ALongTail: Viaggiare per cambiare

Lo si dice spesso, no? Che viaggiare arricchisce. Viaggiare fa ampliare la tua mente, ti fa conoscere nuove culture, nuove idee, nuovi ritmi. Viaggiare, in pratica, ti cambia.

Lo sa bene Nils, che nel suo meraviglioso viaggio sembra aver accolto i consigli che i turisti più avventurosi e incalliti continuano a darci: partire senza averlo programmato e senza aver pianificato nessun itinerario, visitare più luoghi possibili e mescolarsi agli abitanti del luogo per conoscergli meglio. Un viaggiatore perfetto, in somma, ma con un piccolo particolare: gli abitanti che incontra sono animali e l’avventura è forse più avventurosa del previsto.

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È proprio un viaggio improntato al cambiamento, quello di Nils. Un cambiamento radicale e fisico.
Lui è un ragazzino pestifero, che da tanti dispiaceri ai genitori e che non sa rapportarsi cordialmente con gli altri, nemmeno con gli animali, tanto che un folletto lo trasformerà in un essere minuscolo per dargli una lezione. Una volta trasformato, ma non ancora resosi conto delle sue nuove inabilità, Nils si unirà al papero domestico Marten e a un gruppo di oche selvatiche e attraverserà tutta la sua terra, la Svezia, per riuscire, in fine, a tornare un umano vero.

Sarà un viaggio davvero lungo, il suo (ben 520 pagine), che attraverserà tutta la sua patria. Una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe che si rivela una meticolosa esplorazione capace di unire i miti alla geografia, all’economia e alle scienze sociali.
Selma Lagerlöf, infatti, qualche anno prima di diventare la prima autrice donna a vincere il premio Nobel, aveva ricevuto la richiesta, da parte dell’Unione Insegnanti Svedesi, di scrivere un libro per le scuole elementari che con “fantasia, avventura e gioco” facesse accrescere le conoscenze dei bambini “senza che se ne accorgano”.

La Lagerlöf fece una cosa molto intelligente e decise di partire dai miti e dalle leggende che erano fortemente connesse con la sua terra. Prense manciate di fiabe e racconti popolari e li intrecciò insieme fin dall’inizio, quando Nils, come detto prima, da fastidio a un folletto che, per punizione, lo trasformerà.

Il meraviglioso viaggio del minuscolo bambino diventa quindi un lungo apprendistato della sua terra. Nel percorso che lo porta dal suo villaggio natale fino alla Lapponia e ritorno incontrerà molti animali e molte città, imparerà storie a non finire e conoscerà tradizioni, usi, costumi e attività economiche di tutti i luoghi che visiterà.
Ma non solo! Nils imparerà l’umiltà, il valore dell’amicizia, e capirà che il rispetto lo si guadagna con le buone azioni.

Il romanzo diventa quindi un racconto di formazione a tutto tondo: personale, ovviamente, ma anche culturale, sociale e nazionale.

Non per questo, però, il romanzo risulta meno adatto ai lettori non svedesi, anzi. Ci sono delle grandi tematiche che attraversano tutto il libro senza, come richiesto dall’Unione Insegnanti, risultare troppo visibili.
Al di là della maturazione personale del ragazzo, infatti, quello che a fine lettura traspare è un grande inno alla natura stessa. Al paesaggio, agli animali, alle creature tutte che creano un mondo non perfetto, ma sicuramente spettacolare in ogni suo anfratto. Un inno al rispetto della natura, del mondo che ci ospita. Un incoraggiamento ad essere amici della terra, ad esserne protettori, perché solo aiutandola anche lei ci darà qualcosa in cambio. Non è un caso, infatti, che lungo il suo percorso Nils venga aiutato, di volta in volta, da quegli animali che aveva aiutato in precedenza.

Ma è anche un inno all’ingegno umano.
Gli uomini, per tutto il libro, dimostrano di essere capaci di trovare qualcosa di buono in ogni situazione, in ogni luogo. Non semplicemente a livello ‘spirituale’, ma proprio a livello fisico-geografico. Gli uomini sanno ambientarsi ovunque ma sanno anche usare quello che ogni territorio offre.
Poi, certo, bisognerebbe imparare ad averne maggiore cura e a ‘sfruttarlo’ il giusto.

Chi è piccolo e ingegnoso può risolvere molti problemi.

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson viene consigliato come lettura per i bambini a partire dai dieci anni. In verità, però la sua particolare struttura narrativa lo rende un libro che può essere letto davvero a molte età differenti.
È un volume dalla mole piuttosto importante, quindi potrebbe scoraggiare i più giovani, ma allo stesso tempo è diviso in molti capitoli, e ogni capitolo potrebbe quasi essere letto come un racconto a sé stante, perché narra di un particolare luogo, o di una particolare storia. Diventa quindi un libro facile da ‘spezzare’ e gustare a piccoli bocconi.
Come dicevo prima, è una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe.
Dall’altra parte, invece, per i ragazzini un po’ più grandi può rappresentare una bella sfida capace di dare grandi soddisfazioni. La storia è avventurosa, simpatica, giocosa e a tratti toccante, ma facile da affrontare. E quale grande gioia scoprire di essere arrivati alla fine di ben 520 pagine?

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson è, in somma, un bel libro capace di regalare avventure e riflessioni, ma anche, perché no?, di farci conoscere un luogo che non conoscevamo e a farci capire che ogni uomo, ogni terra, ogni animale, è legato agli altri dalle storie che raccontiamo e che il raccontarcele ci fa crescere e ci fa conoscere e ci fa diventare migliori.

Il ragazzo non aveva mai creduto né capito che le parole potessero essere combinate in modo da avere il potere di commuovere e incoraggiare e allietare come quelle.

***

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson
di Selma Lagerlöf
Traduzione di Laura Cangemi
520 pagine, 18,00 €, Iperborea

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Se anche i caprioli belli muoiono

Ma quanto è poetico un titolo come La morte dei caprioli belli?
Quante poesie potrebbe ispirare questa breve fila di parole?
È meraviglioso e struggente. Dona un’immagine vivida di quelle bestie leggiadre, slanciate, agili ed eleganti, un capolavoro della natura. E allo stesso tempo ne dichiara la fine.
Si potrebbe piangere, su un titolo così.

