Siamo solo corpi?

Siamo solo corpi?

È una domanda che potremmo (dovremmo?) porci spesso. Perché il corpo, e l’idea di corpo, e l’impressione che un corpo ci suscita ha raggiunto un’importanza tale, nella nostra società, che risulta impossibile fare a meno di farci i conti. Siamo sommersi da immagini di corpi, da lotte sociali che ruotano attorno ai corpi, da prodotti per i corpi, da filmati di corpi. Il corpo è il nostro biglietto da visita per il mondo, per chi ci sta attorno, ed è quindi normale volersene prendere cura. Ma cosa succede se il corpo prende il sopravvento su quello che siamo davvero?

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Alexandra Kleeman sembra, in qualche modo, voler esplorare questo concetto, e lo fa portando all’estremo alcune situazioni che potremmo definire quotidiane.
A, la protagonista, vive infatti con una coinquilina, ha un suo lavoro da correttrice e anche una relazione sentimentale con C. Solo che B è una persona che definire particolare è poco e che vorrebbe essere come A, e C  è uno che guarda sempre la tv e in particolar modo  programmi ‘estremi’, dove con estremi intendo programmi che estremizzano alcune cose della vita rendendo una vita normale troppo lontana da quegli ideali, come documentari con squali famelici, reality show con conseguenze irrimediabili e porno.

In tutto questo, il corpo è centrale.
In queste pagine si parla molto di cibo e di trucchi, entrambe cose che vanno a modificare la nostra ‘apparenza’, ma anche di tv e di programmi televisivi e pubblicità che con il corpo giocano. Ma il corpo è solo una chiave di accesso per giungere a parlare di un problema molto più ampio: l’identità.

Il problema di A, infatti, è che lei avverte che qualcosa non sta funzionando tra lei e la sua identità.

La bomba viene innescata da B che vuole essere come lei e che con la sua presenza inquietante e disturbante riesce, in qualche modo, ad assoggettarla. A incomincia a vivere in funzione di B. Si accorge che c’è qualcosa che non funziona, ma se B le propone un ghiacciolo, lei mangia un ghiacciolo anche se ha fame. Se B le ruba il letto, lei va a dormire nel letto di B. E mentre succede questo, a diventa un po’ più come B, e B diventa un po’ più come A.

Anche C però, l’elemento che apparentemente differenzia A da B, che le rende diverse e lontane, contribuisce a questo ‘dissolvimento’ della persona.
Per lui A e B sono potenzialmente intercambiabili. Lui parla puramente di aspetto fisico (e già questo potrebbe risultare abbastanza straziante), ma la verità è che per C chiunque potrebbe prendere il posto di A, perché il loro essere coppia si basa su azioni meccaniche e non sui sentimenti. Le uniche cose che fanno insieme C e A sono guardare la tv, far il bucato, guardare la tv, fare sesso guardando la tv, guardare la tv.

Le persone sono creature fragili: esistono solo se osservate da una certa prospettiva e a una certa distanza. Se sbagli posizione potresti perderle di vista completamente.

Ma A ha qualcosa che si rompe. A un certo punto questo triangolo si incrina e A entra in una sorta di setta che ha il fine ultimo quello di ‘purificare’ le persone, rendendole luce. Ma per diventare luce si deve annullare se stessi. Tutti devono indossare un lenzuolo bianco e basta. Tutti devono mangiare le Kandy Kake, delle merendine considerate l’unico cibo puro rimasto. Tutti devono dimenticare chi sono, il loro passato… Come a dire che se si vuole essere qualcosa di buono bisogna non essere niente.

Ecco allora che Il corpo che vuoi diventa una riflessione su chi siamo davvero. E su chi vogliamo essere.

Non vorresti sentirti tutt’uno con te stessa? Essere anche tu padrona di te? Sapere una volta tanto con assoluta certezza quando respiri, quando mangi, se tu a respirare e mangiare? Che tu sei tu e nessun altro?

