Dinosauri e antropocentrismi

Quando Micheal Crichton si mise a scrivere Jurassic Park, oltre al voler creare un romanzo che sapesse catturare il lettore aveva sicuramente un altro, e apparentemente alto, obiettivo: trattare un tema delicato come quello dell’ingegneria genetica e del suo possibile utilizzo illimitato (e non etico).

Ne nacque un romanzo incentrato su in bizzarro riccone che si era messo in testa di usare l’ingegneria genetica per ricreare i dinosauri e metterli in una specie di grande zoo per famiglie. Ma questo sarebbe stato solo l’inizio, perché nella mente di John Hammond vorticavano già mirabolanti idee su come aumentare i profitti post apertura del parco, con utilizzi ancora più ‘consumistici’ dei poveri rinati pachidermi.
Solo che Hammond e soci non avevano previsto ogni cosa e il parco non prese mai vita, come sappiamo praticamente tutti grazie soprattutto al film di Spielberg.

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È indubbio che, al di là degli intenti di Crichton, il romanzo sia soprattutto una lettura di quelle che definisco ‘da spiaggia’, che vanno bene per farsi intrattenere qualche ora senza dover impegnare troppo la mente. Non è, in somma, un trattato scientifico e nemmeno un testo di letteratura engagé. Allo stesso tempo, però, è indubbio che alcuni elementi presenti nella narrazione riescono ad offrire degli spunti interessanti su cui riflettere legati al ruolo che l’uomo ha, o si è dato, rispetto al mondo circostante.
Il punto che forse mi ha più colpito, in questo senso, si trova verso la fine.

Ian Malcolm (che nel libro ho trovato più odioso rispetto al film) si sta lasciando andare al suo ennesimo sproloquio e spiega ad Hammond che l’uomo è troppo autoreferenziale, pensa troppo a sé stesso e in termini troppo antropocentrici. La verità è che il pianeta ‘ragiona’ in modo completamente diverso e con tempi differenti dai nostri. Arriva ad affermare che anche l’idea che ci siamo fatti sulla fine del mondo è sbagliata. Malcolm conferma, sì, che l’uomo ha causato e sta causando grandi disastri ambientali, ma ci ricorda anche che non sta distruggendo il mondo, ma solo il mondo come lo conosce lui, la sua realtà.
La verità è che anche nel caso in cui noi distruggessimo tutto quello che ci circonda, il pianeta, con calma, si rigenererebbe e rinascerebbe. Cosa che in fondo è già successa. Quelli spacciati saremmo noi.

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È vero. L’uomo pensa troppo a se stesso. Si crede slegato da quanto lo circonda perché si sente, in qualche modo, superiore. Più intelligente, più capace del resto degli animali, quindi in diritto di comandare e fare a suo piacimento. La verità è che non è necessariamente così, anzi, siamo tutti connessi su questo pianeta e il nostro sviluppo avviene in simultanea con lo sviluppo di altre creature, così come le nostre scelte ambientali avranno conseguenze che porteranno a effetti anche sull’uomo.

Tra i vari testi letti più o meno recentemente ne ho individuati tre che vanno a toccare, in qualche modo, proprio questo antropocentrismo. Si tratta di tre saggi che mostrano come l’uomo e il resto del pianeta siano collegati in maniere sulle quali non ci si sofferma mai a ragionare abbastanza.

Non si tratta di libri che si accaniscono sull’esperienza umana. Non trovo corretto, almeno non del tutto, quando ci si insiste troppo e solo negativamente sulla figura dell’Homo Sapiens. Sono semplicemente libri che vogliono ricordarci come la razza umana e le altre specie condividono più di quanto possa apparire in un primo momento.

La botanica del desiderio

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Michael Pollan è famoso per il suo Dilemma dell’onnivoro. Qui lascia parzialmente da parte il cibo per dedicarsi a come alcune specie vegetali si siano evolute compiacendoci.
I vegetali presi a esempio sono il tulipano, la mela, la patata e la cannabis. Ognuna di queste specie sono sopravvissute, si sono evolute e hanno prosperato perché si sono servite di noi. Nella ‘tesi’ di Pollan si capisce che l’uomo, così sicuro di aver saputo usare la natura al meglio per i proprio scopi, è in verità rimasto ‘vittima’ delle piante stesse. Ovviamente ‘scopi’ e ‘vittima’ sono esagerazioni linguistiche, ma il succo non cambia: non è l’uomo che ha regnato sul mondo, ma l’uomo e il mondo, in questo caso il mondo vegetale, sono cresciuti insieme, evolvendosi mano a mano che l’altro cambiava. Ecco allora che il tulipano è diventato bello perché all’uomo piaceva, ecco che le varietà di mela che piacevano all’uomo hanno prosperato, e così via.

In pratica, procedendo per vari tentativi, lungo il loro percorso evolutivo le piante hanno scoperto che il modo migliore per prosperare era utilizzare gli animali come diffusori dei propri geni.
Ma com’è possibile indurre un animale a fare quello che vuole un fiore?
Questo è il bello dell’evoluzione.
Molte delle sostanze chimiche delle piante sono state progettate, ovviamente attraverso la selezione naturale, per attirare altre creature risvegliandone e gratificandone i desideri. Ecco allora che ci sono orchidee che assumono i colori e le forme di un’ape per adescare api vere e riempirle del loro polline. O ecco che i fiori diventano belli, profumati, e le mele dolci per essere mangiate.

Il succo è tutto in una frase che Pollan scrive nell’introduzione al testo:

“Un progetto, in natura, non è altro che una concatenazione di casualità […]
Allo stesso modo, siamo inclini a sopravvalutare il nostro ruolo nella natura.”

Spillover

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Quello affrontato da Quammen è sicuramente un tema meno romantico rispetto all’evoluzione di un tulipano, e infatti nel suo corposo testo affronta l’argomento delle zoonosi, ovvero quelle malattie che passano da una specie animale all’uomo, in genere con risultati piuttosto devastanti. Giusto per fare un esempio, alcune famose zoonosi sono l’HIV, l’ebola, l’aviaria, ma anche la ‘comune’ influenza e sono virus animali (l’influenza è una malattia degli uccelli, per esempio) che in qualche modo sono riuscite a trovare ospitalità, spesso in maniera molto più letale, negli esseri umani.
Spillover è in parte è una ricostruzione storica e in parte una caccia ai virus nei luoghi dove questi riescono a fare lo spillover (ovvero il balzo interspecie) e il risultato è coinvolgente e facile da seguire, ma anche piuttosto inquietante per tutta una serie di implicazioni che hanno avuto e possono avere queste malattie sull’uomo.

Studiare le zoonosi è importante per poter essere il più preparati possibile alla prossima pandemia. Perché c’è sempre una prossima pandemia in agguato.
Ma uno dei fatti più interessanti riguarda la maggiore presenza di zoonosi riscontrata negli ultimi anni. Come mai succedono? Da cosa nascono?
Ebbene, tra le varie cause pare esserci l’intervento umano. Cose come i disboscamenti, le costruzioni, e tutti gli interventi che vanno a ‘mettere le mani’ in luoghi dove gli animali vivevano, prima, in pace, ci porta ad avere un maggiore contatto con questi stessi animali e quindi a poter entrare con più facilità in contatto con i patogeni che questi animali trasportano.
Se da un lato, quindi, l’uomo che disbosca non si interessa del benessere delle creature coinvolte, dall’altro dovrebbe forse considerare l’alto tasso di mortalità che le zoonosi in genere portano con sé.