La stessa bellezza e lo stesso struggimento, accompagnati anche da una certa vena comica, si ritrovano nei capitoli (ma potrebbero benissimo essere considerati racconti) che costituiscono il romanzo di Ota Pavel.

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Nell’ultimo incontro che ho tenuto col mio Bookclub abbiamo speso qualche battuta a parlare del come avessi scelto quasi sempre libri in qualche modo tristi, il cui apice era stato raggiunto proprio in quell’occasione con Bambini nel tempo.
Non ci avevo mai pensato prima ma, in effetti, a parte forse un titolo, delle sette letture proposte quasi tutte racchiudevano in sé, per i motivi più disparati, un cuore di tristezza.
Qualcuno ha supposto che il gene della tristezza potrebbe essere insito nella grande letteratura. Non aveva, in effetti, tutti i torti. Non tanto perché la grande letteratura non possa essere divertente (vi dicono niente J. K. Jerome e Mark Twain?), ma piuttosto perché siamo naturalmente portati a riflettere molto di più sulle cose brutte rispetto a quelle belle. Del resto, se una delle teorie esposte da Jonathan Gottschall ne L’istinto di narrare fosse vera, cioè che la narrazione potrebbe essere un esercizio per imparare ad affrontare il mondo, allora la spiegazione è semplice: preferiamo le narrazioni sul male, sulla tristezza, perché il dolore ci fa paura e dobbiamo capire come affrontarlo, mentre la risata no.

Ma è così difficile trovare qualcosa che sia divertente e anche, in un qualche modo, grande?

Non lo so. Non so se sia davvero più difficile o se sia semplicemente una mia propensione, quella di scovare testi cupi piuttosto che solari.
Mentre stavo riflettendo su questo, però, mi sono ricordato del primo capitolo di un libro che avevo iniziato e poi lasciato lì, sommerso da altre letture più impellenti.
Si trattava proprio de La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel.
Quel primo capitolo che avevo letto tempo prima mi si era fissato nella memoria. Perché era buffo, era divertente, ma trasmetteva qualcosa che andava oltre la risata e si avvicinava ‘paurosamente’ alla vita. Non era, in pratica, un libro fatto solo per ridere, per evadere, ma della gioia ne faceva un punto di forza. Così l’ho ripreso in mano e mi sono messo a leggere per bene.

È stata una graditissima sorpresa e penso proprio che lo proporrò al gruppo di lettura, la prossima volta che ci incontreremo, sperando di scrollarmi questo mantello di tristezza.

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Ota Pavel

In verità non lo si può definire davvero un libro divertente, perché non è solo quello. Tra le sue pagine si racconta la vita quotidiana della famiglia Popper, una vita fatta di alti e bassi e anche di bassissimi, perché sono ebrei e hanno la sfortuna di vivere nel periodo della seconda guerra mondiale, con tanto di visita ai campi di concentramento. Una cosa non immediatamente collegabile alle risate, insomma.
Ma non si può nemmeno dire che si tratti di un libro triste, anzi! È un libro che ti fa molto sorridere e riesce a donare molta allegria, perché a farla da padrona sono scene umoristiche, a tratti assurde, così spensierate e… azzurre!

Sì, azzurro. Credo possa essere un aggettivo perfetto per definire questo libro.
Come la sua copertina.
Perché questo libro è come un cielo primaverile, terso, gioioso, leggero, che dona speranza e belle sensazioni. Ma il cielo è grande e può incupirsi in un attimo. Solo che l’azzurro è sempre là, sotto i nuvoloni c’è l’azzurro anche se noi non lo vediamo.
Ecco, La morte dei caprioli belli racconta la storia di un famiglia, ponendo particolare attenzione nella figura del padre, una persona che sa sempre ricordarsi dell’azzurro dietro le nuvole.

La morte dei caprioli belli è un’ode alla vita. È indubbio che queste pagine ne siano una celebrazione. Il romanzo non tenta infatti di nascondere le brutture di un’esistenza che, tra le sue mille peripezie ha la sfortuna di svolgersi durante la seconda guerra mondiale. Non vengono taciuti i momenti di povertà, di difficoltà più ‘normali’ e si racconta dei fratelli mandati nei campi di concentramento e dell’antisemitismo (sebbene non si approfondisca mai troppo). Non è però questo il focus del testo. Il cuore di tutto è invece il padre, quest’uomo sempre entusiasta, che fino alla fine dei suoi giorni traboccherà di fantasia e voglia di fare e amore per le belle donne. Un padre che pur cadendo mille volte non si arrende mai e anzi, ne pensa una più del diavolo.

Nella postfazione al libro Mariusz Szczygiet dice che un suo amico ha definito il romanzo di Pavel come “il libro più antidepressivo del mondo”.
Non so se sia davvero così, perché un velo di dispiacere lo si riesce lo stesso a intravedere. Di certo, però, in questa storia non ci si abbatte.
Ed ecco allora che una sventura è solo una possibilità di rilanciarsi. Un’affare nato male è solo un suggerimento a usare di più la fantasia.
E una buona giornata è fatta per andare a pescare, non per altro.
Ci sono sì dei momenti in cui bisogna arrendersi, ma senza mai farlo completamente e solo per rialzare la testa appena possibile.

Se anche i caprioli belli alla fine muoiono, come possiamo sperare noi, scimmie spelacchiate, di fare altrimenti? Come possiamo noi, creature dai troppi pensieri, non concentrarci su questa fine, non riflettere continuamente su di essa?
Non possiamo. Non possiamo smettere di preoccuparci della perdita, della conclusione. Non possiamo fare a meno di interessarci alle storie tristi, perché abbiamo paura di esse.
Ma possiamo pure concentrarci sui giorni che abbiamo. Possiamo cercare di imparare a soffermarci maggiormente su quello che c’è prima della fine. Possiamo avanzare in questo cielo grigio con la consapevolezza che dietro le nubi ci stia l’azzurro, e che basta salire più in alto per averne conferma.
Possiamo fare come il papà di Ota Pavel.

