Un bravo editor e dove trovarlo

Non sono mai stato un grande fan del self-publishing. Io sono una persona che sente la necessità di avere conferme e ho sempre visto il contratto con un editore come una sorta di legittimazione della mia scrittura. Un attestato di merito, potremmo dire.
Con questo non voglio di certo dire che tutti gli editori stampino solo cose belle e che gli autopubblicati siano sempre privi di meriti. Tuttavia, l’idea che qualcuno voglia investire dei soldi per pubblicare una cosa scritta da me mi dà fiducia, ecco.

Ultimamente, però, mi sono trovato a riflettere su alcune cose che ho nel famigerato cassetto quello dove si ripongono le storie abbandonate e sul come poterle rendere pubbliche.
È inutile girarci attorno, prendere un proprio testo e metterlo su Amazon è così facile che se si ha una storia che ci sta particolarmente a cuore è difficile trattenersi dal premere “carica”.
Rimane aperto il discorso iniziale sull’essere piuttosto insicuro del risultato. Ho quindi pensato di rivolgermi a un editor freelance.

Un editor freelance è un editor che non lavora per conto di un editore e offre i suoi servizi ad aspiranti autori che vogliono sistemare un manoscritto con lo scopo di presentarlo poi a una casa editrice, oppure a chi vuole autopubblicarsi offrendo un testo con determinate caratteristiche qualitative.
In passato avevo già lavorato con questa figura professionale e ne ero rimasto molto soddisfatto. Avevo trovato una persona competente, capace, che aveva saputo apportare le migliorie necessarie.
Per questa nuova occasione, però, avevo voglia di “provare” qualcun altro. Il mare è grande, potrebbe esserci qualcuno di ancora più bravo, o magari qualcuno di un po’ meno costoso… Mi sono quindi messo a cercare.

Non so se vi sia mai capitato di dover cercare queste figure professionali online, ma se lo avete fatto è probabile che anche voi, come me, siate rimasti stupefatti dalla quantità impressionante di editor spuntati nel web negli ultimi anni. Un boom che non sembra destinato a finire, visto che ne scopro continuamente di nuovi.
Come trovare quello giusto, quindi? Perché io, forse a torto, ho questa brutta abitudine di sentire puzza di bruciato laddove ci sia troppa carne sul fuoco. E in questo caso, sullo spiedo c’era la carcassa di un mammut.

La cosa positiva è che molti editor freelance offrono una prova gratuita. In pratica, accettano di editare, senza richiesta di pagamenti, quattro/cinque cartelle di testo per mostrare come lavorano. Ho quindi selezionato alcuni profili che mi parevano meritevoli, o comunque degni di attenzione, e ho incominciato a mandare in giro i primi due capitoli del mio libro per bambini. Erano delle pagine scritte parecchio tempo prima e che sapevo necessitassero di un certo tipo di lavoro e, sì, non li ho scelti a caso ma appositamente per testare le vere capacità delle persone coinvolte.

Non sono stato contento dei lavori ricevuti.
Non per via dei commenti riportati, non sono permaloso se si tratta di lavorare su un mio testo, ma piuttosto per la mancanza di un lavoro accurato, tanto che mi è venuto da pensare che quelli non fossero affatto degli editor professionisti. Eppure si spacciavano, e continuano a farlo, per tali e magari chiedono delle cifre ragguardevoli. Allora mi sono chiesto come potesse un aspirante autore districarsi tra i mille profili che popolano la rete e che millantano di offrire cose che in verità non sanno fare.
Ho deciso di scrivere questo post proprio per poter mettere in guardia chi ha il desiderio di avvalersi dei servizi di un editor, perché di editor freelance bravi ne esistono, solo che bisogna cercarli per bene e non fermarsi al primo che s’incontra.

Prima di procedere, sento l’esigenza di ribadire un’informazione basilare.

Chi è e che cosa fa un editor?
Un editor è una persona il cui lavoro è correggere un manoscritto prima che questo finisca in stampa, oppure online. Non è però una “semplice” correzione grammaticale, la sua. L’editor è piuttosto quella figura che deve capire le potenzialità del testo e dell’autore, e aiutare quest’ultimo a raggiungere il miglior risultato possibile. Il suo compito non è di aggiustare accenti o togliere gli avverbi in più, sebbene possa fare anche quello. La correzione di un editor deve prendere in considerazione non solo la correttezza grammaticale e sintattica, ma soffermarsi sulla trama, lo stile, la caratterizzazione dei personaggi, la buona riuscita dei dialoghi e così via.
Per farvi un’idea di cosa sia, bene o male, un vero editing, vi suggerisco la lettura della parte “di mezzo” de Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver, dove viene riportata in forma scritta una lezione di scrittura creativa tenuta dall’autore. È interessante perché mostra come un testo dovrebbe essere studiato/lavorato/sezionato.
C’è poi quest’idea dell’editor cattivo che stravolge completamente il lavoro dell’autore per chissà quali scopi. In verità, un editor, come dice la Cherchi, è al servizio dell’autore stesso ed è lì per aiutarlo a rendere al meglio le sue potenzialità. E sì, questo può voler dire una grande mole di lavoro, ma si tratta comunque di un dialogo e mai di imposizioni.

Detto questo mi pare giusto arrivare a segnalarvi cos’ho trovato aprendo i famigerati file Word. Per comodità ho diviso la tipologia di interventi in “categorie”, giusto per contenere la mia prolissità.

illustrazioni-libri-picame-15

Illustrazione di Joey Guidone.

Le regole auree
Negli anni, complice l’alto tasso di aspiranti scrittori, è stata pubblicata svariata saggistica incentrata sul come si dovrebbe scrivere e sul cosa dovrebbe avere il romanzo perfetto. Così come sono usciti vari testi di autori affermati che si mettevano a ragionare sull’arte della scrittura. Questo ha contribuito a creare una sorta di tavole della legge cui pare necessario attingere pedissequamente, e in questa idolatria sembra siano caduti anche alcuni degli editor contattati.
Per esempio, come dice King, è vero che bisogna diffidare degli avverbi, però è altrettanto vero che non bisogna mettersi a cancellare tutti gli avverbi di un testo solo perché lo ha detto il buon vecchio Stephen.
Oppure lo show don’t tell, ossia il mostrare piuttosto che lo spiegare… bene, benissimo, ma prima di applicare una regola del genere bisogna riuscire a capire che testo si ha davanti, che scopi si prefigge e che stile richiede. Bisogna saper distinguere le descrizioni di ambientazione dalle spiegazioni vere e proprie e via dicendo.
Quello che invece ho trovato in un paio di editing è una rigidissima applicazione di queste regole. Ora, è vero che ho la tendenza ad abbondare con gli avverbi, ma è anche vero che ci sono situazioni in cui questi sono richiesti. Lo stesso per lo show don’t tell: non si può decidere a priori di applicarne il concetto solo perché negli ultimi anni è dilagata questa moda. Ogni storia è differente e, se mi ritrovo commenti incentrati su questa tecnica sparsi per tutto il testo, allora credo che la fissazione dell’editor non sia una cosa positiva.

La manualistica
Strettamente legato al problema regole, c’è il problema manualistica e formazione.
In un caso mi è infatti capitato che l’editor, o presunto tale, si fosse accanito sui punti di vista. Ha iniziato a mettere in dubbio il punto di vista tramite il quale veniva raccontato un pezzo di storia e da lì è partito a valanga e si è messo a dubitare di tutto. Ne sono uscite delle domande e dei commenti che si potrebbe azzardare a definire spassosi, se non fosse che non c’azzeccavano nulla.
Era evidente, in questo caso, che la persona in questione aveva letto, probabilmente da poco, qualche manuale che parlava dei punti di vista, o magari aveva partecipato a un corso che ne esponeva le problematiche, perché altrimenti non riesco a spiegarmi una scivolata tale.
Avete presente quando da bambini si impara una parola un po’ “scabrosa” e allora, un po’ monelli, la si continua a ripetere in maniera estenuante? Ecco!
Il principio è lo stesso delle regole: non si può prendere un manuale di scrittura creativa, o un corso, e decidere di seguire ogni suo input per editare un testo. Non è così che funziona.

