Felicità vulnerabili

È questo che secondo me la letteratura realista può dare, tra tante altre cose, ai suoi lettori. Non già la famosa tranche de vie, la “fetta di vita”, come volevano i naturalisti francesi, non già questo realismo che consiste semplicemente nel porre uno specchio tipografico davanti alle cose che possiamo vedere lo stesso – o addirittura meglio – tutti i giorni per strada, bensì quest’alchimia profonda che, mostrando la realtà così com’è, senza tradirla, senza deformarla, permette di vedere le cause soggiacenti, i motori profondi, le ragioni che portano gli uomini a essere come sono o come non sono.

Lo diceva Julio Cortázar in una delle sue lezioni all’università della California, a Berkley. E sì, è il secondo post di fila in cui cito l’autore argentino e no, non credo mi fermerò qui. Il fatto è che il buon Julio, da sapiente autore di racconti qual è, aveva capito alcune di quelle leggi non scritte che rendono un racconto un buon racconto. O almeno così la penso io.

Vite vulnerabili di Pablo Simonettti, autore cileno, quindi sudamericano proprio come Cortázar (sebbene, come detto da molti, abbia una scrittura poco ispanoamericana), è stata un’ulteriore conferma alla citazione iniziale.
Il buon racconto realista non è uno specchio ma qualcosa di più profondo.
Le storie di Simonetti non sono fotografie in posa, ma scatti ‘naturali’ eseguiti da un fotografo tra la folla. Per citare ancora una volta Julio, stavolta con parole tutte mie, queste foto ci lasciano pensare a cosa c’è stato prima e a cosa ci sarà dopo, a come siano giunti qui, ora, questi personaggi e dove stanno andando. Vogliono lasciarti intuire (perché non dicono mai, ma lasciano intuizioni) cosa c’è sotto.

E cosa c’è sotto?
Simonetti, parlando di questa sua prima raccolta, dice:

Sono dodici storie, e solo quando le ho viste tutte insieme mi sono reso conto che avevano un unico filo conduttore, che erano legate e si univano attraverso questi personaggi, che sono tutti vulnerabili. […]
Sono storie che hanno quasi sempre a che fare con il conflitto che esiste tra chi siamo e chi vorremmo essere di fronte agli altri, o ancora chi facciamo finta di essere».

Ecco. Sì. La vulnerabilità di persone che vorrebbero essere altro o che fanno finta di fare altro. La vulnerabilità delle persone tutte, o quasi, mi verrebbe da dire.

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C’è una cosa che mi sono chiesto a fine lettura. Una domanda breve ma che può destabilizzare moltissimo: riusciamo mai a essere felici?

Me lo sono chiesto perché tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno a cui manca qualcosa per essere felice. Anzi, tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno che pensa gli manchi qualcosa per poter essere davvero felice. Perché poi il problema sta tutto lì, nel capire cioè cosa sia in grado di darci gioia e contentezza davvero.

Ma le persone tendono a perdersi in bicchieri d’acqua. E vogliono il mare.

Ecco allora che a volte ci manca qualcosa di piccolissimo, altre qualcosa di più grande. Alcune volte siamo noi a mancare il bersaglio e altre volte siamo spinti di lato dagli altri. Poco importa. Tutti, in queste storie, nella vita, cercano sempre qualcosa che li renda felici. Apparentemente senza mai riuscirci davvero. E molto spesso questi Graal della felicità sono miti, leggende che ci raccontiamo e della cui veridicità ci convinciamo senza sospettare che sono, appunto, solo altre storie. Una volta raggiunto capiremo che non era quella la felicità e ci metteremo in moto di nuovo.

Il primo racconto, Il giardino dei Boboli, che io trovo esemplare in questo senso, è perfetto per inquadrare questa ricerca infruttuosa della felicità a tutti i costi.
C’è una coppia di novelli sposi in viaggio di nozze a Firenze. Lui vuole continuare a correre da un monumento all’altro. Lei vorrebbe un po’ più di pace e serenità in compagnia di lui.
Un momento che dovrebbe essere il più ‘facile’ e felice per una coppia diventa un inferno di rabbia sottopelle, di rabbia nascosta che non riesce a sbocciare davvero ma che allo stesso tempo sciupa tutto. Ed è una rabbia causata dall’assenza di quel qualcosa capace di rendere felici i protagonisti.
Nessuno dei due desideri, in verità, porterebbe alla felicità, ma allo stesso tempo questa mancata realizzazione della propria idea, della propria visione, spezza la coppia.
Ci sarà solo un momento, alla fine, dove regnerà un qualche tipo di serenità. Non felicità, sia chiaro, ma serenità. Solo che credo si tratti di una serenità vana, destinata a distruggersi, perché il giorno dopo il continuo voler cercare che contraddistingue la razza umana ritornerà a farsi sentire.

