La paura del bianco

Forse l’ho già raccontato altre volte. Probabilmente sì, perché sono uno che si ripete e si scorda di essersi già ripetuto all’infinito, uno che tende a dire e ridire le stesse quattro cose ogni tot. di tempo.

Dicevo… forse l’ho già raccontato altre volte che Moby Dick è un peso che mi sta qui, ma qui non ad altezza petto, ma ad altezza gola, incastrato appena sotto il pomo d’Adamo.
Questo perché quando quella famosa volta feci la scommessa con mia madre, uno dei tre libri che mi ero ripromesso di leggere (e quello che poi non finii) era proprio il capolavoro di Melville. Avevo dodici anni e l’edizione Mille Lire e troppe pagine e mi arenai.
Lo ammetto, fu una scelta piuttosto sciocca, la mia, ma quel libro ancora oggi, se lo riprendo in mano, anche in edizioni esteticamente più fini, non riesco a leggerlo, non riesco ad andare oltre le prime cento pagine.

Ora, però, credo di aver trovato il rimedio.

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Ho letto Moby Dick e altri racconti brevi e ho riso come un matto.

Non è propriamente una raccolta di racconti, ma più un insieme di pensieri, riflessioni, episodi, tutti accomunati da un continuo e divertente e intelligente riferimento ai classici della letteratura e del cinema, più qualche concessione ad alcuni titoli che mi auguro non diventino classici (leggasi Cinquanta sfumature di grigio).

Al di là della grande ammirazione che non si può fare a meno di provare nei confronti dell’autore, che si rivela essere un grande conoscitore di queste opere, c’è da dire che questo libro può essere usato in molti modi. Ve ne indico qualcuno:

  • Antidoto contro la tristezza: mi sembra chiaro, no? L’ho detto all’inizio che ho riso come un matto. Perché Alessandro Sesto prende questi classici e li trasporta nella quotidianità contemporanea, e ne prende dei frammenti, dei particolari, o dei momenti interi e li ribalta, li mostra sotto luci diverse, dai colori più sgargianti, e tu non puoi fare a meno di ridere. Ridere di cose che non ti eri accorto, ridere di cose fin troppo serie, ridere perché quella cosa lì l’avevi pensata pure tu. Ridere perché ridere è bello.
  • Manuale alternativo per lo studio dei classici: l’ho pensato subito. Appena leggerò o rileggerò uno dei classici citati (leggasi Moby Dick, tentativo numero 250) dovrò tenermi vicino quest’opera. E mentre andrò a caccia di quella cavolo di balena bianca, o mentre starò leggendo La fiera della vanità, o i Fratelli Karamazov, mi metterò a spulciare pure il libro di Sesto, per capire cose che da solo non capirei. Cose non necessariamente eclatanti, ma che possono mettere tutto su un piano diverso.
  • Far ridere la moglie mentre il pupo ti dorme accanto: vi consiglio però di farlo col silenziatore, che a ridere troppo forte il pupo appena addormentato si sveglia.
  • Scoprire una nuova realtà editoriale: è infatti il primo titolo targato Gorilla Sapiens che leggo e mi sono reso conto che a pubblicare un libro così possono essere solo persone belle e brave e che hanno un’idea chiara in testa. Quindi ho già lì pronto un altro titolo gorilloso che ci lascia intuire la genialità e la serietà di queste persone: Un tebbirile intanchesimo.

Sì, insomma… questo libro è davvero bello. Perché riesce, contemporaneamente, a prendere sul serio e a dissacrare tutto quello che viene citato, più la vita che viviamo. Perché in fondo si può, e si deve, riuscire a scherzare su tutto, tenendo però ben in mente che certe cose sono più vere di altre, che certi titoli sono più titoli di altri, che tutte le vite sono storie e che in ogni libro ci siamo dentro pure noi.

Moby Dick e altri racconti brevi
di Alessandro Sesto
164 pagine, 12,90 €, Gorilla Sapiens Edizioni

La poesia è morta?

Quando John Lehmann chiederà a Virginia Woolf se secondo lei la poesia fosse morta, la grande autrice inglese non potrà trattenersi dal rispondere. E questo voler rispondere farà scattare un’idea che si tramuterà in una sorta di pamphlet intitolato Lettera a un giovane poeta.