Se queste due tipologie di “soluzioni” sono circoscritte a una manciata di editor, ce ne sono delle altre che accomunano tutte le prove.

D eufoniche e ripetizioni
C’è stato un gran lavorio attorno alle d eufoniche e alle ripetizioni. Tutti si sono molto prodigati a tal proposito. C’è chi lo ha fatto meglio di altri, ma questo tipo di correzione base è stata eseguita piuttosto bene e non posso di certo lamentarmene. Come dicevo prima, il testo mandato aveva qualche anno sulle spalle e all’epoca non facevo molta attenzione a questi dettagli, quindi il segnalarmelo è stata cosa buona e giusta.

Personalizzazione
Oltre a ripetizioni e d eufoniche, un’altra cosa che hanno fatto praticamente tutti è stato suggerire parole o verbi differenti, oppure togliere qualcosa di troppo. Ho deciso di chiamare queste soluzioni personalizzazioni perché, a parte qualche caso, in genere ognuno ha fatto un lavoro differente rispetto agli altri. Cosa comunque corretta perché l’editing è una questione personale, in fin dei conti.
Ecco allora che qualche “colpo” è stato sostituito con “tonfo”, qualche “disse” è stato tolto e qualche altro aggiunto, qualche espressione è stata giudicata desueta, ecc. Tutti piccoli cambiamenti che, a parte qualche caso, si potrebbero anche considerare corretti.

Non è abbastanza
Al di là, appunto, di alcuni casi più “eccentrici”, il lavoro svolto non è stato poi cattivo ma mediocre. Perché il punto è che tutte le persone contattate si sono messe a correggere il testo a mo’ di professore. Hanno tolto congiunzioni, tolto ripetizioni, tolto le d eufoniche, aggiustato la punteggiatura, sistemato gli avverbi, levato qualcosa qui e cambiato qualcos’altro là, tutti lavori che sì, vanno fatti, ma si sono limitati a questo. E non è solo questo il lavoro di un editor.
Non c’è stato nessuno che abbia fatto delle osservazioni sullo stile, per esempio, che abbia consigliato di, non so, provare a invertire l’ordine di alcune frasi, provare a concentrarsi maggiormente su alcune espressioni piuttosto che altre. Nessuno ha commentato delle scelte che avevo fatto, azzardato qualche ipotesi diversa. C’è stato, insomma, un puro lavoro di sistemazione della forma già esistente, un intervento che definirei estetico ma superficiale.

La mia delusione è stata parecchia, e mi sono anche lasciato cogliere da alcuni dubbi. Ero io, magari, a essere troppo negativo? Oppure avevo scritto qualcosa di così buono che andava solo ritoccato? Oppure quasi tutti si sbagliavano e aveva ragione il tipo del punto di vista? O magari il lavoro che io ho reputato mediocre è sembrato tale solo perché si trattava di una prova gratuita di giusto qualche pagina? Un vero editing sarebbe stato diverso? Ma, in questo caso, come potrei decidere di chi fidarmi? Se uno non fa il massimo fin da subito, come posso decidere di pagarlo per un lavoro più lungo?
Sono andato in confusione, così ho deciso di chiedere la medesima prova anche all’editor col quale avevo già lavorato in passato. Giusto per vedere se ero paranoico.
Sono bastate poche sue righe, alla fine, per ridarmi fiducia. Al di là di alcuni aggiustamenti pertinenti, a farmi propendere nuovamente verso il suo lavoro è stato l’indicarmi la possibilità che il focus scelto non fosse quello migliore per quel tipo di narrazione, che magari potevo provare a concentrarmi su qualche dettaglio differente. Mi ha dato, insomma, uno sguardo critico più complesso, non una mera correzione da tema scolastico.

Una convinzione sbagliata
Dopo aver ricevuto le prove e aver curiosato in svariati siti web di editor freelance, sono arrivato a questa conclusione: molti credono che basti amare la lettura per poter fare gli editor.
Non è così.
Io stesso, quando ero più giovane, sognavo di diventare editor. Mi sono anche iscritto a una facoltà a indirizzo editoriale perché davvero volevo fare quel lavoro. Quindi ne capisco il fascino. So quanto possa essere bella l’idea di contribuire attivamente a quella trasformazione che porta da un file Word a un romanzo su di uno scaffale della Feltrinelli. So che è un sogno romantico che prima o poi viene a qualche appassionato lettore. Però, al di là che in questo lavoro di romantico ci sia gran poco, ho dovuto rassegnarmi all’idea che non fossi portato. È un po’ difficile da spiegare, ma per fare l’editor bisogna avere una certa “sensibilità”. Una predisposizione. Bisogna riuscire ad avere delle intuizioni sullo stile, sul cosa l’autore può voler dire, e bisogna essere ingegnosi, avere quel non so che che ti fa vedere i problemi di una frase ma anche le differenti possibilità di riuscita. E io non ce le ho, queste cose. Come non ce le hanno in molti che si professano editor.

simon-prades-16

Illustrazione di Simon Prades.

Ma come trovare, allora, un bravo editor?
Cercando. E facendo molta attenzione ai dettagli.
1. Scandagliate il suo sito. Ogni editor freelance ha un sito, perché altrimenti come li acchiappa i clienti? Io, lo ammetto, sono tornato a visitare i siti delle persone contattate una volta ricevute le prove e dovrei bastonarmi da solo. Per prima cosa, infatti, bisognerebbe porre la giusta attenzione sul come l’editor in questione si presenta, sulla cura che ha messo nei testi. Perché se già la sue presentazioni fanno pietà…
Diffidate poi di chi non ha un’identità precisa. Se nello stesso sito, che dovrebbe invogliarmi a lavorare con te, ti metti a pubblicizzare anche le tue opere come autore allora non fai per me. Forse sbaglio io, ma il messaggio che mi arriva è che non sai neanche tu cosa vuoi fare nella vita.
Cercate referenze! E preferite chi ne ha poche ma buone, piuttosto che molte ma insignificanti.

2. Il prezzo. Un buon editing costa. Se volete l’editing ottimo a 2 € a cartella, forse non avete ancora le idee chiare sull’argomento. Un servizio da 2 € varrà poco.
Ovviamente, anche in questo caso bisogna fare le giuste distinzioni perché non necessariamente un editor che offre un servizio costoso sarà un editor bravo. Se il servizio è costoso ma la presentazione della persona è fatta con i piedi, beh, pensateci su.

3. La prova gratuita. Fatela! Non affidatevi a nessuno senza prima aver fatto una prova gratuita. Nemmeno se quel professionista vi è stato caldamento consigliato da vostra nonna. Sarà indicativa per capire se l’editor vale i soldi che chiede e se vi ci trovate in sintonia, perché anche questo è importante.

4. Sapere cosa si vuole. Credo sia importante, per trovare il giusto editor, anche essere piuttosto sicuri di quali siano i vostri obiettivi e le vostre richieste. A me non basta una correzione basilare, ma magari a qualcun’altro sì, e quindi gli editor che io ho contattato potrebbero fare al caso vostro. Se siete persone a cui non piace una grossa intrusione, questo mio post potrebbe non interessarvi.

5. Pregate. Perché, se non conoscete già un editor, si tratterà comunque di un salto nel buio. E anche perché se avrete la fortuna di trovare un editor davvero competente, durante il lavoro potrebbe venirvi da piangere e da disperarvi, ma sicuramente alla fine sarete soddisfatti.

