserimento non troppo esplicito) perché questo romanzo mi ha fatto molto pensare anche come adulto e soprattutto come genitore.

Per tutta la lettura non ho potuto fare a meno di capire la madre di Mario. Non sono riuscito a fare a meno di pensare, molto spesso, a quante cavolate stessero facendo quei ragazzini.
Mio figlio ora ha quattro anni, ma un giorno avrà l’età di Mario. Un giorno potrà venire preso in giro, un giorno potrà fare il bullo, un giorno potrà correre nel bosco, armato di spade di legno e maschere dipinte e far tutto quello che viene descritto tra queste pagine. E lo so perché sono cose che ho fatto e subito pure io. E per quanto tu possa tentare di proteggere un figlio, questo troverà sempre il modo. Anzi, è sbagliata tutta questa protezione che la madre di Mario vuole dare al figlio. È sbagliata e lo capisci a ogni pagina. Eppure… eppure non riuscivo a non capirla questa donna. Non riuscivo a non giustificarla. La sentivo tremendamente vicina. E questo mi fa una grande paura.
Per questo ritengo che potrebbe essere una lettura importante pure per un genitore, non tanto per scoprirsi a tremare per gli infiniti possibili risvolti dell’avventata giovinezza, ma per ricordarci quello che facevamo pure noi e portarci a chiederci com’è giusto agire. O non agire.

Le ragazze non hanno paura è un libro che mi ha molto colpito.
È indubbiamente un romanzo molto bello e, come dicevo prima, molto sincero. Ed è questa sincerità che spesso manca nella letteratura per ragazzi. Una sincerità che potrebbe quasi spaventare, ma che sa donare lo spunto per moltissime riflessioni e, certo, per moltissimi ricordi.

***

Le ragazze non hanno paura
di Alessandro Q. Ferrari
297 pagine, 14,90 €, De Agostini

Non lasciamoci

The thought came to me […] that all good stories, never mind how radical or traditional their mode of telling, had to contain relationships that are important to us; that move us, amuse us, anger us, surprise us. Perhaps in future, if I attended more to my relationships, my characters would take care of themselves.

Lo dice Kazuo Ishiguro.
Lo dice nella sua Nobel Lecture.
Lo dice appena prima di far notare che, forse, a noi potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma che per lui quel pensiero costituì una sorta di rivelazione che cambiò tutto. Da allora, Ishiguro incominciò a costruire le sue storie in maniera differente. Come per Non lasciarmi, per esempio, che iniziò a scrivere lavorando sul triangolo al centro della vicenda, sulla relazione tra quelle tre persone. Si concentrò su quello per poi, e solo poi, ‘allargarsi’ a tutto il resto.

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È effettivamente così. La centralità di questi tre ragazzi e della loro relazione è preponderante a tutto il resto, ma non solo, è un rapporto nel quale ti senti talmente coinvolto che non puoi fare a meno di dar loro dei consigli, mentre leggi da solo, in camera, con la sola luce dell’abat-jour a illuminare l’inchiostro sulla pagina. Il lettore diventa quindi una sorta di voyeur che, in certi momenti, capirà più di quello che gli stessi protagonisti riescono a capire.

Il loro è un rapporto (una vita, anche) fatto di piccole cose. Piccoli gesti, piccoli oggetti, piccoli spazi. La voce narrante racconta fittamente di una quotidianità minuscola, in qualche modo. Il mondo viene rimpicciolito in poche scene, in poche scelte, in pochi luoghi e in pochi oggetti del cuore. Ed è questa centralità dell’essenziale che racchiude la bellezza del romanzo. È da qui che parte la grandezza del libro di Ishiguro.

Non lasciarmi protagonisti

Non Lasciarmi, film del 2010 diretto da Mark Romanek. Partendo da sinista: Keira Knightley (Ruth), Andrew Garfield (Tommy), Carey Mulligan (Kathy).

Qualcuno di voi forse saprà che a un certo punto del romanzo si scopre una cosa sul filo del fantascientifico. Una cosa che ci permette, in effetti, di considerare questa prova di Ishiguro come un romanzo ibrido, una commistione di generi. Allo stesso tempo, però, questa parte non mi è mai parsa centrale nella vicenda. Non mi è mai sorto il pensiero di discutere circa questa verità, che potrebbe invece portare a grandissimi discorsi sull’etica. Al contrario, questo particolare ha contribuito a focalizzarmi ancora di più sulle vite dei tre giovani protagonisti.
Non è tanto il cosa sono, che mi ha fatto pensare, ma il come vivono. E, indovinate un po’, più le osservi e più ti rendi conto che queste persone siamo noi. Siamo noi ogni santo giorno.