Vorrei poi concludere riportando un pensiero che Szczygiet aveva trovato nella casa di Ota Pavel, proprio nella parete dedicata alle foto. Mi sembra un modo giusto per chiudere questo post e per riassumere una lettura così… azzurra.

Essere capaci di far festa. A qualsiasi evento della vita. Senza aspettarsi che qualcosa di vero debba ancora venire. Perché non è detto che ciò che è vero non stia accadendo in questo preciso istante, e che in futuro non succederà niente di più bello.

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La morte dei caprioli belli
di Ota Pavel
Traduzione di Barbara Zane
160 pagine, 13,50 €, Keller Editore

 

#ATailOfTales: Julio Cortázar

Iniziare questa rubrica dedicata allo ‘scoprire’ autori considerati mostri sacri attraverso un loro racconto breve è stato piuttosto facile: la mia scrittrice preferita è Virginia Woolf e, guarda caso, la Woolf ha scritto giusto un paio di racconti indirizzati proprio a bambini e ragazzi. Non sono il meglio della sua produzione, però sono indirizzati a un target piuttosto giusto e offrono un modo inedito per avvicinarsi al personaggio.
Facile.

Ma quale autore trattare poi?
Ho sempre ritenuto che l’ideale fosse seguire il proprio cuore, perché sono piuttosto convinto del fatto che la passione possa trasparire e contagiare. Il problema è che spesso gli autori ‘per adulti’ hanno dato alle stampe lavori che, effettivamente, potrebbero pure scoraggiare un ragazzo che fino a due settimane prima leggeva solo Geronimo Stilton. Senza contare, poi, che non tutti i grandi autori si sono dedicati alla short-fiction.

Non lo nego, una volta considerato l’affetto, il mio cuore ha estratto piuttosto velocemente il nome di Julio Cortázar.

Quello con Julio è stato un incontro casuale, durante un gruppo di lettura online, che mi lasciò, sul momento, abbastanza perplesso. Avevamo letto Bestiario, la sua prima raccolta di racconti, e dentro ci avevo trovato grandi sorprese e alcune cose che non capivo benissimo. Però, più passavano i giorni e più pensavo a quelle creazioni, e più ci pensavo, più mi veniva da ritornarci. Ed è questo l’amore, no? Una cosa che non si capisce del tutto ma alla cui fonte non si può fare a meno di pensare costantemente.

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Tra gli aspetti che più mi piacciono di Cortázar c’è la sua capacità di creare storie surreali, fantastiche, spesso senza metterci dentro nessun elemento fantastico, ma giocando sapientemente con ‘oggetti’ reali.
Si pensi per esempio al famosissimo Casa Occupata, dove si suggerisce qualcosa, ma in verità tutto è giocato sulla suggestione, oppure ad Autostrada del Sud, dove gli automobilisti rimangono bloccati per un tempo lunghissimo nel traffico e questo provoca una serie di azioni/reazioni anche ‘tragiche’. O a quello che forse è il mio racconto preferito, Estate, dove a portare scompiglio è un cavallo, un semplice cavallo.
Certo, il buon Julio ha scritto anche cose ben più ‘fantasy’, tipo coniglietti rosa vomitati da un signore a modo, ma trovo che i suoi racconti surreali basati su elementi realissimi siano in qualche modo più interessanti, perché mostrano un talento enorme nel combinare cose apparentemente distanti al fine di realizzare un racconto dalla lama affilata.

Ma quale racconto di Cortázar suggerire? Ne ha scritti molti e molti sono ottimi. Alcuni li amo di quell’amore folle che ti porta a compiere gesti estremi (leggasi: spendere cifre folli nella sua bibliografia). Ma sarebbero stati adatti? Perché un racconto è una bestia difficile, bisogna capire bene quanto c’è scritto e aggiungerci parecchio di tuo. E Julio non è sempre immediato. Ma se non è piuttosto immediato e non ha qualcosa che potrebbe risultare in linea con un ragazzino, allora c’è il rischio di ottenere solo noia, per quanto possa essere una noia piuttosto bizzarra.

Alla fine la mia scelta è caduta su Bestiario, il racconto che da il titolo all’omonima raccolta e che ha il compito di chiuderla.

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Bestiario racconta di una ragazzina che, per l’estate, si trasferisce nella casa di amici di famiglia. È una sorta di vacanza per lei, ma allo stesso tempo non completamente disinteressata in quanto dovrà fare compagnia a un ragazzino più piccolo. Poco male, perché i due si trovano simpatici e la casa è in un bel posto e insieme combinano tante cose interessanti.

A rendere particolare il posto ci sono però due cose.
La prima è la figura del Nene, un uomo poco simpatico, poco incline alla gentilezza, anzi piuttosto scorbutico e che ha dei momenti di eccesso e ‘violenza’.
La seconda è la tigre. La tigre si aggira per la casa e la tenuta tutta e per muoversi da un posto all’altro bisogna prima essere sicuri di dove si trovi esattamente il grosso felino, in modo da non doverselo trovare davanti e correre così il rischio di venire divorati.
Mano a mano che si prosegue con la storia si capirà che il Nene, appunto, non è una bella persona (anzi, forse è lui la vera bestia del racconto visto che, tutto sommato, la tigre lascia vivere tutti in una relativa pace) e si arriverà a una conclusione che oserei etichettare come vendicativa.

Questo racconto lo trovo particolarmente adatto per i ragazzi di circa dodici-tredici anni. È l’età in cui si comincia ad avercela col mondo. I professori non capiscono, i genitori non capiscono, gli adulti non capiscono, mettono anzi i bastoni tra le ruote ai sogni, ai desideri, alle voglie. È anche l’età in cui si iniziano a capire le storture del mondo, le brutture più o meno grandi di cui si è vittima, ed ecco allora che cresce dentro di sé un senso di impotenza e un senso di rabbia che non riescono ad essere sempre controllate.
Non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti, quindi si vorrebbero fare determinate cose ma non si hanno le capacità o, peggio, non si ha il permesso per farle. Si vorrebbe ribaltare il mondo! Ma non è consentito.