Annunci

Dinosauri e antropocentrismi

Quando Micheal Crichton si mise a scrivere Jurassic Park, oltre al voler creare un romanzo che sapesse catturare il lettore aveva sicuramente un altro, e apparentemente alto, obiettivo: trattare un tema delicato come quello dell’ingegneria genetica e del suo possibile utilizzo illimitato (e non etico).

Ne nacque un romanzo incentrato su in bizzarro riccone che si era messo in testa di usare l’ingegneria genetica per ricreare i dinosauri e metterli in una specie di grande zoo per famiglie. Ma questo sarebbe stato solo l’inizio, perché nella mente di John Hammond vorticavano già mirabolanti idee su come aumentare i profitti post apertura del parco, con utilizzi ancora più ‘consumistici’ dei poveri rinati pachidermi.
Solo che Hammond e soci non avevano previsto ogni cosa e il parco non prese mai vita, come sappiamo praticamente tutti grazie soprattutto al film di Spielberg.

81x2TxMWW+L

È indubbio che, al di là degli intenti di Crichton, il romanzo sia soprattutto una lettura di quelle che definisco ‘da spiaggia’, che vanno bene per farsi intrattenere qualche ora senza dover impegnare troppo la mente. Non è, in somma, un trattato scientifico e nemmeno un testo di letteratura engagé. Allo stesso tempo, però, è indubbio che alcuni elementi presenti nella narrazione riescono ad offrire degli spunti interessanti su cui riflettere legati al ruolo che l’uomo ha, o si è dato, rispetto al mondo circostante.
Il punto che forse mi ha più colpito, in questo senso, si trova verso la fine.

Ian Malcolm (che nel libro ho trovato più odioso rispetto al film) si sta lasciando andare al suo ennesimo sproloquio e spiega ad Hammond che l’uomo è troppo autoreferenziale, pensa troppo a sé stesso e in termini troppo antropocentrici. La verità è che il pianeta ‘ragiona’ in modo completamente diverso e con tempi differenti dai nostri. Arriva ad affermare che anche l’idea che ci siamo fatti sulla fine del mondo è sbagliata. Malcolm conferma, sì, che l’uomo ha causato e sta causando grandi disastri ambientali, ma ci ricorda anche che non sta distruggendo il mondo, ma solo il mondo come lo conosce lui, la sua realtà.
La verità è che anche nel caso in cui noi distruggessimo tutto quello che ci circonda, il pianeta, con calma, si rigenererebbe e rinascerebbe. Cosa che in fondo è già successa. Quelli spacciati saremmo noi.

th

È vero. L’uomo pensa troppo a se stesso. Si crede slegato da quanto lo circonda perché si sente, in qualche modo, superiore. Più intelligente, più capace del resto degli animali, quindi in diritto di comandare e fare a suo piacimento. La verità è che non è necessariamente così, anzi, siamo tutti connessi su questo pianeta e il nostro sviluppo avviene in simultanea con lo sviluppo di altre creature, così come le nostre scelte ambientali avranno conseguenze che porteranno a effetti anche sull’uomo.

Tra i vari testi letti più o meno recentemente ne ho individuati tre che vanno a toccare, in qualche modo, proprio questo antropocentrismo. Si tratta di tre saggi che mostrano come l’uomo e il resto del pianeta siano collegati in maniere sulle quali non ci si sofferma mai a ragionare abbastanza.

Non si tratta di libri che si accaniscono sull’esperienza umana. Non trovo corretto, almeno non del tutto, quando ci si insiste troppo e solo negativamente sulla figura dell’Homo Sapiens. Sono semplicemente libri che vogliono ricordarci come la razza umana e le altre specie condividono più di quanto possa apparire in un primo momento.

La botanica del desiderio

61rWAVf9m-L.jpg

Michael Pollan è famoso per il suo Dilemma dell’onnivoro. Qui lascia parzialmente da parte il cibo per dedicarsi a come alcune specie vegetali si siano evolute compiacendoci.
I vegetali presi a esempio sono il tulipano, la mela, la patata e la cannabis. Ognuna di queste specie sono sopravvissute, si sono evolute e hanno prosperato perché si sono servite di noi. Nella ‘tesi’ di Pollan si capisce che l’uomo, così sicuro di aver saputo usare la natura al meglio per i proprio scopi, è in verità rimasto ‘vittima’ delle piante stesse. Ovviamente ‘scopi’ e ‘vittima’ sono esagerazioni linguistiche, ma il succo non cambia: non è l’uomo che ha regnato sul mondo, ma l’uomo e il mondo, in questo caso il mondo vegetale, sono cresciuti insieme, evolvendosi mano a mano che l’altro cambiava. Ecco allora che il tulipano è diventato bello perché all’uomo piaceva, ecco che le varietà di mela che piacevano all’uomo hanno prosperato, e così via.

In pratica, procedendo per vari tentativi, lungo il loro percorso evolutivo le piante hanno scoperto che il modo migliore per prosperare era utilizzare gli animali come diffusori dei propri geni.
Ma com’è possibile indurre un animale a fare quello che vuole un fiore?
Questo è il bello dell’evoluzione.
Molte delle sostanze chimiche delle piante sono state progettate, ovviamente attraverso la selezione naturale, per attirare altre creature risvegliandone e gratificandone i desideri. Ecco allora che ci sono orchidee che assumono i colori e le forme di un’ape per adescare api vere e riempirle del loro polline. O ecco che i fiori diventano belli, profumati, e le mele dolci per essere mangiate.

Il succo è tutto in una frase che Pollan scrive nell’introduzione al testo:

“Un progetto, in natura, non è altro che una concatenazione di casualità […]
Allo stesso modo, siamo inclini a sopravvalutare il nostro ruolo nella natura.”

Spillover

71AfSRHGShL

Quello affrontato da Quammen è sicuramente un tema meno romantico rispetto all’evoluzione di un tulipano, e infatti nel suo corposo testo affronta l’argomento delle zoonosi, ovvero quelle malattie che passano da una specie animale all’uomo, in genere con risultati piuttosto devastanti. Giusto per fare un esempio, alcune famose zoonosi sono l’HIV, l’ebola, l’aviaria, ma anche la ‘comune’ influenza e sono virus animali (l’influenza è una malattia degli uccelli, per esempio) che in qualche modo sono riuscite a trovare ospitalità, spesso in maniera molto più letale, negli esseri umani.
Spillover è in parte è una ricostruzione storica e in parte una caccia ai virus nei luoghi dove questi riescono a fare lo spillover (ovvero il balzo interspecie) e il risultato è coinvolgente e facile da seguire, ma anche piuttosto inquietante per tutta una serie di implicazioni che hanno avuto e possono avere queste malattie sull’uomo.

Studiare le zoonosi è importante per poter essere il più preparati possibile alla prossima pandemia. Perché c’è sempre una prossima pandemia in agguato.
Ma uno dei fatti più interessanti riguarda la maggiore presenza di zoonosi riscontrata negli ultimi anni. Come mai succedono? Da cosa nascono?
Ebbene, tra le varie cause pare esserci l’intervento umano. Cose come i disboscamenti, le costruzioni, e tutti gli interventi che vanno a ‘mettere le mani’ in luoghi dove gli animali vivevano, prima, in pace, ci porta ad avere un maggiore contatto con questi stessi animali e quindi a poter entrare con più facilità in contatto con i patogeni che questi animali trasportano.
Se da un lato, quindi, l’uomo che disbosca non si interessa del benessere delle creature coinvolte, dall’altro dovrebbe forse considerare l’alto tasso di mortalità che le zoonosi in genere portano con sé.

Anche Spillover ci ricorda quindi che non siamo creature superiori che vivono isolate dal resto del pianeta. Anzi. Ancora una volta siamo tutti connessi e c’è qualcuno, in questo caso i virus, che potrebbe causare (causarci) grandi danni. Non siamo invincibili e non siamo al di sopra delle leggi di natura e quello che facciamo non coinvolge solo gli altri animali.