Durante un’intervista, in una domanda che faceva tipo: perché i protagonisti non fuggono dal loro destino? Ishiguro risponde:

Per andare dove? Sono educati fin da piccoli a pensare che il loro scopo sia importante. E poi quanti di noi vivono situazioni infelici, un matrimonio sbagliato, un lavoro non amato, eppure rimangono lì. Il film è triste perché è una metafora della condizione di tutti. […] Al pubblico che si chiede: che senso ha vivere così, io rispondo: che senso ha vivere in generale, allora.

La verità è che, appunto, la fine ultima di Kathy, Tommy e Ruth non è il nocciolo della questione. Il succo è come vivono prima di quella fine. Quella fine è una sorta di accelerazione del tutto.

Mentre leggevo questo libro non potevo fare a meno di pensare a quanto potesse essere un romanzo sulla crescita.
C’è la parte dove i protagonisti sono bambini e vanno a scuola, ricevono un’educazione che, in qualche modo, li incasella, li ‘formatta’, da loro delle linee entro cui stare. C’è poi l’adolescenza e la scoperta, per esempio, del sesso, in quel modo tipico dei ragazzi dove ognuno fa finta di saperne più degli altri, di avere più esperienza degli altri, senza che sia necessariamente vero. Poi è il momento di lasciare la scuola e allora la narrazione si fa più incerta. Cosa succederà? Quando succederà quello che desidero? Ma poi, accadrà?

Ciò che intendo dire è che tutti noi stavamo lottando per adattarci alla nostra nuova vita, e immagino che tutti noi facessimo cose che avremmo rimpianto in seguito.

C’è anche un momento, in una sorta di ambientazione di stallo tra la giovinezza e l’età adulta (che è poi l’unico luogo geografico ‘reale’), in cui i ragazzi si metteranno a cercare una particolare figura che sembra essere connessa con Ruth. Quella figura non è solo una sorta di parentela, di legame con il mondo ‘fuori’ dal loro. Quella figura rappresenta il futuro, la speranza di poter realizzare un proprio desiderio, la possibilità di riuscire a realizzarsi davvero, un po’ come quando da ragazzini sogniamo di diventare un calciatore famoso, o un astronauta.
Ecco, quell’inseguimento, quello stare alle calcagna di una possibilità, mi ha fatto molta tenerezza. Sembravano bambini intenti a giocare ma, allo stesso tempo, estremamente coscienti di quello che stavano facendo. E c’era la paura, la paura di essere scoperti, certo, ma anche di scoprire qualcosa che non vorrebbero scoprire. Capire che, forse, quel futuro non è il futuro che li attende. Proprio come quando, dopo qualche anno passato a giocare nella squadra del paese, si capisce che non si è il nuovo Ronaldo, che la propria vita dovrà essere altro.

È un po’ il preludio al risveglio. Un brusco risveglio, che ad alcuni capita prima, ad altri dopo. Ma è inevitabile. È devastante.

E poi, a concludere tutto, la domanda finale: l’amore ci può salvare?
E la triste risposta: no. L’amore non ci può salvare, ma se per puro caso riuscissimo a coglierlo davvero, quell’amore… se per caso riuscissimo veramente a sentirlo, ad accettarlo nella nostra vita, riusciremmo a vivere meglio. Ad avere meno rimpianti.

I rimpianti.
Credo che Non lasciarmi sia una grandissimo romanzo sul rimpianto, sull’accorgerci troppo tardi delle cose. Passiamo una vita a far finta che tutto ci vada bene così, che un tal sentimento sia pura immaginazione, che un tal impulso sia da controllare perché solo passeggero. Ma poi diventiamo vecchi, ci guardiamo indietro e ci chiediamo: che cosa ho fatto?
O peggio: che cosa non ho fatto?

Ci sono cose che rischiamo di non cogliere, o non voler cogliere, mentre percorriamo questa vita. E forse è giusto così. Forse è corretto non riuscire a cogliere tutto nel momento perfetto.
Ma c’è la possibilità, sempre, di rimediare.

Lo ammetto, subito dopo aver chiuso l’ultima pagina sono rimasto un po’ spaesato. La prima parte del libro mi è risultata piuttosto fredda, molto distaccata, e mano a mano che la storia procedeva rimanevo leggermente sconcertato da una mancanza di… non so, forse di un colpo di scena che cambiasse tutto, forse di una fuga, una vittoria o la parvenza di una fine ben più tragica o, al contrario, ben più felice. E invece niente.
Ma poi ho capito. Ho capito che questa storia doveva scorrere così, con questo ritmo, queste parole, queste vicende. Perché è una storia ‘comune’. L’elemento fantascientifico mi aveva tratto in inganno perché mi aveva portato a considerarlo più importante del previsto. La verità è però che questo romanzo parla in maniera tremendamente lucida della nostra realtà. Del nostro oggi. Anzi, del nostro oggi personale, piccolo, privato.

