Onde, Falene, Virginia e me

Io amo Virginia Woolf.
Follemente.
Solo che, come ogni storia d’amore di serie B che si rispetti, subito ci stavamo un po’ antipatici.

È una storia forse un po’ atipica, in effetti, la nostra. Una storia che coinvolge molte altre persone, molti altri libri e altrettanti editori. Io tendo a vederla anche come la dimostrazione del fatto che la letteratura è tutta collegata da fili sottili che ti portano a conoscere opere che prima non conoscevi.

Tutto è iniziato con The Hours. Il film.

Avete mai sentito l’esigenza di fare assolutamente qualcosa, senza ben saperne il motivo?
Con The Hours è successo proprio questo. All’epoca non ero un grande esperto di film (e non lo sono nemmeno ora), e nemmeno di libri (idem), eppure quell’opera che racchiudeva tre magistrali interpretazioni di tre grandissime attrici (Julienne Moore, Nicole Kidman e Meryl Streep) mi chiamava. Mi chiamava insistentemente. Finché non ho risposto e ho visto la videocassetta (sì, la videocassetta. Son vecchio!).
Dio! Che spettacolo!
Ho adorato quella pellicola.
E il segmento che più mi ha colpito è stato quello di Virginia Woolf.
Ancora oggi non ne comprendo del tutto il motivo. Probabilmente riuscivo a capire quel personaggio, o forse volevo semplicemente avere un pezzetto della sua energia, per quanto potesse essere devastante

Energia.
Non so se sia esattamente la parola che viene in mente a una persona quando si pensa a Virginia Woolf. Eppure io la vedo tremendamente energica. In tutto quello che fa. Che faceva, anzi.

Comunque sia, perdutamente innamorato del film, solo una cosa potevo fare: leggere Le ore, il libro di Michael Cunningham. Che fu un incontro di passaggio, perché la mia meta finale era già la Woolf, eppure… quell’incontro fu scoppiettante. Ma siccome nel titolo di questo post non c’è Cunningham, rimandiamo la discussione che lo riguarda a un altro momento.

Letto Le ore, il passo successivo, per ovvie ragioni, doveva essere Mrs Dalloway.
Lo presi in biblioteca. Un’edizione pervinca. Vecchiotta.
Una noia assoluta!
No, davvero. Ho letto alcune pagine ma poi mi sono arreso all’evidenza. E l’evidenza era che quel romanzo non faceva per me.
Fu una grandissima delusione, perché io ero convinto di avere una grande affinità con Virginia. Pensavo che non appena avessi letto quella prima, famosa frase, tutto avrebbe avuto una conferma esplosiva, che il nostro amore platonico sarebbe diventato così più ‘carnale’, un amore di inchiostro e connessioni cerebrali.
E invece no.
Ci rimasi davvero malissimo.

Abbandonai Virginia. Almeno per un po’.
Fino a quando non incappai nel Diario di una scrittrice, edito da Minimum Fax.
Voi non avete idea di che cosa quel diario abbia significato per me. Anche a tentare di spiegarvelo, voi non afferrereste tutto quello che c’è da afferrare. E probabilmente io non riuscire a parlarvene degnamente.
Quegli scritti mi servirono per ristabilire una connessione.
Nei suoi diari Virginia si rivela in maniera disarmante. Leggerla diventa una droga. Le sue giornate sono le tue, le sue angosce sono le tue, le sue gioie sono le tue. Quando commenta una critica ti arrabbi, perché il romanzo l’hai scritto pure tu, proprio mentre Virginia lo stava scrivendo. Quando arriva un elogio sei più felice di Virginia stessa!
Non so. Non mi sono mai sentito voyeur leggendo quel libro. Anzi, mi sono sentito incredibilmente vicino. Ho avuto modo di capire chi c’era dietro la penna. E il capire cosa si nascondesse dietro i romanzi mi ha aiutato a riaffrontare la signora Dalloway.

Fu un successo.

Partendo da quel diario, incominciai a raccogliere quanto più materiale possibile sulla Woolf. Ripresi a leggerla e questa volta lo feci con successo. Lessi alcuni saggi. Lessi lettere, racconti e altro. E quell’amore che avevo intravisto nel film di cui parlavo all’inizio, alla fine si è tramutato in realtà.

È un amore in continuo divenire, perché non sono ancora riuscito a leggere tutti i suoi lavori.
Perché Virginia va letta a piccole dosi. Mai più di un testo per volta. O almeno, con me funziona così. Lei non è una qualunque. Lei richiede applicazione, determinazione e molto lavoro da parte del lettore.
Di certo, ogni volta che la incontro il mio cuore batte più forte.