Ecco, per me Bestiario è una sorta di sfogo a questa rabbia, a questo desiderio.
Per me Bestiario è la possibilità di ribaltarlo, questo mondo.

Il racconto non è mai crudo e anzi è piuttosto delicato nel suo incedere tra giornate di caldo e catture di formiche e giochi con la palla. Ma in quell’idillio piano piano emerge il losco figuro, la bruttura del mondo, che si accanisce su chi non lo merita, su chi è debole, su chi non può difendersi.
Alla fine, però, c’è la vendetta. C’è lo sfogo a tutte queste ingiustizie e ci scappa un sorriso di, non dico approvazione, ma almeno di appagamento nei confronti di chi è stato capace di rimettere le cose a posto.

Bestiario però è anche un grande esercizio di concentrazione.
A differenza de La Vedova e il Pappagallo, questa non è una storia pensata per ragazzini e non si rende semplice. Racchiude anzi alcuni elementi chiave della narrazione breve, ovvero la richiesta di grande attenzione da parte del lettore, che deve leggere tentando di cogliere più particolari possibili e, sempre al lettore, viene chiesta molta fiducia, perché in un racconto come questo l’appagamento avviene solo quando si raggiungono le ultime righe. Perché il bello dei racconti è anche questo, e cioè che alcuni elementi che non si riuscivano a collocare durante la lettura, improvvisamente hanno senso non appena si conclude e tutto viene visto in un’ottica diversa. Allora ti porta a pensare e a porti domande: “ma quindi questo era lì per tal motivo? Ma è stata davvero lei? Ma quindi sapeva? Ma quindi avevo capito giusto? Ah, ma allora era come supponevo!”

Che poi sono queste le cose importanti, no? I veri regali che la letteratura sa fare: le domande.

E di domande, a voler insistere, ce ne sarebbero tante da fare. Chi è davvero il Nene? E perché si comportava in quel modo? E cosa ci faceva la tigre, lì? E questa vendetta finale, se davvero vendetta è stata, è giusta?

Ah, le domande! Leggete questo bel racconto e poi ditemi che domande vi siete posti a lettura ultimata.

***

Bestiario, all’interno di Bestiario, di Julio Cortázar
Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto
156 pagine, 11,00 €, Einaudi

ALongTail: Alla ricerca dei propri simili

Se chiedeste a mia mamma quale fosse il cartone animato che più amavo da bambino, probabilmente vi risponderebbe La Spada nella Roccia.
È vero, amavo quel lungometraggio e lo guardavo di continuo. C’era Merlino con la sua magia strampalata che lo porta a Honolulu in bermuda dalla fantasia floreale, Anacleto e il suo continuo bofonchiare irritato, la splendida, meravigliosa, unica! Maga Magò. Lo amavo, sì. Lo amo ancora, a essere sinceri. Però mia mamma commetterebbe un errore, perché confonderebbe “quello che amavo di più” con “quello che amavo di più tra quelli che possedevo” (in VHS, tra l’altro). Perché la verità è che il film d’animazione che mi piaceva più di ogni altro era uno che non si trovava in nessun negozio e le uniche volte in cui potevo vederlo coincidevano con le scarse visite alla videoteca del paese dove, se era disponibile, potevo finalmente noleggiare L’Ultimo Unicorno.

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Ah! Com’era bello quel film! Com’è bello pure adesso! Un gioiello per ogni età, anche perché è un film per bambini ma allo stesso tempo non del tutto. La storia che tratta ha momenti così fini e profondi che solo l’età adulta può farti apprezzare. E infatti non finivo mai di noleggiarlo e guardarlo, anche col passare degli anni. Figurarsi poi la mia gioia nello scoprire che alla base di quella storia c’era un romanzo scritto da un certo Peter S. Beagle.

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È interessante come in Italia questo titolo sia passato praticamente inosservato. Non è pubblicato da un grosso editore, ma da Kappa Edizioni (una casa editrice che pubblica cose stupende ma che nasce dai fumetti, anzi, dei manga), e al momento è pure fuori catalogo.
Credo che in pochi lo conoscano e soprattutto per via di quel film.
Eppure si tratta di un romanzo che ha venduto cinque milioni di copie nel mondo e inserito da Locus, nel 1987 (il libro è del 1968), alla quinta posizione di una lista dei trentatré migliori romanzi fantasy di tutti i tempi. Non esattamente “l’ennesimo romanzo fantasy”, diciamo.

La storia, un incrocio di fiaba, narrativa cavalleresca, la classica ricerca e il romanzo di formazione, racconta di un unicorno femmina che scopre di essere l’ultima della sua specie. Grazie a una piccola creatura che cita Shakespeare scopre che i suoi simili non si sono estinti come creduto inizialmente, ma giacciono intrappolati da qualche parte e decide quindi di abbandonare per la prima volta i suoi boschi e affrontare un viaggio che la porterà nei regni degli uomini. Durante questo viaggio troverà compagnia in un mago poco capace di nome Schmendrick e in Molly Grue, la sfrontata e agguerrita moglie di un bandito dei boschi avido di canzoni che lo riguardano. Tra mille peripezie e pericoli, come il circo di Mamma Fortuna, una vecchia strega che tiene in gabbia stanche illusioni e una creatura che sarà causa della sua morte, magiche apparizioni di eroi letterari, re crudeli e principi innamorati, alla fine l’unicorno dovrà affrontare un essere fatto di puro terrore, il temibile Toro Rosso.

Come dicevo prima, la storia non è un fantasy classico, specialmente nello stile con cui è scritto, che mescola il racconto di ricerca con la fiaba e, allo stesso tempo, si prende gioco del racconto di fate stesso per creare una sorta di meta-testo che sa di essere una fantasia ma che proprio per questo sa di essere tremendamente reale.