E poi Kathy ha iniziato a parlarmi.
Dopo aver concluso il libro ho iniziato a sentire la sua voce.
Forse sembro pazzo a scriverlo, ma questa sua voce continuo a sentirla. Nei momenti più disparati, nei miei pensieri, Kathy mi sussurra la sua storia, o forse la mia. Allora mi fermo e mi chiedo se rimpiango qualcosa e, beh, non trovo il coraggio di dirmi di sì. Allora lei mi parla ancora.
Forse non smetterà più.
Forse è giusto così.

***

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro
Traduzione di Paola Novarese
298 pagine, 13,00 €, Einaudi

Il Pupo dice: giochiamo!

Ci si arrovella spesso il cervello nel tentativo di trovare un modo per avvicinare le persone ai libri e in genere si hanno poche risposte. Io, per esempio, ne trovo solamente una, o meglio, più che una risposta trovo una lieve speranza, e questa speranza sono i bambini. Se riuscissimo a far amare i libri ai bambini, forse questi continuerebbero ad amarli anche da grandi. Perché ho sempre di più l’impressione (fondata su cavie umane) che i libri diventino cose da evitare nel momento in cui si inizia a considerarli cose ‘di dovere’.
Ma se i libri fossero come giochi?

L’idea che i libri siano noiosi nasce a scuola, ne sono piuttosto convinto. Specialmente per quei bambini che a casa non hanno libri, viene naturale associare un testo a una cosa ‘di scuola’, perché i libri vengono usati a scuola per studiare. Bisognerebbe quindi lavorare, ma prima di arrivare ai sei anni, sul concetto di divertimento legato a una storia. Ecco perché credo che i libri-gioco, per i bambini piccoli, possano essere un buon modo per avvicinarsi ai libri. E questo in generale, ma con particolare attenzione per quei bambini  che, appunto, a casa di libri non ne vedono proprio. Penso sarebbe molto utile, per esempio, l’uso di libri-gioco negli asili.

Ma cosa sono i libri gioco?

Come si legge nel saggio breve di Loredana Farina, i libri-gioco sono “oggetti di confine perché non sono solo libri né solo giocattoli […] La lettura dei libri-gioco è una lettura da fare con tutti i sensi. Si può dire che i libri-gioco siano insieme contenitore e contenuto.”
I libri-gioco sono in pratica dei volumi dove viene richiesto al bambino di interagire fisicamente.
Noi a casa ne abbiamo tre e, c’è da dirlo, il Pupo li adora.

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Abbiamo il libro Colori, di Hervé Tullet. Un volume, questo, che gioca sui/coi colori e che senza essere palesemente didattico, riesce ad insegnare i colori primari e gli abbinamenti, i giochi, gli esperimenti che con questi colori si possono fare. Per riuscire in questo, però, non ti mostra semplicemente dei disegni e non ti dà spiegazioni, ti chiede piuttosto di agire. Se in una pagina mette il giallo e il blu, per esempio, poi ti viene chiesto di “mescolare i due colori col dito”. Il lettore scopre da solo quello che succede.
E voila! Nella pagina successiva ecco spuntare il verde nello stesso posto dove TU l’hai creato.

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Ma Hervé Tullet ne ha fatti molti, di questi libri, come per esempio Cucù, sono Turlututù!

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Qui, con dei disegni più ‘complessi’, un simpatico esserino ci chiede vari aiuti, come premere un interruttore per accendere la luce, oppure dire a voce alta una parola magica per farlo diventare grande, oppure indovinare dove si nasconde.

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Sono, in somma, libri dove non basta la lettura, la vista, ma devi mettere in gioco molti altri sensi.

L’ultimo arrivato a casa nostra è Non aprire questo libro. Il Pupo si sbellica dalle risate ogni volta e vorrebbe continuamente leggerlo. Ho dovuto perfino improvvisare un ‘reading’ per dei parenti in visita, visto l’entusiasmo sprigionato.

