Il grande regno dello stile narrativo

Dopo aver letto Il grande regno dell’emergenza, raccolta di racconti di Alessandro Raveggi, ho pensato all’Anna Karenina di Joe Wright, la trasposizione cinematografica del capolavoro di Tolstoj datata 2012, con Keira Knightley nei panni dell’eroina russa.
Perché?
Beh, non so se voi avete visto questo film.
A me piace moltissimo, sebbene mi renda conto che non sia possibile in un film di due ore riuscire a raccontare degnamente la storia di Anna Karenina. Il fatto è che il punto forte, anzi fortissimo, di quella pellicola è il COME la storia è stata trasposta. E con come intendo proprio il vestito, l’estetica che si è deciso di darle. Sì, perché quasi tutto il film è girato in un teatro di posa, e in quel teatro vengono ricostruite stazione, corsa dei cavalli, ristoranti, case… tutto lasciando elementi evidenti del suo essere in realtà un teatro. Il risultato visivo è straordinario. Di una bellezza folgorante e… se non è il cinema a folgorarci visivamente, chi altri dovrebbe essere?

Ma mi rendo conto che la domanda rimane: perché mi è venuto da accomunare questo film alla raccolta firmata da Raveggi? Beh, essenzialmente perché proprio come il film di Wright, più che il cosa è il COME che ti incanta.

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La scrittura di Raveggi è un qualcosa che non mi era ancora capitato di trovare. Una scrittura molto fitta, carica, satura di parole. Una scrittura fatta di abbinamenti a volte apparentemente azzardati, ma che colpiscono, afferrano. Un racconto che potrebbe finire in due pagine si trasforma in una storia da otto. Una frase semplice e diretta può diventare un periodo di tre righe.

Ma questo è un male o un bene?

Lo ammetto. C’ho rimuginato a lungo.

Ora che ci penso, tutti i tempi legati a questo libro sono stati dilatati e queste ‘lungaggini’ sono tutte dovute allo stile scelto.
C’ho messo molto a leggerlo, per esempio, sebbene il volume non conti poi così tante pagine. Però quando un racconto raccoglie ed espone così tante parole, credo valga la pena concedersi il tempo per dedicare a queste parole il giusto peso, il giusto istante, la giusta attenzione.
L’ho tenuto dentro di me a lungo. Anzi, lo sto ancora tenendo dentro. I primi due racconti, in particolar modo, sono lì, annidati tra lo stomaco e il polmone.
C’ho messo molto per decidere come parlarvene. Così tanto che, in verità, non ho ancora deciso.
Il fatto è che è un libro complicato. Ci sono alcune storie davvero particolari, e poi c’è questa scrittura davvero particolare… e tutto questo particolare insieme diventa una cosa difficile da ‘sbrogliare’ per una discussione pubblica.

Ma, alla fine… lo consiglierei?
Sì. Lo consiglierei a chi ama i racconti. Lo consiglierei assolutissimamente a chi ama la parola, la scrittura ricercata. Lo consiglierei a chi sogna di scrivere, perché possa capire che voler scrivere e saper scrivere sono due cose molto diverse. Perché possa capire che le parole sono davvero armi, e bisogna sceglierle con cura.

Ma mi è piaciuto?
Sì, mi è piaciuto.
Credo sia un piatto che va assaggiato, più che mangiato. Un antipasto alla volta. Un racconto e poi un paio di giorni di pausa. Perché sono storie che vanno fatte decantare.

Ma la storia dello stile? È un bene o un male, alla fine?
Credo che a questa domanda ognuno possa dare una risposta diversa e molto personale. Parlandone anche con un’amica si discuteva su quanto alcune scelte linguistiche potessero essere sensate o meno, e la mia conclusione è che tutto quello che c’è in questo libro è ben ponderato e che non ci siano accostamenti fuori luogo. Credo che alcuni usi ‘creativi’ di alcuni termini risulti interessante e a volte estremamente intelligente, perché alla fine ti permettono di inquadrare bene una scena, oppure di vederla in un modo diverso.
Certo, ritengo che in certe storie la scrittura abbia preso il sopravvento a discapito della narrazione in sé, ma credo anche che alcuni episodi siano davvero ‘radiosi’.

Avete capito qualcosa? Probabilmente no. Probabilmente perché un libro così bisogna leggerlo. In fondo, ritengo che sia una lettura davvero interessante e che potrebbe accendere importanti discussioni non solo attorno ai temi trattati, ma soprattutto attorno alla scrittura stessa. All’arte dello scrivere e alla funzione e all’uso della parola. Perché da aspirante scrittore, in effetti, mi sono spesso ritrovato, durante la lettura, a chiedermi come io sapessi usare la mia lingua madre rispetto a qualcuno come Raveggi. Perché questa raccolta è un elogio della lingua italiana. È un elogio di quello che potremmo fare con un vocabolario e, in qualche modo, un’accusa a quello che non facciamo.

Ma Il grande regno dell’emergenza è anche un insieme di storie su personaggi in fuga. O meglio, su personaggi che avrebbero preferito fuggire da qualcosa, da qualcuno, ma che non ci sono riusciti. Perché la vita ci riprende sempre.
Si fugge dal passato, dalla disperazione, dalla guerra e anche dagli aspiranti scrittori. Ma non possiamo nasconderci. Non possiamo mascherarci per sempre. E in questo senso, forse, anche la scrittura diventa la metafora di una maschera; posso imbellettare un racconto finché voglio, ma la verità rimane solo una: la vita ci prenderà.

Leggetelo, quindi, questo libro. Poi ne discutiamo insieme.

Intervista a Marianna Balducci

In questi venerdì dedicati all’illustrazione (QUI e QUI trovate gli episodi precedenti), di certo non poteva mancare qualcuno che le illustrazioni le fa davvero.
Di illustratori ne conosco ormai qualcuno, ma riflettendo su chi potessi ospitare oggi mi è subito venuta in mente Marianna Balducci. Questo perché, sebbene io l’abbia conosciuta tramite un libro, il suo lavoro ha, almeno per il momento, poco a che fare con i libri illustrati e questo ci permette di capire che l’illustrazione non è da associare esclusivamente all’editoria, anzi. Inoltre, ma mi pare ovvio, il lavoro di Marianna mi piace moltissimo e mi sembrava bello farlo conoscere anche a voi.

