La volontà di fare… cultura

Siamo un popolo di ‘sculturati’?
O meglio. Siamo un popolo a cui la cultura non interessa?
Mi viene da pensare di sì, e per varie ragioni. La prima è quella che tutti conosciamo, e cioè che in Italia si legge poco. Inutile tornarci sopra.
Al mio pensiero ha però contribuito significativamente un post che Neri Pozza ha pubblicato su facebook qualche giorno fa, in cui si parlava della situazione culturale e scolastica in Italia.

Ovviamente il discorso non può fermarsi solo alla lettura. Infatti ci sarebbe da considerare il perché, se vado al cinema a vedere una ‘cagata’ di commedia iper pubblicizzata trovo la sala piena, mentre per altri titoli rischiamo di trovarci solo io e mia moglie, in sala. E con questo non voglio dire che una commediola fatta di stereotipi non sia da vedere affatto, ma magari la si potrebbe alternare con altro, ecco. Oppure come mai, sentivo per radio l’altro giorno, tutti i musei italiani messi insieme, in un anno, guadagnano meno del Louvre? Tra l’altro qui il discorso sarebbe un po’ complesso perché alcuni musei operano grandi sconti per attirare la gente… ma il punto fondamentale rimane quello: attirare la gente, che normalmente non ci va.
Comunque, essendo che in questo spazio ci occupiamo in particolar modo di libri, mi vien naturale parlare soprattutto della lettura e delle librerie.

Parto riportando alcuni stralci proprio dell’intervento di Neri Pozza, che trovate per intero QUI
Il primo dato che trovo inquietante è questo:
[…] l’Italia risulta all’ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinato alla cultura, 1,1% a fronte del 2,2% della media europea, e al penultimo, seguita solo dalla Grecia, per la percentuale di spesa in istruzione, l’8,5% a fronte del 10,9%.
Cioè, alla cultura l’Italia destina, rispetto alla media degli altri paesi europei, la metà! E se consideriamo che dovremmo far parte delle grandi nazioni civili… beh, quell’essere penultimi sulla spesa legata all’istruzione non lascia certo grandi speranze.

Il mercato librario è tra quei mercati che più avrebbero bisogno degli ‘aiuti’ che non ci sono.
Nel periodo appena antecedente le elezioni, infatti, era nato un appello, promosso dal Forum del libro, che chiedeva un concreto impegno da parte delle forze politiche che sarebbero salite al governo. Lo scopo era quello di porre particolare attenzione al mondo editoriale nostrano, tramite leggi, biblioteche e accorgimenti vari.
Ebbene, sarà servito a qualcosa questo appello? Ci risponde sempre Neri Pozza:
[…] la nuova forza politica rappresentata in parlamento con un gran numero di deputati non ha elaborato alcun programma preciso sulla cultura se non oscure profezie sulla fine del mondo della cultura tradizionale e dei libri e la conseguente trasformazione della conoscenza in fantomatici “flussi di informazione” rintracciabili in rete (al cui solo sviluppo, se si è ben capito, dovrebbero essere destinate risorse) […]
per saperne di più sull’appello promosso dal Forum del Libro
Il problema è, secondo me, che ci si è fatti l’idea che la cultura non serva a nulla. O forse, ma potrei essere troppo ardito, i politici si sono fatti l’idea che la cultura possa influire troppo sulle persone, svegliandole! Il problema è che noi gli diamo man forte per NON farci svegliare.
Fatto sta che, in Italia, la cultura non viene vista come un’economia, e quindi lasciata a sé stessa. Quando ci va bene. Perché se ci va male ci mettono mano, ma per distruggere ancora.
In Francia, esiste una classe politica con forte senso dello Stato, di modo che può accadere che una ministra della cultura dichiari, com’è avvenuto di recente, che l’intervento dello Stato nella cultura non è necessario per ragioni morali, ma appunto economiche, poiché solo così può funzionare qualcosa come un mercato della cultura.
Tornando al già citato Louvre, direi che la Francia alcune cose le ha capite. Noi ancora no.

E nel mentre, in Italia le librerie chiudono. Chiudono una dietro l’altra. E se non chiudono sono a rischio chiusura. Leggete per esempio il blog della libreria Marco Polo di Venezia, città in cui sono quattro le librerie a rischio chiusura. Ma si tratta di una situazione che si ripete per tutto lo stivale.
Le librerie indipendenti soffrono. Non resistono più alle spese, agli scarsi lettori e alla crisi. Le grandi librerie di catena, pure, come ci fa sapere anche Alberto Galla, presidente dell’associazione librai italiani.
Sì, insomma, la situazione non è rosea. E non lo è non solo per il fatto che, domani, potremmo non aver più la libreria sottocasa, dove andavamo a prendere le nostre letture, ma anche perché i librai che in quel negozio lavoravano potrebbero rimanere senza lavoro, le loro famiglie senza soldi, ecc. ecc.

foto della Libreria Marco Polo in protesta
A proposito di librerie, vi voglio lasciare con altri due link.
Il primo vi porterà al blog EditorINntour, un bel diario di viaggio in cui Marco Cassini e Pietro Biancardi, rispettivamente fondatore di Minimum Fax e editore per Iperborea, ci narrano dei loro incontri ravvicinati con le librerie d’Italia. Da leggere. Da leggere perché racconta una realtà in cui viviamo, ma alla quale, magari, non abbiamo mai dato troppa attenzione.
Com’è da leggere il loro ultimo post, dedicato alla situazione Americana che, a differenza nostra, sta vedendo una sorta di risurrezione delle librerie indipendenti. Leggete con attenzione, perché si scoprirà che buona parte del segreto dietro questa novità, sta nelle mani dei lettori.
E poi vi lascio il link del blog Cronache dalla libreria, che forse conoscete già. Marino, il gestore del blog, lavora in una libreria di catena e spesso lascia post relativi alla situazione in cui il loro ambiente di lavoro si trova. Anche qui, fateci attenzione. In questo caso, però, vi lascio a un post che parla di una libreria londinese, perché se i lettori possono aiutare a cambiare le cose, le stesse librerie possono contribuire.

Cosa voglio dire, quindi, con questo intervento? Probabilmente nulla. Voglio semplicemente lasciarvi alcuni articoli/post/commenti che mi sono ritrovato a leggere ultimamente e che mi/ci dovrebbero far pensare. E forse agire, in qualche modo.
Sì, perché penso alla mia libreria di fiducia, la Liberalibro di Valdagno. Penso che mi dispiacerebbe più che immensamente se un domani dovesse chiudere, per una ragione qualsiasi. In primis perché si tratta dell’unica vera libreria del paese, e mi dispiace per le altre che si credono tali, e poi perché è una buona libreria. Certo, avrà i suoi pregi e i suoi difetti, come tutti, ma chi ci lavora dentro organizza incontri con autori famosi e non, gestisce una pagina facebook dedicata e sempre aggiornata, ha un blog con consigli, commenti, interviste e segnalazioni, e invia un magazine mensile ai clienti presenti nella mailing list. Insomma, si danno da fare. Hanno la volontà di fare qualcosa. E mi chiedo: noi ce l’abbiamo questa volontà?
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