La sesta esitinzione

71HE-75QTgL

Ormai dovremmo saperlo: l’innalzamento delle temperature, il disboscamento, la tecnologia… abbiamo incasinato il pianeta e tra le varie conseguenze c’è anche l’estinzione di svariate specie animali.
Come suggerisce il titolo di questo saggio, non si tratta della prima estinzione di massa che si vede sul pianeta Terra, il più famoso è probabilmente quello dei dinosauri, ma ce ne sono stati altri quattro prima di arrivare a quello cui stiamo assistendo noi. Quindi l’estinzione è una cosa naturale, prevista dalle leggi cosmiche. Il punto però è che questa sesta estinzione è apparentemente causata da noi e, ultimamente, si sta procedendo a un ritmo troppo veloce perché l’ambiente che ci circonda sia in grado di assorbire questo cambiamento.

Kolbert, attraverso un interessantissimo racconto (vincitore del Pulitzer 2015, categoria non-fiction) va a mostrarci l’estinzione di differenti specie, dalla rana d’oro al pinguino originario, passando per creature ben più antiche e arrivado alla preoccupante riduzione della barriera corallina attuale.

Il bello di questo libro è che non usa toni allarmistici ma vuole mettere in chiaro che siamo in una nuova era geologica (e già da un po’) il cui centro siamo proprio noi umani. L’Antropocene. Così è stato definito da Paul Crutzen. Questa definizione sta a indicare le nostre responsabilità. Da quando siamo comparsi sulla faccia della terra non abbiamo fatto altro che modificare quello che ci sta attorno. Ovviamente, modificando gli spazi si modificano anche tutta una serie di dinamiche biologiche, e quindi climatiche e via dicendo.

È interessante perché ci ricorda che, nel caso fallissimo i nostri propositi sul miglioramento delle condizioni climatiche, beh… il mondo non cesserebbe di esistere. Proprio come detto da Malcolm. Finirebbe solo l’Antropocene.
Detto questo, è ben chiaro che noi possiamo fare qualcosa e non occorre, ancora, perdere le speranze. Ci sono anzi state alcune situazioni che hanno dimostrato una reazione positiva del pianeta. È però certo che l’impatto umano è stato consistente e noi ci troviamo nella possibilità di cercare di redimerci.

Le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze su quanto ci circonda, quindi quali azioni vorremmo/dovremmo fare?

***

Jurassic Park, di Michael Crichton.
Traduzione di M. T. Marenco e A. Pagnes. 477 pagine, 13,00 €, Garzanti.

La botanica del desiderio, di Michael Pollan.
Traduzione di G. Ghio. 255 pagine, 14,00 €, Il Saggiatore.

Spillover, di David Quammen.
Traduzione di L. Civalleri. 608 pagine, 14,00 €, Adelphi.

La sesta estinzione, di Elizabeth Kolbert.
Traduzione di C. Peddis. 377 pagine, 9,00 €, Beat.

Essere Anna

Leggere Anna Karenina può essere un’impresa. Di sicuro lo è stata per me. L’ho iniziato almeno tre volte prima di riuscire ad arrivare all’ultima pagina. Il deterrente, nel mio caso, era la lunghezza. Sono un bel po’ di pagine (960 nell’edizione che ho io) e il tempo scarseggia sempre.
A lettura ultimata non posso annoverarmi tra quelli che lo ritengono IL romanzo per eccellenza (e sarebbe una bella compagnia: Dostoevskij, Mann, Nabokov), sebbene abbia di certo amato avventurarmi nelle vite dei protagonisti e di Anna Arkad’evna in particolar modo. Credo però di aver capito perché il romanzo piaccia così tanto: perché siamo tutti, almeno un poco, Anna Karenina.

9788806226787_0_500_0_75

Anche se solo a grandi linee, presumo che il nucleo della storia scritta da Tolstoj sia conosciuto ai più: una donna sposata con un marito apparentemente senza sentimenti si innamora perdutamente di un conte che diventa il suo amante. È l’amore che ad Anna mancava, un amore forte e totalizzante che li porta sì a vivere insieme, ma anche a una serie di tensioni, interne ed esterne alla coppia, che culmineranno nel famoso suicidio di lei.

Dicevo che siamo tutti Anna.
Credo infatti che la maggior parte di noi senta, proprio come Anna, la mancanza di qualcosa. Lei potrebbe non saperlo, da principio, ma appena incontra Vrònskij lo capisce, sente che è lui il suo pezzo mancante.
Anche noi sentiamo l’assenza di qualcosa, anche noi percepiamo che qualcosa sfugge. Non deve trattarsi necessariamente di amore, può essere un semplice desiderio lavorativo, egoistico, monetario o sì, di affetti, oppure di tempo… il fatto è che l’essere umano tende a sentirsi costantemente incompleto, continuamente a caccia di qualcosa che lo sappia appagare del tutto, di quel qualcosa che lo completi davvero, che possa dare un senso alla vita, probabilmente.
Poco importa se quella cosa nemmeno esiste, o se raggiunto un traguardo ce ne poniamo subito un altro. Siamo costantemente alla ricerca, quindi capiamo perfettamente l’eroina del romanzo che quel qualcosa sembra averlo trovato e che per preservarlo si strugge e si distrugge.

Bisogna poi ammettere che è facile simpatizzare per Anna, prendere le sue parti.
A differenza di Emma Bovary, per esempio, che con Anna ha più di qualche punto in comune, la Karenina risulta (almeno per buona parte del romanzo) simpatica. È bella, aggraziata, gentile. Sa come comportarsi, sa mettere gli altri a proprio agio, riesce a non perdere la testa in pubblico, a essere costantemente educata. Non è perfetta ma emana serenità. La circonda un’aura di grazia e intelligenza e sembra impossibile non innamorarsene, tanto che perfino il buon Levin, perdutamente innamorato della sua Kitty, nel suo unico incontro con la donna (un’Anna, bisogna dirlo, già molto angosciata e che procede spedita verso la sua fine) ne rimane incantato.

Ci innamoriamo anche noi di lei e lo facciamo in fretta. E poi ci ritroviamo a tifare per il suo amore.

Il problema è che non ci basta mai quello che abbiamo.
Ecco allora che anche quando Anna può finalmente godere dell’amore di Vrònskij e smette di abitare col marito, le manca altro. Le manca il figlio, in primis, che le viene proibito di vedere, e che quando con un sotterfugio riuscisce a incontrare di nuovo non le sembra più il bambino che ricordava. Sereza è cresciuto, è diverso e a lei manca il bambino più piccolo.
E poi, ovvio, le manca la libertà di muoversi nella società senza essere esclusa o additata.

Anna è l’incarnazione del senso di mancanza. Del nostro senso di mancanza.

Anna-Karenina-il-film-pregi-e-difetti

Keira Knightley come Anna Karenina nel film di Joe Wright del 2012.

Ma la mancanza non si incarna solo in Anna, bensì in tutte le declinazioni del matrimonio che nel romanzo troviamo.

Il matrimonio (e per sua estensione la famiglia) è il vero protagonista del libro. La storia di Anna e dei suoi cari, sebbene sia la più conosciuta, è infatti solo una delle tre storyline principali che si susseguono nella narrazione. Le altre due sono quelle che riguardano la famiglia del fratello di Anna, Stiva, e quella di Levin. Tre famiglie in qualche modo intrecciate e che, esponendosi al lettore, raccontano le vicende di moltissimi personaggi fino a dipingere in maniera più o meno precisa le vicissitudini politico-sociali dell’epoca.
Ma il centro di tutto è il matrimonio e la famiglia che ne scaturisce. Non a caso il famoso incipit dice:

Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo.