Siamo creature inquiete. Lo siamo sempre. Abbiamo tutto ma vogliamo di più. Oppure abbiamo costruito tutto sui sogni altrui, rimanendo con niente.
Siamo sempre insoddisfatti e, per questo, vulnerabili. Perché ci muoviamo sempre senza mai fermarci. Non riusciamo a mettere radici perché vogliamo sempre un terreno più soffice, solo che questo terreno non arriva mai.

Simonetti ha una grande capacità: è un ottimo fotografo di movimenti. E questi movimenti affascinano il lettore, che rimane intrappolato tra una scrittura delicatissima e delle trame struggenti, e allo stesso tempo lo porta a farsi delle domande che non richiedono mai risposte facili. Che forse non prevedono nemmeno una risposta.

Una su tutte: quanto sono felice?

***

Vite Vulnerabili
di Pablo Simonetti
Traduzione di Francesco Verde
184 pagine, 18,00 €, Lindau

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

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#ATailOfTales: Julio Cortázar

Iniziare questa rubrica dedicata allo ‘scoprire’ autori considerati mostri sacri attraverso un loro racconto breve è stato piuttosto facile: la mia scrittrice preferita è Virginia Woolf e, guarda caso, la Woolf ha scritto giusto un paio di racconti indirizzati proprio a bambini e ragazzi. Non sono il meglio della sua produzione, però sono indirizzati a un target piuttosto giusto e offrono un modo inedito per avvicinarsi al personaggio.
Facile.

Ma quale autore trattare poi?
Ho sempre ritenuto che l’ideale fosse seguire il proprio cuore, perché sono piuttosto convinto del fatto che la passione possa trasparire e contagiare. Il problema è che spesso gli autori ‘per adulti’ hanno dato alle stampe lavori che, effettivamente, potrebbero pure scoraggiare un ragazzo che fino a due settimane prima leggeva solo Geronimo Stilton. Senza contare, poi, che non tutti i grandi autori si sono dedicati alla short-fiction.

Non lo nego, una volta considerato l’affetto, il mio cuore ha estratto piuttosto velocemente il nome di Julio Cortázar.

Quello con Julio è stato un incontro casuale, durante un gruppo di lettura online, che mi lasciò, sul momento, abbastanza perplesso. Avevamo letto Bestiario, la sua prima raccolta di racconti, e dentro ci avevo trovato grandi sorprese e alcune cose che non capivo benissimo. Però, più passavano i giorni e più pensavo a quelle creazioni, e più ci pensavo, più mi veniva da ritornarci. Ed è questo l’amore, no? Una cosa che non si capisce del tutto ma alla cui fonte non si può fare a meno di pensare costantemente.

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Tra gli aspetti che più mi piacciono di Cortázar c’è la sua capacità di creare storie surreali, fantastiche, spesso senza metterci dentro nessun elemento fantastico, ma giocando sapientemente con ‘oggetti’ reali.
Si pensi per esempio al famosissimo Casa Occupata, dove si suggerisce qualcosa, ma in verità tutto è giocato sulla suggestione, oppure ad Autostrada del Sud, dove gli automobilisti rimangono bloccati per un tempo lunghissimo nel traffico e questo provoca una serie di azioni/reazioni anche ‘tragiche’. O a quello che forse è il mio racconto preferito, Estate, dove a portare scompiglio è un cavallo, un semplice cavallo.
Certo, il buon Julio ha scritto anche cose ben più ‘fantasy’, tipo coniglietti rosa vomitati da un signore a modo, ma trovo che i suoi racconti surreali basati su elementi realissimi siano in qualche modo più interessanti, perché mostrano un talento enorme nel combinare cose apparentemente distanti al fine di realizzare un racconto dalla lama affilata.