Marianna l’ho conosciuta grazie al lavoro fatto sulla storia di Enrico Padovan: Il Catturastelle, una fiaba per grandi e piccini davvero bella. Le sue illustrazioni hanno saputo cogliere benissimo il senso del racconto e, come accade nelle accoppiate vincenti, ha saputo impreziosirlo ulteriormente.
Da lì sono partito con una serie di pedinamenti online che mi hanno permesso di scoprire anche altri suoi lavori, lavori fatti di oggetti comuni e grandi idee.

Ho invitato Marianna qui e lei ha gentilmente accettato di passare questi primi giorni d’autunno tra gli alberi di mele. Io la ringrazio infinitamente e vi invito a leggere l’intervista e anche a visitare il SUO SITO.
Buona lettura.

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Marianna Balducci

Benvenuta Marianna e grazie di aver accettato di rispondere a qualche domanda. Visto che probabilmente alcuni miei lettori non ti conoscono, ti andrebbe di iniziare l’intervista raccontandoci un po’ chi è Marianna Balducci?
Sono una disegnatrice riminese. Il disegno è il mio modo di pensare, di appropriarmi dello spazio; è il mio lavoro e il mio modo di comunicare con le persone. Sono accogliente e curiosa, piena di tormenti e di ansie (più o meno segrete), sono un’artigiana entusiasta del mio lavoro che difendo dedicandogli studio ed esercizio quotidiani da quando tale lo posso definire (circa 4 anni ormai, dopo esperienze nel mondo della comunicazione e della pubblicità che occupano comunque ancora un ruolo importante nella mia professione). “Riminese” non è solo una connotazione geografica: amo moltissimo la mia città e il mio territorio, spesso fonte di ispirazione e interlocutore dei mie progetti. Sono nata e vivo ancora in una parte di Rimini che ne conserva l’identità più genuina, il Borgo San Giuliano, un vecchio quartiere di pescatori e anarchici, oggi gioiellino a un passo dal centro storico. Sono laureata in moda e continuo a collaborare con l’università con corsi e laboratori legati al linguaggio visuale e alla produzione di contenuti specialmente orientati al mondo del web che studio da sempre e che mi ha professionalmente dato molto, nel mio piccolo. Dalla moda viene il mio modo di approcciarmi alle immagini, la mia libertà nel combinare fonti e strumenti anche molto distanti tra loro in un rigore organizzativo che è tipico di questo “sistema” di codici e simboli dove estetica e innovazione si rincorrono in continua tensione reciproca.

Che cos’è un illustratore? Che lavoro fa? E cosa ha portato te a diventarlo?
Per quanto i percorsi di formazione e quelli professionali siano davvero moltissimi e portino a differenziare i profili di noi disegnatori, credo che una cosa che ci accomuna sia la propensione a raccontare storie per immagini. L’illustratore non è un creativo che mette su carta un sentimento fine a sé stesso, un segno per il puro piacere estetico di tracciare un nuovo percorso. Nella maggior parte dei casi, l’illustrazione è un’arte applicata al servizio di un messaggio che, anche nel singolo disegno, deve restare leggibile e protagonista. Credo sia questo l’aspetto che più mi ha affascinato del mondo dell’illustrazione dopo una formazione ricca di arte contemporanea, storia della fotografia, storia della moda,… o forse l’aspetto che per primo ha incrociato la mia strada iniziando a lavorare nella comunicazione. Ho sempre disegnato, sono figlia di una pittrice diplomata all’Accademia di Belle Arti che mi ha insegnato tanto e mi ha lasciata libera di fare i miei tentativi anche in direzioni lontane da quello che, inizialmente, credevo fosse solo uno dei miei modi di esprimermi e non necessariamente la mia futura professione. Sono arrivata a capire che il disegno sarebbe diventato il mio lavoro forse molto più tardi di chi ha una formazione accademica più tradizionale, ma non cambierei per nulla al mondo il mio percorso accidentato, pieno di persone bellissime e di esperienze dense (con degli ex colleghi universitari sono diventata anche imprenditrice fondando “ReeDo”, una start up che è oggi un laboratorio di autoproduzione sartoriale e una piccola scuola artigiana in centro a Rimini). Insomma, il disegno per anni è rimasto dietro le quinte, ma gli ho sempre dedicato un tempo di esercizio e ricerca piuttosto sistematici fino a portarlo a una prima maturità tale da poterlo proporre sulla scena come il mio “pezzo forte” e sono stati i clienti stessi (partendo da subito dopo la laurea come libera professionista) a dimostrarmelo.

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Personal Rorschach Test

Guardando i tuoi lavori ho come l’impressione che spesso siano frutto, concedimi il termine, del caso. Mi spiego: sembra sempre che sia un oggetto, magari visto per caso, a ispirarti e che poi tu ci ricami una storia attorno. È davvero così? Come nasce, insomma, un tuo lavoro?
L’idea che molti dei miei disegni conservino questo effetto finale di “incontro casuale” e di piccola epifania mi piace, non la ritengo offensiva. È vero, spesso rendere il pubblico partecipe di quanto lavoro c’è dietro a un disegno è uno degli aspetti “faticosi” della mia professione, ma la leggerezza e l’empatia sono linguaggi con cui mi piace fare il primo passo per iniziare a dialogare con chi si approccia al mio mondo disegnato. Se quello che ho disegnato suscita immediatamente curiosità, meraviglia, e nello stesso tempo una familiarità tale da avvicinare le persone a me senza metterle in soggezione, allora penso di aver raggiunto uno dei miei obiettivi. Ci sono poi casi in cui questo tipo di “incontro casuale” tra il segno e il quotidiano è proprio al centro della mia ricerca: parlo di progetti come la serie foto-illustrate “La vita nascosta delle cose” in cui il gioco è proprio rieducarci a guardare le cose apparentemente banali con nuovi occhi e scoprire quante storie ancora hanno da raccontarci. Il caso invece, nel vero e proprio senso del termine, l’ho sfidato nel mio ultimo progetto presentato alla Biennale del Disegno di Rimini (aprile-luglio 2016) con il progetto “Personal Rorschach Test”: per un mese ho lavorato, giorno dopo giorno, con delle macchie di inchiostro di china esercitandomi nel disegnare (un disegno al giorno, per un totale quindi di 31 tavole) quello che la macchia mi suggeriva. Come accade nel test psicologico di Rorschach, appunto, l’inconscio mi ha rivelato cose inaspettate e mi sono misurata con un nuovo modo di gestire le immagini, lasciando che fosse l’inchiostro casualmente sparso sul foglio a dare il La. Il disegno quindi non è solo uno strumento di produzione di contenuti, ma anche un vero e proprio strumento di indagine di me stessa e del mondo intorno che poi trova anche le sue applicazioni al servizio dei clienti. Per esempio, sulla scia di questa esperienza è nata la serie “Lettimi illustrato”, un progetto foto-disegnato per sensibilizzare il recupero del giardino di Palazzo Lettimi a Rimini (un luogo storico un po’ dimenticato) in occasione del festival di teatro e musica “Le città visibili”.