In questi giorni l’operetta è tornata in libreria grazie agli amici di Lindau che l’hanno ribattezzata Lettere a un giovane poeta, avendo infatti aggiunto un’ulteriore lettera di Virginia a Lehmann, dove la scrittrice tenta di inquadrare meglio l’opera principale.

Chi di voi segue il progetto @aboutwoolf, su Twitter, avrà già avuto modo di conoscere qualcosa a proposito di questo libercolo, ma mi piaceva l’idea di ritornarci per dire altre due parole.

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La lettura delle Lettere a un giovane poeta ha coinciso con il desiderio di mio figlio di tre anni di sentirmi leggere ad alta voce libri che non fossero i suoi. Così, ben comodi sul lettone, io sono partito a declamare e lui si è messo ad ascoltare.
È stato un esperimento interessante perché ho notato una cosa: il pupo era silenzioso, attento, ammaliato. Non perché sia un genio o perché riuscisse davvero a capire i significati di quei discorsi (sebbene alcune cose l’abbiano fatto ridere), ma perché Virginia ha un ritmo meraviglioso. Leggere queste lettere ad alta voce è uno spettacolo di tempi, suoni, pause, lunghezze.
Il ritmo! Non può essere considerata solo una lettera.
Non può essere considerata saggistica.
È poesia.

Ma al di là di questo, cosa può dirci quella che, in fondo, è un’opera minore, secondaria della Woolf.

Beh, per prima cosa ci dimostra, ancora una volta, che Virginia era molto divertente, e infatti si ride anche, seguendo i suoi consigli.

Ma soprattutto ci regala una risposta che in letteratura, ma non solo, potremmo usare spesso: niente muore davvero, se non lo lasci morire.
“La poesia è morta?” mi ricorda infatti il più contemporaneo “Il romanzo è morto?”, e leggendo queste poche pagine si capisce che la poesia, il romanzo, l’arte… queste cose non possono morire, al massimo possono essere fatte male, al massimo si può rimanere impigliati nell’io sbagliato che ti porta a seguire strade dissestate che non conducono da nessuna parte, se non al disastro.

Ho idea che il proprio io non abbia limiti, l’io da il via alla danza, l’io obbedisce al ritmo; è certo più facile scrivere una poesia su se stessi che non su chiunque altro. Ma cosa intendiamo per quell'”io”? Non l’io che Wordsworth, Keats e Shelley hanno descritto – non l’io che ama una donna oppure odia un tiranno, o medita sui misteri del creato. No, l’io di cui ti stai occupando è estraneo a tutto ciò. È l’io che la sera ti trova seduto nella tua stanza, solo soletto con le tende tirate.

E poi ci ricorda che scrivere non è pubblicare. E a me vien da pensare a quanto questo sia attuale e necessario e giusto e fin troppo dimenticato.

Ma se farai tanto di pubblicare, la tua libertà verrà tarpata: ti chiederai cosa pensa la gente; scriverai per gli altri quando dovresti scrivere per te stesso. E che senso può avere frenare quel flusso di spontaneità anche sciocca che sarà tuo appannaggio – sublime appannaggio – solo per pochi anni ancora, pur di pubblicare seriosi volumetti di versi sperimentali? Per soldi? […] Per essere recensito?

Lettere a un giovane poeta è insomma una lettura breve e vivace che da pochi ma preziosi consigli. Ai poeti, ma non solo.

Ma ci mostra anche il pensiero di Virginia stessa, che non si limita a parlare di poesia, ma anzi, facendo finta di dare consigli ci mostra il suo mondo e le sue idee sulla letteratura e la persona e chi le sta attorno e chi l’ha preceduta.
È un piccolo spiraglio, questo, uno spioncino per intravedere quello che la Woolf è. Ovviamente, poi, per comprenderla davvero si dovrà almeno tentare di aprire la porta.

Leggere, lo sai, è un po’ come aprire una porta e lasciarsi invadere da orde di barbari…

 

Lettere a un giovane poeta
di Virginia Woolf
Traduzione di Camilla Salvago Raggi
52 pagine, 10,00 €, Edizioni Lindau

Eccomi!

Sono passati una decina d’anni tra Molto forte, incredibilmente vicino ed Eccomi, rispettivamente penultimo e ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, che nel mentre ha comunque scritto un saggio sugli orrori dell’allevamento intensivo (ovvero Se niente importa) e una sorta di operazione artistica, Tree of codes, ovvero un libro creato tagliuzzando un altro libro, di Bruno Schulz, The street of crocodiles.