Un incipit che, tra l’altro, viene solo parzialmente confermato, o almeno questa è la mia sensazione, perché di famiglie felici qui non se ne vedono affatto e, sebbene ognuna affronti la propria infelicità in maniera differente, la causa di questa infelicità è la stessa per tutte: la mancanza di qualcosa, e più precisamente la mancanza di libertà.

Con Anna e Karenin manca la libertà di amare. Karenin non ne è capace, non ama la moglie e non ama nemmeno il figlio. L’unica persona per la quale riesce in qualche modo a provare affetto è, per assurdo, la figlia di Anna e Vrònskij, che però non è sua e quindi le verrà portata via e che, paradossalmente, non verrà mai amata davvero dalla madre.
Ma il vero nucleo famigliare di Anna diventa quello con Vrònskij. La loro è una relazione che, sebbene non ufficializzata, ha tutte le caratteristiche del matrimonio: vivono insieme, hanno una figlia, della servitù, delle case da mantenere, degli scopi… solo che c’è qualcosa che non va. Anna soffre per la mancanza del figlio e poi per la perduta reputazione. Anna non è libera di muoversi, in somma, e allo stesso tempo non si sente libera di poter parlare delle sue angosce con l’amato, perché crede non possa capire.
Vrònskij invece non riesce a rimanere chiuso in casa. Deve uscire, deve avere qualcosa da fare. Per Anna ha rinunciato alla carriera militare e in qualche modo ne sente la mancanza, prende quindi al volo tutte le occasioni per impegnarsi in cose che lo portino fuori dall’ambiente domestico. Solo che ad ogni uscita Anna chiede il conto, vuole sapere dov’era, perché ha fatto tardi, si lascia prendere dalla gelosia e la vita di coppia diventa via via sempre più turbolenta, feroce.
A entrambi, poi, manca la libertà di poter uscire totalmente allo scoperto, di poter passeggiare da innamorati.

La famiglia di Stiva è una famiglia che regge a fatica, ma regge.
Il romanzo inizia proprio con loro e col tentativo, poi riuscito, da parte di Anna di rimettere pace tra la cognata e il fratello, quest’ultimo colpevole di tradimento.
Il problema di questa relazione è che ci si aspetta un certo tipo di contegno, un saper tenere a bada gli appetiti, e quelli di Stiva sono molti: è ingordo di cose buone e belle e spende quando non potrebbe farlo. E poi ama le donne e non riesce a non concedersi alle grazie femminili.
Stiva si prende insomma delle libertà che non dovrebbe prendersi e non riesce a rendersi conto delle ferite che, così facendo, causa alla moglie. Ferite non solo del cuore, ma che inficiano anche la gestione dei figli e delle proprietà.
Il loro matrimonio continua, ma solo grazie alla sopportazione della moglie che quindi castra la sua libertà di opporsi.

La famiglia Levin è invece una famiglia che potrebbe sembrare felice. E Kitty lo è davvero, o almeno così appare (sebbene Levin sia, in effetti, una seconda scelta).
Il problema è il marito. Lui, che tanto aveva sognato quel matrimonio, fin dal momento in cui viene ufficializzato il fidanzamento inizia a perdere qualcosa.
La libertà, sì.
Deve sottostare a delle ritualità che non capisce, deve attorniarsi di persone che non conosce, deve affrontare gelosie (della moglie nei suoi confronti, ma anche viceversa) campate in aria e non ha più la libertà di dedicarsi completamente al suo lavoro. Lui sa che dovrebbe considerarsi felice, al tempo stesso lotta per non soccombere sotto questa sua nuova condizione e, allo stesso tempo, per non disperarsi a causa di una vita che sembra non avere alcun senso. Ama Kitty, è felice di averla sposata ed è contento di quello che ha, ma c’è sempre qualcosa che fa difetto, che lo infastidisce.

La famiglia pone limiti, in questo romanzo. E forse anche nella realtà.
Ma forse i limiti ci sono sempre, matrimonio o non matrimonio, perché se sempre ci manca qualcosa, la libertà non può far altro che apparirci lontana.

Anna Karenina diventa quindi il lungo racconto di un tentativo continuo di trovare la completezza in una realtà che non la permette. Non la permette perché, probabilmente, questa completezza serve all’uomo per tentare di trovare un senso a un’esistenza che senso non ha.
E allora lottiamo. Lottiamo tutti per avere qualcosa che ci faccia dire, di fronte ai binari di un treno: “no, questa volta passo oltre” nella speranza che questo qualcosa ci basti per sempre. Nella speranza di non essere mai Anna fino in fondo.

La vera felicità di Dar’ja Aleksandrovna, però, erano proprio gli affanni e le preoccupazioni. Senza di essi sarebbe rimasta sola con i suoi pensieri per quel marito che non l’amava.

***

I passi citati sono tratti dall’edizione Einaudi. Traduzione di Claudia Zonghetti.

 

Il Pupo dice: giochiamo!

Ci si arrovella spesso il cervello nel tentativo di trovare un modo per avvicinare le persone ai libri e in genere si hanno poche risposte. Io, per esempio, ne trovo solamente una, o meglio, più che una risposta trovo una lieve speranza, e questa speranza sono i bambini. Se riuscissimo a far amare i libri ai bambini, forse questi continuerebbero ad amarli anche da grandi. Perché ho sempre di più l’impressione (fondata su cavie umane) che i libri diventino cose da evitare nel momento in cui si inizia a considerarli cose ‘di dovere’.
Ma se i libri fossero come giochi?

L’idea che i libri siano noiosi nasce a scuola, ne sono piuttosto convinto. Specialmente per quei bambini che a casa non hanno libri, viene naturale associare un testo a una cosa ‘di scuola’, perché i libri vengono usati a scuola per studiare. Bisognerebbe quindi lavorare, ma prima di arrivare ai sei anni, sul concetto di divertimento legato a una storia. Ecco perché credo che i libri-gioco, per i bambini piccoli, possano essere un buon modo per avvicinarsi ai libri. E questo in generale, ma con particolare attenzione per quei bambini  che, appunto, a casa di libri non ne vedono proprio. Penso sarebbe molto utile, per esempio, l’uso di libri-gioco negli asili.

Ma cosa sono i libri gioco?

Come si legge nel saggio breve di Loredana Farina, i libri-gioco sono “oggetti di confine perché non sono solo libri né solo giocattoli […] La lettura dei libri-gioco è una lettura da fare con tutti i sensi. Si può dire che i libri-gioco siano insieme contenitore e contenuto.”
I libri-gioco sono in pratica dei volumi dove viene richiesto al bambino di interagire fisicamente.
Noi a casa ne abbiamo tre e, c’è da dirlo, il Pupo li adora.

71Pkn-TzQdL

Abbiamo il libro Colori, di Hervé Tullet. Un volume, questo, che gioca sui/coi colori e che senza essere palesemente didattico, riesce ad insegnare i colori primari e gli abbinamenti, i giochi, gli esperimenti che con questi colori si possono fare. Per riuscire in questo, però, non ti mostra semplicemente dei disegni e non ti dà spiegazioni, ti chiede piuttosto di agire. Se in una pagina mette il giallo e il blu, per esempio, poi ti viene chiesto di “mescolare i due colori col dito”. Il lettore scopre da solo quello che succede.
E voila! Nella pagina successiva ecco spuntare il verde nello stesso posto dove TU l’hai creato.

int-13

Ma Hervé Tullet ne ha fatti molti, di questi libri, come per esempio Cucù, sono Turlututù!

71SuUYSSTIL

Qui, con dei disegni più ‘complessi’, un simpatico esserino ci chiede vari aiuti, come premere un interruttore per accendere la luce, oppure dire a voce alta una parola magica per farlo diventare grande, oppure indovinare dove si nasconde.

coucou_01-51-5

Sono, in somma, libri dove non basta la lettura, la vista, ma devi mettere in gioco molti altri sensi.