I tuoi personaggi hanno una storia? Cioè, quando disegni un nuovo personaggio pensi anche a un suo ‘vissuto’?
Quasi sempre accade, a livello più o meno consapevole, che i personaggi abbiano, se non una storia vera e propria, un carattere o una certa vocazione già piuttosto spiccata. Chi segue i miei schizzi e appunti su instagram, per esempio, noterà che spesso le didascalie rivelano delle piccole “storie in potenza”. Alcune volte mi diverto ad appuntarle velocemente, persino correndo dietro al disegno e cercando di assecondarne la natura. Scrivere è sempre un ottimo esercizio per me: mi aiuta a mantenere elastica la mente, a progettare in modo sempre più consapevole, a vedere fino a che punto so far correre veloce l’immaginazione stressando meccanismi come l’associazione di idee, il gioco dei contrari, e tanti di quei processi che Rodari nella sua “Grammatica della fantasia” ha descritto. Le storie che trasformerò in progetto le sto coltivando proprio in questi ultimi tempi. Altre storie sono state l’occasione per instaurare un dialogo con i miei lettori e fare nuovi incontri: è il caso della storia con più finali di Annina al circo, per presentare un disegno che non aveva superato la selezione di un concorso; è il caso del disegno del “bambino che aveva troppi capelli” nato quando avevo a malapena un blog, la cui storia è stata scritta poi tra i commenti come un regalo da Enrico Padovan con cui poi abbiamo realizzato il libro illustrato “Il Catturastelle” (autoproduzione che nel suo piccolo ci ha dato bellissime soddisfazioni).

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Un’idea – Bebè

Ti va di condividere con noi un paio di tuoi lavori e raccontarci la loro storia?
Tra i progetti personali che più mi hanno dato soddisfazione, c’è la serie foto-illustrata “Un’idea” (20 disegni a matita, colorati in digitale e combinati con la stessa base fotografica che rappresenta una lampadina). Alle idee corro dietro tutti i giorni, a volte in affanno perché le voglio acchiappare a tutti i costi, altre volte ci passeggio assieme piano piano, altre volte ancora ho l’impressione che mi stiano facendo un dispetto, nascoste da qualche parte a ridere del fatto che non le riesco a stanare. Mi piace moltissimo farmi raccontare dalle persone come nascono le loro idee: anche quella che ci appare una banalità, prima o poi svela un guizzo interessante, quel momento in cui il famoso interruttore si è acceso e ha illuminato. Che si tratti quindi di piccole epifanie quotidiane o di progetti sbocciati dopo lunghi periodi di elaborazione, le idee meritano tutte almeno un minimo di ascolto, di disponibilità, almeno un piccolo saluto, anche quando magari alla fine davvero poi non ci portano a “niente”. Ho scelto di farmi aiutare dalla lampadina che i fumetti ci hanno addomesticato a leggere come la rappresentazione sintetica per eccellenza dell’idea. Poi mi sono messa in ascolto. Cosa succede quando nasce un’idea? Cos’è un’idea e cosa può diventare? Come funziona un’idea? La sorpresa che ha suscitato questa raccolta nel pubblico che l’ha vista in più occasioni in mostra è stata un regalo bellissimo. La serie, potenzialmente infinita, ha aperto conversazioni coinvolgendo grandi e piccini, ha suggerito un gioco alla portata di tutti che hanno iniziato a interpretare i disegni, ad eleggere il loro preferito riconoscendosi nelle situazioni rappresentate, ad avvicinarsi al mio modo di lavorare e di concepire le idee alla base dei miei lavori. Resta perciò un progetto a cui sono molto affezionata e tra quelli attualmente “in cerca di editore”!

Passiamo a una domanda pratica: di illustrazione si riesce a vivere?
Non sempre, non facilmente in Italia (stando anche ad esperienze di colleghi già molto più solidi e avanti di me nel loro percorso). Io posso dire di sì, ma ci sono ancora molti obiettivi da spuntare sulla lista per poter dire di aver costruito una vera e propria carriera. L’editoria, per esempio, è un mondo ancora nuovo con cui sto appena iniziando a misurarmi ma che spero farà parte del mio lavoro sempre di più in futuro. La pubblicità e la comunicazione sono i settori che fino ad ora mi hanno permesso di trasformare in lavoro la mia passione e il cui mondo continua ad affascinarmi e con cui ritrovo molte consonanze: la necessità di interpretare il brief del cliente, il processo creativo che sta dietro alla realizzazione di una campagna, le tante competenze che si incrociano, i pesi di cui tener conto in ambienti anche molto competitivi. Raccontare storie per immagini è quello che so e che sto imparando sempre meglio a fare; per farlo, so di dover tenere insieme moltissimi pezzi del puzzle che non hanno strettamente a che fare con il disegno ma piuttosto con la promozione di me stessa, la capacità di relazionarmi con altre persone, una certa gestione del bilancio personale in un lavoro in cui ci possono essere periodi di intensa attività e altri più immobili e apparentemente scoraggianti.