Rischiavano di passare altri dieci anni prima che io mi sentissi in grado di dire qualcosa a proposito.

Poi è successo questo.
Recentemente, per un certo periodo, non sono riuscito ad avvicinarmi a un libro (e la cosa ha ovviamente influito pure sul blog) perché nell’unico momento in cui mi sarebbe stato possibile, ossia la sera, venivo ‘dolcemente costretto’ ad abbandonarmi al sonno.
In pratica, il pupo voleva che stessi con lui finché si addormentava, solo che nello sdraiarmi (e no, non mi era concesso rimanere seduto), i miei sensi venivano meno e la stanchezza si faceva sentire, ecc.
Ho tentato di svincolarmi, ma quando un nanerottolo ti dice che ti vuole lì perché gli piaci, beh, non ci sono molte alternative: rimani lì. Anche perché non può esistere niente di più importante e di più bello di quel “perché mi piaci”.

Parto da qui per dire che i figli possono mandare all’aria un matrimonio. E per dire che, in un certo senso, è proprio di questo che parla Eccomi.

Voi, creature prive di figli, mi direte: “ma come, manderesti all’aria un matrimonio perché tuo figlio non ti fa leggere?”
Ah! Beata ignoranza!
No. Il punto non è che io non riesco a leggere, il punto è che un figlio ti cambia la vita.
“Eh, bella scoperta!” direte voi.
“No.” Vi rispondo io. “Voi non capite. Ve la cambia in un modo che nessuno può comprendere fino a quando non ne sforna uno, di questi marmocchi.”
Lo so che sembrano tutte frasi fatte. Eppure è una verità inconfutabile il fatto che per quanto tu possa pensare di essere preparato all’arrivo di un figlio, lui ti travolgerà lo stesso. Tutto quello che pensavi non basta a descrivere quello che sarà. Sia nel bello che nel brutto.

Un figlio ti stravolge la vita in maniera sottile.

Il problema non è che non dormi la notte. Il problema è che di notte pensi a lui.
Il problema non è l’odore della cacca. È che pensi “ho abbastanza pannolini?”, “è normale questo colore?”, “sono tre giorni che non fa la cacca, cosa devo fare?”
Il problema non è non leggere. Sei contento di non farlo se è per stare con il tuo bambino, ma c’è il pericolo che tu venga prosciugato di te stesso.
Il vero rischio è che non esista nient’altro.
E diventa normale, in una famiglia, finire col pensare quasi solo ed esclusivamente ai figli, e questo a scapito delle proprie vite, delle proprie esigenze.

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Ed ecco che si arriva ad Eccomi. Una parola che, in qualche modo, rimanda al figlio e alla sua centralità/non centralità, visto che è la risposta che Abramo da al Signore quando questi gli chiede di immolare il figlio. L’unico figlio. Quello tanto desiderato.
Che poi è anche la risposta che dai quando un figlio ti chiama dall’altra stanza: “Papàààà!” “Eccomi!”

I protagonisti di questo romanzo sono genitori che si sono dimenticati di se stessi. Genitori che si sono dedicati, in qualche modo, ai figli. Sempre e per sempre. Viene inserita in fretta, infatti, la figura del figlio maggiore che ha fatto qualcosa che non andava fatto. E diventa di conseguenza centrale il conflitto (aperto? nascosto?) dei due genitori che non la pensano allo stesso modo.
Allo stesso tempo è centrale il rapporto tra il protagonista Jacob e suo padre.
Ed è centrale pure il rapporto tra Jacob, ma non solo, e Israele, la loro patria, quello che in effetti può essere considerato un’ulteriore relazione genitore-figli.

E potrebbe essere centrale che Safran Foer e la moglie si siano separati dopo dieci anni di matrimonio e dopo due figli?
Ma qui, bisogna dirlo, siamo nel puro gossip.

Quello che conta davvero è che Eccomi è un romanzo sullo scioglimento di una famiglia. Solo che non è uno scioglimento dovuto all’odio, o alla mancanza di amore. No, è uno scioglimento dovuto all’essersi smarriti, all’aver perso di vista se stessi.
Il lettore potrà pure tifare per una riconciliazione finale, ma in qualche modo si sa che, comunque vada, la fine non sarà davvero lieta.