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Questo libro non richiede azioni fisiche, ma ti invita continuamente a NON girare la pagina. Il gioco inizia già dal titolo, infatti, e appena dentro le pagine troviamo un mostriciattolo azzurro che insiste sul fermarci subito. Prima lo fa con gentilezza, poi con rabbia, poi prova a fare l’indifferente, poi minaccia di chiamare i nostri genitori e così via. A ogni pagina si ride un po’ di più e il Pupo non ha pensato nemmeno per un momento di fermarsi. (Troppo curioso, come suo padre!)
Ma perché questa creatura non vuole che arriviamo alla fine del libro? Beh… sorpresa!

I libri-gioco sono spesso prodotti bellissimi, dove si vede che dietro c’è un grande lavoro, di qualità, volto a coinvolgere il giovane lettore nella maniera più spassionata e felice possibile. E sono libri che riescono ad avvicinarsi prepotentemente al destinatario perché è, appunto, un gioco vero e proprio.
Come dice, ancora, Farina: “È evidente che un bambino di fronte a un libro che gli occupa uno solo dei suoi ricettori sensoriali, sia meno interessato che di fronte a un libro da toccare, manipolare, guardare, trasformare, e anche leggere quanto basta per completare l’informazione globale.”

E questa cosa del poter manipolare dà al libro una percezione diversa. Al Pupo, per esempio, piace molto farsi leggere i libri, ma un libro-gioco lo fa sentire in qualche modo più attivo e gli fa capire che chi si trova davanti a un volume non è un soggetto passivo ma un coprotagonista dell’azione, specialmente in un’età dove non è possibile leggere da soli e quindi c’è una sorta di ‘lontananza’, sebbene molto relativa.

Perché, quindi, non usare i libri-gioco? Possono essere un buon strumento per l’approccio al libro stampato, ma anche un grande momento di condivisione genitore-figlio. Risate assicurate!

***

I libri citati nel post sono:
–  Che cos’è il libro gioco?, di Loredana Farina, in Ad Occhi aperti. Leggere l’albo illustrato, a cura dell’Associazione Culturale Hamelin, 262 pagine,  25,00 €, Donzelli.
Colori, di Hervé Tullet, traduzione di F. Previati, 64 pagine,  12,00 €, Franco Cosimo Panini Editore, 3+.
Cucù, sono Turlututù!, di Hervé Tullet, 80 pagine, 12,00 €, Franco Cosimo Panini Editore, 3+.
Non aprire questo libro. Leggi qualcos’altro!, di Andy Lee e H. McKenzie, traduzione di D. Gamba, 32 pagine, 8,90 €, Gribaudo, 3+.

ALongTail: Viaggiare per cambiare

Lo si dice spesso, no? Che viaggiare arricchisce. Viaggiare fa ampliare la tua mente, ti fa conoscere nuove culture, nuove idee, nuovi ritmi. Viaggiare, in pratica, ti cambia.

Lo sa bene Nils, che nel suo meraviglioso viaggio sembra aver accolto i consigli che i turisti più avventurosi e incalliti continuano a darci: partire senza averlo programmato e senza aver pianificato nessun itinerario, visitare più luoghi possibili e mescolarsi agli abitanti del luogo per conoscergli meglio. Un viaggiatore perfetto, in somma, ma con un piccolo particolare: gli abitanti che incontra sono animali e l’avventura è forse più avventurosa del previsto.

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È proprio un viaggio improntato al cambiamento, quello di Nils. Un cambiamento radicale e fisico.
Lui è un ragazzino pestifero, che da tanti dispiaceri ai genitori e che non sa rapportarsi cordialmente con gli altri, nemmeno con gli animali, tanto che un folletto lo trasformerà in un essere minuscolo per dargli una lezione. Una volta trasformato, ma non ancora resosi conto delle sue nuove inabilità, Nils si unirà al papero domestico Marten e a un gruppo di oche selvatiche e attraverserà tutta la sua terra, la Svezia, per riuscire, in fine, a tornare un umano vero.

Sarà un viaggio davvero lungo, il suo (ben 520 pagine), che attraverserà tutta la sua patria. Una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe che si rivela una meticolosa esplorazione capace di unire i miti alla geografia, all’economia e alle scienze sociali.
Selma Lagerlöf, infatti, qualche anno prima di diventare la prima autrice donna a vincere il premio Nobel, aveva ricevuto la richiesta, da parte dell’Unione Insegnanti Svedesi, di scrivere un libro per le scuole elementari che con “fantasia, avventura e gioco” facesse accrescere le conoscenze dei bambini “senza che se ne accorgano”.

La Lagerlöf fece una cosa molto intelligente e decise di partire dai miti e dalle leggende che erano fortemente connesse con la sua terra. Prense manciate di fiabe e racconti popolari e li intrecciò insieme fin dall’inizio, quando Nils, come detto prima, da fastidio a un folletto che, per punizione, lo trasformerà.

