Io, il Pupo e… il porcellino

A volte, leggendo un albo illustrato, mi chiedo se questo tipo di letteratura sia davvero indirizzato ai bambini, o se piuttosto non sia stato scritto per noi adulti che con i bambini c’abbiamo a che fare.
Poi ci ragiono e mi convinco che è questo che deve fare la buona letteratura per l’infanzia: essere adatta a tutte le età, saper regalare qualcosa a tutti quelli che  la leggeranno.

È così per Rompi il porcellino.

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La storia è molto semplice e adatta a bambini anche piccoli come il mio, che di anni ne ha tre. Racconta di un ragazzino che vuole a tutti i costi comprare un gioco, ma il padre vuole insegnarli il valore dei soldi e così gli prende un salvadanaio. Quando arriverà il momento di romperlo, però, il figlio non vorrà saperne di separarsi dal nuovo amico.

È una storia molto interessante che mostra come troppo spesso gli adulti diano per scontate certe idee e procedano dritti per la loro strada, senza però considerare il bambino che si ha davanti. L’intento del padre è giusto, condivisibile, ma diventa un problema quando smette di ascoltare il figlio.
Non è chiaro se sia stato compreso o no il valore dei soldi, di certo per lui quel porcellino è diventato qualcosa di importante e di fronte a certe cose, alcune idee dovrebbero piegarsi.

Allo stesso tempo è una storia delicatissima che ha al suo centro quelle amicizie magiche e misteriose che nascono tra i bambini e le cose. Quei momenti in cui un ragazzino scopre che, a volte, per salvare qualcuno bisogna rinunciarvi. Quei momenti in cui si capisce che lacrime e arrabbiature non servono a niente, e che per sconfiggere un’idea non condivisa bisogna agire, senza provare risentimento ma solo amore.

È una storia semplice, dicevo. Lineare. Corredata da illustrazioni stupende e misteriose come l’amicizia tra il bambino e il porcellino salvadanaio. Un oggetto bellissimo anche da collezionare.

Ma è nelle storie semplici che si nascondono i messaggi più forti, e il messaggio, qui, è che a volte non si può guardare solo con gli occhi, a volte bisogna guardare con il cuore.

 

Rompi il porcellino
di Etgar Keret
Illustrazioni di David Polonsky
Traduzione di Gil Mor
32 pagine, 15,00 €, Feltrinelli

L’arte di non rispondere

La resistenza del maschio inizia con un incidente.
Un’auto esce di strada e ci sono due testimoni: l’Uomo, ovvero il protagonista del romanzo, e una prostituta.
Quando l’Uomo ritorna a casa, la moglie gli fa presente di essere rientrato molto tardi. Lui allora racconta dell’incidente, lei non ci crede, lui estrae il verbale della polizia per dimostrare di aver detto la verità, che non si tratta di una scusa, ma così facendo lei vede il nome della prostituta e lo accusa (anche) di andare a puttane. Qui succede un breve battibecco, poi il silenzio.

Una volta letta questa scena ho chiesto a mia moglie cos’avrebbe pensato lei. Cioè, se io fossi tornato a casa in ritardo, con un verbale di un incidente in cui i due unici testimoni siamo io e una prostituta, che idea si sarebbe fatta? Perché, diciamocelo… pensar male è davvero facile.
Mia moglie mi ha risposto, con nonchalance: “Basterebbe che tu rispondessi alle mie domande.”

È vero. Potrebbe avermi risposto così giusto per fare la carina e non dirmi che avrebbe avuto delle difficoltà a credermi. Ma è anche vero che la sua reazione mi ha colto impreparato. Non avevo pensato a Questa risposta, perché la scena mi ha portato a concentrarmi su altro. Sebbene ci troviamo infatti ancora all’inizio della vicenda, risulta subito chiaro che questa coppia ha qualcosa che non va, che non sta funzionando, e io ero rimasto troppo invischiato nella lotta tra i due, fatta di accuse e silenzi, per rendermi conto che probabilmente mia moglie ha ragione: basterebbe, una volta tanto, rispondere.

