Effatà

A volte ci si imbatte in un libro per caso. Magari non ci si aveva fatto davvero attenzione, prima, ma poi lo si nota, in mezzo agli altri, e senza un motivo preciso una vocina interiore ti dice: “Prendilo. Prendilo e leggilo!”
A volte, questa voce la si dimentica e amen. Ma altre volte la si ascolta, il libro viene letto e… sorpresa! Risulta essere uno dei libri più belli che tu abbia letto negli ultimi tempi. Allora la gioia è tanta, l’emozione ancora di più e capisci che a volte, la vocina interiore, sa qualcosa che tu non sai.

Ecco, questa potrebbe essere la storia che mi ha portato alla lettura di un romanzo che ha saputo donarmi moltissimo, sia letterariamente che emotivamente, e che approda in tutte le librerie oggi.


Effatà racconta di un bambino sordomuto, Nino.
Nino è figlio di una donna siciliana e di un soldato inglese, caduto durante la seconda guerra mondiale. Nino ha dovuto lasciare l’Inghilterra e ora si aggira tra le quinte del teatro dove la mamma attrice sta mettendo in scena un nuovo spettacolo. E’ in questo luogo magico che incontra un uomo che gli cambierà la vita: il suggeritore. Il suggeritore è in grado di dare la battuta giusta agli attori, e forse sarà in grado di dare la parola anche al piccolo Nino, riuscendo a parlare al suo posto. Inizia così un’amicizia/gioco che prende forma tra le trincee di una guerra che tutti dobbiamo affrontare: la vita.
Parallelamente alla storia di Nino, però, una storia più scura ci viene presentata dall’autrice, quella dei processi di Norimberga che vedono tra i banchi degli accusati alcuni medici, medici che hanno ucciso migliaia di bambini perché affetti da sindromi di down, deficit, sordità, cecità, ecc.
Come si intrecciano le due vicende? Dovrete scoprirlo da voi.

Effatà è un libro che viaggia parallelamente su due binari. Si vivono attimi di dolcezza, tenerezza e freschezza seguendo i giochi di Nino. Si ride alle sue trovate e si applaude alla sua intelligenza e alla sua perspicacia.
Il lato b del romanzo, invece, quello legato alle politiche di purificazione della razza, ti uccidono con lentezza, perché leggendo le pagine degli interrogatori ri-narrati per noi dall’autrice, beh, si può solo morire dentro. Specialmente se si pensa che Nino, se fosse vissuto in Germania in quell’epoca, sarebbe stato ucciso.
Ma si corre su due binari anche perché ci sono due filoni riflessivi centrali. Quello che potremmo definire di redenzione, della seconda possibilità, o comunque della possibilità di salvezza, che non coincide necessariamente con una salvezza fisica. E quello della parola, dell’importanza della parola, dell’importanza di dire le giuste parole e di sapr ascoltare le parole degli altri.
Le parole, tanto quanto le vite, non sono affatto un gioco. Le parole pesano, e Nino lo imparerà presto.

Effatà è un libro che mi ha lasciato senza parole. Con un senso di meraviglia che non si vuole estinguere. E’ scritto in una maniera talmente bella, e così poco usata, che mi ha fatto battere forte il cuore.
E ci sono delle frasi così belle e profonde, che dovrebbero essere incorniciate e diffuse, tanto che subito mi ero ripromesso di sottolinearle tutte e riportarvele qui. Ho dovuto cambiare presto i miei piani, perché se avessi seguito i miei propositi ora avrei un libro completamente azzurro (sottolineo con una matita azzurra, io) e voi avreste da leggere un post che riporta l’intero romanzo. Ve ne lascio però una, che secondo me rappresenta un po’ il cuore di tutto.
Parlare è come riunirsi all’immaginazione, comandante, arruolarla al soldo della gola, sbraitarla sentendola tremare tra palato e denti. Perché d’improvviso la canna del collo si gonfia d’aria, si muove di un oscuro presagio, come un pensiero che prende la consistenza di uno sfogo e che forse è solo il modo che il corpo trova per portare fuori se stesso.
Pisciare, cacare e piangere, comandante. Tutti modi che l’uomo scova per buttarsi nel mondo. Parlare non è che uno di questi.
Se leggerete questo libro vi emozionerete. Molto.
Io mi sono talmente emozionato che non ho potuto fare a meno di rivolgere qualche domanda all’autrice, Simona Lo Iacono, che ha gentilmente accettato di rispondere e che io ringrazio di cuore. Trovate la nostra chiacchierata qui di seguito. Le sue risposti sono intelligenti e ci aiutano a riflettere sul romanzo, ma non solo.
Spero di avervi incuriositi almeno un po’.

INTERVISTA

DOMANDA: Buongiorno e benvenuta nel mio blog. Per prima cosa mi piacerebbe sapere da dove nascono Nino e la sua storia. Com’è nata l’idea del romanzo?
RISPOSTA: Come spesso accade il mondo delle storie è misterioso, affiora all’improvviso anche se – probabilmente – lo covavamo dentro quasi a nostra insaputa. Nino si è rivelato in un sogno. Una notte ho sognato due bambini, uno biondo e uno bruno, di circa otto anni ciascuno. Erano bimbi del passato, avevano calzoncini all’inglese, erano spettinati, uno era sporco, come se avesse giocato per strada. Mi guardavano. Svegliatami la mattina e messami al lavoro per scrivere una sentenza (faccio il magistrato), mi sono subito imbattuta in una complicata questione di diritto internazionale. Sono stata quindi costretta a prendere in mano il libro che si occupava dell’argomento per risolvere il caso. Il libro si è aperto sul processo di Norimberga e su una notizia che sconoscevo: l’ultima uccisione di un bambino ebreo per mano dei nazisti era avvenuta 15 giorni circa dalla morte di Hitler. Era quindi una morte evitabile. Il pensiero è corso subito al sogno, ai bambini che mi guardavano, alle loro faccine trasognate. Uno era il bimbo ebreo, ne ero certa. Ma l’altro, era Nino. Si è presentato così come la storia lo racconta: monello, furbo, sdentato. Era lui, anche se non aveva voce. Ho capito subito che non poteva parlare, e che io avrei dovuto farlo al suo posto.