Il meraviglioso viaggio del minuscolo bambino diventa quindi un lungo apprendistato della sua terra. Nel percorso che lo porta dal suo villaggio natale fino alla Lapponia e ritorno incontrerà molti animali e molte città, imparerà storie a non finire e conoscerà tradizioni, usi, costumi e attività economiche di tutti i luoghi che visiterà.
Ma non solo! Nils imparerà l’umiltà, il valore dell’amicizia, e capirà che il rispetto lo si guadagna con le buone azioni.

Il romanzo diventa quindi un racconto di formazione a tutto tondo: personale, ovviamente, ma anche culturale, sociale e nazionale.

Non per questo, però, il romanzo risulta meno adatto ai lettori non svedesi, anzi. Ci sono delle grandi tematiche che attraversano tutto il libro senza, come richiesto dall’Unione Insegnanti, risultare troppo visibili.
Al di là della maturazione personale del ragazzo, infatti, quello che a fine lettura traspare è un grande inno alla natura stessa. Al paesaggio, agli animali, alle creature tutte che creano un mondo non perfetto, ma sicuramente spettacolare in ogni suo anfratto. Un inno al rispetto della natura, del mondo che ci ospita. Un incoraggiamento ad essere amici della terra, ad esserne protettori, perché solo aiutandola anche lei ci darà qualcosa in cambio. Non è un caso, infatti, che lungo il suo percorso Nils venga aiutato, di volta in volta, da quegli animali che aveva aiutato in precedenza.

Ma è anche un inno all’ingegno umano.
Gli uomini, per tutto il libro, dimostrano di essere capaci di trovare qualcosa di buono in ogni situazione, in ogni luogo. Non semplicemente a livello ‘spirituale’, ma proprio a livello fisico-geografico. Gli uomini sanno ambientarsi ovunque ma sanno anche usare quello che ogni territorio offre.
Poi, certo, bisognerebbe imparare ad averne maggiore cura e a ‘sfruttarlo’ il giusto.

Chi è piccolo e ingegnoso può risolvere molti problemi.

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson viene consigliato come lettura per i bambini a partire dai dieci anni. In verità, però la sua particolare struttura narrativa lo rende un libro che può essere letto davvero a molte età differenti.
È un volume dalla mole piuttosto importante, quindi potrebbe scoraggiare i più giovani, ma allo stesso tempo è diviso in molti capitoli, e ogni capitolo potrebbe quasi essere letto come un racconto a sé stante, perché narra di un particolare luogo, o di una particolare storia. Diventa quindi un libro facile da ‘spezzare’ e gustare a piccoli bocconi.
Come dicevo prima, è una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe.
Dall’altra parte, invece, per i ragazzini un po’ più grandi può rappresentare una bella sfida capace di dare grandi soddisfazioni. La storia è avventurosa, simpatica, giocosa e a tratti toccante, ma facile da affrontare. E quale grande gioia scoprire di essere arrivati alla fine di ben 520 pagine?

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson è, in somma, un bel libro capace di regalare avventure e riflessioni, ma anche, perché no?, di farci conoscere un luogo che non conoscevamo e a farci capire che ogni uomo, ogni terra, ogni animale, è legato agli altri dalle storie che raccontiamo e che il raccontarcele ci fa crescere e ci fa conoscere e ci fa diventare migliori.

Il ragazzo non aveva mai creduto né capito che le parole potessero essere combinate in modo da avere il potere di commuovere e incoraggiare e allietare come quelle.

***

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson
di Selma Lagerlöf
Traduzione di Laura Cangemi
520 pagine, 18,00 €, Iperborea

Se anche i caprioli belli muoiono

Ma quanto è poetico un titolo come La morte dei caprioli belli?
Quante poesie potrebbe ispirare questa breve fila di parole?
È meraviglioso e struggente. Dona un’immagine vivida di quelle bestie leggiadre, slanciate, agili ed eleganti, un capolavoro della natura. E allo stesso tempo ne dichiara la fine.
Si potrebbe piangere, su un titolo così.

La stessa bellezza e lo stesso struggimento, accompagnati anche da una certa vena comica, si ritrovano nei capitoli (ma potrebbero benissimo essere considerati racconti) che costituiscono il romanzo di Ota Pavel.