L’ultimo arrivato a casa nostra è Non aprire questo libro. Il Pupo si sbellica dalle risate ogni volta e vorrebbe continuamente leggerlo. Ho dovuto perfino improvvisare un ‘reading’ per dei parenti in visita, visto l’entusiasmo sprigionato.

71NhVRC9Q6L

Questo libro non richiede azioni fisiche, ma ti invita continuamente a NON girare la pagina. Il gioco inizia già dal titolo, infatti, e appena dentro le pagine troviamo un mostriciattolo azzurro che insiste sul fermarci subito. Prima lo fa con gentilezza, poi con rabbia, poi prova a fare l’indifferente, poi minaccia di chiamare i nostri genitori e così via. A ogni pagina si ride un po’ di più e il Pupo non ha pensato nemmeno per un momento di fermarsi. (Troppo curioso, come suo padre!)
Ma perché questa creatura non vuole che arriviamo alla fine del libro? Beh… sorpresa!

I libri-gioco sono spesso prodotti bellissimi, dove si vede che dietro c’è un grande lavoro, di qualità, volto a coinvolgere il giovane lettore nella maniera più spassionata e felice possibile. E sono libri che riescono ad avvicinarsi prepotentemente al destinatario perché è, appunto, un gioco vero e proprio.
Come dice, ancora, Farina: “È evidente che un bambino di fronte a un libro che gli occupa uno solo dei suoi ricettori sensoriali, sia meno interessato che di fronte a un libro da toccare, manipolare, guardare, trasformare, e anche leggere quanto basta per completare l’informazione globale.”

E questa cosa del poter manipolare dà al libro una percezione diversa. Al Pupo, per esempio, piace molto farsi leggere i libri, ma un libro-gioco lo fa sentire in qualche modo più attivo e gli fa capire che chi si trova davanti a un volume non è un soggetto passivo ma un coprotagonista dell’azione, specialmente in un’età dove non è possibile leggere da soli e quindi c’è una sorta di ‘lontananza’, sebbene molto relativa.

Perché, quindi, non usare i libri-gioco? Possono essere un buon strumento per l’approccio al libro stampato, ma anche un grande momento di condivisione genitore-figlio. Risate assicurate!

***

I libri citati nel post sono:
–  Che cos’è il libro gioco?, di Loredana Farina, in Ad Occhi aperti. Leggere l’albo illustrato, a cura dell’Associazione Culturale Hamelin, 262 pagine,  25,00 €, Donzelli.
Colori, di Hervé Tullet, traduzione di F. Previati, 64 pagine,  12,00 €, Franco Cosimo Panini Editore, 3+.
Cucù, sono Turlututù!, di Hervé Tullet, 80 pagine, 12,00 €, Franco Cosimo Panini Editore, 3+.
Non aprire questo libro. Leggi qualcos’altro!, di Andy Lee e H. McKenzie, traduzione di D. Gamba, 32 pagine, 8,90 €, Gribaudo, 3+.

ALongTail: Viaggiare per cambiare

Lo si dice spesso, no? Che viaggiare arricchisce. Viaggiare fa ampliare la tua mente, ti fa conoscere nuove culture, nuove idee, nuovi ritmi. Viaggiare, in pratica, ti cambia.

Lo sa bene Nils, che nel suo meraviglioso viaggio sembra aver accolto i consigli che i turisti più avventurosi e incalliti continuano a darci: partire senza averlo programmato e senza aver pianificato nessun itinerario, visitare più luoghi possibili e mescolarsi agli abitanti del luogo per conoscergli meglio. Un viaggiatore perfetto, in somma, ma con un piccolo particolare: gli abitanti che incontra sono animali e l’avventura è forse più avventurosa del previsto.

81sdT9gzOQL

È proprio un viaggio improntato al cambiamento, quello di Nils. Un cambiamento radicale e fisico.
Lui è un ragazzino pestifero, che da tanti dispiaceri ai genitori e che non sa rapportarsi cordialmente con gli altri, nemmeno con gli animali, tanto che un folletto lo trasformerà in un essere minuscolo per dargli una lezione. Una volta trasformato, ma non ancora resosi conto delle sue nuove inabilità, Nils si unirà al papero domestico Marten e a un gruppo di oche selvatiche e attraverserà tutta la sua terra, la Svezia, per riuscire, in fine, a tornare un umano vero.

Sarà un viaggio davvero lungo, il suo (ben 520 pagine), che attraverserà tutta la sua patria. Una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe che si rivela una meticolosa esplorazione capace di unire i miti alla geografia, all’economia e alle scienze sociali.
Selma Lagerlöf, infatti, qualche anno prima di diventare la prima autrice donna a vincere il premio Nobel, aveva ricevuto la richiesta, da parte dell’Unione Insegnanti Svedesi, di scrivere un libro per le scuole elementari che con “fantasia, avventura e gioco” facesse accrescere le conoscenze dei bambini “senza che se ne accorgano”.

La Lagerlöf fece una cosa molto intelligente e decise di partire dai miti e dalle leggende che erano fortemente connesse con la sua terra. Prense manciate di fiabe e racconti popolari e li intrecciò insieme fin dall’inizio, quando Nils, come detto prima, da fastidio a un folletto che, per punizione, lo trasformerà.

Il meraviglioso viaggio del minuscolo bambino diventa quindi un lungo apprendistato della sua terra. Nel percorso che lo porta dal suo villaggio natale fino alla Lapponia e ritorno incontrerà molti animali e molte città, imparerà storie a non finire e conoscerà tradizioni, usi, costumi e attività economiche di tutti i luoghi che visiterà.
Ma non solo! Nils imparerà l’umiltà, il valore dell’amicizia, e capirà che il rispetto lo si guadagna con le buone azioni.

Il romanzo diventa quindi un racconto di formazione a tutto tondo: personale, ovviamente, ma anche culturale, sociale e nazionale.

Non per questo, però, il romanzo risulta meno adatto ai lettori non svedesi, anzi. Ci sono delle grandi tematiche che attraversano tutto il libro senza, come richiesto dall’Unione Insegnanti, risultare troppo visibili.
Al di là della maturazione personale del ragazzo, infatti, quello che a fine lettura traspare è un grande inno alla natura stessa. Al paesaggio, agli animali, alle creature tutte che creano un mondo non perfetto, ma sicuramente spettacolare in ogni suo anfratto. Un inno al rispetto della natura, del mondo che ci ospita. Un incoraggiamento ad essere amici della terra, ad esserne protettori, perché solo aiutandola anche lei ci darà qualcosa in cambio. Non è un caso, infatti, che lungo il suo percorso Nils venga aiutato, di volta in volta, da quegli animali che aveva aiutato in precedenza.

Ma è anche un inno all’ingegno umano.
Gli uomini, per tutto il libro, dimostrano di essere capaci di trovare qualcosa di buono in ogni situazione, in ogni luogo. Non semplicemente a livello ‘spirituale’, ma proprio a livello fisico-geografico. Gli uomini sanno ambientarsi ovunque ma sanno anche usare quello che ogni territorio offre.
Poi, certo, bisognerebbe imparare ad averne maggiore cura e a ‘sfruttarlo’ il giusto.

Chi è piccolo e ingegnoso può risolvere molti problemi.

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson viene consigliato come lettura per i bambini a partire dai dieci anni. In verità, però la sua particolare struttura narrativa lo rende un libro che può essere letto davvero a molte età differenti.
È un volume dalla mole piuttosto importante, quindi potrebbe scoraggiare i più giovani, ma allo stesso tempo è diviso in molti capitoli, e ogni capitolo potrebbe quasi essere letto come un racconto a sé stante, perché narra di un particolare luogo, o di una particolare storia. Diventa quindi un libro facile da ‘spezzare’ e gustare a piccoli bocconi.
Come dicevo prima, è una lunga fiaba fatta di tante piccole fiabe.
Dall’altra parte, invece, per i ragazzini un po’ più grandi può rappresentare una bella sfida capace di dare grandi soddisfazioni. La storia è avventurosa, simpatica, giocosa e a tratti toccante, ma facile da affrontare. E quale grande gioia scoprire di essere arrivati alla fine di ben 520 pagine?