In una società in cui le immagini fotografiche circolano con grande facilità e in quantità abnormi, fatte da chiunque e postato online ‘senza ritegno’… dove si pone l’illustrazione? E cos’ha da offrire, secondo te?
Siamo ormai da anni immersi nella liquidità della rete, nella logica wiki della conoscenza condivisa e partecipata, nella frammentazione delle conversazioni che però sono un “sistema nervoso” (come lo chiama McLuhan) della nostra quotidianità. Questo ha portato certamente a dei benefici e a una maggior democratizzazione delle risorse condivise e arricchite dal libero contributo di tutti. Nello stesso tempo la rete spesso sembra non lasciare nulla dietro di sé: il facile consumo soprattutto delle immagini, impoverisce il ruolo di chi le produce, rende molto frustrante la ricerca di una modalità di investimento seria su contenuti di qualità che, tanto, si pensa, galleggino in superficie con la stessa dignità e scarsa longevità di quelli approssimativi. Di immagini siamo onnivori e impariamo a farne scorpacciate sempre più veloci e a produrne noi stessi delle nuove (pensiamo ai pochi secondi delle “narrazioni” personali messe in scene su snapchat). Mi chiedo quanto ancora conti l’aspetto autorale, quanto il pubblico ma soprattutto i committenti siano interessati a investire risorse e attenzione su un’immagine piuttosto che sull’altra e sulla base di quali criteri oggi ne venga decretato il valore. Potrei cavarmela dicendo che l’illustrazione resta una finestra di sogno ed evasione dalla quale concedersi di spiccare un rasserenante volo, ma non riesco a non pensare a quanto questo stratificarsi di immagini sia una parte dello stratificarsi della nostra storia, del nostro modo di filtrare la realtà. Anche la rappresentazione di un sogno, leggero e divertito, buffo e giocoso, lascia un segno importante nei nostri occhi che forse non ci cambierà la vita ma condirà il nostro universo di riferimenti e magari ci darà slancio e fiducia per fare qualcosa di nuovo. In questo marasma, se un disegno riesce a raccontarmi qualcosa, a innescare un dialogo, a farmi venire un’idea allora ha trovato una strada che mi interessa per galleggiare perlomeno un po’ più a lungo e lasciare negli occhi di guarda una traccia significativa.

Progetti in corso e/o futuri? Dove possiamo vedere te e i tuoi lavori?
Sto lavorando per committenti di vario genere (aziende, privati, associazioni) e iniziando a mettere insieme qualche progetto personale più strutturato da proporre all’editoria. Qualcosa ha già iniziato a muoversi e spero di potervene parlare all’inizio del 2017. Aggiornamenti continui e piccole rivelazioni sulla mia vita da disegnatrice si possono seguire sui miei canali social (instagram, twitter, facebook, snapchat) o intercettando l’hashtag #chidisegna che ormai accompagna fedelmente il mio “diario di bordo” virtuale.

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Annina al circo

Entrando in Slade House

Esiste una via piuttosto stretta e ben nascosta. Ha una targa che la segnala ma non è così facile trovarla. In questa via c’è una porticina di ferro. È piccola e devi abbassarti per oltrepassarla, e forse proprio per questo motivo risulta difficile vederla. Dietro questa porta c’è un giardino meraviglioso, che al suo centro ospita una casa signorile di notevole bellezza, una villa che tutti ameremmo abitare.
Sembra tutto perfetto, se non fosse che Google maps non la rileva, che lo spazio occupato è troppo grande per stare in quella via e che, beh, non è disabitata. Non del tutto, almeno.

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I custodi di Slade House conferma una cosa che non aveva affatto bisogno di conferme: la bravura di David Mitchell.
Tulio Avoledo, durante il loro incontro a Mantova ha detto che non sconosce nessuno, tranne forse Michel Faber, in grado di passare così agilmente da una narrativa più di genere a una mainstream. Io condivido totalmente.

Conosciuto soprattutto per Cloud Atlas, Mitchell ha un modo particolare di raccontare le storie. Non procede infatti con una narrazione lineare, ma ‘spezza’ l’intera trama in tanti racconti che, solo a libro concluso, ci faranno avere un quadro completo. Allo stesso tempo, ogni storia potrebbe quasi essere un racconto a sé stante. Mitchell è una sorta di orafo: intaglia ogni pietra in modo che sia perfetta, così perfetta da poter essere indossata da sola, ma poi le unisce per formare una bella collana che, grazie alla brillantezza di ogni suo singolo componente, risplende di grande bellezza.

I custodi di Slade House è un romanzo gotico, in parte horror, ma una cosa che mi ha molto interessato è che l’elemento ‘crudele’ e sovrannaturale della storia, quello che insomma dovrebbe fare davvero paura, è in verità qualcosa di sì terribile, ma estremamente affascinante. C’è un sentore di eleganza e grazia in questo lato oscuro. Una sorta di ordine cosmico in quello che fanno, sottolineato dalla costanza dei loro ritmi, ritmi che sono la chiave per la loro stessa vita.
Le vittime, invece… Sono le vittime il vero elemento orrorifico, perché sono le loro esistenze a fare paura. Ogni persona che entra in Slade House per non uscirne più, è in verità una persona dall’esistenza infelice, e tutte queste infelicità grandi e piccole sono infelicità che potremmo avere noi, che probabilmente abbiamo avuto, o avremo. È, in somma, la vita reale quella che spaventa, in questa storia. È l’essere soli, bullizzati, tristi, esclusi a far davvero paura.

È anche una storia che riprende a piene mani da Le ore invisibili. Anzi, come dichiarato dall’autore, questo libro nasce proprio dal precedente. C’è quindi, ancora una volta, quella ricerca di una vita eterna, quel desiderio di non sparire che ritorna e si fa estremamente concreto, tanto concreto da diventare una forma di nutrimento.
Cosa siamo disposti a fare per non soccombere al tempo? E cosa ci spaventa della vecchiaia? E della morte? Non è forse più spaventosa la vita?