Il titolo originale del romanzo è You too can have a body like mine, ossia “anche tu puoi avere un corpo come il mio”, come a dire che, in fondo, se proprio volessimo, tutti potremmo avere lo stesso corpo.
Ma se tutti possiamo avere lo stesso corpo, cosa ci distingue gli uni dagli altri? E cosa può renderci desiderabili o ripugnanti? O felici o infelici? O da amare o da odiare?

Viviamo in correlazione con gli altri.
È impossibile uscirne davvero perché viviamo in una società dove tutti si formano un’immagine di noi. Ma il punto è: voglio finire vittima di quell’immagine? E posso non rimanere schiacciato? Quanto ho paura di  rompere l’immagine che gli altri hanno di me?
Perché il problema, poi, è tutto qui: la paura di rimanere soli.
Mi faccio andar bene lo schifoso hot-dog della lavanderia pur stare con te? Oppure rischio di dire la mia e se non ci vedremo più pazienza? Perché se curiamo così tanto la nostra immagine, è per paura che questa non combaci con  l’immagine che gli altri hanno di noi.

B non capisce che quando hai una faccia il vero pericolo è mostrarla, non perderla. Vederla replicata in quelle intorno, assorbita da altre persone.

Quindi le scelte possono essere due: diventare, consapevolmente o meno, membri della setta che vuole annullare la tua identità (una scelta che a volte potrebbe apparire semplice, tanto che A vorrà non essere nulla, perché le toglierebbe molti problemi), oppure diventare se stessi.

In somma, anche tu puoi avere un corpo come il mio, ma ti basta un corpo per vivere bene?

Forse è questo il segreto della felicità, penso, non avere responsabilità verso se stessi.

Il corpo che vuoi
di Alexandra Kleeman
Traduzione di Sara Reggiani
304 pagine, 15,00 €, Edizioni Black Coffee

Viaggiando con Caden

Mi sono avvicinato a Il viaggio di Caden senza ben sapere cosa stavo per leggere. Questo perché mi era stato sufficiente vedere quel Neal Shusterman in copertina per capire, fin da subito, che quella storia dovevo affrontarla per forza. L’autore mi era infatti piaciuto in Unwind, e mi aveva poi colpito con la sua forza e le sue idee geniali con la trilogia di Everlost. Quindi non potevo far altro che leggere anche questo.

È stato per me un bene non sapere di cosa parlasse esattamente il libro, perché in questo modo ho potuto vivere la storia di Caden con la stessa paura e la stessa foga con cui la vivono i suoi genitori, in un certo senso, e questa empatia mi ha saputo donare molte cose. Alcune molto tristi, è vero, ma sicuramente necessarie.

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Presumo però, che per non rimanere completamente sconvolti dal romanzo, qualcosa sia giusto aver presente. Il viaggio di Caden è infatti un young adult che tratta di malattia mentale.

Quello che mi ha colpito è che sembra quasi (forse a causa dei miei ricordi legati alle precedenti opere di Shusterman) un romanzo fantasy.
C’è questo ragazzino, Caden, che ha una vita normale che a un tratto inizia a perdere di nitidezza. I capitoli legati alla sua quotidianità vengono alternati con altri indubbiamente onirici in cui Caden viaggia su di una nave alla ricerca della fossa delle Marianne. Subito non si capisce bene dove si stia andando a parare. Potrebbe quasi sembrare che Caden altro non sia che un qualche viaggiatore dei sogni, oppure un ragazzino speciale che sta per affrontare la sfida più difficile della sua vita, una sfida che riguarda non solo lui ma tutto il mondo, e che se risulta strambo a scuola è solo perché ha questo enorme peso sulle spalle.

Poi arriva la realtà, che per qualche aspetto non è meno fantastica delle vicende oniriche.
Caden ha una malattia mentale.
Non è un novello Harry Potter o un giovane Superman. È un ragazzino come tanti, affetto da qualcosa che, sì, in effetti gli pesa immensamente sulle spalle e che, sì, costituirà la sfida più difficile della sua vita e la cui riuscita coinvolgerà anche la visione che Caden ha del mondo che lo circonda.

