Ragazze nel bosco

Siete mai stati ragazzini in un bosco?
Io sì.

Il bosco è qualcosa di interessante. Non è un parco giochi, non è un oratorio. Non è nemmeno una piazza, o una spiaggia. Non è neppure una via malfamata. Il bosco è un qualcosa che chiama e respinge allo stesso tempo, un luogo misterioso, una terra vergine da esplorare, dove a regnare non sono gli uomini ma la natura. Il bosco, sebbene si tratti di quello dietro casa, è qualcosa che conosci bene e allo stesso tempo non conosci per niente. Ha rumori segreti e spaventosi, profumi e odori, versi, linguaggi. Ha trappole e vie d’uscita, imprevisti e sorprese, spettacoli e incubi. È qualcosa che fa parte del nostro mondo ma che, allo stesso tempo, ne è completamente fuori, perché bastano pochi alberi per non vedere più le case degli uomini.
Il bosco è una terra di mezzo.

Parto da qui per parlare del libro di oggi perché la storia che racconta ha risvegliato in me moltissimi ricordi. Molti di essi boschivi.

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Attorno ai dodici/tredici anni avevamo formato una piccola banda, poche persone, forse cinque, tra ragazze e ragazzi. Non è durata molto, giusto il tempo di un sogno breve. Ma c’è stata. Partivamo il pomeriggio e andavamo nel bosco. Ci armavamo di bastoni e progettavamo la costruzione di un covo. Spiavamo qualche adulto di passaggio e prendevamo le fascine di una qualche baita per buttarla nel torrente. Ci prendevamo a brutte parole, ci offendevamo e deridevamo eppure confabulavamo insieme.
Finì presto, ma c’erano state altre cose prime e alcune altre dopo, sebbene ancora per poco. C’erano, per esempio, le pizze fuori per un compleanno e poi il classicissimo andare a suonare i campanelli di case estranee. Banalità, potremmo dire, ma una volta una vecchia incavolatissima ci inseguì sù e sù per una salita ripidissima, con la scopa in mano, e correva e correva, veloce come noi giovinastri, e non voleva decidersi a fermarsi e a lasciarci in pace e quando arrivò all’altezza di qualcuno di noi inventammo scuse patetiche e bugie spregiudicate per scampare ai colpi di scopa (e ora, da genitore, mi trovo a chiedermi: “E se al posto della scopa avesse avuto un fucile?”). Ma poi le guerre tra vie, le corse in bici in luoghi che mi farebbero tremare oggi, e poi i motorini…

Tutto questo, in qualche modo, c’è ne Le ragazze non hanno paura.

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La storia è raccontata dalla voce di Mario, un tredicenne che va in vacanza in montagna, con la nonna, e lì incontra Tata, una ragazza di cui si innamorerà perdutamente, e altre ragazze con le quali formerà una banda, una banda che andrà per boschi e in guerra e perfino oltre, fino a doversi confrontare con un momento che potremmo definire ‘di passaggio’.

Se c’è una cosa che mi è molto piaciuta del romanzo, questa è la sincerità. È un libro molto sincero, che non si trattiene. Non racconta una giovinezza docile ed edulcorata, no. Ferrari racconta una giovinezza di violenza (nei sentimenti, nelle azioni, nei gesti e nel linguaggio), la violenza che contraddistingue questo periodo di evoluzione. Ed è qui che mi sono molto ritrovato, che i ricordi si sono aperti a valanga. Il fatto che Mario non sia un tipo molto popolare, ma che comunque si ritrovi in questa banda. La sfacciataggine di certi comportamenti, il coraggio di certe situazioni, la stupidaggine con cui se ne affrontano altre, la strafottenza, la rabbia, la cattiveria, la forza, l’energia, la passione… c’è la mia giovinezza, qui. Ed è per questo che dico che è molto sincero, o almeno sincero per me. Perché mi sembra di rivivere certe esperienze.

Ma Le ragazze non hanno paura non è solo questo. Non è ‘solo’ una ricostruzione delle avventure di giovani adolescenti, sebbene fatta meravigliosamente.
Tra l’altro, piccola parentesi, che gioia vedere un libro con protagoniste delle ragazzine così… vere! In situazioni che la letteratura tende a donare solo ai maschi.
Questo è il vero libro delle ‘bambine ribelli’.

La verità è che Le ragazze non hanno paura è un titolo perfetto sul passaggio dalla fanciullezza all’inizio dell’età adulta. Ci sono ragazzini che giocano come fossero bambini, ma allo stesso tempo le loro azioni sono adulte nelle conseguenze, quello che fanno non è più innocente (sempre che lo sia mai stato). La violenza diventa vera (si rompono braccia, ma non solo), così come veri diventano i problemi intorno a loro. Tutti i protagonisti, infatti, hanno qualcosa che non funziona perfettamente nella loro vita privata, dalla madre iperprotettiva al padre violento ecc. Ecco, questo è il momento in cui si rendono conto di questi problemi, in cui capiscono che sono problemi.
Ed ecco quindi che il bosco, una terra di mezzo tra la civiltà e la natura selvaggia, diventa una terra di passaggio, di trasformazione, si entra per uscirne cambiati.