Durante l’incontro al festival della letteratura di Mantova, Mitchell ha dichiarato che la lettura è una forma reale di telepatia in questo progetto che è l’umanità.
Ecco. Coi libri di questo autore si ha telepatia e anche empatia, si entra in contatto profondo con i protagonisti delle sue storie perché le sue storie sono vive, traboccanti di vita. Sono forti. Magari richiedono una maggiore attenzione, perché giocano ad incastrarsi tra loro, ma regalano frutti tenaci e ricchi. Sono libri, quelli di Mitchell, che ci raccontano con estrema precisione, sebbene le nostre storie vengano vestite con abiti fantastici. Ma l’abito è solo un trucco.
L’abito è solo una lente d’ingrandimento.

E sì. Avete letto bene. Le nostre storie.

Intervista all’Illustratore Italiano

Secondo appuntamento con l’illustrazione, argomento del mese qui sul blog.

Oggi c’è un ospite particolare: Maria La Duca, direttrice artistica della rivista l’Illustratore Italiano, un magazine dedicato ‘al disegno e ai disegnatori italiani’ che sta per giungere al suo terzo numero (uscirà il 21 settembre).

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Illustratore Italiano – numero 1

L’Illustratore Italiano l’ho conosciuto per caso, in uno dei miei naufragi online. Ed è stato amore. Ma tanto amore. Perché questo è un progetto che vale la pena di seguire. Vale la pena se vi interessa l’illustrazione, ma anche se, molto semplicemente, vi interessano le storie.

Come ho già detto la settimana scorsa, l’illustrazione racconta delle storie. Ovvio. E quelle raccolte in ogni numero di questo magazine sono varie (reportage, viaggi, filastrocche, caratteri tipografici, stilisti…) e capaci di interessare davvero chiunque, proponendo allo stesso tempo svariati artisti anche molto differenti tra loro, facendoceli così scoprire e mostrandoci cosa può essere questo mondo e cosa può catturare davvero il nostro sguardo.

Io ringrazio infinitamente Maria per la sua disponibilità e vi invito a scoprire il sito del progetto e magari ad acquistarne almeno una copia, che tanto poi sono sicuro ve ne innamorerete.
Buona lettura.

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Illustratore Italiano – numero 2

Buongiorno Maria e grazie per aver accettato il mio invito.
Per cominciare mi piacerebbe capire chi c’è dietro l’Illustratore Italiano?
Io e Filippo siamo gli editori, sotto il nome di MOM, e ci occupiamo rispettivamente della direzione artistica e della progettazione grafica. Al nostro fianco, Alessandro Carboni per la direzione editoriale e Elena Gusperti per tutte le traduzioni (il magazine è bilingue ita/en).

Come mai una rivista di illustrazione? Ce n’era bisogno?
Di fatto c’era un vuoto di mercato in questo settore, qualche rivista specializzata in un ramo specifico dell’illustrazione ma nessun punto di vista più globale.
L’idea di fondare un magazine è nata proprio dall’esigenza di un unico luogo di confronto e scambio sul mestiere del disegnatore.

Come nasce un numero dell’Illustratore Italiano?
Ogni numero ha un filo conduttore, una traccia, un tema, che ci aiutano a comporlo, ma spesso sono gli incontri e le storie dei diversi autori a generare spunti per il numero successivo. Così è successo con Cosimo Miorelli a Berlino, ad esempio, e con la libreria Mutty di Castiglione delle Stiviere per il reportage di Olimpia Zagnoli; entrambi presenti sul terzo numero.

Come mai la scelta di fare una rivista bilingue?
Sappiamo quanto gli illustratori italiani siano apprezzati all’estero e la scelta è stata immediata fin dai primi ragionamenti progettuali. L’obiettivo è il mercato estero e la maggior visibilità possibile per gli autori. Siamo già distribuiti a Londra e Berlino e i bookshop internazionali italiani sono facilmente attratti da un prodotto dedicato anche al pubblico straniero.

In una società in cui le immagini fotografiche circolano con grande facilità e in quantità abnormi, fatte da chiunque e postate online ‘senza ritegno’, dove e come si pone l’illustrazione? E cos’ha da offrire, secondo lei?
È un linguaggio capace di coinvolgere l’immaginario di tutti; che sia fiction o non-fiction ha il pregio di comunicare in modo efficacie bypassando in qualche caso anche la fotografia.
Penso al graphic journalism di Portinari e Vincino o alla comunicazione aziendale dei grandi marchi Italiani come Pirelli, Olivetti, Campari. Uno scatto non avrebbe la stessa forza.

Crede che l’illustrazione sia sottovalutata, rispetto ad altre arti visive?
Come ci disse Marzia Corraini, sono cicli; oggi gode di maggior visibilità rispetto agli anni passati, complice, forse, una consapevolezza diversa della professione.

Come sta l’illustrazione italiana?
La scena italiana è ricca e di grande qualità, soprattutto quando si percepisce lo studio, la progettazione e l’intero processo creativo dell’opera, segno della professionalità e delle competenze dell’autore. L’illustratore è un professionista della comunicazione, non solo un bravo disegnatore.

Se non mi sbaglio, per ogni numero indite una ‘call’, ovvero una sorta di ‘concorso’ per delle illustrazioni legate a un tema. Ce ne può parlare?
Le call sono nate per coinvolgere il pubblico e tutti i giovani illustratori che quotidianamente ci mandano i loro portfolio. Per noi è anche una sorta di talent scouting.
Scegliamo un tema legato all’attualità e osserviamo come viene interpretato; spesso partecipano anche illustratori già affermati e mediamente riceviamo circa 80 illustrazioni per ogni call ed è un numero altissimo.

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Non so se sono io a essere un po’ sciocco, ma mi piace molto che sul retro della rivista sia scritto: ‘… dedicata al disegno e ai disegnatori italiani’. L’utilizzare la parola disegno invece che illustrazione mi sembra quasi un invito aperto a tutti a riappropriarsi dell’arte del disegno. Mentre forse il termine illustratore è più professionale, disegnatore è più… per tutti. Tutti disegnano, in un qualche modo. Possiamo forse considerarlo un invito a riscoprire quest’arte?
Un invito ad osservarne la qualità, gli utilizzi e le applicazioni, riscoprirne la storia e i protagonisti, fino ad apprezzarlo come mestiere, con le sue regole e caratteristiche.