Molly disse: “Se Lir è l’erore, lei che cos’è?”
“Questa è una cosa diversa. Haggard, Lir, Drinn tu e io… noi siamo in una favola, e dobbiamo andare dove ci porta. Ma lei è reale. Lei è reale.”

Inoltre, durante tutta la lettura si è pervasi da un senso di estatica bellezza che traspare dalla magnifica scrittura di Beagle e dal fulgore di una creatura immortale come l’unicorno, che si muove e parla su un altro piano rispetto agli umani, ma allo stesso tempo ci accompagna anche un senso di tristezza, di angoscia, dovuti al senso di impotenza e smarrimento davanti a tanta magnificenza.

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In un’intervista che ho trovato, Beagle racconta che sono tante le persone che lo avvicinano per dirgli che il suo romanzo ha significato molto per loro, perché hanno saputo riconoscersi nelle vicende di quell’unicorno solo in cerca di un senso di appartenenza, e ognuna di queste persone riporta un diverso tipo di solitudine da cui sta fuggendo.
È vero, in effetti. La storia dell’unicorno in cerca dei suoi simili può essere declinata in mille sensi e, in fondo, è uno degli scopi della letteratura, no? Il saperci rendere protagonisti, in qualche modo. Il saper accogliere le nostre pene e condividerle e trasformarle. È quindi facile che in molti si possano riconoscere nell’opera di Beagle.
Per esempio, leggendolo ora e sapendo che in qualche modo ne avrei poi parlato qui, non ho potuto fare a meno di legare la figura dell’animale immortale protagonista della storia a quella di un pre-adolescente, un’accoppiata che a parer mio si sposa benissimo.

Quando si inizia a crescere si inizia anche a pensare di essere “diversi” e, in qualche misura, “speciali”.
Da piccoli non c’è quest’idea. Si gioca insieme, c’è chi ti sta più antipatico e chi ti piace, ma trovi sempre qualcuno con cui passare il tempo e non ti poni grandi domande su te stesso. Mal che vada, poi, ci sono la mamma e il papà. Quando invece si hanno undici/dodici anni, si inizia a prendere coscienza in maniera più o meno profonda della propria esistenza e di come la realtà funzioni, e si inizia a capire di essere diversi dagli altri. Questo per mille motivi, ovvio, ma comunque si capisce che siamo unità a sé stanti. A volte la cosa ci renderà anche felici, perché gli umani sono portati a pensare di essere più speciali degli altri (inutile che lo neghiate, tutti noi leggendo qualche commento sui social ci troviamo a pensare di essere più svegli, o più capaci, o più intelligenti degli altri). C’è chi si vedrà più bello, chi più intelligente, ecc. C’è chi si vedrà anche più brutto, o più qualcos’altro, ma qualche connotazione positiva la riusciamo comunque a trovare perché è un modo per “scusare” lo scherno degli altri, o una nostra stranezza, o un momento di solitudine.
Lo si fa inconsciamente magari, ma lo si fa, e in giovane età questo ci porta anche a sognare in grande stile, giusto?
Ci si ritiene in qualche modo diversi, speciali, proprio come l’unicorno: una creatura magnifica, eterna, eterea, splendente.

Ma proprio come l’unicorno, che fino a quando non gli viene fatto notare da altri nemmeno si accorge di essere rimasta sola, ecco che un ragazzo che scopre di essere unico vuole, in qualche modo, fare parte di un gruppo. Per davvero. È l’età in cui si inizia a cercare un famiglia fuori da casa, amici che sappiano capirti e non semplicemente giocare con te.
Proprio come l’unicorno si mette a cercare i suoi simili, così fa un ragazzo. Vuole un gruppo che in qualche modo lo rappresenti, che lo faccia sentire bene, dove sappia esprimersi e venire ascoltato.

Quando si cerca, però, e si fatica a trovare, c’è il rischio di accontentarsi di un falso.

A un certo punto della storia, l’unicorno si troverà in pericolo e Schmendrick, in uno dei suoi rarissimi momenti di vera magia, tramuta il mitologico animale in una donna, Lady Amalthea. Più Amalthea rimane umana, però, e più sembra dimenticare chi fosse prima e cosa stesse davvero cercando nel mondo. Rimanendo umana tra gli umani, Amalthea arriva addirittura a non voler più ritornare quadrupede perché innamorata di un uomo. Ma Lady Amalthea non è una donna. La sua forma è una finzione che, tra l’altro, blocca la sua vera natura e i suoi veri poteri.
Ecco, anche un ragazzino pur di trovare “casa” potrebbe decidere di accontentarsi. Potrebbe decidere di seguire “mode” che non gli appartengono, vie che non lo interessano, perché altrimenti rimarrebbe escluso, rimarrebbe solo. Però quel ragazzino non è reale, è una ‘forma’ falsata, un burattino. E non sarà mai davvero felice.

Nel libro, alla fine Amalthea tornerà unicorno e avrà la forza di scacciare il Toro Rosso che è il simbolo della paura, del terrore. Il Toro Rosso è un ‘cattivo’ interessante perché non ha poteri se non quello di spaventare terribilmente l’unicorno e per sconfiggerlo basta impuntarsi e affrontarlo a testa alta. Ma prima dobbiamo affrontare le paure che abbiamo dentro e accettare la nostra vera natura. E abbracciarla.

Crescere significa capire, o iniziare a capire, chi si è.
Non sempre la risposta è piacevole perché a volte ciò che ci rende ‘unici’ è anche quello che ci allontana dagli altri, e l’uomo è un animale da branco, a differenza dell’unicorno. Ci sono però branchi e branchi e per poter crescere bene c’è la necessità di trovare qualcuno che ci permetta di essere se stessi. Ed è questo che mi ha catturato della storia dell’unicorno, o almeno è quello che mi ha catturato in questa rilettura: la capacità, seppur nella difficoltà, di potersi alla fine riconoscere come sé stessa, la vera sé stessa, e capire a quale “famiglia” appartenesse davvero, senza sconti, senza facilitazioni.
L’ultimo Unicorno è, in questo senso, un grande romanzo sul crescere e l’accettarsi, e da ragazzino sfigatello quale sono sempre stato spero che Amalthea possa essere un’ottima ispirazione per tutti.