Ma quale racconto di Cortázar suggerire? Ne ha scritti molti e molti sono ottimi. Alcuni li amo di quell’amore folle che ti porta a compiere gesti estremi (leggasi: spendere cifre folli nella sua bibliografia). Ma sarebbero stati adatti? Perché un racconto è una bestia difficile, bisogna capire bene quanto c’è scritto e aggiungerci parecchio di tuo. E Julio non è sempre immediato. Ma se non è piuttosto immediato e non ha qualcosa che potrebbe risultare in linea con un ragazzino, allora c’è il rischio di ottenere solo noia, per quanto possa essere una noia piuttosto bizzarra.

Alla fine la mia scelta è caduta su Bestiario, il racconto che da il titolo all’omonima raccolta e che ha il compito di chiuderla.

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Bestiario racconta di una ragazzina che, per l’estate, si trasferisce nella casa di amici di famiglia. È una sorta di vacanza per lei, ma allo stesso tempo non completamente disinteressata in quanto dovrà fare compagnia a un ragazzino più piccolo. Poco male, perché i due si trovano simpatici e la casa è in un bel posto e insieme combinano tante cose interessanti.

A rendere particolare il posto ci sono però due cose.
La prima è la figura del Nene, un uomo poco simpatico, poco incline alla gentilezza, anzi piuttosto scorbutico e che ha dei momenti di eccesso e ‘violenza’.
La seconda è la tigre. La tigre si aggira per la casa e la tenuta tutta e per muoversi da un posto all’altro bisogna prima essere sicuri di dove si trovi esattamente il grosso felino, in modo da non doverselo trovare davanti e correre così il rischio di venire divorati.
Mano a mano che si prosegue con la storia si capirà che il Nene, appunto, non è una bella persona (anzi, forse è lui la vera bestia del racconto visto che, tutto sommato, la tigre lascia vivere tutti in una relativa pace) e si arriverà a una conclusione che oserei etichettare come vendicativa.

Questo racconto lo trovo particolarmente adatto per i ragazzi di circa dodici-tredici anni. È l’età in cui si comincia ad avercela col mondo. I professori non capiscono, i genitori non capiscono, gli adulti non capiscono, mettono anzi i bastoni tra le ruote ai sogni, ai desideri, alle voglie. È anche l’età in cui si iniziano a capire le storture del mondo, le brutture più o meno grandi di cui si è vittima, ed ecco allora che cresce dentro di sé un senso di impotenza e un senso di rabbia che non riescono ad essere sempre controllate.
Non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti, quindi si vorrebbero fare determinate cose ma non si hanno le capacità o, peggio, non si ha il permesso per farle. Si vorrebbe ribaltare il mondo! Ma non è consentito.

Ecco, per me Bestiario è una sorta di sfogo a questa rabbia, a questo desiderio.
Per me Bestiario è la possibilità di ribaltarlo, questo mondo.

Il racconto non è mai crudo e anzi è piuttosto delicato nel suo incedere tra giornate di caldo e catture di formiche e giochi con la palla. Ma in quell’idillio piano piano emerge il losco figuro, la bruttura del mondo, che si accanisce su chi non lo merita, su chi è debole, su chi non può difendersi.
Alla fine, però, c’è la vendetta. C’è lo sfogo a tutte queste ingiustizie e ci scappa un sorriso di, non dico approvazione, ma almeno di appagamento nei confronti di chi è stato capace di rimettere le cose a posto.

Bestiario però è anche un grande esercizio di concentrazione.
A differenza de La Vedova e il Pappagallo, questa non è una storia pensata per ragazzini e non si rende semplice. Racchiude anzi alcuni elementi chiave della narrazione breve, ovvero la richiesta di grande attenzione da parte del lettore, che deve leggere tentando di cogliere più particolari possibili e, sempre al lettore, viene chiesta molta fiducia, perché in un racconto come questo l’appagamento avviene solo quando si raggiungono le ultime righe. Perché il bello dei racconti è anche questo, e cioè che alcuni elementi che non si riuscivano a collocare durante la lettura, improvvisamente hanno senso non appena si conclude e tutto viene visto in un’ottica diversa. Allora ti porta a pensare e a porti domande: “ma quindi questo era lì per tal motivo? Ma è stata davvero lei? Ma quindi sapeva? Ma quindi avevo capito giusto? Ah, ma allora era come supponevo!”

