Tramontando

Quella abat-jour mi appare spudoratamente sporca, eppure mi dicono sia proprio quello il suo colore naturale, una sorta di giallo antico o qualcosa del genere.
Il fumo della sigaretta che lentamente si sta consumando mi brucia gli occhi; niente di che, giusto un po’ di fastidio. No, no. Quella lampada proprio non mi piace. Mi alzo dal letto e le stacco la spina, l’afferro, poi apro la finestra e butto tutto di sotto. Non dovrebbe esserci nessuno e, comunque, nessun grido mi suggerisce di aver fatto centro. Do un tiro alla sigaretta e sbatto le ciglia un paio di volte, per togliermi il fumo di torno.
Fuori non è ancora del tutto buio. Alcuni insetti, stimolati dalla luce della mia stanza, si avvicinano incoscienti al mio viso: credono, accecati dall’attrazione, che sia io la sorgente luminosa, quando in realtà non sono che un concentrato di tenebra triste.
La sigaretta si è spenta da sola. Butto di sotto anche quella.
Non devo far altro che attendere che lui bussi alla porta, eppure mi sembra così complicato.
C’è un po’ di vento, forse domani pioverà.
 
Comincio ad agitarmi, lui sta per arrivare e io mi agito. Respirando, dicono, l’emozione dovrebbe pian piano attenuarsi, ma si dicono talmente tante balle che neanche me la prendo quando scopro che non è vero.
Inizio a camminare in circolo. Mi sento quasi cedere sotto il fragore dei miei passi.
Ogni volta la stessa storia: ore ed ore ansiosa di incontrarlo e poi… poi perdo il controllo e non so più resistere alle pulsazioni del mio cuore. Ah, il cuore… che poi non ho mai capito cosa sia, un muscolo? Un organo? Un buco nero che ti inghiotte quando meno te lo aspetti?
Prendo un’altra sigaretta. L’accendino fa i capricci e sbuffa scintille tre, quattro volte prima di concedermi l’onore della fiamma.
Mi siedo sul letto, poi sento il suo corpo avvicinarsi. Sta salendo le scale, lo so per certo. Non odo il rumore dei suoi passi fiacchi, né sento quei colpetti di tosse soffocati che da qualche tempo l’affliggono; è una percezione, la mia. La nostra unione ormai eterna è troppo forte, troppo salda per riuscire a nasconderci l’uno all’altra. È come se riuscissi ad annusare il suo profumo: pesche e vaniglia incastrate una nell’altra in una perfezione sensoriale.
Tre colpi alla porta che subito si apre. Sobbalzo. Lo vedo. Il nero delle scale sullo sfondo.
Gli corro incontro inciampando sui miei tacchi e mi aggrappo alle sue spalle larghe, vigorose. Gli bacio la base del collo e intingo la lingua nella pelle serica.
“Ehi ehi, calma… sembra che non ci vediamo da anni!”
“Già.”
“Ti amo.”
“Ti amo.”
Mi bacia. Le sue labbra secche riprendono vita a contatto con le mie. I nostri denti si scontrano e a noi non interessa.
“Tesoro, devi andare.” Mi sussurra ad un orecchio. Lascio sempre a lui la parte del guastafeste.
“Per quanto durerà questa odiosa situazione?”
“Credo… in eterno.”
Gli regalo un nuovo bacio leggero, come ricompensa per la sua sincerità, poi faccio per allontanarmi.
“Notte!” mi richiama lui.
“Si?”
“Buon lavoro.”
“Grazie.” Arrivo alla porta e mi ci appoggio.
“Notte.” Mi chiama di nuovo. Mi volto a guardarlo. “Ti amo.”
“Buon riposo Giorno, ci vediamo all’alba.”
Esco e chiudo la porta.
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