Ecco allora che per il lettore questa alternanza tra onirico e reale assume significati che prima si ignoravano e diventa simbolo di una lotta continua per ritrovare una normalità che non esiste più, che forse non esisterà mai.

Shusterman ha scritto un romanzo molto ambizioso e molto coraggioso.
Essendo padre di un ragazzo che, come Caden, ha problemi mentali, ha sentito l’esigenza di raccontare una storia che potesse non spiegare, ma dare sostegno a chi vive una condizione simile e che mostrasse un lato della realtà che a molte persone sfugge.

Non lo nascondo, non è stato facile continuare la lettura, e questo per due motivi: il primo è che l’alternanza tra realtà e ‘sogno’, in un primo momento, risulta difficile seguire. E poi perché, una volta che questo dualismo viene capito per quello che è in realtà, la storia assume una connotazione effettivamente triste e dura che forse non si è mai pronti a vivere davvero.
Poi, però, qualcosa sembra risollevarsi e tu ti ritrovi a lottare assieme a Caden, con una energia che non avevi all’inizio del racconto, contro mostri spaventosi e pappagalli petulanti, ma anche contro medicinali e solitudini e incomprensioni.
E quando concludi questa lettura che è, a tutti gli effetti, un grande viaggio, ti senti vittorioso. Non è (non può essere) una vittoria assoluta. Eppure tu ti senti contento.

Il viaggio di Caden non è, insomma, una lettura facile. Probabilmente non è nemmeno una lettura per tutti. Eppure credo che sappia donare alcune cose che non si possono trovare in altre storie: parlo di alcuni momenti di forte empatia, alcune scosse di grande forza, il senso di coraggio nell’affrontare anche le cose più piccole… è un libro che in qualche modo spinge a ripensarti.

Potrei poi aggiungere che, in quanto genitore, ho ricevuto da questo romanzo alcuni input devastanti, ma credo sia meglio non parlarne e consigliare piuttosto la lettura del romanzo anche a chi, come me, ha un pupo a riempirgli le giornate.

Concludo confermando che Shusterman è un grande autore che meriterebbe molta più attenzione, almeno dalle nostre parti. Sono quindi felicissimo che Il Castoro abbia deciso di regalarci questo romanzo così particolare e così viscerale.

Uccidere con filosofia

Billy è un orfano. I suoi genitori hippie sono morti quando era piccolo ed è stato allevato dagli zii, che lo hanno cresciuto a pane e filosofia, per poi farlo entrare nell’azienda di famiglia, un’azienda un po’ particolare i cui ‘impiegati’ sono assassini di assassini.

Tra flashback e contemporaneità, il libro ci regala una sorta di racconto on the road che attraversa anni e crimini e deserti per giungere a una Las Vegas solo apparentemente luccicante e a un finale… al sangue.

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Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo romanzo. Sembra voler raccontare una storia bizzarra, con un protagonista atipico e un autore misterioso, ma poi mi sono lasciato trasportare dalle pagine, dalle parole, dai pensieri e ho scoperto che il libro, in verità, racconta il contrario di quello che uno sarebbe portato a pensare.

Billy dovrebbe essere il pazzo che si aggira in un mondo normale. È lui che fa un mestiere poco ortodosso, il killer. È lui che ha una vita particolare. È lui che ascolta le storie di ogni sua vittima, prima di premere il grilletto. Gli altri, invece, conducono le loro normali vie tranquille.

E invece no. Non è così.
Billy è la persona più ‘normale’ di tutte (anche il nome, in fondo, fa pensare alla normalità). È un uomo apparentemente distinto, intelligente, piuttosto colto, che sa esprimersi bene, che sa capire quello che gli viene detto. È uno a cui piace la filosofia, che si fa domande, che ragiona, che non si preclude nessuna risposta, ma semplicemente vuole pensare prima di proferire parola.

Tutti gli altri, invece, sono bizzarri. È bizzarro il venditore di auto, lo sono i giocatori di bingo, lo è l’amico e collega Whiplash e pure il suo ‘autista’. È bizzarro l’imitatore di Elvis.
In somma, il killer, il ‘cattivo’, quello che dovrebbe fare le cose strane è la persona (senza contare lo zio, ma è più una figura esterna che un protagonista) più sensata di tutte, quella a cui uno potrebbe (dovrebbe?) aspirare.