Che poi sono queste le cose importanti, no? I veri regali che la letteratura sa fare: le domande.

E di domande, a voler insistere, ce ne sarebbero tante da fare. Chi è davvero il Nene? E perché si comportava in quel modo? E cosa ci faceva la tigre, lì? E questa vendetta finale, se davvero vendetta è stata, è giusta?

Ah, le domande! Leggete questo bel racconto e poi ditemi che domande vi siete posti a lettura ultimata.

***

Bestiario, all’interno di Bestiario, di Julio Cortázar
Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto
156 pagine, 11,00 €, Einaudi

Isole e desideri che si avverano

Ho un vizio. Se in un libro che mi è piaciuto particolarmente vengono citati altri libri, io devo averli. Credo che sia un processo comune a molti lettori, si tende a trasportare il gusto della lettura in corso ai titoli che in quella lettura vengono menzionati. Una sorta di trasporto affettivo che si spera venga poi ripagato.

In questo particolare caso, la colpa va data a L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjöberg, che cita L’uomo che amava le isole di D. H. Lawrence. Un titolo che ho trovato curioso e la cui storia mi ha affascinato.
Ho faticato un po’ per riuscire a leggerlo perché in un primo momento non era disponibile, poi è stato ripubblicato in un’antologia che io, pigramente, non ho recuperato e ora, finalmente, viene riproposto in solitaria, da Lindau.

È stata una lettura inaspettata.

Conoscevo a grandi linee la storia, ma quella che mi sono ritrovato davanti si è rivelata più una sorta di fiaba, con tutti i pregi e i limiti del caso, che un racconto vero e proprio. Una storiella veloce, divisa in tre scene, che veicola un messaggio senza nascondercelo, raccontandoci di un uomo che cerca di ‘costruirsi’ un’isola ideale, ma nessuna sembra davvero soddisfarlo (o assecondarlo) salvo la terza, dove si troverà in completa solitudine e dove tutto capitolerà.

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Sembra che Lawrence fosse affascinato dalle isole.
Ha vissuto, per esempio, in Sicilia per circa un anno, e ha visitato la Sardegna e lo Sri Lanka. Molte altre isole appaiono poi nella sua narrativa, isole geografiche ovviamente, ma anche luoghi di isolamento, e spesso come una sorta di luogo dove raggiungere, e magari vivere, un qualche assoluto che inevitabilmente si concluderà malamente.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, Lawrence penserà addirittura di fondare una sorta di isola, Rananim, un’utopia, un’isola benedetta, una comunità per pochi, proprio come i luoghi de L’uomo che amava le isole. L’autore vedeva infatti la fuga come unica salvezza possibile da quell’Europa devastata dagli scontri bellici, e il fallimento di questo suo progetto sembra aver molto ispirato il racconto e infatti, in una sua lettera del 7 novembre 1916 indirizzata all’amico Samuel Koteliansky, già si intravede quello che sarà poi il finale del racconto: “my Rananim, my Florida idea, was the true one. Only the people were wrong. But to go to Rananim, without the people is right, for me, and ultimately, I hope for you.”

In qualche modo L’uomo che amava le isole è proprio la conclusione di questo progetto, una sorta di manifesto, di epitaffio, che sancisce la morte di Rananim e del progetto utopico.
Lawrence concepisce infatti questo ‘luogo speciale’ sempre lontano dalla civiltà, in luoghi selvaggi, dove l’uomo deve tornare in qualche modo primitivo. Solo che, costantemente, l’uomo fallisce. L’utopia fallisce. È il suo destino.

È un fallimento graduale e non previsto dal protagonista, comunque, che comincia la sua avventura acquistando un’isola che include anche degli isolani, scelti per servire al padrone, quindi tuttofare, contadini, governante, ecc. Solo che la sua idea di isolamento è qui alterata dalle ‘troppe’ persone e dal fato avverso, dalla natura che si impone con prepotenza e dalle risorse economiche che scarseggiano.
Quindi si passa a una seconda isola.

La seconda isola è più piccola e gli abitanti si contano sulle dita di una mano. Ma anche qui non tutto sembra funzionare come il protagonista vorrebbe e si passa a una terza proprietà, un isolotto più lontano e disperso, un punto e basta, brullo e piatto.