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson è, in somma, un bel libro capace di regalare avventure e riflessioni, ma anche, perché no?, di farci conoscere un luogo che non conoscevamo e a farci capire che ogni uomo, ogni terra, ogni animale, è legato agli altri dalle storie che raccontiamo e che il raccontarcele ci fa crescere e ci fa conoscere e ci fa diventare migliori.

Il ragazzo non aveva mai creduto né capito che le parole potessero essere combinate in modo da avere il potere di commuovere e incoraggiare e allietare come quelle.

***

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson
di Selma Lagerlöf
Traduzione di Laura Cangemi
520 pagine, 18,00 €, Iperborea

Se anche i caprioli belli muoiono

Ma quanto è poetico un titolo come La morte dei caprioli belli?
Quante poesie potrebbe ispirare questa breve fila di parole?
È meraviglioso e struggente. Dona un’immagine vivida di quelle bestie leggiadre, slanciate, agili ed eleganti, un capolavoro della natura. E allo stesso tempo ne dichiara la fine.
Si potrebbe piangere, su un titolo così.

La stessa bellezza e lo stesso struggimento, accompagnati anche da una certa vena comica, si ritrovano nei capitoli (ma potrebbero benissimo essere considerati racconti) che costituiscono il romanzo di Ota Pavel.

V-22

Nell’ultimo incontro che ho tenuto col mio Bookclub abbiamo speso qualche battuta a parlare del come avessi scelto quasi sempre libri in qualche modo tristi, il cui apice era stato raggiunto proprio in quell’occasione con Bambini nel tempo.
Non ci avevo mai pensato prima ma, in effetti, a parte forse un titolo, delle sette letture proposte quasi tutte racchiudevano in sé, per i motivi più disparati, un cuore di tristezza.
Qualcuno ha supposto che il gene della tristezza potrebbe essere insito nella grande letteratura. Non aveva, in effetti, tutti i torti. Non tanto perché la grande letteratura non possa essere divertente (vi dicono niente J. K. Jerome e Mark Twain?), ma piuttosto perché siamo naturalmente portati a riflettere molto di più sulle cose brutte rispetto a quelle belle. Del resto, se una delle teorie esposte da Jonathan Gottschall ne L’istinto di narrare fosse vera, cioè che la narrazione potrebbe essere un esercizio per imparare ad affrontare il mondo, allora la spiegazione è semplice: preferiamo le narrazioni sul male, sulla tristezza, perché il dolore ci fa paura e dobbiamo capire come affrontarlo, mentre la risata no.

Ma è così difficile trovare qualcosa che sia divertente e anche, in un qualche modo, grande?

Non lo so. Non so se sia davvero più difficile o se sia semplicemente una mia propensione, quella di scovare testi cupi piuttosto che solari.
Mentre stavo riflettendo su questo, però, mi sono ricordato del primo capitolo di un libro che avevo iniziato e poi lasciato lì, sommerso da altre letture più impellenti.
Si trattava proprio de La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel.
Quel primo capitolo che avevo letto tempo prima mi si era fissato nella memoria. Perché era buffo, era divertente, ma trasmetteva qualcosa che andava oltre la risata e si avvicinava ‘paurosamente’ alla vita. Non era, in pratica, un libro fatto solo per ridere, per evadere, ma della gioia ne faceva un punto di forza. Così l’ho ripreso in mano e mi sono messo a leggere per bene.

È stata una graditissima sorpresa e penso proprio che lo proporrò al gruppo di lettura, la prossima volta che ci incontreremo, sperando di scrollarmi questo mantello di tristezza.

00496619_b

Ota Pavel

In verità non lo si può definire davvero un libro divertente, perché non è solo quello. Tra le sue pagine si racconta la vita quotidiana della famiglia Popper, una vita fatta di alti e bassi e anche di bassissimi, perché sono ebrei e hanno la sfortuna di vivere nel periodo della seconda guerra mondiale, con tanto di visita ai campi di concentramento. Una cosa non immediatamente collegabile alle risate, insomma.
Ma non si può nemmeno dire che si tratti di un libro triste, anzi! È un libro che ti fa molto sorridere e riesce a donare molta allegria, perché a farla da padrona sono scene umoristiche, a tratti assurde, così spensierate e… azzurre!

Sì, azzurro. Credo possa essere un aggettivo perfetto per definire questo libro.
Come la sua copertina.
Perché questo libro è come un cielo primaverile, terso, gioioso, leggero, che dona speranza e belle sensazioni. Ma il cielo è grande e può incupirsi in un attimo. Solo che l’azzurro è sempre là, sotto i nuvoloni c’è l’azzurro anche se noi non lo vediamo.
Ecco, La morte dei caprioli belli racconta la storia di un famiglia, ponendo particolare attenzione nella figura del padre, una persona che sa sempre ricordarsi dell’azzurro dietro le nuvole.

La morte dei caprioli belli è un’ode alla vita. È indubbio che queste pagine ne siano una celebrazione. Il romanzo non tenta infatti di nascondere le brutture di un’esistenza che, tra le sue mille peripezie ha la sfortuna di svolgersi durante la seconda guerra mondiale. Non vengono taciuti i momenti di povertà, di difficoltà più ‘normali’ e si racconta dei fratelli mandati nei campi di concentramento e dell’antisemitismo (sebbene non si approfondisca mai troppo). Non è però questo il focus del testo. Il cuore di tutto è invece il padre, quest’uomo sempre entusiasta, che fino alla fine dei suoi giorni traboccherà di fantasia e voglia di fare e amore per le belle donne. Un padre che pur cadendo mille volte non si arrende mai e anzi, ne pensa una più del diavolo.

Nella postfazione al libro Mariusz Szczygiet dice che un suo amico ha definito il romanzo di Pavel come “il libro più antidepressivo del mondo”.
Non so se sia davvero così, perché un velo di dispiacere lo si riesce lo stesso a intravedere. Di certo, però, in questa storia non ci si abbatte.
Ed ecco allora che una sventura è solo una possibilità di rilanciarsi. Un’affare nato male è solo un suggerimento a usare di più la fantasia.
E una buona giornata è fatta per andare a pescare, non per altro.
Ci sono sì dei momenti in cui bisogna arrendersi, ma senza mai farlo completamente e solo per rialzare la testa appena possibile.

Se anche i caprioli belli alla fine muoiono, come possiamo sperare noi, scimmie spelacchiate, di fare altrimenti? Come possiamo noi, creature dai troppi pensieri, non concentrarci su questa fine, non riflettere continuamente su di essa?
Non possiamo. Non possiamo smettere di preoccuparci della perdita, della conclusione. Non possiamo fare a meno di interessarci alle storie tristi, perché abbiamo paura di esse.
Ma possiamo pure concentrarci sui giorni che abbiamo. Possiamo cercare di imparare a soffermarci maggiormente su quello che c’è prima della fine. Possiamo avanzare in questo cielo grigio con la consapevolezza che dietro le nubi ci stia l’azzurro, e che basta salire più in alto per averne conferma.
Possiamo fare come il papà di Ota Pavel.

Vorrei poi concludere riportando un pensiero che Szczygiet aveva trovato nella casa di Ota Pavel, proprio nella parete dedicata alle foto. Mi sembra un modo giusto per chiudere questo post e per riassumere una lettura così… azzurra.

Essere capaci di far festa. A qualsiasi evento della vita. Senza aspettarsi che qualcosa di vero debba ancora venire. Perché non è detto che ciò che è vero non stia accadendo in questo preciso istante, e che in futuro non succederà niente di più bello.