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La resistenza del maschio, sebbene si concentri sulla vita di quest’uomo, ci mostra in verità diversi tipi di coppie, o non-coppie. Alcune solo di sfuggita, altre più approfonditamente. Tutte con dei problemi.
Non esiste una coppia felice, o almeno contenta. Non esiste una coppia, a dire il vero.
A tratti sembra che sia un problema dell’epoca moderna, a tratti sembra che sia così e basta.

C’è la relazione principale dell’Uomo con la Donna, con lei che vuole un figlio a tutti i costi e un lui che no, non ora, pensiamoci, vedremo, ecc. C’è poi il Maschio che intreccia un rapporto strano con la donna dell’incidente, ovvero una sorta di conversazione tramite telefono che trova un limitatissimo riscontro nella vita reale. E poi le mille relazioni naufragate, più quella con l’uomo del caffè, di una terza donna che incontreremo in una sala d’aspetto, dove si capirà che tutto può legarsi, annodarsi assieme. E poi c’è la figura del ginecologo, che meriterebbe un discorso a parte.
Tutte storie che non portano a nulla, in verità. Tutte storie che non riescono a trovare una consistenza da poter definire con aggettivi positivi.

E allora ecco che mi ritorna la risposta datami da mia moglie: “Basterebbe che tu rispondessi alle mie domande.”
Mi chiedo se il problema di queste coppie in disfacimento che si alternano nel libro non sia altro che la mancanza di risposte.
Perché se ci fossero risposte chiare alla domanda “Perché vuoi un figlio?” o a “Perché non lo vuoi?” non sarebbe tutto diverso? Se qualcuno riuscisse davvero a rispondere a una domanda fatta tramite sms dove si chiede “Perché non vuoi che ci vediamo?” non finirebbe tutto in un modo differente?

La resistenza del maschio sembra dunque una resistenza a dare risposte chiare.
E, forse, la resistenza della femmina sta nel non voler porre le domande giuste.
Entrambi si concentrano su se stessi.

Manca la comunicazione. Manca la chiacchiera che non sia semplicemente un resoconto della giornata di lavoro, o l’erudita spiegazione di un quadro, o la continua richiesta di qualcosa. Manca la comunicazione che non sia solo rabbia, o solo caffè, o solo silenzi.

Poi, certo, ci sono anche altri ‘problemi’.
C’è l’Uomo che misura tutto perché vuole conoscere lo spazio in cui si trova, vuole capirlo per potersi regolare di conseguenza. Ma nel rapporto con gli altri le misure non valgono, le misure sono relative. Le misure sbagliano.
C’è la Donna che conosce l’infanzia problematica di suo marito, ma si ostina a voler un bambino a tutti i costi, e non le interessa altro. (E mi chiedo se l’arrivo di un vero bambino le farebbe poi bene).
C’è Effe che è stata vittima di un incidente dalle cause dubbie.
C’è un medico che è rimasto un adolescente con gli ormoni in subbuglio.

Ma non abbiamo tutti noi i nostri problemi? Non siamo noi tutti vittime dei nostri passati, delle nostre idee, dei nostri sogni e progetti?
Mi richiedo, allora: se riuscissimo a parlarci, a farci delle domande e a rispondere, non riusciremmo, in qualche modo, a mitigare questi nostri problemi? A condividerli, a dividerli, e quindi a sopportarli meglio? E così facendo, non potremmo alla fine concentrarci su altro? Su un progetto nuovo, diverso?

Non basterebbe, insomma, almeno una volta, rispondere con sincerità a una domanda, per vivere meglio?

La resistenza del maschio
di Elisabetta Bucciarelli
240 pagine, 11,05 €, NN Editore

La paura del bianco

Forse l’ho già raccontato altre volte. Probabilmente sì, perché sono uno che si ripete e si scorda di essersi già ripetuto all’infinito, uno che tende a dire e ridire le stesse quattro cose ogni tot. di tempo.