E poi c’è la morte.
La morte è il vero spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta. Lo credo da sempre così come credo che non sia una comprensione che avviene per tutti nello stesso momento. A volte si scopre la morte prima e a volte dopo.
In questo romanzo la morte è presente fin dall’inizio, da quando ci viene detto che Mario aveva una sorella, Eva, che appunto è scomparsa e che proprio questo rende sua madre tanto apprensiva. Ma questa è una morte molto sfocata. Lui era un bambino, è vero, ma a ben pensarci non era nemmeno tanto piccolo, 5-6 anni. Eppure non si ricorda nulla e questa assenza pesa su di lui in una maniera molto marginale. Però, durante l’estate nel bosco, la concezione della morte e della perdita cambia. Cambia perché viene vissuta in maniera più diretta e cambia perché se ne capiscono le conseguenze, perché c’è un dolore nuovo, perché cambia la concezione di futuro.
La morte è uno spartiacque netto tra l’essere bambino e non esserlo più, così come è una divisione netta, fisica, nel libro. C’è un prima e un dopo che ha anche dei toni diversi: più di pancia, d’istinto nella prima metà, più ragionato, e anche più crudele in parte, nella seconda.
E c’è una grande verità: per quanto si possa tentare di annientarla, la morte, non si può.

Ci sarebbero mille altri temi di cui discutere, perché nel libro vengono trattate, più o meno abbondantemente, molte altre cose quali il bullismo, il primo amore, l’omosessualità e, cosa che mi preme sottolineare, la facilità con cui si può diventare la parte ‘cattiva’ della storia.
A volte ci viene scontato pensare di far parte dei buoni, Mario poi è un ragazzo sempre preso di mira, la vittima, come potrebbe essere il cattivo? Però qui, in queste bande, si fanno e si dicono cose che non sono per nulla innocenti. Non ci sono davvero vittime, ma solo carnefici. Un aspetto interessante che non è, forse, il punto centrale della vicenda ma che in qualche modo si sviluppa parallelamente per tutta la storia. Ed è giusto così, perché capiamo davvero la nostra vera natura solo crescendo, e sperimentando anche, e facendo delle tremende cavolate.

Ma, con tutte queste cose di cui parlare, io ho deciso di soffermarmi su un altro punto (solo uno che altrimenti non si finisce più).

Non so se avete notato che, pur trattandosi di un libro adatto a un tredicenne, non ho inserito nel titolo la ‘dicitura’ A Long Tail. C’ho pensato a lungo, se farlo o no. Alla fine ho deciso per il no (o meglio, per un inserimento non troppo esplicito) perché questo romanzo mi ha fatto molto pensare anche come adulto e soprattutto come genitore.

Per tutta la lettura non ho potuto fare a meno di capire la madre di Mario. Non sono riuscito a fare a meno di pensare, molto spesso, a quante cavolate stessero facendo quei ragazzini.
Mio figlio ora ha quattro anni, ma un giorno avrà l’età di Mario. Un giorno potrà venire preso in giro, un giorno potrà fare il bullo, un giorno potrà correre nel bosco, armato di spade di legno e maschere dipinte e far tutto quello che viene descritto tra queste pagine. E lo so perché sono cose che ho fatto e subito pure io. E per quanto tu possa tentare di proteggere un figlio, questo troverà sempre il modo. Anzi, è sbagliata tutta questa protezione che la madre di Mario vuole dare al figlio. È sbagliata e lo capisci a ogni pagina. Eppure… eppure non riuscivo a non capirla questa donna. Non riuscivo a non giustificarla. La sentivo tremendamente vicina. E questo mi fa una grande paura.
Per questo ritengo che potrebbe essere una lettura importante pure per un genitore, non tanto per scoprirsi a tremare per gli infiniti possibili risvolti dell’avventata giovinezza, ma per ricordarci quello che facevamo pure noi e portarci a chiederci com’è giusto agire. O non agire.

Le ragazze non hanno paura è un libro che mi ha molto colpito.
È indubbiamente un romanzo molto bello e, come dicevo prima, molto sincero. Ed è questa sincerità che spesso manca nella letteratura per ragazzi. Una sincerità che potrebbe quasi spaventare, ma che sa donare lo spunto per moltissime riflessioni e, certo, per moltissimi ricordi.

***

Le ragazze non hanno paura
di Alessandro Q. Ferrari
297 pagine, 14,90 €, De Agostini

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