Anche Spillover ci ricorda quindi che non siamo creature superiori che vivono isolate dal resto del pianeta. Anzi. Ancora una volta siamo tutti connessi e c’è qualcuno, in questo caso i virus, che potrebbe causare (causarci) grandi danni. Non siamo invincibili e non siamo al di sopra delle leggi di natura e quello che facciamo non coinvolge solo gli altri animali.

La sesta esitinzione

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Ormai dovremmo saperlo: l’innalzamento delle temperature, il disboscamento, la tecnologia… abbiamo incasinato il pianeta e tra le varie conseguenze c’è anche l’estinzione di svariate specie animali.
Come suggerisce il titolo di questo saggio, non si tratta della prima estinzione di massa che si vede sul pianeta Terra, il più famoso è probabilmente quello dei dinosauri, ma ce ne sono stati altri quattro prima di arrivare a quello cui stiamo assistendo noi. Quindi l’estinzione è una cosa naturale, prevista dalle leggi cosmiche. Il punto però è che questa sesta estinzione è apparentemente causata da noi e, ultimamente, si sta procedendo a un ritmo troppo veloce perché l’ambiente che ci circonda sia in grado di assorbire questo cambiamento.

Kolbert, attraverso un interessantissimo racconto (vincitore del Pulitzer 2015, categoria non-fiction) va a mostrarci l’estinzione di differenti specie, dalla rana d’oro al pinguino originario, passando per creature ben più antiche e arrivado alla preoccupante riduzione della barriera corallina attuale.

Il bello di questo libro è che non usa toni allarmistici ma vuole mettere in chiaro che siamo in una nuova era geologica (e già da un po’) il cui centro siamo proprio noi umani. L’Antropocene. Così è stato definito da Paul Crutzen. Questa definizione sta a indicare le nostre responsabilità. Da quando siamo comparsi sulla faccia della terra non abbiamo fatto altro che modificare quello che ci sta attorno. Ovviamente, modificando gli spazi si modificano anche tutta una serie di dinamiche biologiche, e quindi climatiche e via dicendo.

È interessante perché ci ricorda che, nel caso fallissimo i nostri propositi sul miglioramento delle condizioni climatiche, beh… il mondo non cesserebbe di esistere. Proprio come detto da Malcolm. Finirebbe solo l’Antropocene.
Detto questo, è ben chiaro che noi possiamo fare qualcosa e non occorre, ancora, perdere le speranze. Ci sono anzi state alcune situazioni che hanno dimostrato una reazione positiva del pianeta. È però certo che l’impatto umano è stato consistente e noi ci troviamo nella possibilità di cercare di redimerci.

Le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze su quanto ci circonda, quindi quali azioni vorremmo/dovremmo fare?

***

Jurassic Park, di Michael Crichton.
Traduzione di M. T. Marenco e A. Pagnes. 477 pagine, 13,00 €, Garzanti.

La botanica del desiderio, di Michael Pollan.
Traduzione di G. Ghio. 255 pagine, 14,00 €, Il Saggiatore.

Spillover, di David Quammen.
Traduzione di L. Civalleri. 608 pagine, 14,00 €, Adelphi.

La sesta estinzione, di Elizabeth Kolbert.
Traduzione di C. Peddis. 377 pagine, 9,00 €, Beat.

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Essere Anna

Leggere Anna Karenina può essere un’impresa. Di sicuro lo è stata per me. L’ho iniziato almeno tre volte prima di riuscire ad arrivare all’ultima pagina. Il deterrente, nel mio caso, era la lunghezza. Sono un bel po’ di pagine (960 nell’edizione che ho io) e il tempo scarseggia sempre.
A lettura ultimata non posso annoverarmi tra quelli che lo ritengono IL romanzo per eccellenza (e sarebbe una bella compagnia: Dostoevskij, Mann, Nabokov), sebbene abbia di certo amato avventurarmi nelle vite dei protagonisti e di Anna Arkad’evna in particolar modo. Credo però di aver capito perché il romanzo piaccia così tanto: perché siamo tutti, almeno un poco, Anna Karenina.

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Anche se solo a grandi linee, presumo che il nucleo della storia scritta da Tolstoj sia conosciuto ai più: una donna sposata con un marito apparentemente senza sentimenti si innamora perdutamente di un conte che diventa il suo amante. È l’amore che ad Anna mancava, un amore forte e totalizzante che li porta sì a vivere insieme, ma anche a una serie di tensioni, interne ed esterne alla coppia, che culmineranno nel famoso suicidio di lei.

Dicevo che siamo tutti Anna.
Credo infatti che la maggior parte di noi senta, proprio come Anna, la mancanza di qualcosa. Lei potrebbe non saperlo, da principio, ma appena incontra Vrònskij lo capisce, sente che è lui il suo pezzo mancante.
Anche noi sentiamo l’assenza di qualcosa, anche noi percepiamo che qualcosa sfugge. Non deve trattarsi necessariamente di amore, può essere un semplice desiderio lavorativo, egoistico, monetario o sì, di affetti, oppure di tempo… il fatto è che l’essere umano tende a sentirsi costantemente incompleto, continuamente a caccia di qualcosa che lo sappia appagare del tutto, di quel qualcosa che lo completi davvero, che possa dare un senso alla vita, probabilmente.
Poco importa se quella cosa nemmeno esiste, o se raggiunto un traguardo ce ne poniamo subito un altro. Siamo costantemente alla ricerca, quindi capiamo perfettamente l’eroina del romanzo che quel qualcosa sembra averlo trovato e che per preservarlo si strugge e si distrugge.

Bisogna poi ammettere che è facile simpatizzare per Anna, prendere le sue parti.
A differenza di Emma Bovary, per esempio, che con Anna ha più di qualche punto in comune, la Karenina risulta (almeno per buona parte del romanzo) simpatica. È bella, aggraziata, gentile. Sa come comportarsi, sa mettere gli altri a proprio agio, riesce a non perdere la testa in pubblico, a essere costantemente educata. Non è perfetta ma emana serenità. La circonda un’aura di grazia e intelligenza e sembra impossibile non innamorarsene, tanto che perfino il buon Levin, perdutamente innamorato della sua Kitty, nel suo unico incontro con la donna (un’Anna, bisogna dirlo, già molto angosciata e che procede spedita verso la sua fine) ne rimane incantato.

Ci innamoriamo anche noi di lei e lo facciamo in fretta. E poi ci ritroviamo a tifare per il suo amore.

Il problema è che non ci basta mai quello che abbiamo.
Ecco allora che anche quando Anna può finalmente godere dell’amore di Vrònskij e smette di abitare col marito, le manca altro. Le manca il figlio, in primis, che le viene proibito di vedere, e che quando con un sotterfugio riuscisce a incontrare di nuovo non le sembra più il bambino che ricordava. Sereza è cresciuto, è diverso e a lei manca il bambino più piccolo.
E poi, ovvio, le manca la libertà di muoversi nella società senza essere esclusa o additata.

Anna è l’incarnazione del senso di mancanza. Del nostro senso di mancanza.

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Keira Knightley come Anna Karenina nel film di Joe Wright del 2012.