Grazie mille per la disponibilità. So che siete stati in giro per l’Italia, ultimamente. Ci saranno ancora occasioni per incontrarvi dal vivo?
Il prossimo appuntamento è la presentazione del terzo numero a Genova, domenica 18 al Garden Market, poi saremo al Treviso Comic Book Festival a fine mese e poi ancora Milano e Torino tra ottobre e novembre. Gli appuntamenti dal vivo sono il momento migliore per raccogliere le considerazioni dei lettori.

Il dottor Glas e la ricerca dell’infelicità

Esiste un  momento nella vita di ognuno di noi in cui si pensa (si scopre?) che tutto è vano. “Vanità di vanità.” direbbe Qoelet “Tutto è vanità.”
Non si tratta di un momento di sconforto, quanto piuttosto di un’accettazione che no, non siamo niente, in fondo, e che forse niente può davvero dare sollievo a questa situazione.

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Lo sa bene il dottor Glas che, in qualche modo, vive questa condizione da tutta la vita, tanto che un suo amico dirà che fa parte di quegli…

…uomini che difettano di ogni predisposizione alla felicità e che l’avvertono con penosa e inesorabile chiarezza. Tali uomini non aspirano alla felicità ma, semmai, cercano di dare un po’ di forma e di stile alla propria infelicità.

Il dottor Glas è una persona rispettata e benestante, un dottore appunto. Si definisce brutto e se ne dispiace, ma allo stesso tempo non ne fa davvero un dramma. Si tratta di una creatura intrappolata in una solitudine autoinflitta, tanto che, sebbene qualche volta ci pensi, non riesce a trovare la voglia di accettare, o almeno capire, le avances di una signora a lui interessata. Alla fine non avrà nemmeno la forza, il coraggio, e nemmeno l’intenzione, di dichiararsi alla donna che davvero gli interessa. Nemmeno nel momento più opportuno, quello che potrebbe cambiare le cose.

Mi avevano insegnato a pensare che la volontà di Dio consistesse sempre in quello che, più di tutto, andava contro la nostra volontà.

Questo suo mondo di ‘nulla’ viene messo in difficoltà proprio da questa donna alla quale non saprà dichiararsi.
Si tratta di una sua paziente, moglie di un sacerdote che il dottor Glas non sopporta. Lei ha un giovane amante e col marito non vuole più averci nulla a che fare, specialmente in ambiti intimi.
Il dottor Glas se ne invaghisce a tal punto che vuole trovare un modo per aiutarla nella sua ricerca della felicità. Qualsiasi modo verrà preso in considerazione. Qualsiasi.

La morale è uno degli utensili domestici,  non una divinità. Deve essere adoperata, non deve dominare. E deve essere adoperata con buon senso, con un granellino di sale. È saggio far proprie le usanze di dove ci si reca; è sciocco farlo con convinzione.

Questo romanzo-diario svedese, apparso per la prima volta nel 1905, non mancò di scandalizzare una società intera. Tratta infatti alcuni argomenti piuttosto delicati, come la violenza sessuale interna al matrimonio, ma anche l’aborto e l’eutanasia, senza dimenticarsi dell’omicidio, e lo fa in un modo molto diretto e spesso con idee opposte rispetto alla ‘morale’ comune.

Volere è saper scegliere.
Saper scegliere è saper rinunciare.

È un romanzo che per tutto il tempo ruota attorno alla domanda ‘cos’è giusto fare?’, ma è una domanda che, almeno per quanto riguarda le azioni del dottore,  non troverà mai una vera risposta, neanche a scelte fatte.

Il dottor Glas è una persona distaccata dal mondo. Lo osserva passare, lo indaga e lo studia, ma sente di farne parte a modo suo. Ed è proprio questo che gli consente di pensare a svariati argomenti in un modo ‘inedito’.
Ma cos’è che lo ha reso così? Cos’ha fatto in modo che quest’uomo di inizio Novecento pensasse così fuori dagli schemi, tanto da rimanere imprigionato in una sua visione di sé? Forse è lui a confessarcelo quando, durante un bellissimo flusso di pensieri a proposito di paesaggi considerati belli, si chiede:

…quale tipo di ambiente naturale mi sceglierei, se non avessi mai letto un libro, né avessi mai visto un’opera d’arte. Forse, non mi verrebbe neanche in mente di scegliere in quel caso; può darsi che allora l’arcipelago, con le sue piccole rocce, mi basterebbe. Tutte le mie idee e i sogni sulla natura sono probabilmente costruiti su impressioni che ho ricevuto dalla poesia e dall’arte.

La cultura è la causa di tutto?

Beato chi ha potuto dare qualcosa, almeno una volta, e non soltanto ricevere.

Oppure è la bellezza?

Mi chiedo anche se il dottor Glas non sia semplicemente una scusa. Anzi, non una scusa, ma una guida. Il dottor Glas è forse il nostro Virgilio? Quello che ci conduce tra gironi fatti di quotidianità e pensieri comuni nel tentativo di arrivare a quel fondo, a quel cuore di tutto che è il nostro vero io, quell’io che sa che, sebbene niente sembra valere la pena, noi questo niente lo vorremmo tutto.

Si vuole essere amati; in mancanza di questo, ammirati; in mancanza di questo, detestati e disprezzati. Si vuol suscitare negli uomini un sentimento di qualche tipo. L’anima rabbrividisce dinanzi al vuoto e vuole avere contatti a qualunque costo.

O forse non è che vogliamo tutto. E non è nemmeno che non vogliamo niente. Forse lottiamo tra il tutto e il niente per tentare di capire noi e chi ci sta attorno, per tentare di capire cosa vogliamo, cosa vogliono, cosa pensiamo, cosa pensano. Forse traballiamo tra l’infelicità e la felicità nella speranza di capire la vita, di dargli un senso. Ma il dottor Glas è più intelligente di noi:

… forse non si deve capire la vita. tutta questa storia di spiegare e di capire, tutta questa caccia alla verità è forse una strada sbagliata.
Noi benediciamo il sole, perché viviamo esattamente alla distanza necessaria. Alcuni milioni di miglia più vicino o più lontano e verremmo inceneriti oppure geleremmo. E se fosse così anche per la vita?

