La lezione del maestro

Nel saggio Fuochi, contenuto ne Il mestiere di scrivere, Raymond Carver racconta che, prima di diventare l’autore di Cattedrale, la scelta del racconto (e della poesia) come forma narrativa prediletta è stata ‘forzata’ dalla sua condizione famigliare:

Erano comunque le circostanze a imporre, fino al limite estremo, le forme che la mia scrittura avrebbe potuto assumere. […] Fossi stato capace di mettere insieme i miei pensieri e di concentrare le mie energie su un romanzo, dico, non mi sarei comunque trovato nella condizione di poter attendere un pagamento che, se pure fosse arrivato, sarebbe rimasto per strada per qualche anno. Non riuscivo a vederla, la strada. Dovevo mettermi a tavolino e scrivere qualcosa da finire ora, stasera, al massimo domani sera, non più tardi, al ritorno dal lavoro e prima di smarrire l’interesse.

Due figli piccoli e un “lavoro di merda” gli facevano avere poco tempo e pochi soldi. Da qui l’esigenza di ottimizzare entrambi.

Un pensiero simile a quello di Carver deve averlo avuto pure il giornalista Theodore Child, che trovava nella moglie e nei figli la causa della scarsa qualità letteraria delle ultime opere di Alphonse Daudet. Secondo Child, avere una famiglia portava a produrre indiscriminatamente a buon mercato. Con le relative conseguenze.

La famiglia come ‘rovina’ dell’arte, in pratica.

E noi sappiamo quale fosse il pensiero di Child perché il suo amico Henry James, in data 5 gennaio 1888, annotò nel suo taccuino proprio queste esternazioni, dei pensieri che porteranno lo scrittore americano naturalizzato inglese a comporre una novella ambigua come La lezione del maestro, incentrata proprio sull’idea della vita matrimoniale come impiccio alla scrittura.
L’idea non doveva comunque essere del tutto nuova a James. Nel suo diario, infatti, in data 4 luglio 1926, Virginia Woolf annota un incontro con H. G. Wells in cui all’autore viene chiesto proprio di parlare del collega James.

Poi si è alzato per andare; gli abbiamo chiesto di restare e di parlarci di Henry James. Così si è seduto. Oh mi piacerebbe restare e parlare tutto il pomeriggio, ha detto. Henry James era un formalista. Pensava sempre ai vestiti. Non era amico intimo di nessuno – nemmeno di suo fratello; non si era mai innamorato.

Un’assenza di famiglia, quindi. Anche qui. E indubbi risultati in campo letterario.
Era destino. Tutto questo non poteva non finire, prima o poi, in qualche opera.

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La Lezione del maestro racconta di un giovane scrittore, Paul Overt, che arriva a conoscere, in parte grazie a una ragazza di cui si innamorerà, l’autore da lui idolatrato Henry St. George. Questi mette in guardia il giovane discepolo dalle insidie dell’amore e della famiglia che considera i nemici principali della creatività. Lo invita a seguire la sua vena letteraria senza congiungersi con nessuna e Overt lo ascolta, scappando da tutto per circa due anni. Al suo ritorno avrà tra le mani quello che sembra un capolavoro, ma verrà a conoscenza di una notizia che sembra farsi beffe del suo sacrificio.

La lezione del maestro è una novella apparentemente molto semplice. La trama è lineare, priva di grandi risvolti e, anzi, quello che potremmo definire il ‘colpo di scena’, o meglio la ‘beffa finale’, è in realtà piuttosto prevedibile.
La chiave di tutto è però la conclusione.
Il finale che a un certo punto il lettore riesce a prevedere, quando ci viene raccontato da James risulta molto più ambiguo di quanto ci si potrebbe aspettare e carica l’intera vicenda di un dubbio che non si risolve.

Del resto, questa è parte delle caratteristiche del lavoro di James, come ci fa infatti notare Michel Butor nel saggio The Europeans e The Bostonians, posto a prefazione dell’edizione Mondadori de Gli Europei:

James ha trattato con attenzione sempre maggiore scene scelte con sempre maggior cura in base all’ampiezza delle loro implicazioni. Egli si impegna a restituire, come uno studioso di fenomenologia, un'”apparenza” […] di qui l’importanza della costruzione delle sue storie del o dei punti di vista a partire dai quali esse sono raccontate, nonché di quello che non si sa, che si indovina, si intuisce.

Ecco, La lezione del maestro regala al lettore molti ‘non si sa’.