Ecco allora che Billy diventa uno specchio magico, una lente che ingrandisce quello che ci circonda. Forse lo estremizza un po’, ma allo stesso tempo sembra dire: non giudicare mai. Pensa. Analizza. Non essere sicuro delle tue idee, sii aperto al cambiamento di prospettiva. Perché tutti quelli che sono mentalmente immobili, qui, sono esseri grotteschi. Chiunque abbia una precisa idea e non sia disposto a parlarne, a pensarci su, risulta una caricatura. Ogni uomo che crede di sapere dove si andrà, cosa c’è da fare, come bisogna pensare, qui diventa il mostro.

Magari mi sbaglio. Magari sono stato abbagliato dalla periferia povera e lurida di Vegas. Ma penso che questo libro sia un grande inno al pensiero, alla mente al lavoro, e c’è qualcosa di più inneggiante al libero pensiero di un finale che ti farà scervellare in eterno?

Billy
di Einzlkind
Traduzione di Franco Filice
257 pagine, 16,50 €, Nottetempo

Agnelli

Lamb.
Agnello.
E quindi anche ingenuo. Credulone.

Ma anche partorire. In qualche modo.

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Ho esordito così, per parlare di questo romanzo, perché l’ambiguità è la pietra fondante di tutta la storia, il velo attraverso il quale noi possiamo ammirare tutta la scena, avendo sempre il dubbio circa il cosa stia succedendo davvero.

Il protagonista è David Lamb, dal cui cognome il libro prende appunto il titolo. Questo signore sta avendo una sorta di crisi esistenziale: è morto suo padre, il suo matrimonio è finito e una nuova relazione sul posto di lavoro lo ha portato a una vacanza obbligata.
Poi però incontra una ragazzina, Tommie, di undici anni. Succede per caso, per via di una sorta di scherzo che Tommie e le sue perfide amiche stavano facendo, ma Lamb rimane affascinato, per qualche ragione, da questa giovanissima donna, da questa creatura ancora da sbocciare.
Ne nasce un’amicizia ovviamente bizzarra, che culmina con la fuga insieme.

Ambiguità, dicevo.
L’ambiguità sta nascosta già nel titolo, perché si è portati a pensare che il riferimento sia, appunto, a David. Ma credo che stia a indicare anche Tommie, che è un agnellino caduto nelle grinfie di un… di un cosa? Perché questo è un altro punto interessante: David è il lupo della situazione? Oppure è solo una persona caduta nella parte difficile della vita? Un uomo che ha perso la direzione?
E che rapporto nasce tra i due? Amicizia? Padre-figlia? Amore? Relazione sessuale? Morbosità? Ossessione?

È un romanzo estremamente affascinante, questo di Bonnie Nadzam.
Ti mostra tutto quello che succede, ogni cosa, eppure tu non capisci mai perfettamente. Hai sempre qualche dubbio. Ci sono situazioni estremamente ambigue, altre incredibilmente toccanti… ma cosa prevale? Cosa sta succedendo veramente? Cosa pensano davvero i due protagonisti?

La Nadzam ha creato un qualcosa di davvero interessante. Non gioca mai sporco, anzi, mette tutte le informazioni alla luce del sole, eppure ti sembra di vivere perennemente nell’ombra e non capisci se quello che hai intuito era un gioco di luci e un’azione vera.

E per ovvie ragioni ti viene poi da pensare: quanto di quello che io vedo nella realtà è reale? Quanto solo un’ombra che gioca con la mia mente?
Perché, diciamocelo, giudicare a volte è facilissimo. Stabilire cosa sia davvero successo, non appena un telegiornale da una mezza notizia, ci risulta così immediato che dovremmo spaventarci di questa rapidità di scelta, di questa agilità nel dare per scontate mille cose. Eppure continuiamo a farlo. Tutti noi.
Qui, invece, tra queste pagine, capisci che giudicare è complicatissimo. Stabilire cosa stia accadendo e se ci sono davvero delle colpe è arduo e forse non è nemmeno un tuo diritto farlo.