Ma la mancanza non si incarna solo in Anna, bensì in tutte le declinazioni del matrimonio che nel romanzo troviamo.

Il matrimonio (e per sua estensione la famiglia) è il vero protagonista del libro. La storia di Anna e dei suoi cari, sebbene sia la più conosciuta, è infatti solo una delle tre storyline principali che si susseguono nella narrazione. Le altre due sono quelle che riguardano la famiglia del fratello di Anna, Stiva, e quella di Levin. Tre famiglie in qualche modo intrecciate e che, esponendosi al lettore, raccontano le vicende di moltissimi personaggi fino a dipingere in maniera più o meno precisa le vicissitudini politico-sociali dell’epoca.
Ma il centro di tutto è il matrimonio e la famiglia che ne scaturisce. Non a caso il famoso incipit dice:

Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo.

Un incipit che, tra l’altro, viene solo parzialmente confermato, o almeno questa è la mia sensazione, perché di famiglie felici qui non se ne vedono affatto e, sebbene ognuna affronti la propria infelicità in maniera differente, la causa di questa infelicità è la stessa per tutte: la mancanza di qualcosa, e più precisamente la mancanza di libertà.

Con Anna e Karenin manca la libertà di amare. Karenin non ne è capace, non ama la moglie e non ama nemmeno il figlio. L’unica persona per la quale riesce in qualche modo a provare affetto è, per assurdo, la figlia di Anna e Vrònskij, che però non è sua e quindi le verrà portata via e che, paradossalmente, non verrà mai amata davvero dalla madre.
Ma il vero nucleo famigliare di Anna diventa quello con Vrònskij. La loro è una relazione che, sebbene non ufficializzata, ha tutte le caratteristiche del matrimonio: vivono insieme, hanno una figlia, della servitù, delle case da mantenere, degli scopi… solo che c’è qualcosa che non va. Anna soffre per la mancanza del figlio e poi per la perduta reputazione. Anna non è libera di muoversi, in somma, e allo stesso tempo non si sente libera di poter parlare delle sue angosce con l’amato, perché crede non possa capire.
Vrònskij invece non riesce a rimanere chiuso in casa. Deve uscire, deve avere qualcosa da fare. Per Anna ha rinunciato alla carriera militare e in qualche modo ne sente la mancanza, prende quindi al volo tutte le occasioni per impegnarsi in cose che lo portino fuori dall’ambiente domestico. Solo che ad ogni uscita Anna chiede il conto, vuole sapere dov’era, perché ha fatto tardi, si lascia prendere dalla gelosia e la vita di coppia diventa via via sempre più turbolenta, feroce.
A entrambi, poi, manca la libertà di poter uscire totalmente allo scoperto, di poter passeggiare da innamorati.

La famiglia di Stiva è una famiglia che regge a fatica, ma regge.
Il romanzo inizia proprio con loro e col tentativo, poi riuscito, da parte di Anna di rimettere pace tra la cognata e il fratello, quest’ultimo colpevole di tradimento.
Il problema di questa relazione è che ci si aspetta un certo tipo di contegno, un saper tenere a bada gli appetiti, e quelli di Stiva sono molti: è ingordo di cose buone e belle e spende quando non potrebbe farlo. E poi ama le donne e non riesce a non concedersi alle grazie femminili.
Stiva si prende insomma delle libertà che non dovrebbe prendersi e non riesce a rendersi conto delle ferite che, così facendo, causa alla moglie. Ferite non solo del cuore, ma che inficiano anche la gestione dei figli e delle proprietà.
Il loro matrimonio continua, ma solo grazie alla sopportazione della moglie che quindi castra la sua libertà di opporsi.

La famiglia Levin è invece una famiglia che potrebbe sembrare felice. E Kitty lo è davvero, o almeno così appare (sebbene Levin sia, in effetti, una seconda scelta).
Il problema è il marito. Lui, che tanto aveva sognato quel matrimonio, fin dal momento in cui viene ufficializzato il fidanzamento inizia a perdere qualcosa.
La libertà, sì.
Deve sottostare a delle ritualità che non capisce, deve attorniarsi di persone che non conosce, deve affrontare gelosie (della moglie nei suoi confronti, ma anche viceversa) campate in aria e non ha più la libertà di dedicarsi completamente al suo lavoro. Lui sa che dovrebbe considerarsi felice, al tempo stesso lotta per non soccombere sotto questa sua nuova condizione e, allo stesso tempo, per non disperarsi a causa di una vita che sembra non avere alcun senso. Ama Kitty, è felice di averla sposata ed è contento di quello che ha, ma c’è sempre qualcosa che fa difetto, che lo infastidisce.

La famiglia pone limiti, in questo romanzo. E forse anche nella realtà.
Ma forse i limiti ci sono sempre, matrimonio o non matrimonio, perché se sempre ci manca qualcosa, la libertà non può far altro che apparirci lontana.

Anna Karenina diventa quindi il lungo racconto di un tentativo continuo di trovare la completezza in una realtà che non la permette. Non la permette perché, probabilmente, questa completezza serve all’uomo per tentare di trovare un senso a un’esistenza che senso non ha.
E allora lottiamo. Lottiamo tutti per avere qualcosa che ci faccia dire, di fronte ai binari di un treno: “no, questa volta passo oltre” nella speranza che questo qualcosa ci basti per sempre. Nella speranza di non essere mai Anna fino in fondo.

La vera felicità di Dar’ja Aleksandrovna, però, erano proprio gli affanni e le preoccupazioni. Senza di essi sarebbe rimasta sola con i suoi pensieri per quel marito che non l’amava.

***

I passi citati sono tratti dall’edizione Einaudi. Traduzione di Claudia Zonghetti.

 

La lezione del maestro

Nel saggio Fuochi, contenuto ne Il mestiere di scrivere, Raymond Carver racconta che, prima di diventare l’autore di Cattedrale, la scelta del racconto (e della poesia) come forma narrativa prediletta è stata ‘forzata’ dalla sua condizione famigliare:

Erano comunque le circostanze a imporre, fino al limite estremo, le forme che la mia scrittura avrebbe potuto assumere. […] Fossi stato capace di mettere insieme i miei pensieri e di concentrare le mie energie su un romanzo, dico, non mi sarei comunque trovato nella condizione di poter attendere un pagamento che, se pure fosse arrivato, sarebbe rimasto per strada per qualche anno. Non riuscivo a vederla, la strada. Dovevo mettermi a tavolino e scrivere qualcosa da finire ora, stasera, al massimo domani sera, non più tardi, al ritorno dal lavoro e prima di smarrire l’interesse.

Due figli piccoli e un “lavoro di merda” gli facevano avere poco tempo e pochi soldi. Da qui l’esigenza di ottimizzare entrambi.

Un pensiero simile a quello di Carver deve averlo avuto pure il giornalista Theodore Child, che trovava nella moglie e nei figli la causa della scarsa qualità letteraria delle ultime opere di Alphonse Daudet. Secondo Child, avere una famiglia portava a produrre indiscriminatamente a buon mercato. Con le relative conseguenze.

La famiglia come ‘rovina’ dell’arte, in pratica.