***

Il dottor Glas, di Hjalmar Soderberg
Traduzione di Maria Cristina Lombardi
Lindau, 166 pagine, 16,00 €

I di Illustrazione

Come anticipato alla riapertura del blog, i post del venerdì saranno dedicati a un determinato argomento che varierà di mese in mese e che cercherò di studiare/approfondire/scalfire attraverso libri, persone, luoghi… in somma, attraverso storie.

L’argomento di questo mese è l’illustrazione.

Non se bene il motivo che mi ha spinto verso questa decisione. Forse sono state alcune scoperte impreviste e interessanti, come il magnifico Illustratore Italiano (del quale avremo tempo di parlare in seguito). O forse, molto più semplicemente, tutto nasce dal fatto che a casa mia, in questo periodo, di libri illustrati ne girano parecchi.
Leggendoli con il Pupo mi sto rendendo conto della capacità che hanno i disegni di raccontarci qualcosa. Qualcosa che non è solo il testo presente nella pagina, ma anche qualcosa d’altro, qualcosa di oltre. L’illustrazione può divenire una lettura “a parte”, una lettura ulteriore. L’illustrazione è un aiuto a vedere meglio il mondo. Non è una spiegazione della vita, come a volte pretende di essere la letteratura, è piuttosto uno strumento che vuole aiutarti a comprendere quanto il mondo possa essere diverso da quello che ti appare in un primo momento. In un’illustrazione non conta solo il disegno della sua totalità, ma conta anche il tratto, il colore scelto, i particolari, il materiale, ecc.

Questo primo post però voleva essere una discesa dolce nel mondo delle figure e quindi mi sembrava giusto partire con una cosa che sono ‘abituato’ a fare in un contesto come questo: dare suggerimenti. Suggerimenti libreschi, ovviamente. In fondo, non è forse più semplice vederla un’illustrazione, piuttosto che spiegarla?

Nel momento in cui ho dovuto scegliere quali albi mi sentivo di consigliare, mi sono però trovato in difficoltà. Quello dei picture book è un mondo estremamente vasto e vario che comprende molti oggetti anche diversi tra loro (per esempio, in quest’ultimo periodo sono affascinato dai silent book, ovvero libri completamente senza parole).
Come decidere, quindi, quali lavori suggerire?

Poi ho pensato che questo è un blog personale. È una specie di diario delle mie letture, delle storie come le vedo io, quindi perché non soffermarmi su dei lavori che in qualche modo mi riguardano?
Ecco quindi che i tre (più uno bonus) consigli che vado a fornirvi sono consigli di puro cuore. Come del resto dovrebbe essere un buon consiglio.
Non sono necessariamente i più rappresentativi, i più belli o i più premiati della loro specie. Sono ‘solo’ opere che io ritengo estremamente ben fatte e alle quali, in qualche modo, mi sento legato.

Un diario personale per storie e immagini, quindi.

Il primo albo non poteva non essere quello di una fiaba.
Le fiabe sono sempre state, e oggi lo sono più che mai, parte del mio essere lettore. Non ne sono un grande conoscitore, sebbene stia tentando di rimediare, ma ne sento pesantemente il fascino e ne percepisco l’importanza. Senza contare che hanno costituito le uniche ‘letture’ che sono riuscito a leggere/farmi leggere da piccolo.

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The tale of the firebird è una sorta di controparte russa a una fiaba che mia madre mi leggeva da piccolo: L’uccello d’oro.
L’uccello d’oro è una fiaba che mi facevo raccontare allo sfinimento, prima di andare a dormire. Mia mamma è perfino arrivata a registrarmela su di una cassettina (sì, son vecchio) perché ormai non ne poteva più di continuare a raccontarmela all’infinito. Parla di un ragazzo molto testardo (al limite dello stupido mi viene da dire) che non segue i consigli ma che, per sua fortuna, viene salvato da chi è più saggio di lui. Se volete leggerla, la trovate a casa dei fratelli Grimm.
The tale of the firebird è una fiaba in parte diversa, ma è pensando a L’uccello d’oro che mi ci sono avvicinato. Questa versione è forse più magica e le illustrazioni di Genaddy Spirin che accompagnano il testo sono di una magnificenza degna degli zar. Sono quasi barocche, e io amo il barocco, ricche e istoriate. Sono piene di luce preziosa che nasce da oro e ricchezza, e allo stesso tempo nascondono note di profonda tenebra, grigi e cieli scuri…

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Se si vuole puro piacere per gli occhi, questo è l’albo giusto.
Unica pecca, lo trovate solo in inglese.

Il secondo libro che vi consiglio è Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie illustrato da Yayoi Kusamae edito in Italia da Orecchioacerbo.

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Ho scelto questo testo perché Alice è IL personaggio letterario che più mi accompagna nella vita e nelle letture. Il libro di Carroll è per me qualcosa di importante e inavvicinabile e insostituibile e quindi doveva essere in questa lista.
Di Alici illustrate, poi, ce ne sono fino allo sfinimento (tra le mie preferite c’è per esempio quella di Rebecca Dautremer, pubblicata in Italia da Rizzoli), ma questa versione… questa versione rivela una cosa importantissima: le storie sono di tutti e ognuno le ‘legge’ come vuole, seguendo una propria visione. Questa versione ci rivela quanto non solo la nostra individualità prenda forza dalle storie che leggiamo/sentiamo, ma anche quanta forza le storie possano prendere dalle singole individualità. Io lo trovo favoloso.

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Se volete vedere una storia arciconosciuta in una visione personalissima…

Ho poi scelto un volume targato Topipittori: C’era una voce.