Dicevo… forse l’ho già raccontato altre volte che Moby Dick è un peso che mi sta qui, ma qui non ad altezza petto, ma ad altezza gola, incastrato appena sotto il pomo d’Adamo.
Questo perché quando quella famosa volta feci la scommessa con mia madre, uno dei tre libri che mi ero ripromesso di leggere (e quello che poi non finii) era proprio il capolavoro di Melville. Avevo dodici anni e l’edizione Mille Lire e troppe pagine e mi arenai.
Lo ammetto, fu una scelta piuttosto sciocca, la mia, ma quel libro ancora oggi, se lo riprendo in mano, anche in edizioni esteticamente più fini, non riesco a leggerlo, non riesco ad andare oltre le prime cento pagine.

Ora, però, credo di aver trovato il rimedio.

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Ho letto Moby Dick e altri racconti brevi e ho riso come un matto.

Non è propriamente una raccolta di racconti, ma più un insieme di pensieri, riflessioni, episodi, tutti accomunati da un continuo e divertente e intelligente riferimento ai classici della letteratura e del cinema, più qualche concessione ad alcuni titoli che mi auguro non diventino classici (leggasi Cinquanta sfumature di grigio).

Al di là della grande ammirazione che non si può fare a meno di provare nei confronti dell’autore, che si rivela essere un grande conoscitore di queste opere, c’è da dire che questo libro può essere usato in molti modi. Ve ne indico qualcuno:

  • Antidoto contro la tristezza: mi sembra chiaro, no? L’ho detto all’inizio che ho riso come un matto. Perché Alessandro Sesto prende questi classici e li trasporta nella quotidianità contemporanea, e ne prende dei frammenti, dei particolari, o dei momenti interi e li ribalta, li mostra sotto luci diverse, dai colori più sgargianti, e tu non puoi fare a meno di ridere. Ridere di cose che non ti eri accorto, ridere di cose fin troppo serie, ridere perché quella cosa lì l’avevi pensata pure tu. Ridere perché ridere è bello.
  • Manuale alternativo per lo studio dei classici: l’ho pensato subito. Appena leggerò o rileggerò uno dei classici citati (leggasi Moby Dick, tentativo numero 250) dovrò tenermi vicino quest’opera. E mentre andrò a caccia di quella cavolo di balena bianca, o mentre starò leggendo La fiera della vanità, o i Fratelli Karamazov, mi metterò a spulciare pure il libro di Sesto, per capire cose che da solo non capirei. Cose non necessariamente eclatanti, ma che possono mettere tutto su un piano diverso.
  • Far ridere la moglie mentre il pupo ti dorme accanto: vi consiglio però di farlo col silenziatore, che a ridere troppo forte il pupo appena addormentato si sveglia.
  • Scoprire una nuova realtà editoriale: è infatti il primo titolo targato Gorilla Sapiens che leggo e mi sono reso conto che a pubblicare un libro così possono essere solo persone belle e brave e che hanno un’idea chiara in testa. Quindi ho già lì pronto un altro titolo gorilloso che ci lascia intuire la genialità e la serietà di queste persone: Un tebbirile intanchesimo.

Sì, insomma… questo libro è davvero bello. Perché riesce, contemporaneamente, a prendere sul serio e a dissacrare tutto quello che viene citato, più la vita che viviamo. Perché in fondo si può, e si deve, riuscire a scherzare su tutto, tenendo però ben in mente che certe cose sono più vere di altre, che certi titoli sono più titoli di altri, che tutte le vite sono storie e che in ogni libro ci siamo dentro pure noi.

Moby Dick e altri racconti brevi
di Alessandro Sesto
164 pagine, 12,90 €, Gorilla Sapiens Edizioni

La poesia è morta?