E noi sappiamo quale fosse il pensiero di Child perché il suo amico Henry James, in data 5 gennaio 1888, annotò nel suo taccuino proprio queste esternazioni, dei pensieri che porteranno lo scrittore americano naturalizzato inglese a comporre una novella ambigua come La lezione del maestro, incentrata proprio sull’idea della vita matrimoniale come impiccio alla scrittura.
L’idea non doveva comunque essere del tutto nuova a James. Nel suo diario, infatti, in data 4 luglio 1926, Virginia Woolf annota un incontro con H. G. Wells in cui all’autore viene chiesto proprio di parlare del collega James.

Poi si è alzato per andare; gli abbiamo chiesto di restare e di parlarci di Henry James. Così si è seduto. Oh mi piacerebbe restare e parlare tutto il pomeriggio, ha detto. Henry James era un formalista. Pensava sempre ai vestiti. Non era amico intimo di nessuno – nemmeno di suo fratello; non si era mai innamorato.

Un’assenza di famiglia, quindi. Anche qui. E indubbi risultati in campo letterario.
Era destino. Tutto questo non poteva non finire, prima o poi, in qualche opera.

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La Lezione del maestro racconta di un giovane scrittore, Paul Overt, che arriva a conoscere, in parte grazie a una ragazza di cui si innamorerà, l’autore da lui idolatrato Henry St. George. Questi mette in guardia il giovane discepolo dalle insidie dell’amore e della famiglia che considera i nemici principali della creatività. Lo invita a seguire la sua vena letteraria senza congiungersi con nessuna e Overt lo ascolta, scappando da tutto per circa due anni. Al suo ritorno avrà tra le mani quello che sembra un capolavoro, ma verrà a conoscenza di una notizia che sembra farsi beffe del suo sacrificio.

La lezione del maestro è una novella apparentemente molto semplice. La trama è lineare, priva di grandi risvolti e, anzi, quello che potremmo definire il ‘colpo di scena’, o meglio la ‘beffa finale’, è in realtà piuttosto prevedibile.
La chiave di tutto è però la conclusione.
Il finale che a un certo punto il lettore riesce a prevedere, quando ci viene raccontato da James risulta molto più ambiguo di quanto ci si potrebbe aspettare e carica l’intera vicenda di un dubbio che non si risolve.

Del resto, questa è parte delle caratteristiche del lavoro di James, come ci fa infatti notare Michel Butor nel saggio The Europeans e The Bostonians, posto a prefazione dell’edizione Mondadori de Gli Europei:

James ha trattato con attenzione sempre maggiore scene scelte con sempre maggior cura in base all’ampiezza delle loro implicazioni. Egli si impegna a restituire, come uno studioso di fenomenologia, un'”apparenza” […] di qui l’importanza della costruzione delle sue storie del o dei punti di vista a partire dai quali esse sono raccontate, nonché di quello che non si sa, che si indovina, si intuisce.

Ecco, La lezione del maestro regala al lettore molti ‘non si sa’.

St. George, il maestro, ha dato un consiglio a cui credeva davvero? Oppure il suo era un escamotage per sbarazzarsi del giovane Overt o, perché no, per prendersi semplicemente gioco di lui? E Overt crede davvero alle parole del maestro, pur avendo conosciuto la sua famiglia? E Marian Fancourt, la bella ragazza di cui si innamora il protagonista, in soldoni, ci è o ci fa? È davvero una ragazza arguta, colta, intelligente come spesso ci viene descritta? Oppure anche in questo caso siamo dinanzi a una bugia e la verità è che si tratta dell’ennesima sempliciotta bella e ricca per le cui grazie un intellettuale potrebbe pure chiudere un’occhio sulla mancanza intellettiva?

Ma le domande potrebbero non finire qui.
Il dubbio che si insinua a fine lettura potrebbe andare più in profondità e ‘sconvolgere’ tutta l’idea che ci eravamo fatti di questa storia. Non solo, quindi, ci ritroviamo a metter in dubbio il nodo centrale del racconto, ovvero il consiglio del maestro al suo discepolo, ma anche tutto quanto ci viene raccontato prima. Ecco allora che iniziamo a dubitare delle reali capacità di Overt come scrittore, per esempio, o del suo pensiero circa le ultime opere del suo idolo. E sarà poi davvero un capolavoro, quello che ha scritto nei due anni di esilio volontario? E se non fosse andato in esilio, che risultati avrebbe ottenuto? E St. George, da sposato, davvero non riuscirà più a scrivere una grande opera?

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Henry James

La bravura dell’autore sta nel ‘riscrivere’ tutto quanto è stato raccontato prima, con l’ausilio delle sole ultime pagine. Perché una volta chiuso il volume, viene spontaneo rivedere l’intera vicenda sotto un’altra prospettiva. Viene naturale voler ripercorrere l’intera narrazione alla ricerca di indizi, indicazioni, risposte.
Ma non c’è presa di posizione.
Partendo da un discorso che vuole puntare sul rapporto arte-famiglia, sul come l’una influenzi l’altra e viceversa, James racconta una storia in cui si rifiuta di dare una risposta che sappia confermare o contrastare quanto esposto dall’amico Child. Rimane neutrale sebbene la sua vita possa lasciar supporre altro.

Ma il lettore riuscirà a rimanere altrettanto neutrale?
Oltre alle svariate ambiguità scatenate dall’autore a fine lettura, l’ennesimo dubbio che è sorto in me riguarda la possibilità che questo racconto serva a leggere più noi che il pensiero dell’autore. Certo, l’arte in genere dovrebbe (anche) servire a conoscerci meglio, ma credo che in questo caso ciò assuma contorni più ‘concreti’. Sebbene James non fornisca davvero prove circa la veridicità di una teoria piuttosto che di un’altra, quasi inevitabilmente ogni lettore è portato, per sua natura, a ritenere più probabile una sola delle possibili realtà. Mi verrebbe anche da pensare che l’ipotesi più diffusa sia quella che vede Overt come il personaggio caduto in una trappola ben congeniata dal suo ‘rivale’, ma senza per forza di cose entrare nello specifico, ritengo possa essere interessante che ogni lettore chieda a se stesso cosa crede. Perché mentre facevo ricerche per questo post, mi è capitato di imbattermi anche in alcuni commenti che definivano questo libretto come per nulla ambiguo… e non è questa una cosa stupefacente? Non è forse in questo modo che la narrazione di James ci sta regalando qualcosa di davvero interessante?
Come intendiamo, noi, questo rapporto tra famiglia e arte? A chi ci viene da credere?A cosa? E questa nostra propensione cosa dovrebbe raccontarci di noi stessi?

Forse, dunque, non è tanto il pensiero di James a contare. Non è l’idea che si è fatto Overt o il vero piano di St. George ad avere peso. Siamo noi. È quello che pensiamo noi a pesare, a definire il tutto, anche quanto sta fuori dal libro.

***

La lezione del maestro, di Henry James
Traduzione di Maurizio Ascari
108 pagine, 11,00 €, Adelphi

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver
Traduzione di Riccardo Duranti
176 pagine, 12,00 €, Einaudi

The Europeans e The Bostonians, di Michel Butor
contenuto in
Gli Europei, di Henry James
Traduzione di B. Bini
265 pagine, 9,00 €, Mondadori

Il primo desiderio

Cos’ha di speciale il primo amore?
Quella prima volta in cui ci troviamo a essere completamente ossessionati da una persona, chiamiamola amore, rimane lì per sempre. Diventa il nostro modo personale di amare e desiderare che trace le parcours de toute une vie, traccia la strada di tutta una vita.*

Ecco cos’è Chiamami col tuo nome. Esattamente questo. La storia di un primo amore. Ossessivo. Intenso. A tratti perfino antipatico. Eccitante. Liquido, perché assume la forma di ogni tuo momento.