St. George, il maestro, ha dato un consiglio a cui credeva davvero? Oppure il suo era un escamotage per sbarazzarsi del giovane Overt o, perché no, per prendersi semplicemente gioco di lui? E Overt crede davvero alle parole del maestro, pur avendo conosciuto la sua famiglia? E Marian Fancourt, la bella ragazza di cui si innamora il protagonista, in soldoni, ci è o ci fa? È davvero una ragazza arguta, colta, intelligente come spesso ci viene descritta? Oppure anche in questo caso siamo dinanzi a una bugia e la verità è che si tratta dell’ennesima sempliciotta bella e ricca per le cui grazie un intellettuale potrebbe pure chiudere un’occhio sulla mancanza intellettiva?

Ma le domande potrebbero non finire qui.
Il dubbio che si insinua a fine lettura potrebbe andare più in profondità e ‘sconvolgere’ tutta l’idea che ci eravamo fatti di questa storia. Non solo, quindi, ci ritroviamo a metter in dubbio il nodo centrale del racconto, ovvero il consiglio del maestro al suo discepolo, ma anche tutto quanto ci viene raccontato prima. Ecco allora che iniziamo a dubitare delle reali capacità di Overt come scrittore, per esempio, o del suo pensiero circa le ultime opere del suo idolo. E sarà poi davvero un capolavoro, quello che ha scritto nei due anni di esilio volontario? E se non fosse andato in esilio, che risultati avrebbe ottenuto? E St. George, da sposato, davvero non riuscirà più a scrivere una grande opera?

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Henry James

La bravura dell’autore sta nel ‘riscrivere’ tutto quanto è stato raccontato prima, con l’ausilio delle sole ultime pagine. Perché una volta chiuso il volume, viene spontaneo rivedere l’intera vicenda sotto un’altra prospettiva. Viene naturale voler ripercorrere l’intera narrazione alla ricerca di indizi, indicazioni, risposte.
Ma non c’è presa di posizione.
Partendo da un discorso che vuole puntare sul rapporto arte-famiglia, sul come l’una influenzi l’altra e viceversa, James racconta una storia in cui si rifiuta di dare una risposta che sappia confermare o contrastare quanto esposto dall’amico Child. Rimane neutrale sebbene la sua vita possa lasciar supporre altro.

Ma il lettore riuscirà a rimanere altrettanto neutrale?
Oltre alle svariate ambiguità scatenate dall’autore a fine lettura, l’ennesimo dubbio che è sorto in me riguarda la possibilità che questo racconto serva a leggere più noi che il pensiero dell’autore. Certo, l’arte in genere dovrebbe (anche) servire a conoscerci meglio, ma credo che in questo caso ciò assuma contorni più ‘concreti’. Sebbene James non fornisca davvero prove circa la veridicità di una teoria piuttosto che di un’altra, quasi inevitabilmente ogni lettore è portato, per sua natura, a ritenere più probabile una sola delle possibili realtà. Mi verrebbe anche da pensare che l’ipotesi più diffusa sia quella che vede Overt come il personaggio caduto in una trappola ben congeniata dal suo ‘rivale’, ma senza per forza di cose entrare nello specifico, ritengo possa essere interessante che ogni lettore chieda a se stesso cosa crede. Perché mentre facevo ricerche per questo post, mi è capitato di imbattermi anche in alcuni commenti che definivano questo libretto come per nulla ambiguo… e non è questa una cosa stupefacente? Non è forse in questo modo che la narrazione di James ci sta regalando qualcosa di davvero interessante?
Come intendiamo, noi, questo rapporto tra famiglia e arte? A chi ci viene da credere?A cosa? E questa nostra propensione cosa dovrebbe raccontarci di noi stessi?

Forse, dunque, non è tanto il pensiero di James a contare. Non è l’idea che si è fatto Overt o il vero piano di St. George ad avere peso. Siamo noi. È quello che pensiamo noi a pesare, a definire il tutto, anche quanto sta fuori dal libro.

***

La lezione del maestro, di Henry James
Traduzione di Maurizio Ascari
108 pagine, 11,00 €, Adelphi

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver
Traduzione di Riccardo Duranti
176 pagine, 12,00 €, Einaudi

The Europeans e The Bostonians, di Michel Butor
contenuto in
Gli Europei, di Henry James
Traduzione di B. Bini
265 pagine, 9,00 €, Mondadori

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