Quando John Lehmann chiederà a Virginia Woolf se secondo lei la poesia fosse morta, la grande autrice inglese non potrà trattenersi dal rispondere. E questo voler rispondere farà scattare un’idea che si tramuterà in una sorta di pamphlet intitolato Lettera a un giovane poeta.

In questi giorni l’operetta è tornata in libreria grazie agli amici di Lindau che l’hanno ribattezzata Lettere a un giovane poeta, avendo infatti aggiunto un’ulteriore lettera di Virginia a Lehmann, dove la scrittrice tenta di inquadrare meglio l’opera principale.

Chi di voi segue il progetto @aboutwoolf, su Twitter, avrà già avuto modo di conoscere qualcosa a proposito di questo libercolo, ma mi piaceva l’idea di ritornarci per dire altre due parole.

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La lettura delle Lettere a un giovane poeta ha coinciso con il desiderio di mio figlio di tre anni di sentirmi leggere ad alta voce libri che non fossero i suoi. Così, ben comodi sul lettone, io sono partito a declamare e lui si è messo ad ascoltare.
È stato un esperimento interessante perché ho notato una cosa: il pupo era silenzioso, attento, ammaliato. Non perché sia un genio o perché riuscisse davvero a capire i significati di quei discorsi (sebbene alcune cose l’abbiano fatto ridere), ma perché Virginia ha un ritmo meraviglioso. Leggere queste lettere ad alta voce è uno spettacolo di tempi, suoni, pause, lunghezze.
Il ritmo! Non può essere considerata solo una lettera.
Non può essere considerata saggistica.
È poesia.

Ma al di là di questo, cosa può dirci quella che, in fondo, è un’opera minore, secondaria della Woolf.

Beh, per prima cosa ci dimostra, ancora una volta, che Virginia era molto divertente, e infatti si ride anche, seguendo i suoi consigli.

Ma soprattutto ci regala una risposta che in letteratura, ma non solo, potremmo usare spesso: niente muore davvero, se non lo lasci morire.
“La poesia è morta?” mi ricorda infatti il più contemporaneo “Il romanzo è morto?”, e leggendo queste poche pagine si capisce che la poesia, il romanzo, l’arte… queste cose non possono morire, al massimo possono essere fatte male, al massimo si può rimanere impigliati nell’io sbagliato che ti porta a seguire strade dissestate che non conducono da nessuna parte, se non al disastro.

Ho idea che il proprio io non abbia limiti, l’io da il via alla danza, l’io obbedisce al ritmo; è certo più facile scrivere una poesia su se stessi che non su chiunque altro. Ma cosa intendiamo per quell'”io”? Non l’io che Wordsworth, Keats e Shelley hanno descritto – non l’io che ama una donna oppure odia un tiranno, o medita sui misteri del creato. No, l’io di cui ti stai occupando è estraneo a tutto ciò. È l’io che la sera ti trova seduto nella tua stanza, solo soletto con le tende tirate.

E poi ci ricorda che scrivere non è pubblicare. E a me vien da pensare a quanto questo sia attuale e necessario e giusto e fin troppo dimenticato.

Ma se farai tanto di pubblicare, la tua libertà verrà tarpata: ti chiederai cosa pensa la gente; scriverai per gli altri quando dovresti scrivere per te stesso. E che senso può avere frenare quel flusso di spontaneità anche sciocca che sarà tuo appannaggio – sublime appannaggio – solo per pochi anni ancora, pur di pubblicare seriosi volumetti di versi sperimentali? Per soldi? […] Per essere recensito?

Lettere a un giovane poeta è insomma una lettura breve e vivace che da pochi ma preziosi consigli. Ai poeti, ma non solo.