L’ultimo rendez-vous è stato con Le onde. Che poi è il titolo di cui volevo parlarvi, ma quando parlo di Vi mi perdo in divagazioni d’amore. Scusatemi.

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Le onde è un titolo in un certo senso atipico, nella produzione della Woolf. Particolare. Che poi, a pensarci bene… c’è un suo titolo che non sia diverso rispetto a un altro? Orlando è diversissimo da Gita al faro, che è diversissimo da Flush, ecc.
Comunque è, effettivamente, il più particolare. Perché ha uno stile di narrazione tutto suo che si muove… a onde. Ci sono sei ragazzi, e tutti e sei si alternano nel raccontare quello che succede, e ognuno mette nelle sue righe le proprie emozioni, le proprie paure, le aspirazioni, le delusioni, le descrizioni…
Ci sono onde brevi. E poi onde lunghe. E anche onde lunghissime.
Tutto è onda. E la lettura del libro non può che procedere con balzi avanti, e poi rallentamenti, e scatti e stop. E questi piccoli sto andrebbero fatti dopo ogni onda, perché anche quando Virginia si perde in una descrizione, bè, questa descrizione è qualcosa da studiare, un quadro da ammirare per scovarne i dettagli.

Ma guarda, si porta velocemente la mano dietro al collo. Per gesti come questo ci si innamora irrimediabilmente per tutta una vita.

Tenta di parlarci del tempo. Questo libro.
Cerca di parlarci della crescita.
E lo fa, a mio avviso, magnificamente. Perché non ci si perde a inseguire ragazzi e ragazze nelle loro avventure, ma ci si trasforma in quei ragazzi e in quelle ragazze, e affondiamo tra queste onde emotive. Rimaniamo intrappolati in un vortice di falene, e queste falene sono attirate da candele che le bruceranno.
Ma non bruceremo tutti, un giorno?

Non mi ascolti. Stai creando frasi su Byron. E mentre gesticoli col mantello e il bastone da passeggio, io cerco di rivelare un segreto non ancora detto a nessuno; ti sto chiedendo (con la mia schiena contro di te) di prendere nelle tue mani la mia vita e dirmi se sono condannato per sempre a provocare repulsione in coloro che amo.

Non so bene cosa dire, di questo libro.
Perché come dicevo nel post dedicato a Dubus, le opere di Virginia sono opere troppo mie per poterne parlare.
Di certo, ogni volta mi sembra che la Woolf abbia capito tutto, che col suo sguardo sia stata capace di catturare le vite di tutti, di racchiuderle in segni d’inchiostro che rimarranno per sempre.

Faticò molto per completarlo. La fece dannare. Pensò e ripensò all’infinito ad ogni singola parola usata. Fece un lavoro certosino. E io lo percepisco. Io lo capisco. Io mi esalto al pensare al risultato finale.

Le onde è un po’ il simbolo della dedizione di Virginia Woolf alla scrittura. È anche un po’ il suo manifesto, secondo me, perché raccoglie tutto quello che questa magnifica autrice può dare, può fare.

Le onde vanno e vengono, toccano i miei piedi e si ritirano ancora. E ancora le sento. E ancora s’infrangono su di me.
Ancora le penso.

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17 pensieri su “Onde, Falene, Virginia e me

  1. Anche a me piace Virginia, un tempo un po’ di più. Con Le onde ho avuto le medesime impressioni che hai avuto con Mrs Dalloway, però credo che abbia influenzato la giovane età. Un giorno riproverò.

    Ho letto anche La morte di Virginia di suo marito Leonard: molto bello. Non vorrei dire un’eresia, ma credo che lui scriva meglio di lei. Non mi uccidere!

    • Guarda, Virginia è un’autrice difficile da leggere. Se non becchi il momento giusto è fatta. Tant’è che poi Mrs. Dalloway mi è piaciuto.
      Ma anche ora che sono un suo grande ammiratore, se la leggo nel momento sbagliato la devo metter giù. Ci serve il mood appropriato, ecco.

      Per me lei è l’unica, insieme a Proust, ad avere una scrittura perfetta. O almeno perfetta per me. Ma questo non significa che i suoi romanzi siano i più belli del mondo, molto semplicemente vuol dire che io rimarrei per l’eternità ad ammirare le loro frasi.