“Non sempre siamo quello che sembriamo, e quasi mai ciò che sogniamo.”

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Io mi sono soffermato su questa “similitudine” che mi ha particolarmente colpito, ma L’Ultimo Unicorno offre talmente tanti spunti di riflessione, al di là del riconoscimento nella protagonista, che servirebbe un libro per parlarne a fondo.

C’è per esempio un discorso legato al saper davvero vedere le cose per quello che sono, al re-imparare a guardare. A capire cosa ci circonda e a gioirne. Infatti gli uomini non riescono a riconoscere l’unicorno e la scambiano per una puledra bianca. O per esempio c’è un villaggio che vive nel terrore di una profezia e che quindi non sa godersi le ricchezze presenti per paura di quello che dovrà capitare.

“Oggigiorno ci vuole una strega di un circo da quattro soldi per far riconoscere alla gente un vero unicorno.”

Ma anche la figura di Haggard, il perfido re vittima della sua stessa bramosia, così corroso dal suo desiderio da non aver saputo vivere d’altro e da aver trasformato il suo regno un tempo fertile in qualcosa di invivibile. E infatti più volte i personaggi si chiederanno se sia Haggard il padrone del Toro Rosso o viceversa, perché a volte siamo vittime delle nostre cocciutaggini.

L’Ultimo Unicorno è, lo avrete capito, una lettura che si presta bene come avventura fantasy d’evasione, ma anche come qualcosa di più impegnativo. Proprio per questo motivo, e soprattutto per la scrittura che è bellissima ma sicuramente non banale, ne consiglierei la lettura a partire dai dodici anni.

Tra l’altro, in Italia esiste anche la versione a fumetti di questo capolavoro, e questa sì, risulta disponibile e contiene delle tavole davvero mozzafiato, capaci di catturare l’aura della magnifica bestia bianca.

Non mancano quindi le occasioni per provare ad avvicinarvi… attenti però! Chi vedrà un unicorno, cos’altro vorrà mai vedere in questo mondo?

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L’Ultimo Unicorno
di Peter S. Beagle
Traduzione di M. Capriati
238 pagine, 15,00 €, Kappa Edizioni

L’Ultimo Unicorno
Film diretto da Jules Bass e Arthur Rankin Jr.

L’Ultimo Unicorno
Fumetto di Peter S. Beagle, Peter B. Gillis e Renae De Liz
Traduzione di P. Accolti Gil
160 pagine, 19,90 €, ItalyComics

Intenti ed elettricità

Devo essere caduto in qualche pozzo oscuro, in una delle sorgenti maledette di Jusenkyo e ora ogni volta che mi bagno con l’acqua fredda divento insofferente nei confronti dei libri che leggo. Altrimenti non si spiega questa mia improvvisa avversione per titoli così acclamati dal pubblico. Perché io sono il pubblico per eccellenza, e non lo dico con presunzione, ma come constatazione del fatto che mi ero sempre ritrovato parecchio col gusto del pubblico. Ora no.

Ho letto Il racconto dell’ancella ed ero speranzoso,desideroso, contento e… niente. La scintilla non è scoccata.
E poi ho letto Ragazze Elettriche, che un po’ ne riprende i tempi e li ribalta e in qualche modo li attualizza anche a livello di scrittura e… niente. Ancora niente.

Il fatto è che, e ne parlavo pure su A Long Tail, mi sto rendendo sempre più conto di quanto non possa bastare l’intento, o l’idea di base. Se stai scrivendo un romanzo mi aspetto che oltre ad avere delle cose da dire, tu le sappia pure abbinare a una buona storia. Altrimenti non funziona nulla e anche quel poco di valore che hai detto non riesco ad apprezzarlo a dovere.

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Ragazze Elettriche racconta di un potere che inizia a risvegliarsi nelle giovani donne, per poi propagarsi al genere femminile tutto. Si tratta di un potere elettrico, come suggerisce il titolo, che si concretizza nel rilascio di scariche da parte delle mani. Poco importa come si è arrivati a questo, ma le conseguenze sono devastanti. Gli equilibri nel mondo cambiano completamente. Le donne, fino ad ora considerate il sesso debole, si ritrovano con un’arma che le rende fisicamente superiori alla controparte maschile e presto riescono ad ottenere quel potere (politico e sociale) che era stato loro precluso in passato.
Utilizzando esclusivamente dei tipi di violenza che già nella nostra società gli uomini fanno sulle donne, l’autrice riesce a ribaltare la scena fino ad arrivare a uno scenario completamente nuovo dove però anche le donne sono diventate, in parole povere, cattive.

Il potere logora chi ce l’ha, mi verrebbe da dire.

L’idea è incredibilmente interessante. Mi ha molto affascinato e credo sia impressionante, in quanto maschio, leggere di tutte le violenze perpetrate nel libro e rendersi conto che sono violenze che esistono già, quotidianamente, che le donne sono costrette a subire.
Ritengo interessante anche il discorso sul potere e sul come questo possa cambiare la persona che lo ottiene.

Ma…

Ma alla fine la lettura non mi ha lasciato nulla.
Sebbene abbia solcato le pagine con grande facilità e in qualche modo mi sia sentito attratto dalle protagoniste, a fine traversata mi sono voltato indietro e non ho saputo vedere nulla.

C’è un problema di fondo, secondo me, e cioè che l’autrice rimane troppo in superficie e si sofferma troppo su quello che vuole dire senza rendersi conto di essere a rischio di unidirezionalità.
Tento di spiegarmi meglio.