Potrei fermarmi adesso. Dovei forse smettere subito di parlare di questo romanzo di André Aciman, famoso per essere stato trasposto in un film diretto dall’italiano Luca Guadagnino, candidato a quattro premi Oscar (ha vinto poi ‘solo’ la Miglior Sceneggiatura non originale). Dovrei fermarmi perché forse non c’è molto altro da dire. O almeno non c’è altro che potrebbe invogliarvi di più a leggerlo.

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Chiamami col tuo nome mi ha fatto innamorare di un sentimento che, all’epoca, odiai con tutto me stesso.
Nella storia del giovane Elio, 17 anni, che si innamora di Oliver, americano, 24 anni, c’è infatti quell’insieme di sentimenti che costituisce il primo amore. Che poi, amore…  forse non si è mai sicuri che il loro sia davvero amore, e infatti Elio parla molto spesso di desiderio ma mai di amore. La sua voglia è infatti qualcosa di molto fisico (che non è necessariamente carnale), qualcosa da toccare, da stringere, da avere vicino. È però indubbio che si tratta di un sentimento molto violento, di quelli che ti assalgono e non ti lasciano più andare.
Ecco allora che Elio passa le sue giornate a interrogarsi continuamente su Oliver e il suo rapporto con lui. Cosa vorrà dire quello sguardo? Quel gesto lo fa perché arrabbiato? Cosa significa la sua assenza? E la sua vicinanza?

Volevo essere come lui? Volevo essere lui? O forse volevo solo averlo? Oppure “essere” e “avere” sono verbi del tutto inadeguati nell’intricata matassa del desiderio, per cui avere il corpo di qualcuno da toccare ed essere quel qualcuno che desideriamo toccare è la stessa cosa, sono solo rive opposte di un fiume che scorre dall’uno all’altro, poi torna indietro e infine va di nuovo verso l’altro, e ancora, e ancora, un circuito perpetuo dove le cavità del cuore, come le botole del desiderio e i buchi del tempo e il cassetto a doppiofondo che chiamiamo identità, condividono una logica ingannevole, secondo la quale la distanza più breve tra vita reale e vita non vissuta, tra ciò che siamo e ciò che vogliamo, è una scalinata tortuosa progettata con l’empia crudeltà di M. C. Escher.

Da ragazzo le faccende di cuore mi hanno spesso fatto soffrire. Non ero un tipo socievole, non ero il belloccio di turno, non ero popolare, quindi diciamo pure che la mia vita sentimentale era a senso unico e imboccava la via verso il burrone. Per cui il primo vero innamoramento l’ho sempre vissuto male, perché fatto di tanto struggimento e zero ricompense. Un grande affanno per classificarmi comunque ultimo. Una continua ricerca di conferme o di smentite, di gelosie e rabbia e adorazione. Un tentativo continuo di stare vicino a quella persona nella speranza che si accorgesse di qualcosa. Sotterfugi per carpirle informazioni, deduzioni, speranze.
Il libro di Aciman mi ha ricordato tutto questo.

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Elio (Timothée Chalamet) e Oliver (Armie Hammer), nel film di Luca Guadagnino.

Dopo un inizio folgorante, da amore a prima vista, ho avuto qualche tentennamento per via della quasi folle ossessione che il protagonista matura nei confronti dell’oggetto dei suoi desideri. Ogni pensiero di Elio è pervaso dalla presenza di Oliver, tanto da arrivare quasi a detestarlo e bramarlo al tempo stesso.
Ma poi, pian piano, mi sono reso conto che pure io ero ossessionato dal mio sogno d’amore. Anzi, un po’ volevo esserlo, quasi mi sforzavo di esserlo. Quello che Elio stava mettendo nero su bianco erano esattamente i sentimenti che provavo io nella mia adolescenza.

Eccolo lì, il lascito della giovinezza, le due mascotte della mia vita, fame e paura…

Questo romanzo mi ha fatto fare pace con il mio cuore giovane.
Circa.
Nel senso che continuo a odiare quanto provato all’epoca e sono felice per quanto succede invece nel romanzo (a loro è andata decisamente meglio che a me). Ma ho capito che, in qualche modo, quanto vissuto nella giovinezza viaggerà con me e non potrà più ripetersi.
Non c’è più stato un tale trasporto per una persona. Questo non significa che poi abbia amato meno mia moglie rispetto a quella lontana ragazza. Questo significa, molto semplicemente, che non ho più provato un senso di desiderio così forte, così intenso, così opprimente da rubarti tutte le ore e tutti i pensieri (e tutta l’intelligenza) a disposizione. Così crudele, anche.

Chiamami col tuo nome racconta di un momento ben preciso della vita in cui si rimane folgorati, in cui si pensa solo a una cosa e si vuole ottenerla e allo stesso tempo se ne ha paura e questo sentimento (Positivo? Negativo?) ti rimarrà dentro per sempre. A volte ti troverai a ricordarlo. Lo odierai. Lo amerai. Tenterai di capire cosa davvero provavi. Allo stesso tempo saprai per certo che si tratta di una cosa che non si ripeterà mai più e che tutto quello che verrà dopo sarà profondamente diverso.

Ma quella prima volta avrà davvero condizionato il nostro modo futuro di amare?
Nel libro in qualche modo parrebbe di sì. Quella ‘relazione’ di qualche settimana sarà sempre un termine di paragone, sarà un sogno, un miraggio. E forse è davvero così anche nella vita reale. Forse ci sono momenti in cui penso a quel desiderio e ne potrei volere uno uguale. Ma la verità è che si tratta di un sentimento più distruttivo che edificante. O meglio, quell’esperienza voleva frantumarti, rompere le tue abitudini, le tue routine, per poi ricomporti. E per quanto possa portare nuovi, ottimi risultati, la distruzione non è mai bella. È però indubbio che i nostri pezzi riassemblati hanno costruito qualcosa che è rimasto.

Chiamami col tuo nome è un inno al primo amore, al primo desiderio. Ed è un invito a ricordarlo positivamente, perché se non lo avessimo provato saremmo (forse) molto diversi.

***

Chiamami col tuo nome
di André Aciman
Traduzione di V. Bastia
271 pagine, 17,00 €, Guanda

*tratto dall’intervista di Marta Cervino ad André Aciman apparsa su Marie Claire.

 

ALongTail: della necessità di ‘aggiungere’

Quando viene annunciato un sequel, o un prequel, di una saga o di un libro (ma anche di un film) che si è molto amato ci si scopre pervasi da due sentimenti contrastanti: la voglia di avere subito quel nuovo testo tra le mani, perché si vuole bene ai personaggi e alla storia precedenti, e la paura di trovarsi tra le mani una ciofeca. Perché sì, è risaputo che aggiungendo acqua al brodo il gusto va scomparendo.