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C’era una voce, di Berardi e Gottardo è un albo molto bello e delicato, specialmente se paragonato ai due albi citati qui sopra, nei toni e nei colori e nelle figure che sono estremamente ampie, prive di piccoli dettagli. Tendono ad abbracciare più una scena d’insieme che un particolare.
È un libro che potrebbe passare come a sfondo religioso (e in effetti lo è), ma che secondo me può essere visto come un qualcosa di più ampio: la voce, la parola è all’origine di tutto. È la parola che spiega, che racconta, che rende il tutto reale.
Troppo spesso la parola perde la sua importanza. Troppo spesso le si concede poca attenzione, la si sceglie senza la cura di cui avrebbe bisogno.
Ecco, C’era una voce ti dice che la parola ha grande potere.
E, ripensandoci, risulta quindi interessante che questo sia stato, praticamente per caso, il primo libro che io e mia moglie abbiamo letto al nostro bambino mentre era ancora in pancia.

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Poi c’è il bonus.
Lo chiamo bonus perché è un lavoro in cui sono implicato e quindi…
Sto ovviamente parlando di Fiabe per leoni veneziani, l’antologia di fiabe classiche ri-ambientate a Venezia e scritte da una decina di magnifici autori. Tra l’altro, se voleste acquistarlo sappiate che i diritti d’autore vengono dati in beneficenza all’associazione UILDM di Mestre.

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Lo cito qui perché avendo gestito il progetto ho avuto il privilegio di poter veder nascere le illustrazioni che in esso sono contenute.
Sono opera di Vincenzo Sanapo, che ha uno stile unico e magico.
Vedere i bozzetti che, come bruchi, sono poi diventati farfalle colorate mi ha fatto capire come un’illustrazione, sebbene nasca (in questo caso) dalla storia scritta, si evolva in verità in maniera diversa. Penso per esempio a come Vincenzo mi ha raccontato del lavoro fatto sul disegno di accompagnamento della fiaba di Barbara Fiorio: Spumiglia. Vincenzo mi disse che aveva pensato di dare gli abiti da farfalla alla strega cattiva perché simboleggiasse qualcosa di bello ma terribilmente velenoso. Oppure l’illustrazione della fiaba di Fulvia Degl’Innocenti, che ri-racconta Cappuccetto Rosso e che ha per protagonisti un topino e un gatto. Vincenzo ha ben pensato, per rendere ancor più veneziano il contesto, di rendere queste due creature sottoforma di maschere.

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L’illustrazione, in somma, è un’arte speciale che andrebbe apprezzata maggiormente. Non solo correda le storie ma le ripensa, le impreziosisce e te le fa leggere in modo diverso. Eppure c’è la tendenza a dare poca importanza a questi lavori, a considerarli per bambini e a spenderci sopra giusto due secondi, passando in fretta alla pagina (scritta) successiva.
Ecco, tra le tante cose che le illustrazioni ci insegnano potrebbe esserci il tempo: usalo, fermalo, riempilo, prenditelo.

***

The tale of the Firebird, di Gennady Spirin
Philomel Books, 32 pagine, 16,52 €

Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll e Yayoi Kusama
traduzione di M. Graffi, Orecchio Acerbo, 181 pagine, 30,00 €

C’era una voce, di Alessandra Berardi e Alessandro Gottardo
TopiPittori, 40 pagine, 30,00 €

Fiabe per leoni veneziani, di AA.VV.
Studio LT2, 130 pagine, 15,00 €

Meraviglia e spavento oltre il muro

Amo molto i disegni di Tony Sandoval. Sono bellissimi e grotteschi allo stesso tempo, in grado di suscitare fascino e desiderio, ma anche una sensazione simile alla paura (a volte), proprio come l’età che questo artista preferisce raccontare, ossia tutto quel periodo di intersezione/cambiamento/evoluzione che è la pre-adolescenza e l’adolescenza stessa.

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Oltre il muro è una collaborazione di Sandoval con Pierre Paquet, che qui scrive la sceneggiatura, e che ha come protagonista un ragazzino in fase di ‘transizione’, appunto.
A dire il vero, l’adolescenza non è il perno centrale su cui ruota tutta la storia (si scoprirà solo alla fine la causa del tutto), ma è indubbio che questa avventura, vissuta in questo modo preciso, è frutto di un’adolescenza imminente.

Se Pepe fosse stato più piccolo, o più grande, avrebbe affrontato tutto alla stessa maniera? Io non credo.

In questo mondo soglia tra fanciullezza ed età adulta si mescolano sentimenti e pensieri appartenenti ad entrambe le età, ed ecco quindi che una situazione dolorosa da il via non a un’avventura vera e propria, ma a un incubo popolato da mostri che inseguono, che vogliono divorare, sbranare, ma anche a prati pieni di fiori e belle ragazze,  amore ma anche da dolore.

Devi arrenderti all’evidenza… sei solo al mondo.

È l’età, questa, in cui si scoprono cose: la solitudine, la responsabilità, le conseguenze delle proprie azioni che, per la prima volta, devono essere affrontate da te.
E ogni volta che si abbatte un muro e lo si supera, ecco una nuova sensazione! Qualcosa che prima non si era provato e che ci fa sempre più male. Ma anche più bene.

Quando sei bambino, c’è una specie di magia che ti da l’illusione di sapere tutto… ma questa arroganza può presto trasformarsi in un colpo di pugnale al cuore.

La grande avventura di crescere è una sorta di apprendistato, uno stage, dove tutto quello che ti è stato detto prende forma. Ora puoi toccare la realtà con mano. E ti scotti. Inevitabilmente.
Ma l’importante è capire che, a vole, quello che sembra un male magari non lo è. non del tutto.
A questo proposito trovo meravigliose le pagine dedicate all’uomo che vive in un prato fiorito, circondato da fate dei fiori: quando è triste piange, e le sue lacrime fanno crescere i fiori. Ma se è felice non c’è più acqua, i fiori muoiono e le fate, unica compagnia dell’uomo, scompaiono. Credo sia una visione estremamente forte e importante.

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E poi, con l’adolescenza si incomincia a capire che il tempo avanza inesorabile, senza mai fermarsi, senza concederti una pausa. Quello che è successo… è successo. Bisogna solo capire come affrontarlo al meglio, e per capirlo bisogna riuscire ad affrontare i propri incubi.

Sono diventato un uomo senza volerlo.

 

Oltre il muro
di Pierre Paquet e Tony Sandoval
Traduzione di Stefano Andrea Cresti
Tunué, 96 pagine, 14,90 €