Ma ci mostra anche il pensiero di Virginia stessa, che non si limita a parlare di poesia, ma anzi, facendo finta di dare consigli ci mostra il suo mondo e le sue idee sulla letteratura e la persona e chi le sta attorno e chi l’ha preceduta.
È un piccolo spiraglio, questo, uno spioncino per intravedere quello che la Woolf è. Ovviamente, poi, per comprenderla davvero si dovrà almeno tentare di aprire la porta.

Leggere, lo sai, è un po’ come aprire una porta e lasciarsi invadere da orde di barbari…

 

Lettere a un giovane poeta
di Virginia Woolf
Traduzione di Camilla Salvago Raggi
52 pagine, 10,00 €, Edizioni Lindau

Eccomi!

Sono passati una decina d’anni tra Molto forte, incredibilmente vicino ed Eccomi, rispettivamente penultimo e ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, che nel mentre ha comunque scritto un saggio sugli orrori dell’allevamento intensivo (ovvero Se niente importa) e una sorta di operazione artistica, Tree of codes, ovvero un libro creato tagliuzzando un altro libro, di Bruno Schulz, The street of crocodiles.

Rischiavano di passare altri dieci anni prima che io mi sentissi in grado di dire qualcosa a proposito.

Poi è successo questo.
Recentemente, per un certo periodo, non sono riuscito ad avvicinarmi a un libro (e la cosa ha ovviamente influito pure sul blog) perché nell’unico momento in cui mi sarebbe stato possibile, ossia la sera, venivo ‘dolcemente costretto’ ad abbandonarmi al sonno.
In pratica, il pupo voleva che stessi con lui finché si addormentava, solo che nello sdraiarmi (e no, non mi era concesso rimanere seduto), i miei sensi venivano meno e la stanchezza si faceva sentire, ecc.
Ho tentato di svincolarmi, ma quando un nanerottolo ti dice che ti vuole lì perché gli piaci, beh, non ci sono molte alternative: rimani lì. Anche perché non può esistere niente di più importante e di più bello di quel “perché mi piaci”.

Parto da qui per dire che i figli possono mandare all’aria un matrimonio. E per dire che, in un certo senso, è proprio di questo che parla Eccomi.

Voi, creature prive di figli, mi direte: “ma come, manderesti all’aria un matrimonio perché tuo figlio non ti fa leggere?”
Ah! Beata ignoranza!
No. Il punto non è che io non riesco a leggere, il punto è che un figlio ti cambia la vita.
“Eh, bella scoperta!” direte voi.
“No.” Vi rispondo io. “Voi non capite. Ve la cambia in un modo che nessuno può comprendere fino a quando non ne sforna uno, di questi marmocchi.”
Lo so che sembrano tutte frasi fatte. Eppure è una verità inconfutabile il fatto che per quanto tu possa pensare di essere preparato all’arrivo di un figlio, lui ti travolgerà lo stesso. Tutto quello che pensavi non basta a descrivere quello che sarà. Sia nel bello che nel brutto.

Un figlio ti stravolge la vita in maniera sottile.

Il problema non è che non dormi la notte. Il problema è che di notte pensi a lui.
Il problema non è l’odore della cacca. È che pensi “ho abbastanza pannolini?”, “è normale questo colore?”, “sono tre giorni che non fa la cacca, cosa devo fare?”
Il problema non è non leggere. Sei contento di non farlo se è per stare con il tuo bambino, ma c’è il pericolo che tu venga prosciugato di te stesso.
Il vero rischio è che non esista nient’altro.
E diventa normale, in una famiglia, finire col pensare quasi solo ed esclusivamente ai figli, e questo a scapito delle proprie vite, delle proprie esigenze.

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Ed ecco che si arriva ad Eccomi. Una parola che, in qualche modo, rimanda al figlio e alla sua centralità/non centralità, visto che è la risposta che Abramo da al Signore quando questi gli chiede di immolare il figlio. L’unico figlio. Quello tanto desiderato.
Che poi è anche la risposta che dai quando un figlio ti chiama dall’altra stanza: “Papàààà!” “Eccomi!”