Attenzione. Con tutto ciò non voglio dire che i figli provocano indiscutibilmente la fine di una relazione. Non sarebbe vero. Non sarebbe giusto. Dico però che questo romanzo racconta di come col tempo ci sia il rischio di perdere se stessi a causa di molte cose esterne, tra cui i figli, che per ovvie ragioni portano ad amplificare sentimenti che magari rimarrebbero latenti ancora per un po’.
Sia Jacob che Julia non sanno più chi sono. Hanno dedicato le loro vite alla famiglia più che a qualsiasi altra cosa, ed è stato bello, ma allo stesso tempo è stato prosciugante. Ora non sanno più chi sono, non si riconoscono, e non riconoscendosi non riescono nemmeno a fare l’amore. Hanno agito per così tanto tempo pensando ad altri, che non ricordano più chi erano loro, da soli. Chi erano come coppia. Non ricordano cos’erano prima, e non ricordandoselo non sono riusciti ad evolvere insieme.

Ed è qui che entra in scena la distruzione di Israele.
Di pari passo con lo disfacimento del matrimonio di Jacob e Julia c’è lo disfacimento di un popolo. Potrebbe apparire come un qualcosa di scollegato, ma non lo è. Jacob tenta di ritrovare se stesso cercando una connessione con le proprie radici (non è infatti un vero ebreo praticante, al momento). Tenterà di trovare una strada per capire se stesso, per riscoprirsi, per ricrearsi, magari tentando di ‘attaccarsi’ al cugino venuto in visita…
La fine di Israele è un po’ il cancellare una possibilità di riconciliarsi col suo passato.

Safran Foer ha messo in piedi quello che forse è il suo lavoro più ambizioso.
C’è riuscito?
In parte.

Innanzitutto bisogna ‘avvisare’ che si tratta di un libro molto diverso dai primi due. In Ogni cosa è illuminata  e Molto forte, incredibilmente vicino c’era una sorta di componente fiabesca, poetica. Qui no. Qui, pur mantenendo alcune caratteristiche della sua scrittura, come i bambini ‘geniali’, la narrazione è in verità più cruda, più ‘realista’ in qualche modo. E con realista intendo una sensazione di disincanto nel raccontare, una narrazione più ‘fotografica’, e non un realismo delle cose raccontate. Ma questo non è un dato negativo, solo una constatazione.

Il problema è forse che l’autore tende a perdersi un po’.
Ci sono momenti in cui probabilmente viene messa troppa carne al fuoco e quindi qualcosa scappa dalle mani e diventa più ‘pasticciato’, una sorta di problema di gestione ‘del traffico’. Le linee narrative si intrecciano e ci scappa qualche momento in cui si ha difficoltà a capire dove si sta andando a parare, dove quel tutto risulta… troppo.

Detto questo, Eccomi rimane un grandissimo romanzo. Un romanzo fatto di relazioni che mutano perché le persone stesse sono mutate, volenti o dolenti. Un romanzo fatto di scelte che portano a conseguenze. Un romanzo che racconta un po’ la storia di ogni famiglia, coi figli che non vogliono essere come i genitori, con le radici che a tratti vorremmo estirpare e a tratti far rifiorire, con un matrimonio che si sente stanco, perché si è dato tutto, si è dato troppo, e a donare tutto per un unico scopo una persona perde la testa.

È anche un romanzo su molto altro. Sull’essere diversi, sul sentirsi a casa, sul sentirsi inadeguati, desiderati, abbandonati, amati.
È un romanzo troppo grande per essere ben commentato su un blog. E poi c’è da dire che ogni romanzo viene trasformato dal lettore che lo legge, e si da il caso che io abbia un figlio piccolo che tende a prosciugarti, quindi forse mi sono focalizzato sull’argomento che più mi vedeva coinvolto. O forse ho visto una storia che Safran Foer non aveva nemmeno considerato. O forse mi sono inventato tutto. Forse ne ho capito più di lui.
Forse è questo che dovrebbero fare i libri.