      Quello di Leonard non l’ho ancora letto. Ma è lì. Poi ti dirò.
      Però, senza averlo ancora letto, secondo me la differenza potrebbe stare nel fatto che lei è molto più clinica. Lui mi da l’aria di riuscire a inserire più emotività. Non so. Ma è impressione mia.

  2. Virginia Woolf è una delle mie scrittrici preferite, se non LA scrittrice preferita. Il problema dei suoi libri, però, è che la sua scrittura è spesso intraducibile in altre lingue. Vuoi per la prosodia ritmica, vuoi per le frasi lunghissime ma composte con una tale fluidità che scorrono via in un soffio, vuoi per i termini spesso ricercati ma mai troppo pomposi, vuoi per la struttura sintattica delle frasi, tradurla con successo è praticamente impossibile. Ci sono libri che riescono a mantenere intatta la loro bellezza anche nonostante una brutta traduzione; non quelli della Woolf. Per cui, per godersi davvero quest’autrice, è essenziale trovare la miglior traduzione possibile. Ho letto versioni di Mrs Dalloway a dir poco raccapriccianti. Per esempio tutte le versioni contenute nell’edizione Mammuth sono pessime. Generalmente le traduzioni migliori sono quelle di Nadia Fusini, tranne per Al Faro, che mi è piaciuto solo nella versione di Luce De Marinis. In Al Faro, la Fusini privilegia la bellezza dei sintagmi sacrificando la fluidità delle frasi, mentre la De Marinis si piega a qualche semplificazione (per esempio “dovrai essere in piedi con l’allodola” diventa “dovrai svegliarti presto”) per amore del significato globale.

    • Ti do ragione su tutto. E in effetti credo di aver quasi tutte traduzioni della Fusini. Vorrei provare la nuova traduzione Einaudi di Al Faro, che tra l’altro è il mio preferito.
      Però hai proprio ragione…
      Sarebbe da leggere in lingua. Ci tenterò.

      • Non sapevo ci fosse una nuova edizione di Al Faro, sono molto curioso di darci un’occhiata! Tra l’altro la Feltrinelli ha da poco fatto uscire un’edizione integrale de Gli Anni, che ho letto solo a pezzi, ma devo dire che mi piaceva di più la traduzione Mondadori, che ormai è introvabile…

    • Lo rileggerò sicuramente in questa edizione, se vale. Per Gli Anni, tieniti l’edizione Mondadori che è meglio. C’è da dire che in generale non è il libro più rappresentativo della Woolf, secondo me è un po’ inconcludente… meglio approfondire Tra un atto e l’altro, semmai.

      • Di quello ho la versione Guanda, ma è appena uscita un’edizione Nottetempo che mi ingolosisce assai.

  3. Che conforto e che incoraggiamento questo post!
    Mrs. Dalloway l’ho aperto e richiuso con grande scoramento almeno tre volte e me ne dispiaccio sempre, anzi me ne vergogno, perché la Woolf e la sua poetica mi attraggono tantissimo, così come i suoi splendidi saggi (sarò banale, ma Una stanza tutta per sé è rivoluzione allo stato puro, è un inno!). Non riesco proprio a capire perché mai non andiamo d’accordo, in cosa sbaglio, qual è la mia inadeguatezza.
    Come te ho amato molto The Hours (il film), ma la riscoperta di Mrs. Dalloway non è ancora avvenuta, e nemmeno quella di Orlando. La noia continua ad esserci. Forse dovrei provare con Le onde, che non ho mai letto, che non si sono ancora infrante su di me?

    • Guarda, mi astengo dal dirti esplicitamente cosa cercare di leggere per fartela piacere. Come dicevo prima, anche adesso, se becco il momento sbaglio, non vado oltre dieci pagine. E Le Onde l’ho incominciato almeno tre, quattro volte prima di portarlo a termine.
      Credo però che Virginia sia effettivamente più ‘leggibile’ nei saggi in genere. Come dici tu la stanza tutta per sé è una rivoluzione, e a mio avviso nei saggi è più… lineare. Potresti anche dare una chance ai racconti. Ce ne sono di molto brevi e quindi magari entri nello stile pian piano.
      Oppure, fai come me… parti dal diario. A me ha molto aiutato il sapere quello che pensava, per riuscire poi ad entrare nei suoi testi letterari.

      • Il diario in effetti è quello che mi attrae di più. Ho letto e amato dolorosamente quello di Sylvia Plath e immagino che anche quello della Woolf debba essere una bomba emotiva. Lo metto in wish list 🙂

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