I protagonisti di questo romanzo sono genitori che si sono dimenticati di se stessi. Genitori che si sono dedicati, in qualche modo, ai figli. Sempre e per sempre. Viene inserita in fretta, infatti, la figura del figlio maggiore che ha fatto qualcosa che non andava fatto. E diventa di conseguenza centrale il conflitto (aperto? nascosto?) dei due genitori che non la pensano allo stesso modo.
Allo stesso tempo è centrale il rapporto tra il protagonista Jacob e suo padre.
Ed è centrale pure il rapporto tra Jacob, ma non solo, e Israele, la loro patria, quello che in effetti può essere considerato un’ulteriore relazione genitore-figli.

E potrebbe essere centrale che Safran Foer e la moglie si siano separati dopo dieci anni di matrimonio e dopo due figli?
Ma qui, bisogna dirlo, siamo nel puro gossip.

Quello che conta davvero è che Eccomi è un romanzo sullo scioglimento di una famiglia. Solo che non è uno scioglimento dovuto all’odio, o alla mancanza di amore. No, è uno scioglimento dovuto all’essersi smarriti, all’aver perso di vista se stessi.
Il lettore potrà pure tifare per una riconciliazione finale, ma in qualche modo si sa che, comunque vada, la fine non sarà davvero lieta.

Attenzione. Con tutto ciò non voglio dire che i figli provocano indiscutibilmente la fine di una relazione. Non sarebbe vero. Non sarebbe giusto. Dico però che questo romanzo racconta di come col tempo ci sia il rischio di perdere se stessi a causa di molte cose esterne, tra cui i figli, che per ovvie ragioni portano ad amplificare sentimenti che magari rimarrebbero latenti ancora per un po’.
Sia Jacob che Julia non sanno più chi sono. Hanno dedicato le loro vite alla famiglia più che a qualsiasi altra cosa, ed è stato bello, ma allo stesso tempo è stato prosciugante. Ora non sanno più chi sono, non si riconoscono, e non riconoscendosi non riescono nemmeno a fare l’amore. Hanno agito per così tanto tempo pensando ad altri, che non ricordano più chi erano loro, da soli. Chi erano come coppia. Non ricordano cos’erano prima, e non ricordandoselo non sono riusciti ad evolvere insieme.

Ed è qui che entra in scena la distruzione di Israele.
Di pari passo con lo disfacimento del matrimonio di Jacob e Julia c’è lo disfacimento di un popolo. Potrebbe apparire come un qualcosa di scollegato, ma non lo è. Jacob tenta di ritrovare se stesso cercando una connessione con le proprie radici (non è infatti un vero ebreo praticante, al momento). Tenterà di trovare una strada per capire se stesso, per riscoprirsi, per ricrearsi, magari tentando di ‘attaccarsi’ al cugino venuto in visita…
La fine di Israele è un po’ il cancellare una possibilità di riconciliarsi col suo passato.

Safran Foer ha messo in piedi quello che forse è il suo lavoro più ambizioso.
C’è riuscito?
In parte.

Innanzitutto bisogna ‘avvisare’ che si tratta di un libro molto diverso dai primi due. In Ogni cosa è illuminata  e Molto forte, incredibilmente vicino c’era una sorta di componente fiabesca, poetica. Qui no. Qui, pur mantenendo alcune caratteristiche della sua scrittura, come i bambini ‘geniali’, la narrazione è in verità più cruda, più ‘realista’ in qualche modo. E con realista intendo una sensazione di disincanto nel raccontare, una narrazione più ‘fotografica’, e non un realismo delle cose raccontate. Ma questo non è un dato negativo, solo una constatazione.

Il problema è forse che l’autore tende a perdersi un po’.
Ci sono momenti in cui probabilmente viene messa troppa carne al fuoco e quindi qualcosa scappa dalle mani e diventa più ‘pasticciato’, una sorta di problema di gestione ‘del traffico’. Le linee narrative si intrecciano e ci scappa qualche momento in cui si ha difficoltà a capire dove si sta andando a parare, dove quel tutto risulta… troppo.