Intendiamoci, il tema è davvero complicato e molto scabroso. Si capisce che il rapporto tra Lamb e Tommie è qualcosa che non dovrebbe esserci, che non dovrebbe realizzarsi. Eppure… eppure è complicato.
Non è che David sta semplicemente cercando una rinascita di qualche tipo? Non è che Tommie rappresenta quella figura che può rimetterlo in pace col mondo? Un qualcuno a cui donare qualcosa, qualcosa di reale, tangibile? E non è che Tommie avesse bisogno di quella vacanza per capire la sua vita quotidiana?

Non saprei. Ma se ve la sentite di affrontare un viaggio verso le Montagne Rocciose fatto di molte ombre e poche luci, di ambiguità e situazioni che corrono lungo un limite che non sai mai dire se è stato superato o no… allora dovete leggere Lamb.

Lamb
di Bonnie Nadzam
Traduzione di Leonardo Taiuti
240 pagine, 15,00 €, Edizioni Clichy

Fiabe così belle che dovete leggerle per forza

C’è qualcosa, nelle fiabe, che le rende il genere letterario perfetto.
Che poi… genere… non sono sicuro sia la parola giusta.
Di certo, però, con una fiaba si può raccontare di tutto, dai temi più abusati, come per esempio l’amore, a quelli più scabrosi (violenza, diversità, ecc.). La fiaba ha un grande pubblico, perché da bambini ci vengono lette e da grandi, forse nel tentativo di ritornare all’infanzia, in qualche modo le ricerchiamo e scopriamo che hanno ancora qualcosa da dirci. Sebbene abbia elementi che potremmo considerare fantastici, non ha le limitazioni del genere fantasy, che notoriamente viene snobbato dai lettori cosiddetti colti.
Le fiabe sono, in somma, un genere che può permettersi molte cose e che può arrivare a molte persone. Anche a chi legge pochissimo, perché contano giusto qualche pagina e quindi non hanno il tempo di farti calare la palpebra.

Pensavo a tutte queste cose una volta finito Fiabe così belle che non immaginerete mai, di Ivano Porpora.

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Il bello del libro di Porpora è che questa volta le fiabe classiche sono state lasciate fuori (a differenza del trend hollywoodiano degli ultimi anni) per lasciare spazio a fiabe esclusivamente originali. Rimangono ben presenti elementi che indubbiamente rimandano ai classici, ma allo stesso tempo ci sono talmente tante cose nuove, contemporanee (dai riferimenti, ai modi di dire, alla grande e spietata ironia) che il risultato è qualcosa di inedito, supportato da una scrittura fresca, rapida… effervescente!

Sono storie divertentissime, quelle che si leggono qui.

Sono storie profondissime, quelle che si leggono qui.

Sono storie che commuovono e fanno arrabbiare e poi rifanno ridere e rifanno piangere.

Sono storie che abbracciano così tanti temi che non si potrebbero elencare tutti, non qui, ma che potremmo riassumere con un ‘ritorno al genuino’. Se c’è infatti un tratto comune a tutte le fiabe del volume, questo mi pare possa essere identificato in una cosa che le fiabe sanno fare benissimo da sempre: mostrare l’importanza di ciò che dovrebbe esserci ovvio, ma che ovvio sembra non esserlo affatto.

Ecco allora che, mentre ci perdiamo tra cuori di pezza e abbracci lunghissimi e terre lontanissime e guerre mimate e messaggeri dalla forte iniziativa poetica e farmacisti con la fissa per il viagra, la lente di Ivano e delle sue fiabe ci mostra quello che non dovremmo dimenticare mai: dalla bellezza dei colori che ci circondano, all’importanza di un abbraccio, al divertimento di un gioco.

Perché le cose semplici vanno sempre ricordate, se non vogliamo dimenticarle.