Sono rimasto schiacciato da queste due sensazioni anche quando venne annunciato il primo volume del Libro della Polvere, nuova trilogia di Philip Pullman che riprende le vicende narrate in Queste Oscure Materie (ne ho parlo qui, qui e qui) e che lo stesso autore definisce come equal, ovvero una storia che, in qualche modo, viaggia parallelamente all’originale. Dico ‘in qualche modo’ perché in realtà La Belle Sauvage è ambientato dieci anni prima de La Bussola d’Oro, mentre gli altri volumi dovrebbero essere ambientati dopo le vicende della trilogia. Il fatto però che un fantomatico Libro della Polvere venisse nominato ormai da anni e anni e che Pullman sia uno scrittore capacissimo mi facevano ben sperare ed ero eccitatissimo per la pubblicazione del nuovo romanzo.

Ma qual è stato il risultato finale?
La risposta potrebbe variare a seconda di quale me sta rispondendo.

Pullman

Lo ammetto, a lettura ultimata mi sono detto: “Wow! Bellissimo! Bravo Pullman!”
Da fan della storia originaria (da fan sfegatato, a dire il vero) mi è piaciuto più di quanto mi sarei aspettato re-incontrare una neonata Lyra, scoprire di più sui suoi primi mesi di vita e su come lei e l’Aletiometro siano arrivati al Jordan College di Oxford. Ho amato tutti i nuovi personaggi e ho preso in grande simpatia questo nuovo protagonista che, a differenza dei precedenti ragazzini di Pullman, è molto più coscienzioso e molto più studioso, e questo mi ha permesso di identificarmi maggiormente con lui, rispetto per esempio a Lyra o a Will.

Poi, però, ho lasciato smorzare un po’ l’entusiasmo e mi è sembrato giusto chiedermi se, al di là del mio trasporto da fanboy, ci fosse anche dell’arrosto oltre che del fumo. Volevo capire se, in pratica, avessi trovato bello quel libro per una mia idea, un mio preconcetto, o per una realtà oggettiva. Perché il punto è anche: cosa voglio raccontare a chi passa di qui e si ritrova a leggere un commento su questo romanzo? Credo infatti che sia forte il rischio di lasciar da parte l’oggettività per dar spazio a un sentimento che di oggettivo non ha nulla, ma è più legato ai ricordi.
E, tristemente, riflettendo su La Belle Sauvage ho dovuto ammettere che quello che sentivo io era un amore condizionato da aspettative che si ostinavano a non voler essere deluse.

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Philip Pullman

Qual è lo scopo di un progetto come questo?
Perché scrivere un prequel? Perché scrivere una nuova storia legata a una precedente? Per soldi? Per scarsità di idee? Perché davvero ti è venuta in mente una storia geniale?
E, soprattutto, per chi è questa storia? È destinata ai fan di lunga data o a chi non conosce ancora questo multiverso?

Mi chiedo tutto questo perché, in verità, La Belle Sauvage non è un romanzo brutto, ma allo stesso tempo è un romanzo che presente alcune pecche che lo allontanano di molto dagli originali. Inoltre mi rendo conto che il libro potrebbe colpire in modo molto diverso i vari lettori a seconda del loro essere o meno fan della prima serie.
Credo che l’intento di Pullman fosse di accontentare un po’ tutte e due le fazioni, ma alla fine non è riuscito bene in nessuno dei due casi, e forse proprio perché intento a collegarsi a qualcosa di già esistente e ben radicato nella cultura pop contemporanea, ma anche desideroso di raccontare qualcosa che fosse nuovo e differente.

Non è facile riprendere una storia di successo. Per mille motivi che vanno dall’attaccamento dei fan alla limitatezza di idee geniali che uno può avere.
Quindi perché correre un rischio simile? Perché rischiare di mandare tutto in frantumi?

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La mappa della Oxford di Queste Oscure Materie.

Se mi astraggo un po’ dalla parte dell’agguerrito sostenitore di Lyra & Co., riesco quindi a vedere alcune cose che a mio avviso non funzionano in un libro come questo.

Il primo problema è la lentezza.
È un romanzo essenzialmente lento, che procede molto piano e in un modo fin troppo lineare. C’è una prima parte molto tranquilla dove la scena si svolge attorno ad un paio di luoghi e che tenta di incuriosire il lettore attraverso l’abbozzo di alcuni intrighi e alcune indagini, ma rimane un momento senza molte risposte e con un’azione più ‘mentale’ che fisica.
C’è poi una seconda parte dedicata a una lunga fuga che però procede con uno schema ricorrente e poco vario, fino a una conclusione che non risolve nulla.
Il risultato è quindi un’opera di avventura che però procede un po’ troppo piano e con pochi ‘guizzi’ e non riesce quindi a farsi desiderare, non scatena la brama di scoprire nel lettore. E questo è un problema soprattutto per chi non ha mai letto la saga originale e che con questo volume dovrebbe invece imparare a conoscerla, o almeno desiderare di farlo.

C’è poi un altro punto che trovo particolarmente negativo e che, sì, mi ha lasciato molto perplesso.
Una delle cose belle di questo primo volume del Libro della Polvere è il cattivo. L’antagonista di questa storia è un personaggio davvero spaventoso, apparentemente crudele, tanto che arriva a picchiare persino il suo stesso daimon, una iena spaventosa e priva di una zampa. E chi mai potrebbe avere una iena per daimon? E chi picchierebbe la sua stessa anima? Un’idea interessantissima che però non viene sfruttata al meglio. Per tutta la storia ci si chiede chi sia e cosa voglia questo personaggio, ma non si riesce mai a scoprire niente che vada oltre il semplice pettegolezzo. Non si capisce cosa lo porti a fare quello che fa, il perché delle sue azioni.
E sì, è vero che ci saranno altri due seguiti e che quindi potrebbe ricomparire per dare spiegazioni migliori (sebbene questo primo volume sia bene o male autoconclusivo), ma allo stesso tempo si rimane privi di un elemento godurioso, di quella scintilla che ti incendia un po’ il cuore da lettore che ti ritrovi.
Anche ne La Bussola d’Oro non veniva, ovviamente, spiegato tutto, ma allo stesso tempo c’erano sufficienti colpi di scena e/o informazioni che regalavano un senso di soddisfazione al lettore. Qui, invece, l’unica soddisfazione che viene data è la salvezza di Lyra, che però risulta una conclusione piuttosto scontata per il lettore di Queste Oscure Materie.

I problemi sono quindi essenzialmente due: per un lettore di vecchia data (ma non solo), già fan della storia, manca quel senso di meraviglia e di piacere nello scoprire qualcosa di nuovo, perché alla fin fine questo romanzo tratta sì di un momento mancante della storia principale, ma senza regalare momenti di grande esaltazione. Per un lettore che non si era mai avvicinato a Pullman, invece, manca proprio il desiderio di proseguire nella lettura.

Ed è un peccato, perché ci sono elementi molto interessanti.
Malcolm, il giovane protagonista, è un ragazzo che si sa far amare, è curioso e coraggioso, ma con un carattere più ‘docile’ rispetto ai suoi predecessori. È molto più studioso e più ‘attento’ rispetto a Lyra e Will.
Ma poi anche la Lega di Sant’Alessandro, che chiede agli studenti di denunciare chi propone idee contrarie alla Chiesa, causando così un gran scompiglio nelle scuole, oppure Oakley Street, che è una sorta di rete di spionaggio, e le suore del convento che ospita Lyra e che sono, credo, le prime religiose descritte da Pullman a non far parte dei ‘cattivi’ della storia. Ma anche l’uso più ‘abbondante’ di personaggi provenienti dal folklore inglese, che in parte sono una novità rispetto alla mitologia più strettamente religiosa dei predecessori. E c’è poi Alice, la compagna di avventure di Malcolm, che come ogni eroina di Pullman incarna intelligenza e sfrontatezza, ma che ci regala anche qualche occasione per osservare il desiderio che cresce in un adolescente.
C’era, in somma, parecchia carne sul fuoco, ma non è stata cotta a dovere.