Detto questo, Eccomi rimane un grandissimo romanzo. Un romanzo fatto di relazioni che mutano perché le persone stesse sono mutate, volenti o dolenti. Un romanzo fatto di scelte che portano a conseguenze. Un romanzo che racconta un po’ la storia di ogni famiglia, coi figli che non vogliono essere come i genitori, con le radici che a tratti vorremmo estirpare e a tratti far rifiorire, con un matrimonio che si sente stanco, perché si è dato tutto, si è dato troppo, e a donare tutto per un unico scopo una persona perde la testa.

È anche un romanzo su molto altro. Sull’essere diversi, sul sentirsi a casa, sul sentirsi inadeguati, desiderati, abbandonati, amati.
È un romanzo troppo grande per essere ben commentato su un blog. E poi c’è da dire che ogni romanzo viene trasformato dal lettore che lo legge, e si da il caso che io abbia un figlio piccolo che tende a prosciugarti, quindi forse mi sono focalizzato sull’argomento che più mi vedeva coinvolto. O forse ho visto una storia che Safran Foer non aveva nemmeno considerato. O forse mi sono inventato tutto. Forse ne ho capito più di lui.
Forse è questo che dovrebbero fare i libri.

Eccomi
di Jonathan Safran Foer
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
672 pagine, 22,00 €, Guanda

Il gigante e il pettirosso

Ho un debole per i gialli alla Sherlock Holmes.
Intendo quei libri in cui i casi vengono risolti con l’intelligenza, con la furbizia, senza uso di armi e violenza e senza grandi scene d’azione.
Tra i miei preferiti in assoluto c’è Rex Stout, e il suo Nero Wolfe, anche perché dentro i suoi libri ci sono ottime pagine di cibo e orchidee, e la cosa non mi spiace affatto.
Mi piace il libro parlato, chiacchierato, che avanza per deduzioni e interrogatori, per qualche pedinamento, anche, ma per è poco altro. Forse perché io non sono molto bravo a parlare, ma ascoltare gli altri mi piace moltissimo.

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È stata quindi una piacevolissima sorpresa scoprire che il duo di detective ideato da J. K. Rowling, pardon! Robert Galbraith, sia composto da Cormoran Strike, veterano di guerra, e da Robin Ellacott, sua intelligente segretaria, ossia una coppia che si aggira tra casi misteriosi che necessitano di menti brillanti, non di muscoli in vista (sebbene Cormoran non sia certo mingherlino).

Che gioia aver trovato dei gialli british nell’anima, che mi ricordano illustri predecessori ma che sanno donare cose nuove, ambientati in luoghi nuovi, con nuove persone.

E che bello avere un giallo da risolvere (io, in verità, non lo risolvo affatto perché sono negato) ma anche una trama che prosegue di volume in volume e che ci racconta del privato di Cormoran e Robin, un privato che te li fa tremendamente amare, questi due detective.

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E poi è divertente sbirciare dentro il mondo della moda (nel primo volume, Il richiamo del cuculo), o dentro il mondo del ‘pettegolezzo letterario’ e delle case editrici (nel secondo, Il baco da seta).
È piacevole ammirare un’assistente come Robin, che sa guidare come un pilota professionista, che è intraprendente e capace, che sa essere una persona normale e allo stesso tempo un modello da seguire.
È bello, in somma, avere un nuovo detective a cui potersi affezionare, del quale aspettare con ansia una nuova avventura, da citare come esempio quando di arguzia e incorruttibilità!

È bello avere Cormoran e Robin. Ecco. È estremamente bello e non c’è altro da aggiungere. Perché a volte i libri devono essere ‘semplicemente’ piacevoli e saper ‘semplicemente’ regalare delle ore di divertimento e buona compagnia.

Che bello che ci siano questi libri!

Il richiamo del cuculo
di Robert Galbraith
Traduzione di A. Casella e A. Ragusa
560 pagine, 12,00 €, Salani

Il baco da seta
di Robert Galbraith
Traduzione di A. C. Cappi
555 pagine, 12,90 €, Salani

Tornare a St. Oswald

Tornare a leggere Joanne Harris è per me un tornare a casa. Sempre.
So che, una volta avviatomi in quel percorso che porta da pagina uno a pagina ‘ringraziamenti’ (la Harris li mette sempre, così come sempre ringrazia tutta la filiera del libro, compresa i lettori), posso essere sicuro di trovare una storia scritta bene, ricca di spunti e di inventiva e che ogni volta, in qualche modo, sa stupire. Questo è vero soprattutto quando si parla dei suoi thriller psicologici, sempre contraddistinti da un colpo di scena costruito con mattoni di false messe a fuoco e di uso coscienzioso della lingua (che in qualche modo risulta meno ‘divertente’ in italiano).
La lettura de La classe dei misteri era quindi una scelta sicura, e obbligata, per il mio desiderio di belle storie. Anche perché quello che in qualche modo è il suo prequel, La scuola dei desideri, è forse il libro della Harris che apprezzo maggiormente.

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Eppure è riuscita a stupirmi ancora. Di più. Più di quanto mi aspettassi.
Non tanto per il colpo di scena, che sapevo sarebbe spuntato in qualche punto, ma perché è riuscita a dare voce al vecchio professor Straitley in maniera ancora più convincente, più pregnante che nel precedente episodio.
E poi perché, al di là del thriller (una storia divisa tra passato e presente, con ex studenti e nuovi dirigenti), ha saputo scrivere una grandissima storia sulla scuola e sui mutamenti che sta vivendo.

È probabilmente questo il grande pregio de La classe dei misteri: una profonda conoscenza di questa grande macchina che è l’istruzione e la consapevolezza che qualcosa sta cambiando, che qualcosa sta evolvendo, e che non tutti vogliono (possono?) cambiare. Che non sempre cambiare è giusto. Che non sempre restare immobili è giusto. Che la scuola è sempre un esercizio complicato. Che niente è sicuro.

Ma che cosa è giusto?
Cosa è sbagliato?

Ci sono molti momenti, in questo romanzo, che provocano una gran rabbia. Rabbia verso alcuni personaggi, certo, ma che riassume la rabbia, e spesso l’impotenza, verso alcuni pensieri condivisi anche da chi ci sta attorno, da chi ci sta vicino nella vita reale. Sono molte le pagine, infatti, dedicate all’omofobia e al bullismo e al modo in cui questi problemi potrebbero essere affrontati in un istituto scolastica, in un istituto dove magari potresti essere stato tu, o potrebbe andare tuo figlio.

Ma… ancora, qual è il modo giusto per fare le cose? Esiste?
E quello sbagliato?
Stiamo solo invecchiando e non capiamo il presente?
Oppure sono gli altri a non capire?
E se nessun modo di agire fosse corretto?

Sono domande che mi sono posto spesso, durante la lettura. Anche perché la Harris gioca sul doppio, sulle maschere, sulle finzioni, quindi viene naturale chiedersi cosa sia vero e cosa sia giusto.

Viene anche naturale, però, decidere che posizione prendere, stabilire da che parte stare.

E forse è questo il pregio di un libro come La classe dei misteri, farti intuire che è estremamente importante prendere una decisione, la decisione più coerente col tuo essere. Non puoi (non devi!) stare a guardare sperando che tutto passi, sperando che niente colpisca te. Solo prendendo posizione si può davvero tentare, sperare, di fare qualcosa. Perché se non si fa niente, alla fine la piena travolgerà anche te.

La classe dei misteri
di Joanne Harris
Traduzione di Laura Grandi
480 pagine, 18,60 €, Garzanti