Questo mio commento ha quindi una morale triplice, come richiede l’occasione.
Innanzitutto che questo libro bisogna leggerlo, una fiaba ogni sera, obbligatoriamente col pigiama addosso. Perché è troppo bello e quindi il dress-code, come mi viene insegnato, è essenziale.
Poi che Liberaria fa sempre libri ottimi.
E infine che, prima o poi, a ogni blogger vien voglia di imitare lo stile di un libro troppo bello da spiegare. (Vero Elisa?)

Fiabe così belle che non immaginerete mai
di Ivano Porpora
165 pagine, 15,00 €, LiberAria Editrice

Io, il Pupo e… il porcellino

A volte, leggendo un albo illustrato, mi chiedo se questo tipo di letteratura sia davvero indirizzato ai bambini, o se piuttosto non sia stato scritto per noi adulti che con i bambini c’abbiamo a che fare.
Poi ci ragiono e mi convinco che è questo che deve fare la buona letteratura per l’infanzia: essere adatta a tutte le età, saper regalare qualcosa a tutti quelli che  la leggeranno.

È così per Rompi il porcellino.

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La storia è molto semplice e adatta a bambini anche piccoli come il mio, che di anni ne ha tre. Racconta di un ragazzino che vuole a tutti i costi comprare un gioco, ma il padre vuole insegnarli il valore dei soldi e così gli prende un salvadanaio. Quando arriverà il momento di romperlo, però, il figlio non vorrà saperne di separarsi dal nuovo amico.

È una storia molto interessante che mostra come troppo spesso gli adulti diano per scontate certe idee e procedano dritti per la loro strada, senza però considerare il bambino che si ha davanti. L’intento del padre è giusto, condivisibile, ma diventa un problema quando smette di ascoltare il figlio.
Non è chiaro se sia stato compreso o no il valore dei soldi, di certo per lui quel porcellino è diventato qualcosa di importante e di fronte a certe cose, alcune idee dovrebbero piegarsi.

Allo stesso tempo è una storia delicatissima che ha al suo centro quelle amicizie magiche e misteriose che nascono tra i bambini e le cose. Quei momenti in cui un ragazzino scopre che, a volte, per salvare qualcuno bisogna rinunciarvi. Quei momenti in cui si capisce che lacrime e arrabbiature non servono a niente, e che per sconfiggere un’idea non condivisa bisogna agire, senza provare risentimento ma solo amore.

È una storia semplice, dicevo. Lineare. Corredata da illustrazioni stupende e misteriose come l’amicizia tra il bambino e il porcellino salvadanaio. Un oggetto bellissimo anche da collezionare.

Ma è nelle storie semplici che si nascondono i messaggi più forti, e il messaggio, qui, è che a volte non si può guardare solo con gli occhi, a volte bisogna guardare con il cuore.

 

Rompi il porcellino
di Etgar Keret
Illustrazioni di David Polonsky
Traduzione di Gil Mor
32 pagine, 15,00 €, Feltrinelli

L’arte di non rispondere

La resistenza del maschio inizia con un incidente.
Un’auto esce di strada e ci sono due testimoni: l’Uomo, ovvero il protagonista del romanzo, e una prostituta.
Quando l’Uomo ritorna a casa, la moglie gli fa presente di essere rientrato molto tardi. Lui allora racconta dell’incidente, lei non ci crede, lui estrae il verbale della polizia per dimostrare di aver detto la verità, che non si tratta di una scusa, ma così facendo lei vede il nome della prostituta e lo accusa (anche) di andare a puttane. Qui succede un breve battibecco, poi il silenzio.

Una volta letta questa scena ho chiesto a mia moglie cos’avrebbe pensato lei. Cioè, se io fossi tornato a casa in ritardo, con un verbale di un incidente in cui i due unici testimoni siamo io e una prostituta, che idea si sarebbe fatta? Perché, diciamocelo… pensar male è davvero facile.
Mia moglie mi ha risposto, con nonchalance: “Basterebbe che tu rispondessi alle mie domande.”