Come dicevo all’inizio, una parte di me ama molto questo romanzo, ma lo ama per ragioni affettive più che di merito. Un ‘problema’ che credo abbiano molti fan.
È indubbio, e lo ripeto ancora una volta, che Pullman si sia dimostrato un ottimo autore anche in questo caso e che abbia introdotto tematiche interessanti e importanti. Credo però che ci sia la necessità di ritornare a guardare un’opera letteraria nella sua interezza. Non basta avere un buon protagonista, non basta avere una bella scrittura, non basta avere idee interessanti, non basta avere una buona gestione della storia e dei tempi. Per fare un buon romanzo servono TUTTI questi elementi, e in questo caso manca proprio un progetto per trascinare il lettore con sé.

Troppo spesso, ultimamente, ci si sofferma su una minima parte di un libro, e spesso questa parte è l’intento.
Non mi basta.
Non deve bastare.
E Pullman è un grande scrittore, so quello che è capace di fare. Rimane quindi la speranza che con i prossimi volumi (il secondo, The Secret Commonwealth, dovrebbe essere piuttosto imminente) riesca a raddrizzare il tiro, perché la mira era buona, ma all’ultimo si vede che ha spostato un po’ la spalla.
Spero quindi che, alla fine, questa necessità di aggiungere qualcosa a una storia che era già completa di suo possa dimostrarsi sentita e meritevole, genuina, perché altrimenti c’è il rischio di diventare solo un’ombra della grandezza passata e un’ombra, si sa, va a oscurare anche quello che di luminoso ha alle spalle.

***

Il Libro della Polvere. La Belle Sauvage
di Philip Pullman
Traduzione di G. Calza
476 pagine, 18,00 €, Salani

 

Felicità vulnerabili

È questo che secondo me la letteratura realista può dare, tra tante altre cose, ai suoi lettori. Non già la famosa tranche de vie, la “fetta di vita”, come volevano i naturalisti francesi, non già questo realismo che consiste semplicemente nel porre uno specchio tipografico davanti alle cose che possiamo vedere lo stesso – o addirittura meglio – tutti i giorni per strada, bensì quest’alchimia profonda che, mostrando la realtà così com’è, senza tradirla, senza deformarla, permette di vedere le cause soggiacenti, i motori profondi, le ragioni che portano gli uomini a essere come sono o come non sono.

Lo diceva Julio Cortázar in una delle sue lezioni all’università della California, a Berkley. E sì, è il secondo post di fila in cui cito l’autore argentino e no, non credo mi fermerò qui. Il fatto è che il buon Julio, da sapiente autore di racconti qual è, aveva capito alcune di quelle leggi non scritte che rendono un racconto un buon racconto. O almeno così la penso io.

Vite vulnerabili di Pablo Simonettti, autore cileno, quindi sudamericano proprio come Cortázar (sebbene, come detto da molti, abbia una scrittura poco ispanoamericana), è stata un’ulteriore conferma alla citazione iniziale.
Il buon racconto realista non è uno specchio ma qualcosa di più profondo.
Le storie di Simonetti non sono fotografie in posa, ma scatti ‘naturali’ eseguiti da un fotografo tra la folla. Per citare ancora una volta Julio, stavolta con parole tutte mie, queste foto ci lasciano pensare a cosa c’è stato prima e a cosa ci sarà dopo, a come siano giunti qui, ora, questi personaggi e dove stanno andando. Vogliono lasciarti intuire (perché non dicono mai, ma lasciano intuizioni) cosa c’è sotto.

E cosa c’è sotto?
Simonetti, parlando di questa sua prima raccolta, dice:

Sono dodici storie, e solo quando le ho viste tutte insieme mi sono reso conto che avevano un unico filo conduttore, che erano legate e si univano attraverso questi personaggi, che sono tutti vulnerabili. […]
Sono storie che hanno quasi sempre a che fare con il conflitto che esiste tra chi siamo e chi vorremmo essere di fronte agli altri, o ancora chi facciamo finta di essere».

Ecco. Sì. La vulnerabilità di persone che vorrebbero essere altro o che fanno finta di fare altro. La vulnerabilità delle persone tutte, o quasi, mi verrebbe da dire.

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C’è una cosa che mi sono chiesto a fine lettura. Una domanda breve ma che può destabilizzare moltissimo: riusciamo mai a essere felici?

Me lo sono chiesto perché tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno a cui manca qualcosa per essere felice. Anzi, tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno che pensa gli manchi qualcosa per poter essere davvero felice. Perché poi il problema sta tutto lì, nel capire cioè cosa sia in grado di darci gioia e contentezza davvero.

Ma le persone tendono a perdersi in bicchieri d’acqua. E vogliono il mare.

Ecco allora che a volte ci manca qualcosa di piccolissimo, altre qualcosa di più grande. Alcune volte siamo noi a mancare il bersaglio e altre volte siamo spinti di lato dagli altri. Poco importa. Tutti, in queste storie, nella vita, cercano sempre qualcosa che li renda felici. Apparentemente senza mai riuscirci davvero. E molto spesso questi Graal della felicità sono miti, leggende che ci raccontiamo e della cui veridicità ci convinciamo senza sospettare che sono, appunto, solo altre storie. Una volta raggiunto capiremo che non era quella la felicità e ci metteremo in moto di nuovo.

Il primo racconto, Il giardino dei Boboli, che io trovo esemplare in questo senso, è perfetto per inquadrare questa ricerca infruttuosa della felicità a tutti i costi.
C’è una coppia di novelli sposi in viaggio di nozze a Firenze. Lui vuole continuare a correre da un monumento all’altro. Lei vorrebbe un po’ più di pace e serenità in compagnia di lui.
Un momento che dovrebbe essere il più ‘facile’ e felice per una coppia diventa un inferno di rabbia sottopelle, di rabbia nascosta che non riesce a sbocciare davvero ma che allo stesso tempo sciupa tutto. Ed è una rabbia causata dall’assenza di quel qualcosa capace di rendere felici i protagonisti.
Nessuno dei due desideri, in verità, porterebbe alla felicità, ma allo stesso tempo questa mancata realizzazione della propria idea, della propria visione, spezza la coppia.
Ci sarà solo un momento, alla fine, dove regnerà un qualche tipo di serenità. Non felicità, sia chiaro, ma serenità. Solo che credo si tratti di una serenità vana, destinata a distruggersi, perché il giorno dopo il continuo voler cercare che contraddistingue la razza umana ritornerà a farsi sentire.

Siamo creature inquiete. Lo siamo sempre. Abbiamo tutto ma vogliamo di più. Oppure abbiamo costruito tutto sui sogni altrui, rimanendo con niente.
Siamo sempre insoddisfatti e, per questo, vulnerabili. Perché ci muoviamo sempre senza mai fermarci. Non riusciamo a mettere radici perché vogliamo sempre un terreno più soffice, solo che questo terreno non arriva mai.