Per prima cosa, ritengo i personaggi un po’ superficiali. Vengono introdotti all’inizio e sembrano tutti molto interessanti, ma poi si poggiano esclusivamente sul loro voler avere potere, maggiore potere, e non si va mai oltre.
Sono inoltre tutti personaggi disagiati. C’è la ragazza che subiva violenza, c’è la ragazza figlia di un malavitoso, c’è una simil Melania Trump che assumendo il potere vuole come mostrare di non essere solo bella. E poi c’è una politica che sembra una persona normale, ma che poi usa la sicurezza della figlia come motore per rivalersi sulla controparte maschile.
Nessuna figura è insomma buona in partenza. Sono tutte ‘cattive’, se cattive si può dire, fin dal principio. Il potere offre solo un mezzo per sfogare la loro rabbia e il loro egoismo. E quindi mi chiedo: è davvero il potere a deteriorare le persone? O sono le persone ad essere già così di suo?
Io non sono riuscito a vedere questa cosa del potere come corruzione. Non ho percepito quest’idea che tutti, uomini o donne, al potere si comportano nello stesso modo. Perché le figure di partenza erano già ‘sbagliate’ fin dal principio.

C’è poi la tendenza a raccontare molti fatti ma poche sostanze.
Per esempio Madre Eve, la ragazzina abusata, che scappa di casa dopo un omicidio, si ritrova in un convento e riesce a diventare una sorta di papessa. È tutto un susseguirsi di azioni mosse da desideri personali, comprensibili eh, ma personali. E anche la religione viene bistrattata con lo scopo di raggiungere (e mostrare al lettore) il potere. Non ci si interroga mai sul divino, sebbene Eve senta costantemente una voce che la guida.

Tutte queste donne sono donne egoiste che mirano a qualcosa di personale.
Però non c’è uno scavare più a fondo, non ci sono dubbi, non ci sono ripensamenti. E invece se ci si fosse soffermati anche su altri aspetti, credo che il risultato avrebbe potuto davvero essere molto brillante. Mentre così… mi è sembrato un bel romanzo da spiaggia, di quelli che leggi per estraniarti qualche ora.

Col gruppo di lettura, per esempio, abbiamo evidenziato come mancasse una figura materna o paterna. Non ci sono buone madri o buoni padri. Mai. I secondi o sono mafiosi che tentano di ammazzarti o non ci sono proprio. Le prime o sono complici dei padri, o sono morte, o sono normali solo in apparenza e si rivelano poi delle castratrici. E come si può costruire un romanzo su un’idea ‘generale’ del potere, se a questo potere partecipano solo figure poco equilibrate?
Cosa sarebbe successo se nella storia ci fosse stata una normale donna, mamma e lavoratrice? Non lo so.

C’è poi anche un’altra cosa che avrebbe meritato più approfondimento, ossia il ruolo della Storia. Il romanzo che leggiamo ci viene infatti presentato come un romanzo scritto da un uomo e introdotto, e concluso, da uno scambio di mail tra l’autore e una sua collega autrice (l’autrice Naomi). Alla fine del tutto, in uno di questi scambi, si parla della Storia e di come la Storia venga percepita e utilizzata. Quanto sia Storia, in effetti, e quanto sia leggenda. Quanto è strumentalizzata, quanto no. Un discorso che potrebbe essere molto interessante ma che viene, anche qui, appena accennato.

Tutto questo per dire: mi piace l’idea, la trovo interessante e originale e davvero capace di regalare grandi riflessioni. I ruoli invertiti è una trovata vincente perché crea davvero uno scossone nel lettore maschio. Ritengo però che l’idea sia rimasta in superficie, che la narrazione si sia limitata all’azione più che all’introspezione, e questo lo reputo sfavorevole per un romanzo che ha bisogno di molta empatia.

Praticamente torno al punto: basta l’intento?
E ancora una volta la mia risposta è no.

ALongTail: Imparare a non essere il mondo

Sto avendo sempre più conferme del fatto che le belle storie vanno bene per tutti, senza limiti d’età. Al di là della conoscenza lessicale, che potrebbe ‘sfavorire’ (ma anche arricchire, giusto?) i lettori più giovani che decidono di affrontare certi autori ormai ‘classici’, scopro e riscopro testi per ragazzi che dovrebbero essere letti anche dagli adulti. Perché c’è qualcosa pure per loro, senza tuttavia dimenticarsi del vero pubblico di riferimento.

L’ultimo esempio è Non sei mica il mondo, graphic novel di Raphael Geffray, pubblicata da Tunué.

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Non sei mica il mondo racconta di un ragazzino difficile, di quelli che si porta dietro un carico incalcolabile di problemi, di quelli che, lo sai fin da subito, causerà una serie infinita di guai in classe. Un ragazzino che è già stato espulso da svariate scuole, che ha una madre che è quel che è, e non è certo colpa sua, che non ha un padre o ce l’ha ma non si vede, e non è certo colpa sua, che vede tutto a scarabocchi e che costruisce maschere per nascondersi e ricrearsi e reinventarsi. Un ragazzino che non sa capire e nemmeno trattenere una rabbia che gli sgorga da dentro e che non riesce a mandar via.

Non sei mica il mondo racconta anche di un’insegnante che ha capito, che vorrebbe affrontare questa sfida perché sa (spera?) di poterla vincere, non tanto per il bene suo, ma per quello di uno studente che non sta imparando niente, che non riesce a capire niente, nemmeno la bellezza dell’amicizia, della condivisione. Perché alcune cose scontate per la maggior parte delle persone, per lui non lo sono. Perché nemmeno la quotidianità, le piccole cose, sono scontate.

Non sei mica il mondo racconta infine di una scuola che deve piegarsi a esigenze non prettamente educative e che rischia così di smarrire il senso di quello che dovrebbe fare. Rischia, proprio come il protagonista Bené, di perdersi, solo che perdendosi farà smarrire molti ragazzi.

È una storia apparentemente semplice, quella raccontata da Geffray, fatta di poche svolte. Eppure c’è qualcosa di veramente duro in quello che si legge. Anche grazie a dei disegni che passano dagli scarabocchi confusi a illustrazioni che potrebbero passare per fotografie grottesche in bianco e nero. Tutto è cupo e si sente la pesantezza di una storia che potremmo aver sentito dai nostri figli, dai nostri amici, dagli altri genitori. Perché è una storia in qualche triste modo piuttosto comune, ossia quello di un ragazzo ‘difficile’ che viene un po’ lasciato in balia di se stesso.

