Tornare a St. Oswald

Tornare a leggere Joanne Harris è per me un tornare a casa. Sempre.
So che, una volta avviatomi in quel percorso che porta da pagina uno a pagina ‘ringraziamenti’ (la Harris li mette sempre, così come sempre ringrazia tutta la filiera del libro, compresa i lettori), posso essere sicuro di trovare una storia scritta bene, ricca di spunti e di inventiva e che ogni volta, in qualche modo, sa stupire. Questo è vero soprattutto quando si parla dei suoi thriller psicologici, sempre contraddistinti da un colpo di scena costruito con mattoni di false messe a fuoco e di uso coscienzioso della lingua (che in qualche modo risulta meno ‘divertente’ in italiano).
La lettura de La classe dei misteri era quindi una scelta sicura, e obbligata, per il mio desiderio di belle storie. Anche perché quello che in qualche modo è il suo prequel, La scuola dei desideri, è forse il libro della Harris che apprezzo maggiormente.

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Eppure è riuscita a stupirmi ancora. Di più. Più di quanto mi aspettassi.
Non tanto per il colpo di scena, che sapevo sarebbe spuntato in qualche punto, ma perché è riuscita a dare voce al vecchio professor Straitley in maniera ancora più convincente, più pregnante che nel precedente episodio.
E poi perché, al di là del thriller (una storia divisa tra passato e presente, con ex studenti e nuovi dirigenti), ha saputo scrivere una grandissima storia sulla scuola e sui mutamenti che sta vivendo.

È probabilmente questo il grande pregio de La classe dei misteri: una profonda conoscenza di questa grande macchina che è l’istruzione e la consapevolezza che qualcosa sta cambiando, che qualcosa sta evolvendo, e che non tutti vogliono (possono?) cambiare. Che non sempre cambiare è giusto. Che non sempre restare immobili è giusto. Che la scuola è sempre un esercizio complicato. Che niente è sicuro.

Ma che cosa è giusto?
Cosa è sbagliato?

Ci sono molti momenti, in questo romanzo, che provocano una gran rabbia. Rabbia verso alcuni personaggi, certo, ma che riassume la rabbia, e spesso l’impotenza, verso alcuni pensieri condivisi anche da chi ci sta attorno, da chi ci sta vicino nella vita reale. Sono molte le pagine, infatti, dedicate all’omofobia e al bullismo e al modo in cui questi problemi potrebbero essere affrontati in un istituto scolastica, in un istituto dove magari potresti essere stato tu, o potrebbe andare tuo figlio.

Ma… ancora, qual è il modo giusto per fare le cose? Esiste?
E quello sbagliato?
Stiamo solo invecchiando e non capiamo il presente?
Oppure sono gli altri a non capire?
E se nessun modo di agire fosse corretto?

Sono domande che mi sono posto spesso, durante la lettura. Anche perché la Harris gioca sul doppio, sulle maschere, sulle finzioni, quindi viene naturale chiedersi cosa sia vero e cosa sia giusto.

Viene anche naturale, però, decidere che posizione prendere, stabilire da che parte stare.

E forse è questo il pregio di un libro come La classe dei misteri, farti intuire che è estremamente importante prendere una decisione, la decisione più coerente col tuo essere. Non puoi (non devi!) stare a guardare sperando che tutto passi, sperando che niente colpisca te. Solo prendendo posizione si può davvero tentare, sperare, di fare qualcosa. Perché se non si fa niente, alla fine la piena travolgerà anche te.

La classe dei misteri
di Joanne Harris
Traduzione di Laura Grandi
480 pagine, 18,60 €, Garzanti

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2 pensieri su “Tornare a St. Oswald

  1. Camilla P. ha detto:

    Ho letto La scuola dei desideri proprio l’anno scorso, e mi era piaciuto molto. In particolare, avevo trovato realistica e davvero interessante la voce di Straitley; quindi puoi immaginare quanto mi abbia rallegrata leggere il tuo commento 😀 Penso proprio che prenderò presto anche questo seguito. Spero mi piacerà quanto è piaciuto a te 🙂

  2. Andrea Storti ha detto:

    Secondo me è meno ‘sorprendente’ per quanto riguarda il colpo di scena, perché se conosci la Harris sai che ci sarà. Ma proprio la parte insegnante di scuola è davvero ottima. Anche qui. Forse di più del precedente. 🙂
    Poi fammi sapere.

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