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Nell’ultimo incontro che ho tenuto col mio Bookclub abbiamo speso qualche battuta a parlare del come avessi scelto quasi sempre libri in qualche modo tristi, il cui apice era stato raggiunto proprio in quell’occasione con Bambini nel tempo.
Non ci avevo mai pensato prima ma, in effetti, a parte forse un titolo, delle sette letture proposte quasi tutte racchiudevano in sé, per i motivi più disparati, un cuore di tristezza.
Qualcuno ha supposto che il gene della tristezza potrebbe essere insito nella grande letteratura. Non aveva, in effetti, tutti i torti. Non tanto perché la grande letteratura non possa essere divertente (vi dicono niente J. K. Jerome e Mark Twain?), ma piuttosto perché siamo naturalmente portati a riflettere molto di più sulle cose brutte rispetto a quelle belle. Del resto, se una delle teorie esposte da Jonathan Gottschall ne L’istinto di narrare fosse vera, cioè che la narrazione potrebbe essere un esercizio per imparare ad affrontare il mondo, allora la spiegazione è semplice: preferiamo le narrazioni sul male, sulla tristezza, perché il dolore ci fa paura e dobbiamo capire come affrontarlo, mentre la risata no.

Ma è così difficile trovare qualcosa che sia divertente e anche, in un qualche modo, grande?

Non lo so. Non so se sia davvero più difficile o se sia semplicemente una mia propensione, quella di scovare testi cupi piuttosto che solari.
Mentre stavo riflettendo su questo, però, mi sono ricordato del primo capitolo di un libro che avevo iniziato e poi lasciato lì, sommerso da altre letture più impellenti.
Si trattava proprio de La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel.
Quel primo capitolo che avevo letto tempo prima mi si era fissato nella memoria. Perché era buffo, era divertente, ma trasmetteva qualcosa che andava oltre la risata e si avvicinava ‘paurosamente’ alla vita. Non era, in pratica, un libro fatto solo per ridere, per evadere, ma della gioia ne faceva un punto di forza. Così l’ho ripreso in mano e mi sono messo a leggere per bene.

È stata una graditissima sorpresa e penso proprio che lo proporrò al gruppo di lettura, la prossima volta che ci incontreremo, sperando di scrollarmi questo mantello di tristezza.

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Ota Pavel

In verità non lo si può definire davvero un libro divertente, perché non è solo quello. Tra le sue pagine si racconta la vita quotidiana della famiglia Popper, una vita fatta di alti e bassi e anche di bassissimi, perché sono ebrei e hanno la sfortuna di vivere nel periodo della seconda guerra mondiale, con tanto di visita ai campi di concentramento. Una cosa non immediatamente collegabile alle risate, insomma.
Ma non si può nemmeno dire che si tratti di un libro triste, anzi! È un libro che ti fa molto sorridere e riesce a donare molta allegria, perché a farla da padrona sono scene umoristiche, a tratti assurde, così spensierate e… azzurre!

Sì, azzurro. Credo possa essere un aggettivo perfetto per definire questo libro.
Come la sua copertina.
Perché questo libro è come un cielo primaverile, terso, gioioso, leggero, che dona speranza e belle sensazioni. Ma il cielo è grande e può incupirsi in un attimo. Solo che l’azzurro è sempre là, sotto i nuvoloni c’è l’azzurro anche se noi non lo vediamo.
Ecco, La morte dei caprioli belli racconta la storia di un famiglia, ponendo particolare attenzione nella figura del padre, una persona che sa sempre ricordarsi dell’azzurro dietro le nuvole.

La morte dei caprioli belli è un’ode alla vita. È indubbio che queste pagine ne siano una celebrazione. Il romanzo non tenta infatti di nascondere le brutture di un’esistenza che, tra le sue mille peripezie ha la sfortuna di svolgersi durante la seconda guerra mondiale. Non vengono taciuti i momenti di povertà, di difficoltà più ‘normali’ e si racconta dei fratelli mandati nei campi di concentramento e dell’antisemitismo (sebbene non si approfondisca mai troppo). Non è però questo il focus del testo. Il cuore di tutto è invece il padre, quest’uomo sempre entusiasta, che fino alla fine dei suoi giorni traboccherà di fantasia e voglia di fare e amore per le belle donne. Un padre che pur cadendo mille volte non si arrende mai e anzi, ne pensa una più del diavolo.

Nella postfazione al libro Mariusz Szczygiet dice che un suo amico ha definito il romanzo di Pavel come “il libro più antidepressivo del mondo”.
Non so se sia davvero così, perché un velo di dispiacere lo si riesce lo stesso a intravedere. Di certo, però, in questa storia non ci si abbatte.
Ed ecco allora che una sventura è solo una possibilità di rilanciarsi. Un’affare nato male è solo un suggerimento a usare di più la fantasia.
E una buona giornata è fatta per andare a pescare, non per altro.
Ci sono sì dei momenti in cui bisogna arrendersi, ma senza mai farlo completamente e solo per rialzare la testa appena possibile.