Ci si dimentica che non è colpa sua. Ci si dimentica che altri hanno responsabilità. Ci si dimentica che anche noi ne abbiamo, in qualche modo.

Ma a mio avviso non è solamente la storia di un ragazzo difficile che viene abbandonato da una cattiva scuola. È anche la storia di ogni ragazzo che riesce a trovare un momento di serenità in una scuola (in una vita?) che a volte può essere dura, e che questa serenità se la vede strappar via perché non c’è abbastanza personale, o perché ci sono esigenze diverse d’orario, o chissà cos’altro.

Crescere è sempre una sorta di incubo disegnato male. Uno scarabocchio. Difficile da districare, da comprendere. Eppure in qualche modo, in qualche momento… chiaro. E crescere è proprio il trovare questa chiarezza in mezzo alla confusione, il comprendere di non essere il mondo, di non essere il centro di niente. Ma è anche prendere consapevolezza che nemmeno gli altri lo sono.

E crescere è pure il riuscire a chiedersi: ma io non mi merito qualcuno che mi capisca? Qualcuno che mi stia vicino?

Non sei mica il mondo
di Raphael Geffray
Traduzione di S. A. Cresti
188 pagine, 16,90 €, Tunué

Nella rete delle storie

Siamo le storie che ci piacciono?
Oppure sono le storie che ci piacciono a renderci quello che siamo?
E c’è una differenza tra le due domande? Oppure si completano?

Riflettevo sull’importanza che le storie hanno per crearci e per raccontarci e per capirci e farci capire. Ci penso spesso, ultimamente, soprattutto per via di A Long Tail. Ma ci penso ancor più spesso da quando ho letto Il Bacio della Donna Ragno, di Manuel Puig, recentemente ritornato in libreria per i tipi di SUR.

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Il Bacio della Donna Ragno è un romanzo costruito quasi esclusivamente con il dialogo tra i due protagonisti, Valentín Arregui e Luis Molina, che condividono la stessa cella di una prigione argentina. Il primo è un ventiseienne leader di un movimento politico dissidente. Il secondo è un omosessuale quarantenne accusato di aver adescato un minorenne.
Durante la loro reclusione insieme, per passare il tempo Molina racconterà alcuni film che gli sono piaciuti, e lo farà in una maniera talmente vivida che quasi si riesce a vederli i personaggi che racconta. Sono film d’amore struggente, con donne bellissime ed elegantissime, ma anche tenebrose. E tra un pezzo di film e l’altro, Valentín e Luis chiacchierano, prima poco, poi di più. Si confidano, in qualche modo. Diventano amici, in qualche altro modo.

Le storie, dicevo. Storie che, in questo romanzo, prendono spazio. Non ne sono sicuro, ma se si contassero le pagine credo che la maggior parte risulterebbero dedicate a questi racconti. Racconti che, mi vien da dire, superano il concetto di mezzo, perché sono film, ma sono anche letteratura e racconto orale. Sono una storia nel senso più puro del termine, una narrazione fatta per ammaliare, far passare il tempo e cercare di spiegarsi.

Ah, spiegarsi… c’è un lavoro che possa risultare più difficile di questo? Perché in fondo non ci conosciamo troppo bene nemmeno noi. Ma le storie ci aiutano. Ci aiutano a delineare i nostri contorni e aiutano gli altri a capirci un pezzettino in più.
Ma poi le storie sono interpretabili, e bisogna sempre metterci un po’ di cuore per capirle.

È indubbio che la grandezza di Puig stia proprio nel saper attingere così a piene mani da un mezzo altro, il cinema, per creare letteratura. Da un mezzo pop per eccellenza per arrivare a qualcosa che, forse, pop non è più.
È una lente, la sua, ovviamente. Una lente per ingrandire, per vedere più da vicino, per mostrare. Una lente per consentire a tutti di vedere bene.

Ma vedere cosa?

Che si è oppressi. Dal governo. Dagli estremismi. Dagli altri. Da noi stessi. Dalle aspettative proprie e altrui, da un senso comune che si è annidato dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
Ed è interessante che tra i due oppressi, quello che risulta essere migliore, in qualche modo, è quello dal peccato più ‘sporco’: l’omosessuale. Perché essere un dissidente politico, sì, ti mette nei guai ma ti mostra sotto una certa luce di valore, di tenacia, mentre essere omosessuale… Ma è l’omosessuale a essere la figura più positiva, quella che aiuta, che magari cade in tentazione ma che vuole redimersi, quella che ha pensieri in grado di mutare più sinceramente, quello che si prende in carico cose di altri. Non risulta quindi strano che Il bacio della donna ragno ebbe alcune difficoltà a trovare un editore.

Ma è una lente pure per vedere che, in fondo, possiamo anche uscire dall’oppressione, specialmente da quella che ci autoimponiamo. A volte, se ci diamo il permesso di uscire da sbarre che abbiamo innalzato noi, forse riusciamo ad avere qualche attimo di libertà vera, quella libertà che trascende i confini. Perché le storie servono anche a questo, a superare i confini.

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William Hurt e Raul Julia nei panni di Molina e Arregui nel film del 1985, “Il Bacio della Donna Ragno”, diretto da Hector Babenco.

Mi vien poi da aggiungere una piccola nota.
Molina è quello che oggi definiremmo come una sorta di omosessuale stereotipato, che parla di sé al femminile, che ha movenze più da donna, ecc.
Ecco, mi è capitato di leggere alcuni pensieri online contrari a questa rappresentazione, e mi vien da pensare: ‘non è che volendo combattere gli stereotipi, ne creiamo invece degli altri?’. Dico questo perché non vorrei che un particolare accecasse il lettore tanto da non fargli capire la storia.
È giusto che i gay non siano rappresentati solo come ‘checche’ (passatemi il termine), ma non dimentichiamoci che gli effeminati esistono. E Puig era un tipo che parlava di sé al femminile e chiamava gli altri con nomi femminili (per dire: Mario Vargas Llosa veniva chiamato Elizabeth Taylor).
Davanti a certe storie, quindi, pensiamo alle storie raccontate. Grazie.