Eccomi
di Jonathan Safran Foer
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
672 pagine, 22,00 €, Guanda

Il gigante e il pettirosso

Ho un debole per i gialli alla Sherlock Holmes.
Intendo quei libri in cui i casi vengono risolti con l’intelligenza, con la furbizia, senza uso di armi e violenza e senza grandi scene d’azione.
Tra i miei preferiti in assoluto c’è Rex Stout, e il suo Nero Wolfe, anche perché dentro i suoi libri ci sono ottime pagine di cibo e orchidee, e la cosa non mi spiace affatto.
Mi piace il libro parlato, chiacchierato, che avanza per deduzioni e interrogatori, per qualche pedinamento, anche, ma per è poco altro. Forse perché io non sono molto bravo a parlare, ma ascoltare gli altri mi piace moltissimo.

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È stata quindi una piacevolissima sorpresa scoprire che il duo di detective ideato da J. K. Rowling, pardon! Robert Galbraith, sia composto da Cormoran Strike, veterano di guerra, e da Robin Ellacott, sua intelligente segretaria, ossia una coppia che si aggira tra casi misteriosi che necessitano di menti brillanti, non di muscoli in vista (sebbene Cormoran non sia certo mingherlino).

Che gioia aver trovato dei gialli british nell’anima, che mi ricordano illustri predecessori ma che sanno donare cose nuove, ambientati in luoghi nuovi, con nuove persone.

E che bello avere un giallo da risolvere (io, in verità, non lo risolvo affatto perché sono negato) ma anche una trama che prosegue di volume in volume e che ci racconta del privato di Cormoran e Robin, un privato che te li fa tremendamente amare, questi due detective.

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E poi è divertente sbirciare dentro il mondo della moda (nel primo volume, Il richiamo del cuculo), o dentro il mondo del ‘pettegolezzo letterario’ e delle case editrici (nel secondo, Il baco da seta).
È piacevole ammirare un’assistente come Robin, che sa guidare come un pilota professionista, che è intraprendente e capace, che sa essere una persona normale e allo stesso tempo un modello da seguire.
È bello, in somma, avere un nuovo detective a cui potersi affezionare, del quale aspettare con ansia una nuova avventura, da citare come esempio quando di arguzia e incorruttibilità!

È bello avere Cormoran e Robin. Ecco. È estremamente bello e non c’è altro da aggiungere. Perché a volte i libri devono essere ‘semplicemente’ piacevoli e saper ‘semplicemente’ regalare delle ore di divertimento e buona compagnia.

Che bello che ci siano questi libri!

Il richiamo del cuculo
di Robert Galbraith
Traduzione di A. Casella e A. Ragusa
560 pagine, 12,00 €, Salani

Il baco da seta
di Robert Galbraith
Traduzione di A. C. Cappi
555 pagine, 12,90 €, Salani

Tornare a St. Oswald

Tornare a leggere Joanne Harris è per me un tornare a casa. Sempre.
So che, una volta avviatomi in quel percorso che porta da pagina uno a pagina ‘ringraziamenti’ (la Harris li mette sempre, così come sempre ringrazia tutta la filiera del libro, compresa i lettori), posso essere sicuro di trovare una storia scritta bene, ricca di spunti e di inventiva e che ogni volta, in qualche modo, sa stupire. Questo è vero soprattutto quando si parla dei suoi thriller psicologici, sempre contraddistinti da un colpo di scena costruito con mattoni di false messe a fuoco e di uso coscienzioso della lingua (che in qualche modo risulta meno ‘divertente’ in italiano).
La lettura de La classe dei misteri era quindi una scelta sicura, e obbligata, per il mio desiderio di belle storie. Anche perché quello che in qualche modo è il suo prequel, La scuola dei desideri, è forse il libro della Harris che apprezzo maggiormente.

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Eppure è riuscita a stupirmi ancora. Di più. Più di quanto mi aspettassi.
Non tanto per il colpo di scena, che sapevo sarebbe spuntato in qualche punto, ma perché è riuscita a dare voce al vecchio professor Straitley in maniera ancora più convincente, più pregnante che nel precedente episodio.
E poi perché, al di là del thriller (una storia divisa tra passato e presente, con ex studenti e nuovi dirigenti), ha saputo scrivere una grandissima storia sulla scuola e sui mutamenti che sta vivendo.

È probabilmente questo il grande pregio de La classe dei misteri: una profonda conoscenza di questa grande macchina che è l’istruzione e la consapevolezza che qualcosa sta cambiando, che qualcosa sta evolvendo, e che non tutti vogliono (possono?) cambiare. Che non sempre cambiare è giusto. Che non sempre restare immobili è giusto. Che la scuola è sempre un esercizio complicato. Che niente è sicuro.