Simonetti ha una grande capacità: è un ottimo fotografo di movimenti. E questi movimenti affascinano il lettore, che rimane intrappolato tra una scrittura delicatissima e delle trame struggenti, e allo stesso tempo lo porta a farsi delle domande che non richiedono mai risposte facili. Che forse non prevedono nemmeno una risposta.

Una su tutte: quanto sono felice?

***

Vite Vulnerabili
di Pablo Simonetti
Traduzione di Francesco Verde
184 pagine, 18,00 €, Lindau

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Lezioni di vita al Firozsha Baag

Leggevo giusto qualche giorno fa Cortázar e le sue Lezioni di Letteratura, un volume che racchiude appunto una serie di lezioni tenute a Berkley nel 1980.
In una di queste lezioni, il buon Julio dice che:

A volte lo Humour può camuffare davvero una visione molto più seria e molto più tragica delle cose.

E questo essenzialmente perché l’umorismo è un distruttore che, distruggendo, costruisce.

Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.

Leggevo queste riflessioni dello scrittore argentino proprio appena dopo aver chiuso Lezioni di nuoto, raccolta di racconti di Rohinton Mistry, e non ho potuto fare a meno di notare come questa successione di letture fosse capitata a pennello.

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Quelli di Lezioni di nuoto sono racconti che contengono sempre un qualche elemento buffo, umoristico, in genere legato a un personaggio che compare nella storia narrata e che può esserne il protagonista oppure una semplice comparsa.
C’è per esempio il signore che ha problemi col suo bagno, la vicina impicciona che nei giorni di lutto continua a importunare la vedova offrendo un aiuto non richiesto, la vecchia che per ripicca semina immondizia davanti la stanza dei vicini, l’emigrato che non riesce a fare i suoi bisogni da seduto e così via. Ma questi elementi non sono lì per creare delle scenette che facciano ‘solo’ ridere il lettore (sebbene ci riesca) ma per decostruire, come diceva Cortázar, una quotidianità e mostrarcela sotto una lente differente.

Sotto queste figure buffe, apparentemente leggere, si nascondono alcuni dei momenti più crudeli e più dolorosi che mi sia capitato di leggere ultimamente. E sono nascosti bene, perché mentre leggi ti ritrovi a sorridere dell’assurdità di alcune situazioni, o magari ti metti a ricordare personaggi simili che sono entrati pure nella tua, di vita, sebbene per poco (chi di noi non ha incontrato un vicino rompi scatole?). Ma poi arrivi alla fine e, giusto prima di affrontare un nuovo racconto, ti soffermi a riflettere su quanto appena letto e comprendi la durezza di quello che è stato davvero raccontato.

Se l’idea che tutti i vicini vengano a usare il tuo frigorifero in quanto unico elettrodomestico refrigerante dello stabile fa divertire, fa meno sorridere cosa questa condivisione comporta alla fine, ovvero una situazione che non solo mette in mostra la povertà di certa gente, ma anche la cattiveria di altra.
Se sorriderete per la figura di quel padre che si fa togliere tutti i capelli bianchi dal figlio più piccolo, in un eccesso di vanità e sull’onda di un’ottimistica speranza in un lavoro migliore, vi potrebbe pure scendere qualche lacrima nel momento in cui Mistry si metterà a descrivere come un giovinetto arrivi a capire che la morte è in agguato, sempre, e che forse quello che considera un sacrificio non lo è.

Ecco allora che si comprende come l’autore stia in realtà dipingendo la nostra condizione umana, una condizione che racchiude mille sfaccettature che vanno dalla comicità al dramma più nero, dal lato migliore di una persona a quello peggiore.

Lo humour non è comunque il solo strumento utilizzato dall’autore per raccontare le persone.
L’altro grande attrezzo è quello che potrei chiamare continuità. Continuità perché i personaggi non si esauriscono quasi mai con una semplice comparsata, no, questi compaiono, spariscono e ricompaiono in altre storie dimostrando così che tutti, senza esclusione, hanno le loro disgrazie, le loro gioie, le loro storie da raccontare.

Non è un caso, quindi, che i racconti siano ambientati al Firozsha Baag, un complesso di tre ‘condomini’ di Bombay. Questa ‘bolla’, questo frammento di una grande città è il vetrino che Mistry guarda col suo microscopio di scrittore, un vetrino che racchiude una popolazione variegata di uomini e donne e giovani e meno giovani che costantemente si incontrano, si evitano, si mescolano e quindi crescono, mutano, esplodono.
Il mondo racchiuso in un serraglio.

E poi ci sono gli oggetti.
Gli oggetti a volte sanno raccontarci meglio di mille parole.
Osservando un francobollo, una vecchia gabbia per uccelli, un turbante, l’anima sobbalza e rivive cose passate, sogni che desideriamo disperatamente vedere realizzati e presenti in disfacimento lento e continuo.
Gli oggetti ci rappresentano e per questo motivo a volte li amiamo, a volte li odiamo. Di sicuro ci rivelano al mondo più di quanto pensiamo.

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Rohinton Mistry

Con una scrittura sorprendente, l’autore riesce a diversificare ogni storia, a raccontare qualcosa in modo sempre differente, anche ricorrendo a veri cambi di stile e passando da narrazioni più ordinarie a storie costruite come memoriali, o addirittura come una sorta di Mille e una Notte dove il cantastorie del complesso intrattiene i ragazzini raccontando loro le vicende del più grande eroe di tutti: Savukshaw.

Ad ogni storia un sorriso, una tenerezza e una stilettata al cuore.

Non posso, prima di finire, menzionare due racconti che si sono guadagnati un posto eterno nel mio cuore, perché mi hanno saputo donare dei momenti di grande tenerezza e struggimento: Visita di condoglianze e Di capelli bianche e del cricket. Sono entrambi legati al concetto di morte, e quindi di ‘allontanamento’ di un caro, ma visto da due punti quasi opposti. Nel primo c’è la vedova che, rimasta sola, non riesce a lasciar andare del tutto il marito. Nel secondo c’è un ragazzino che scopre, in qualche modo, che tutto deve finire.
Sono due racconti molto teneri che mi hanno davvero stravolto perché la penna di Mistry, che fino a un paio di racconti prima aveva punzecchiato il lettore con spezie e grida e intrusioni ‘prepotenti’, qui si fa, pur senza dimenticare l’ironia, di una tenerezza struggente. Il dolore, la miseria della vita, sono in questo caso nascoste da una grande delicatezza. Qui è tutto più sottile e oltre a mostrare la grande bravura dell’autore, mostra anche come alcuni momenti, alcuni secondi di epifania, possano cambiare la maniera in cui concepisci la tua intera esistenza.

Per concludere, un suggerimento: procuratevi questi racconti. Vi mostreranno un’India che riassume l’umanità di tutti noi, vi farà ridere e anche piangere e vi farà riflettere su come anche un semplice oggetto, una mazza di cricket per esempio, possa assumere significati diversi a seconda del momento in cui ci troviamo a osservarla. Perché il mondo, la vita, non cambia. Cambiamo noi.

***

Lezioni di nuoto
di Rohinton Mistry
Traduzione di Chiara Vatteroni
340 pagine, 15,00 €, Racconti

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi