Non lasciamoci

The thought came to me […] that all good stories, never mind how radical or traditional their mode of telling, had to contain relationships that are important to us; that move us, amuse us, anger us, surprise us. Perhaps in future, if I attended more to my relationships, my characters would take care of themselves.

Lo dice Kazuo Ishiguro.
Lo dice nella sua Nobel Lecture.
Lo dice appena prima di far notare che, forse, a noi potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma che per lui quel pensiero costituì una sorta di rivelazione che cambiò tutto. Da allora, Ishiguro incominciò a costruire le sue storie in maniera differente. Come per Non lasciarmi, per esempio, che iniziò a scrivere lavorando sul triangolo al centro della vicenda, sulla relazione tra quelle tre persone. Si concentrò su quello per poi, e solo poi, ‘allargarsi’ a tutto il resto.

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È effettivamente così. La centralità di questi tre ragazzi e della loro relazione è preponderante a tutto il resto, ma non solo, è un rapporto nel quale ti senti talmente coinvolto che non puoi fare a meno di dar loro dei consigli, mentre leggi da solo, in camera, con la sola luce dell’abat-jour a illuminare l’inchiostro sulla pagina. Il lettore diventa quindi una sorta di voyeur che, in certi momenti, capirà più di quello che gli stessi protagonisti riescono a capire.

Il loro è un rapporto (una vita, anche) fatto di piccole cose. Piccoli gesti, piccoli oggetti, piccoli spazi. La voce narrante racconta fittamente di una quotidianità minuscola, in qualche modo. Il mondo viene rimpicciolito in poche scene, in poche scelte, in pochi luoghi e in pochi oggetti del cuore. Ed è questa centralità dell’essenziale che racchiude la bellezza del romanzo. È da qui che parte la grandezza del libro di Ishiguro.

Non lasciarmi protagonisti

Non Lasciarmi, film del 2010 diretto da Mark Romanek. Partendo da sinista: Keira Knightley (Ruth), Andrew Garfield (Tommy), Carey Mulligan (Kathy).

Qualcuno di voi forse saprà che a un certo punto del romanzo si scopre una cosa sul filo del fantascientifico. Una cosa che ci permette, in effetti, di considerare questa prova di Ishiguro come un romanzo ibrido, una commistione di generi. Allo stesso tempo, però, questa parte non mi è mai parsa centrale nella vicenda. Non mi è mai sorto il pensiero di discutere circa questa verità, che potrebbe invece portare a grandissimi discorsi sull’etica. Al contrario, questo particolare ha contribuito a focalizzarmi ancora di più sulle vite dei tre giovani protagonisti.
Non è tanto il cosa sono, che mi ha fatto pensare, ma il come vivono. E, indovinate un po’, più le osservi e più ti rendi conto che queste persone siamo noi. Siamo noi ogni santo giorno.

Durante un’intervista, in una domanda che faceva tipo: perché i protagonisti non fuggono dal loro destino? Ishiguro risponde:

Per andare dove? Sono educati fin da piccoli a pensare che il loro scopo sia importante. E poi quanti di noi vivono situazioni infelici, un matrimonio sbagliato, un lavoro non amato, eppure rimangono lì. Il film è triste perché è una metafora della condizione di tutti. […] Al pubblico che si chiede: che senso ha vivere così, io rispondo: che senso ha vivere in generale, allora.

La verità è che, appunto, la fine ultima di Kathy, Tommy e Ruth non è il nocciolo della questione. Il succo è come vivono prima di quella fine. Quella fine è una sorta di accelerazione del tutto.

Mentre leggevo questo libro non potevo fare a meno di pensare a quanto potesse essere un romanzo sulla crescita.
C’è la parte dove i protagonisti sono bambini e vanno a scuola, ricevono un’educazione che, in qualche modo, li incasella, li ‘formatta’, da loro delle linee entro cui stare. C’è poi l’adolescenza e la scoperta, per esempio, del sesso, in quel modo tipico dei ragazzi dove ognuno fa finta di saperne più degli altri, di avere più esperienza degli altri, senza che sia necessariamente vero. Poi è il momento di lasciare la scuola e allora la narrazione si fa più incerta. Cosa succederà? Quando succederà quello che desidero? Ma poi, accadrà?

Ciò che intendo dire è che tutti noi stavamo lottando per adattarci alla nostra nuova vita, e immagino che tutti noi facessimo cose che avremmo rimpianto in seguito.

C’è anche un momento, in una sorta di ambientazione di stallo tra la giovinezza e l’età adulta (che è poi l’unico luogo geografico ‘reale’), in cui i ragazzi si metteranno a cercare una particolare figura che sembra essere connessa con Ruth. Quella figura non è solo una sorta di parentela, di legame con il mondo ‘fuori’ dal loro. Quella figura rappresenta il futuro, la speranza di poter realizzare un proprio desiderio, la possibilità di riuscire a realizzarsi davvero, un po’ come quando da ragazzini sogniamo di diventare un calciatore famoso, o un astronauta.
Ecco, quell’inseguimento, quello stare alle calcagna di una possibilità, mi ha fatto molta tenerezza. Sembravano bambini intenti a giocare ma, allo stesso tempo, estremamente coscienti di quello che stavano facendo. E c’era la paura, la paura di essere scoperti, certo, ma anche di scoprire qualcosa che non vorrebbero scoprire. Capire che, forse, quel futuro non è il futuro che li attende. Proprio come quando, dopo qualche anno passato a giocare nella squadra del paese, si capisce che non si è il nuovo Ronaldo, che la propria vita dovrà essere altro.

È un po’ il preludio al risveglio. Un brusco risveglio, che ad alcuni capita prima, ad altri dopo. Ma è inevitabile. È devastante.

E poi, a concludere tutto, la domanda finale: l’amore ci può salvare?
E la triste risposta: no. L’amore non ci può salvare, ma se per puro caso riuscissimo a coglierlo davvero, quell’amore… se per caso riuscissimo veramente a sentirlo, ad accettarlo nella nostra vita, riusciremmo a vivere meglio. Ad avere meno rimpianti.

I rimpianti.
Credo che Non lasciarmi sia una grandissimo romanzo sul rimpianto, sull’accorgerci troppo tardi delle cose. Passiamo una vita a far finta che tutto ci vada bene così, che un tal sentimento sia pura immaginazione, che un tal impulso sia da controllare perché solo passeggero. Ma poi diventiamo vecchi, ci guardiamo indietro e ci chiediamo: che cosa ho fatto?
O peggio: che cosa non ho fatto?

Ci sono cose che rischiamo di non cogliere, o non voler cogliere, mentre percorriamo questa vita. E forse è giusto così. Forse è corretto non riuscire a cogliere tutto nel momento perfetto.
Ma c’è la possibilità, sempre, di rimediare.

Lo ammetto, subito dopo aver chiuso l’ultima pagina sono rimasto un po’ spaesato. La prima parte del libro mi è risultata piuttosto fredda, molto distaccata, e mano a mano che la storia procedeva rimanevo leggermente sconcertato da una mancanza di… non so, forse di un colpo di scena che cambiasse tutto, forse di una fuga, una vittoria o la parvenza di una fine ben più tragica o, al contrario, ben più felice. E invece niente.
Ma poi ho capito. Ho capito che questa storia doveva scorrere così, con questo ritmo, queste parole, queste vicende. Perché è una storia ‘comune’. L’elemento fantascientifico mi aveva tratto in inganno perché mi aveva portato a considerarlo più importante del previsto. La verità è però che questo romanzo parla in maniera tremendamente lucida della nostra realtà. Del nostro oggi. Anzi, del nostro oggi personale, piccolo, privato.

E poi Kathy ha iniziato a parlarmi.
Dopo aver concluso il libro ho iniziato a sentire la sua voce.
Forse sembro pazzo a scriverlo, ma questa sua voce continuo a sentirla. Nei momenti più disparati, nei miei pensieri, Kathy mi sussurra la sua storia, o forse la mia. Allora mi fermo e mi chiedo se rimpiango qualcosa e, beh, non trovo il coraggio di dirmi di sì. Allora lei mi parla ancora.
Forse non smetterà più.
Forse è giusto così.

***

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro
Traduzione di Paola Novarese
298 pagine, 13,00 €, Einaudi

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2 pensieri su “Non lasciamoci

  1. Che bella e profonda riflessione, mi hai fatto venire voglia di rileggere questo libro, del quale, francamente, ricordo molto poco. Di sicuro all’epoca non mi si presentarono pensieri così strutturati e limpidi, avevo la sensazione che mi sfuggisse il vero messaggio del romanzo e voglio provare a recuperare. Quel che è parso chiaro anche a me è che l’aspetto distopico della narrazione era in realtà un pretesto, e non (come avevo creduto al momento della scelta della lettura) il suo fulcro, motivo per cui andare alla ricerca del messaggio autentico mi è quanto mai necessario.

    • Ecco, io mi sono accorto ora che avevi commentato. Scusami!
      Io devo dire che il pretesto distopico mi aveva davvero tratto in inganno ed ero sempre lì in attesa di qualcosa che non veniva. Ho dovuto far passare un po’ di tempo per capire davvero quanto sono arrivato a scrivere qui.

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