Se anche i caprioli belli alla fine muoiono, come possiamo sperare noi, scimmie spelacchiate, di fare altrimenti? Come possiamo noi, creature dai troppi pensieri, non concentrarci su questa fine, non riflettere continuamente su di essa?
Non possiamo. Non possiamo smettere di preoccuparci della perdita, della conclusione. Non possiamo fare a meno di interessarci alle storie tristi, perché abbiamo paura di esse.
Ma possiamo pure concentrarci sui giorni che abbiamo. Possiamo cercare di imparare a soffermarci maggiormente su quello che c’è prima della fine. Possiamo avanzare in questo cielo grigio con la consapevolezza che dietro le nubi ci stia l’azzurro, e che basta salire più in alto per averne conferma.
Possiamo fare come il papà di Ota Pavel.

Vorrei poi concludere riportando un pensiero che Szczygiet aveva trovato nella casa di Ota Pavel, proprio nella parete dedicata alle foto. Mi sembra un modo giusto per chiudere questo post e per riassumere una lettura così… azzurra.

Essere capaci di far festa. A qualsiasi evento della vita. Senza aspettarsi che qualcosa di vero debba ancora venire. Perché non è detto che ciò che è vero non stia accadendo in questo preciso istante, e che in futuro non succederà niente di più bello.

***

La morte dei caprioli belli
di Ota Pavel
Traduzione di Barbara Zane
160 pagine, 13,50 €, Keller Editore

 

#ATailOfTales: Julio Cortázar

Iniziare questa rubrica dedicata allo ‘scoprire’ autori considerati mostri sacri attraverso un loro racconto breve è stato piuttosto facile: la mia scrittrice preferita è Virginia Woolf e, guarda caso, la Woolf ha scritto giusto un paio di racconti indirizzati proprio a bambini e ragazzi. Non sono il meglio della sua produzione, però sono indirizzati a un target piuttosto giusto e offrono un modo inedito per avvicinarsi al personaggio.
Facile.

Ma quale autore trattare poi?
Ho sempre ritenuto che l’ideale fosse seguire il proprio cuore, perché sono piuttosto convinto del fatto che la passione possa trasparire e contagiare. Il problema è che spesso gli autori ‘per adulti’ hanno dato alle stampe lavori che, effettivamente, potrebbero pure scoraggiare un ragazzo che fino a due settimane prima leggeva solo Geronimo Stilton. Senza contare, poi, che non tutti i grandi autori si sono dedicati alla short-fiction.

Non lo nego, una volta considerato l’affetto, il mio cuore ha estratto piuttosto velocemente il nome di Julio Cortázar.

Quello con Julio è stato un incontro casuale, durante un gruppo di lettura online, che mi lasciò, sul momento, abbastanza perplesso. Avevamo letto Bestiario, la sua prima raccolta di racconti, e dentro ci avevo trovato grandi sorprese e alcune cose che non capivo benissimo. Però, più passavano i giorni e più pensavo a quelle creazioni, e più ci pensavo, più mi veniva da ritornarci. Ed è questo l’amore, no? Una cosa che non si capisce del tutto ma alla cui fonte non si può fare a meno di pensare costantemente.

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Tra gli aspetti che più mi piacciono di Cortázar c’è la sua capacità di creare storie surreali, fantastiche, spesso senza metterci dentro nessun elemento fantastico, ma giocando sapientemente con ‘oggetti’ reali.
Si pensi per esempio al famosissimo Casa Occupata, dove si suggerisce qualcosa, ma in verità tutto è giocato sulla suggestione, oppure ad Autostrada del Sud, dove gli automobilisti rimangono bloccati per un tempo lunghissimo nel traffico e questo provoca una serie di azioni/reazioni anche ‘tragiche’. O a quello che forse è il mio racconto preferito, Estate, dove a portare scompiglio è un cavallo, un semplice cavallo.
Certo, il buon Julio ha scritto anche cose ben più ‘fantasy’, tipo coniglietti rosa vomitati da un signore a modo, ma trovo che i suoi racconti surreali basati su elementi realissimi siano in qualche modo più interessanti, perché mostrano un talento enorme nel combinare cose apparentemente distanti al fine di realizzare un racconto dalla lama affilata.

Ma quale racconto di Cortázar suggerire? Ne ha scritti molti e molti sono ottimi. Alcuni li amo di quell’amore folle che ti porta a compiere gesti estremi (leggasi: spendere cifre folli nella sua bibliografia). Ma sarebbero stati adatti? Perché un racconto è una bestia difficile, bisogna capire bene quanto c’è scritto e aggiungerci parecchio di tuo. E Julio non è sempre immediato. Ma se non è piuttosto immediato e non ha qualcosa che potrebbe risultare in linea con un ragazzino, allora c’è il rischio di ottenere solo noia, per quanto possa essere una noia piuttosto bizzarra.