***

La morte dei caprioli belli
di Ota Pavel
Traduzione di Barbara Zane
160 pagine, 13,50 €, Keller Editore

 

#ATailOfTales: Julio Cortázar

Iniziare questa rubrica dedicata allo ‘scoprire’ autori considerati mostri sacri attraverso un loro racconto breve è stato piuttosto facile: la mia scrittrice preferita è Virginia Woolf e, guarda caso, la Woolf ha scritto giusto un paio di racconti indirizzati proprio a bambini e ragazzi. Non sono il meglio della sua produzione, però sono indirizzati a un target piuttosto giusto e offrono un modo inedito per avvicinarsi al personaggio.
Facile.

Ma quale autore trattare poi?
Ho sempre ritenuto che l’ideale fosse seguire il proprio cuore, perché sono piuttosto convinto del fatto che la passione possa trasparire e contagiare. Il problema è che spesso gli autori ‘per adulti’ hanno dato alle stampe lavori che, effettivamente, potrebbero pure scoraggiare un ragazzo che fino a due settimane prima leggeva solo Geronimo Stilton. Senza contare, poi, che non tutti i grandi autori si sono dedicati alla short-fiction.

Non lo nego, una volta considerato l’affetto, il mio cuore ha estratto piuttosto velocemente il nome di Julio Cortázar.

Quello con Julio è stato un incontro casuale, durante un gruppo di lettura online, che mi lasciò, sul momento, abbastanza perplesso. Avevamo letto Bestiario, la sua prima raccolta di racconti, e dentro ci avevo trovato grandi sorprese e alcune cose che non capivo benissimo. Però, più passavano i giorni e più pensavo a quelle creazioni, e più ci pensavo, più mi veniva da ritornarci. Ed è questo l’amore, no? Una cosa che non si capisce del tutto ma alla cui fonte non si può fare a meno di pensare costantemente.

cortazar

Tra gli aspetti che più mi piacciono di Cortázar c’è la sua capacità di creare storie surreali, fantastiche, spesso senza metterci dentro nessun elemento fantastico, ma giocando sapientemente con ‘oggetti’ reali.
Si pensi per esempio al famosissimo Casa Occupata, dove si suggerisce qualcosa, ma in verità tutto è giocato sulla suggestione, oppure ad Autostrada del Sud, dove gli automobilisti rimangono bloccati per un tempo lunghissimo nel traffico e questo provoca una serie di azioni/reazioni anche ‘tragiche’. O a quello che forse è il mio racconto preferito, Estate, dove a portare scompiglio è un cavallo, un semplice cavallo.
Certo, il buon Julio ha scritto anche cose ben più ‘fantasy’, tipo coniglietti rosa vomitati da un signore a modo, ma trovo che i suoi racconti surreali basati su elementi realissimi siano in qualche modo più interessanti, perché mostrano un talento enorme nel combinare cose apparentemente distanti al fine di realizzare un racconto dalla lama affilata.

Ma quale racconto di Cortázar suggerire? Ne ha scritti molti e molti sono ottimi. Alcuni li amo di quell’amore folle che ti porta a compiere gesti estremi (leggasi: spendere cifre folli nella sua bibliografia). Ma sarebbero stati adatti? Perché un racconto è una bestia difficile, bisogna capire bene quanto c’è scritto e aggiungerci parecchio di tuo. E Julio non è sempre immediato. Ma se non è piuttosto immediato e non ha qualcosa che potrebbe risultare in linea con un ragazzino, allora c’è il rischio di ottenere solo noia, per quanto possa essere una noia piuttosto bizzarra.

Alla fine la mia scelta è caduta su Bestiario, il racconto che da il titolo all’omonima raccolta e che ha il compito di chiuderla.

978880622260GRA

Bestiario racconta di una ragazzina che, per l’estate, si trasferisce nella casa di amici di famiglia. È una sorta di vacanza per lei, ma allo stesso tempo non completamente disinteressata in quanto dovrà fare compagnia a un ragazzino più piccolo. Poco male, perché i due si trovano simpatici e la casa è in un bel posto e insieme combinano tante cose interessanti.

A rendere particolare il posto ci sono però due cose.
La prima è la figura del Nene, un uomo poco simpatico, poco incline alla gentilezza, anzi piuttosto scorbutico e che ha dei momenti di eccesso e ‘violenza’.
La seconda è la tigre. La tigre si aggira per la casa e la tenuta tutta e per muoversi da un posto all’altro bisogna prima essere sicuri di dove si trovi esattamente il grosso felino, in modo da non doverselo trovare davanti e correre così il rischio di venire divorati.
Mano a mano che si prosegue con la storia si capirà che il Nene, appunto, non è una bella persona (anzi, forse è lui la vera bestia del racconto visto che, tutto sommato, la tigre lascia vivere tutti in una relativa pace) e si arriverà a una conclusione che oserei etichettare come vendicativa.

Questo racconto lo trovo particolarmente adatto per i ragazzi di circa dodici-tredici anni. È l’età in cui si comincia ad avercela col mondo. I professori non capiscono, i genitori non capiscono, gli adulti non capiscono, mettono anzi i bastoni tra le ruote ai sogni, ai desideri, alle voglie. È anche l’età in cui si iniziano a capire le storture del mondo, le brutture più o meno grandi di cui si è vittima, ed ecco allora che cresce dentro di sé un senso di impotenza e un senso di rabbia che non riescono ad essere sempre controllate.
Non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti, quindi si vorrebbero fare determinate cose ma non si hanno le capacità o, peggio, non si ha il permesso per farle. Si vorrebbe ribaltare il mondo! Ma non è consentito.

Ecco, per me Bestiario è una sorta di sfogo a questa rabbia, a questo desiderio.
Per me Bestiario è la possibilità di ribaltarlo, questo mondo.

Il racconto non è mai crudo e anzi è piuttosto delicato nel suo incedere tra giornate di caldo e catture di formiche e giochi con la palla. Ma in quell’idillio piano piano emerge il losco figuro, la bruttura del mondo, che si accanisce su chi non lo merita, su chi è debole, su chi non può difendersi.
Alla fine, però, c’è la vendetta. C’è lo sfogo a tutte queste ingiustizie e ci scappa un sorriso di, non dico approvazione, ma almeno di appagamento nei confronti di chi è stato capace di rimettere le cose a posto.

Bestiario però è anche un grande esercizio di concentrazione.
A differenza de La Vedova e il Pappagallo, questa non è una storia pensata per ragazzini e non si rende semplice. Racchiude anzi alcuni elementi chiave della narrazione breve, ovvero la richiesta di grande attenzione da parte del lettore, che deve leggere tentando di cogliere più particolari possibili e, sempre al lettore, viene chiesta molta fiducia, perché in un racconto come questo l’appagamento avviene solo quando si raggiungono le ultime righe. Perché il bello dei racconti è anche questo, e cioè che alcuni elementi che non si riuscivano a collocare durante la lettura, improvvisamente hanno senso non appena si conclude e tutto viene visto in un’ottica diversa. Allora ti porta a pensare e a porti domande: “ma quindi questo era lì per tal motivo? Ma è stata davvero lei? Ma quindi sapeva? Ma quindi avevo capito giusto? Ah, ma allora era come supponevo!”

Che poi sono queste le cose importanti, no? I veri regali che la letteratura sa fare: le domande.

E di domande, a voler insistere, ce ne sarebbero tante da fare. Chi è davvero il Nene? E perché si comportava in quel modo? E cosa ci faceva la tigre, lì? E questa vendetta finale, se davvero vendetta è stata, è giusta?

Ah, le domande! Leggete questo bel racconto e poi ditemi che domande vi siete posti a lettura ultimata.

***

Bestiario, all’interno di Bestiario, di Julio Cortázar
Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto
156 pagine, 11,00 €, Einaudi