Ma che cosa è giusto?
Cosa è sbagliato?

Ci sono molti momenti, in questo romanzo, che provocano una gran rabbia. Rabbia verso alcuni personaggi, certo, ma che riassume la rabbia, e spesso l’impotenza, verso alcuni pensieri condivisi anche da chi ci sta attorno, da chi ci sta vicino nella vita reale. Sono molte le pagine, infatti, dedicate all’omofobia e al bullismo e al modo in cui questi problemi potrebbero essere affrontati in un istituto scolastica, in un istituto dove magari potresti essere stato tu, o potrebbe andare tuo figlio.

Ma… ancora, qual è il modo giusto per fare le cose? Esiste?
E quello sbagliato?
Stiamo solo invecchiando e non capiamo il presente?
Oppure sono gli altri a non capire?
E se nessun modo di agire fosse corretto?

Sono domande che mi sono posto spesso, durante la lettura. Anche perché la Harris gioca sul doppio, sulle maschere, sulle finzioni, quindi viene naturale chiedersi cosa sia vero e cosa sia giusto.

Viene anche naturale, però, decidere che posizione prendere, stabilire da che parte stare.

E forse è questo il pregio di un libro come La classe dei misteri, farti intuire che è estremamente importante prendere una decisione, la decisione più coerente col tuo essere. Non puoi (non devi!) stare a guardare sperando che tutto passi, sperando che niente colpisca te. Solo prendendo posizione si può davvero tentare, sperare, di fare qualcosa. Perché se non si fa niente, alla fine la piena travolgerà anche te.

La classe dei misteri
di Joanne Harris
Traduzione di Laura Grandi
480 pagine, 18,60 €, Garzanti

La nostra memoria

Shakespeare si sbagliava.

Siamo fatti di memoria. Non di sogni.

Pensateci un attimo.
Siamo il frutto del nostro vissuto. Ogni scelta che compiamo la facciamo in base a pensieri che sono nati seguendo le tracce di ciò che ci ha portato fin qui.
Amo leggere perché mi ricordo che quando ho letto Quel libro ho provato determinate emozioni. Amo il Natale perché mi ricordo i Natali passati in famiglia. Amo il bosco perché mi ricorda la mia infanzia. Amo Lione perché mi ricorda di tanti ricordi. Facciamo sogni in base a quello che ci ricordiamo di aver amato, passato, vissuto, mangiato, bevuto, visto.

Solo che la memoria non è la storia.
La memoria è la nostra percezione della storia che abbiamo vissuto.
Quindi, in un certo senso, siamo frutto di errori. O di possibili errori.

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La memoria è la protagonista di La memoria di Old Jack. La memoria di Old Jack, non Old Jack. Lo dice anche il titolo. E infatti per tutto il testo noi usciamo dal quotidiano di Jack, per entrare nella sua storia. Anzi, no. Non nella sua storia, ma nei suoi ricordi, ossia nella sua versione della storia.

È un po’ come nuotare in un mare leggermente mosso, leggere questo libro. Perché sebbene ci si possa sbracciare, sono le onde a dettare i ritmi, i movimenti. Ed ecco quindi che per un momento siamo nel presente e poco dopo nel passato. Poi di nuovo nel presente e successivamente si ritorna nel passato.
Si va e si viene.
E in questo andare e venire si scopre chi è Jack. Chi è stato e chi è diventato. Tutto grazie ai ricordi. Alla memoria.

Dopo averne molto sentito parlare mi sono finalmente deciso a leggere un testo di Wendell Berry.
Non so se questo sia stato il romanzo giusto per cominciare, di certo ha saputo regalarmi questa idea che non ha propriamente a che fare con le vicende narrate nel libro, ma più nel modo in cui la narrazione è gestita. Questo balzare avanti e indietro. Questo rimanere impantanati in quello che è stato.

E allora eccomi che ringrazio Berry per quello che mi ha donato, ossia il dubbio che la vita sia basata su un malinteso. Perché… se i ricordi fossero falsi? O meglio, se i ricordi che possiedo fossero (e probabilmente lo sono) non del tutto veritieri? Se il mio ricordo di qualcosa fosse storpiato dal mio sguardo? Allora potrei sbagliarmi su molte cose. Allora, forse, varrebbe la pena di rivangare il passato con uno sguardo diverso, più mite e meno interessato. Forse varrebbe la pena di ripensarsi. E non è un buon augurio, quello di ripensarsi, quando un nuovo anno sta per iniziare?