Alla fine la mia scelta è caduta su Bestiario, il racconto che da il titolo all’omonima raccolta e che ha il compito di chiuderla.

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Bestiario racconta di una ragazzina che, per l’estate, si trasferisce nella casa di amici di famiglia. È una sorta di vacanza per lei, ma allo stesso tempo non completamente disinteressata in quanto dovrà fare compagnia a un ragazzino più piccolo. Poco male, perché i due si trovano simpatici e la casa è in un bel posto e insieme combinano tante cose interessanti.

A rendere particolare il posto ci sono però due cose.
La prima è la figura del Nene, un uomo poco simpatico, poco incline alla gentilezza, anzi piuttosto scorbutico e che ha dei momenti di eccesso e ‘violenza’.
La seconda è la tigre. La tigre si aggira per la casa e la tenuta tutta e per muoversi da un posto all’altro bisogna prima essere sicuri di dove si trovi esattamente il grosso felino, in modo da non doverselo trovare davanti e correre così il rischio di venire divorati.
Mano a mano che si prosegue con la storia si capirà che il Nene, appunto, non è una bella persona (anzi, forse è lui la vera bestia del racconto visto che, tutto sommato, la tigre lascia vivere tutti in una relativa pace) e si arriverà a una conclusione che oserei etichettare come vendicativa.

Questo racconto lo trovo particolarmente adatto per i ragazzi di circa dodici-tredici anni. È l’età in cui si comincia ad avercela col mondo. I professori non capiscono, i genitori non capiscono, gli adulti non capiscono, mettono anzi i bastoni tra le ruote ai sogni, ai desideri, alle voglie. È anche l’età in cui si iniziano a capire le storture del mondo, le brutture più o meno grandi di cui si è vittima, ed ecco allora che cresce dentro di sé un senso di impotenza e un senso di rabbia che non riescono ad essere sempre controllate.
Non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti, quindi si vorrebbero fare determinate cose ma non si hanno le capacità o, peggio, non si ha il permesso per farle. Si vorrebbe ribaltare il mondo! Ma non è consentito.

Ecco, per me Bestiario è una sorta di sfogo a questa rabbia, a questo desiderio.
Per me Bestiario è la possibilità di ribaltarlo, questo mondo.

Il racconto non è mai crudo e anzi è piuttosto delicato nel suo incedere tra giornate di caldo e catture di formiche e giochi con la palla. Ma in quell’idillio piano piano emerge il losco figuro, la bruttura del mondo, che si accanisce su chi non lo merita, su chi è debole, su chi non può difendersi.
Alla fine, però, c’è la vendetta. C’è lo sfogo a tutte queste ingiustizie e ci scappa un sorriso di, non dico approvazione, ma almeno di appagamento nei confronti di chi è stato capace di rimettere le cose a posto.

Bestiario però è anche un grande esercizio di concentrazione.
A differenza de La Vedova e il Pappagallo, questa non è una storia pensata per ragazzini e non si rende semplice. Racchiude anzi alcuni elementi chiave della narrazione breve, ovvero la richiesta di grande attenzione da parte del lettore, che deve leggere tentando di cogliere più particolari possibili e, sempre al lettore, viene chiesta molta fiducia, perché in un racconto come questo l’appagamento avviene solo quando si raggiungono le ultime righe. Perché il bello dei racconti è anche questo, e cioè che alcuni elementi che non si riuscivano a collocare durante la lettura, improvvisamente hanno senso non appena si conclude e tutto viene visto in un’ottica diversa. Allora ti porta a pensare e a porti domande: “ma quindi questo era lì per tal motivo? Ma è stata davvero lei? Ma quindi sapeva? Ma quindi avevo capito giusto? Ah, ma allora era come supponevo!”

Che poi sono queste le cose importanti, no? I veri regali che la letteratura sa fare: le domande.

E di domande, a voler insistere, ce ne sarebbero tante da fare. Chi è davvero il Nene? E perché si comportava in quel modo? E cosa ci faceva la tigre, lì? E questa vendetta finale, se davvero vendetta è stata, è giusta?

Ah, le domande! Leggete questo bel racconto e poi ditemi che domande vi siete posti a lettura ultimata.

***

Bestiario, all’interno di Bestiario, di Julio Cortázar
Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto
156 pagine, 11,00 €, Einaudi