D: Ha dovuto documentarsi molto per ricostruire la parte storica del romanzo?
R: Sì. Ho studiato moltissimo. Ma è stato uno studio appassionante, che mi ha regalato molte emozioni e molta pietà. Non è la prima volta. Anche per il mio primo romanzo “Tu non dici parole”, ambientato a Bronte nel 1638, avevo messo in scena un antico processo della Santa Inquisizione nei confronti di una strega. E anche lì ho fatto un lungo, misterioso, affascinante viaggio nel tempo.

D: Che effetto fa scrivere una storia di questo tipo? Cioè, da una parte abbiamo le SS e tutte le brutture che ha fatto il governo di Hitler, mentre dall’altra abbiamo Nino, con la sua innocenza, la sua freschezza e la sua intelligenza… E’ stato emotivamente difficile scrivere di questa grande contrapposizione?
R: Sì, è stato dolorosissimo. Ma necessario. Il romanzo prende le mosse da un profondo desiderio di redenzione, dalla convinzione che i nostri tempi abbiano bisogno di riflettere sull’importanza della salvezza. E’ infatti un romanzo su una grande colpa, ma espiata con un grande gesto d’amore. Non a caso, alla fine del romanzo cito una frase di Jung che dice: “Si può mancare non solo la propria felicità, ma anche la propria colpa decisiva senza la quale un uomo non raggiunge mai la propria totalità”.

D: Potremmo dire che questo è un romanzo sulle parole? Sulle parole dette e ascoltate? Perché, come dice lei nel romanzo, le parole sono un modo per stare al mondo. “Effatà” mi pare anche questo: un grande elogio alla parola e una richiesta di porvi più attenzione, sia quando la si ascolta che quando la si pronuncia.
R: E’ certamente un romanzo sulle parole, che costituiscono da sempre il campo della mia riflessione di scrittrice. La parola è infatti l’atto creativo per eccellenza, il modo che l’uomo ha per immettersi nella segreta relazione con l’altro. Ma è anche il campo dell’ambivalenza, del fraintendimento. Nino, essendo sordomuto, solo apparentemente ne è estraneo. Comprende subito che il mondo della parola va esplorato, appreso, indagato. Il momento in cui sarà cittadino di questo mondo, coinciderà con la verità su se stesso, con una grande rivelazione: la parola che ci unisce agli altri è anche ciò che dagli altri ci separa. E’ quindi una ferita e un nodo. E’ – in definitiva – un costante appello alla nostra responsabilità nel pronunciarla.

D: Ho particolarmente apprezzato l’ambientazione teatrale. Il teatro è una finestra sulla vita stessa e un mondo che ruota molto attorno alla parola. Ha scelto quest’ambientazione per qualche ragione in particolare?
R: Ho scelto il teatro per la presenza della “buca” del suggeritore. Mi serviva un’angolazione nascosta, decentrata, quasi una postazione militare, come un soldato che scruti la realtà esterna da una trincea. La “buca” si prestava benissimo a questa visuale e al gioco che fa Nino per tutto il romanzo: la guerra, appunto, la ricerca dei nemici, dei campi base, delle armi in disuso. Un gioco da bambino, ma anche un gioco profetico sulle relazioni umane, sulle violenze e sulle sopraffazioni della storia.

D: Ora le faccio una domanda un po’ particolare. Secondo lei è davvero possibile farsi un’idea sull’effettiva colpevolezza delle persone accusate durante il processo di Norimberga? Mi viene da chiederglielo perché, e qui tento di non fare spoiler, questo problema viene posto nel romanzo, e io devo ammettere di essermi trovato in difficoltà nell’aderire perfettamente alle conclusioni dei giudici. Noi riusciamo ad essere obiettivi, secondo lei, riguardando questi eventi? Anche se obbedivano semplicemente a degli ordini, non sono comunque assassini? Ma anche… se noi fossimo stati al loro posto, e la scelta fosse stata tra la vita nostra e quella degli altri?
R: Posso rispondere da magistrato. E’ impossibile scoprire davvero la verità sugli uomini. Essa è un percorso anfrattoso, spaesante, pieno di mille deviazioni e perché. E’ complessa, ambigua, spesso in contraddizione con la logica e con la prevedibilità. E’ per questo che il giudizio che si emette nei processi non è mai un giudizio umano ma processuale, è per questo che come giudice sono chiamata a dare un verdetto basato sulla legge ma fuori dalle aule del tribunale mi astengo sempre dall’emettere giudizi sugli uomini. E anche in tribunale, come dico sempre, giudico i fatti, mai le persone. Le persone sono un viaggio misterioso nel significato dell’esistenza, delle sue cadute, delle sue miracolose riprese. Sono un intricato e inesplicabile coacervo di bene e male, salvezza e perdizione. Forse perché sono pazzamente innamorata degli esseri umani, non mi concedo mai di valutarli. Solo di averne pietà o misericordia. 
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3 pensieri su “Effatà

  1. Girasonia76 ha detto:

    Grazie Andrea per avermi fatto scoprire questo libro. Non lo conoscevo ma dalla trama e da come ne hai parlato sento che è un libro che devo leggere. Lo trovo stupendo.

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