La memoria di Old Jack
di Wendell Berry
Traduzione di Vincenzo Perna
240 pagine, 19,50 €, Lindau

Movimenti

Non amo molto leggere autori autopubblicati. Non perché io creda che non abbiano talento, sicuramente qualcuno di loro ne ha da vendere, ma perché credo che certe cose non siano un diritto. È un diritto scrivere, ma non è un diritto venire pubblicati.
C’è poi da dire che io in primis, in quanto aspirante autore, non mi sento mai legittimato davvero a ‘vendere’ qualcosa che ho prodotto interamente io, se non c’è qualcuno (teoricamente autorevole) che dica: “sì, ne vale la pena”.
Questo per dire che faccio fatica a scegliere qualcosa in quell’oceano che è l’autopubblicazione, e quindi preferisco non scegliere nulla.

Questo succede pure quando gli autori stessi mi contattano. In genere (e me ne scuso) non rispondo o dico no. Ho sempre meno tempo per la lettura e dover leggere cose che non mi ispirano o che hanno un’alta percentuale di essere ciofeche (non perché tu sia necessariamente incapace, ma perché se tutti pubblicano per forza di cose è difficile trovare qualcosa di buono) non mi alletta.

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Con Vanessa Chizzini però è successa una cosa: si è dimostrata competente. Ha dimostrato di essere una lettrice attenta ai contenuti del mio spazio web, mi ha dato informazioni su di sé e sul testo che mi hanno fatto capire che lei poteva essere una persona capace. E quindi devo ringraziarla, oltre che per avermi fatto scoprire il suo libro, anche per consentirmi di dire che: ragazzi, non sono una onlus per autori esordienti, se volete farvi leggere dimostrate anche a noi blogger che vale la pena dedicarvi del tempo.

Lei l’ha fatto.
E ora che ho completato la lettura (scusa la lungaggine, Vanessa) posso dire che ne è valsa la pena.

La vertigine del caso è in verità la raccolta di due romanzi (L’eleganza matta e Vertigini e stravedimenti) che però hanno gli stessi tre protagonisti: Mic, Sam e le cabine spalmacrema.
Ecco, io direi di partire da queste ultime.

Le cabine spalmacrema sono delle cabine, appunto, che ti spalmano automaticamente la crema solare. (Io le proverei subito perché odio impiastricciarmi le mani!)
Sono un po’ il perno su cui ruotano queste due storie, che potremmo anche definire storia unica perché il viaggio che il lettore affronta, un po’ come il viaggio dei protagonisti, è un percorso sì a tappe, ma continuo. Con al centro appunto questi oggetti futuristici, che non offrono risposte o guizzi particolari alla trama… offrono piuttosto occasioni, punti di osservazione.
E questo percorso che noi compiamo, che i protagonisti compiono, non ha mete vere, se non forse il capire un po’ più se stessi attraverso la conoscenza di molti personaggi.

Sono i personaggi, infatti, il vero tesoro di questo testo.
Personaggi bizzarri, pieni, felici, casinisti, profondi, sensibili…
Nella sinossi si parla del libro come di romanzo che sconfina nei racconti e nella poesia. Ecco, direi che è anche una sorta di catalogo, di raccolta di fotografie che inquadra famiglie, donne, uomini, realtà, città. Magari catturati in momenti peculiari, in situazioni bizzarre e/o assurde, eppure così vivide e cariche da ammaliare, in qualche modo, la protagonista e noi.

Del resto, non è ciò che ci circonda che definisce anche noi?
E noi non riusciamo a definirci meglio osservando quelli che ci circondano?

Con una scrittura davvero ottima, Vanessa Chizzini ci racconta una storia allegra, divertente, capace di donare input al lettore senza che questo se ne accorga.

In somma, oltre ad avermi regalato dei bei momenti di lettura, questo libro mi ha donato pure speranza nell’autopubblicazione.
E ovviamente, insieme agli auguri di Natale, faccio anche molti in bocca al lupo a Vanessa.

p.s. vi lascio pure il link al blog dell’autrice, in modo che possiate raccogliere tutte le info di cui necessitate e che io non ho saputo darvi.