È vero. Potrebbe avermi risposto così giusto per fare la carina e non dirmi che avrebbe avuto delle difficoltà a credermi. Ma è anche vero che la sua reazione mi ha colto impreparato. Non avevo pensato a Questa risposta, perché la scena mi ha portato a concentrarmi su altro. Sebbene ci troviamo infatti ancora all’inizio della vicenda, risulta subito chiaro che questa coppia ha qualcosa che non va, che non sta funzionando, e io ero rimasto troppo invischiato nella lotta tra i due, fatta di accuse e silenzi, per rendermi conto che probabilmente mia moglie ha ragione: basterebbe, una volta tanto, rispondere.

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La resistenza del maschio, sebbene si concentri sulla vita di quest’uomo, ci mostra in verità diversi tipi di coppie, o non-coppie. Alcune solo di sfuggita, altre più approfonditamente. Tutte con dei problemi.
Non esiste una coppia felice, o almeno contenta. Non esiste una coppia, a dire il vero.
A tratti sembra che sia un problema dell’epoca moderna, a tratti sembra che sia così e basta.

C’è la relazione principale dell’Uomo con la Donna, con lei che vuole un figlio a tutti i costi e un lui che no, non ora, pensiamoci, vedremo, ecc. C’è poi il Maschio che intreccia un rapporto strano con la donna dell’incidente, ovvero una sorta di conversazione tramite telefono che trova un limitatissimo riscontro nella vita reale. E poi le mille relazioni naufragate, più quella con l’uomo del caffè, di una terza donna che incontreremo in una sala d’aspetto, dove si capirà che tutto può legarsi, annodarsi assieme. E poi c’è la figura del ginecologo, che meriterebbe un discorso a parte.
Tutte storie che non portano a nulla, in verità. Tutte storie che non riescono a trovare una consistenza da poter definire con aggettivi positivi.

E allora ecco che mi ritorna la risposta datami da mia moglie: “Basterebbe che tu rispondessi alle mie domande.”
Mi chiedo se il problema di queste coppie in disfacimento che si alternano nel libro non sia altro che la mancanza di risposte.
Perché se ci fossero risposte chiare alla domanda “Perché vuoi un figlio?” o a “Perché non lo vuoi?” non sarebbe tutto diverso? Se qualcuno riuscisse davvero a rispondere a una domanda fatta tramite sms dove si chiede “Perché non vuoi che ci vediamo?” non finirebbe tutto in un modo differente?

La resistenza del maschio sembra dunque una resistenza a dare risposte chiare.
E, forse, la resistenza della femmina sta nel non voler porre le domande giuste.
Entrambi si concentrano su se stessi.

Manca la comunicazione. Manca la chiacchiera che non sia semplicemente un resoconto della giornata di lavoro, o l’erudita spiegazione di un quadro, o la continua richiesta di qualcosa. Manca la comunicazione che non sia solo rabbia, o solo caffè, o solo silenzi.

Poi, certo, ci sono anche altri ‘problemi’.
C’è l’Uomo che misura tutto perché vuole conoscere lo spazio in cui si trova, vuole capirlo per potersi regolare di conseguenza. Ma nel rapporto con gli altri le misure non valgono, le misure sono relative. Le misure sbagliano.
C’è la Donna che conosce l’infanzia problematica di suo marito, ma si ostina a voler un bambino a tutti i costi, e non le interessa altro. (E mi chiedo se l’arrivo di un vero bambino le farebbe poi bene).
C’è Effe che è stata vittima di un incidente dalle cause dubbie.
C’è un medico che è rimasto un adolescente con gli ormoni in subbuglio.

Ma non abbiamo tutti noi i nostri problemi? Non siamo noi tutti vittime dei nostri passati, delle nostre idee, dei nostri sogni e progetti?
Mi richiedo, allora: se riuscissimo a parlarci, a farci delle domande e a rispondere, non riusciremmo, in qualche modo, a mitigare questi nostri problemi? A condividerli, a dividerli, e quindi a sopportarli meglio? E così facendo, non potremmo alla fine concentrarci su altro? Su un progetto nuovo, diverso?

Non basterebbe, insomma, almeno una volta, rispondere con sincerità a una domanda, per vivere meglio?

La resistenza del maschio
di Elisabetta Bucciarelli
240 pagine, 11,05 €, NN Editore