Ogni isola è ridotta rispetto alla precedente. Ridotta non solo in termini di dimensioni, ma anche di materiale che ‘contiene’, sia esso umano o naturale. Ogni isola è più scarna, più primitiva, meno ricca, così come ad ogni isola corrisponde un protagonista che tenta di allontanarsi sempre più dal resto dell’umanità.

Alla fine l’isola scomparirà del tutto, sotto uno strato di neve. Anche l’idea, quindi, non esiste più. Non esiste più niente, solo il bianco infinito dove terra e mare si confondono in un’unica superficie inospitale e apparentemente infinita.
L’idea iniziale e la realtà, insomma, non coincidono. Più il protagonista pensa di avvicinarsi alla vera essenza della sua idea di isola, e più l’isola stessa scompare. Anche la parola stessa, isola, appare moltissime volte nel testo, ma le sue apparizioni diminuiscono mano a mano che ci si sposta verso la terza proprietà. Si arriva, in pratica, a decostruire l’idea stessa di isola, sebbene all’inizio del testo ci si chieda cosa sia un’isola.

A fine lettura viene spontaneo pensare a quel modo di dire che fa: attento a quello che desideri perché potrebbe avverarsi. È un po’ quello che succede al protagonista del racconto. Lui vuole isolarsi dal mondo e finisce col rimanere completamente solo e quasi estraneo alla stessa umanità, abbandonato anche dal suo corpo e oppresso dalla natura.

Ma non si tratta solo di decostruire un sogno, un progetto, ma anche il modo in cui sogniamo, secondo me.
Perché il problema è che a volte ci ostiniamo troppo.
Abbiamo un’idea in testa, un’idealizzazione di qualcosa, e lottiamo così alacremente per concretizzarla, che alla fine nemmeno ci accorgiamo di non volerlo fare più. Siamo così immersi nella marcia verso la meta finale, che non ci accorgiamo delle cose belle che incontriamo lungo la via. Il proprietario delle isole, per esempio, potrebbe decidere di fermarsi alla seconda isola, più ‘stabile’ della prima, dove potrebbe perfino condurre un tipo di esistenza piacevole, ma lui ha questo tarlo in testa, questa paura, quasi, di abbandonare il suo progetto e di attaccarsi ad altro, che si ostina a continuare la sua ricerca.

Siamo vittime di noi stessi? Dei nostri sogni? Dei nostri modi di pensare?
Stiamo cercando isole in cui moriremo o stiamo cercando la felicità? Perché forse il problema è tutto qui: spostiamo il nostro sguardo dallo scopo della nostra ricerca (fare qualcosa che ci renda contenti) alla ricerca stessa, non capendo che una ricerca può essere interrotta.
E forse potrebbe volerci una ‘fiaba’ come questa per comprenderlo.

***

Bibliografia:

La paura del bianco

Forse l’ho già raccontato altre volte. Probabilmente sì, perché sono uno che si ripete e si scorda di essersi già ripetuto all’infinito, uno che tende a dire e ridire le stesse quattro cose ogni tot. di tempo.

Dicevo… forse l’ho già raccontato altre volte che Moby Dick è un peso che mi sta qui, ma qui non ad altezza petto, ma ad altezza gola, incastrato appena sotto il pomo d’Adamo.
Questo perché quando quella famosa volta feci la scommessa con mia madre, uno dei tre libri che mi ero ripromesso di leggere (e quello che poi non finii) era proprio il capolavoro di Melville. Avevo dodici anni e l’edizione Mille Lire e troppe pagine e mi arenai.
Lo ammetto, fu una scelta piuttosto sciocca, la mia, ma quel libro ancora oggi, se lo riprendo in mano, anche in edizioni esteticamente più fini, non riesco a leggerlo, non riesco ad andare oltre le prime cento pagine.

Ora, però, credo di aver trovato il rimedio.

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Ho letto Moby Dick e altri racconti brevi e ho riso come un matto.

Non è propriamente una raccolta di racconti, ma più un insieme di pensieri, riflessioni, episodi, tutti accomunati da un continuo e divertente e intelligente riferimento ai classici della letteratura e del cinema, più qualche concessione ad alcuni titoli che mi auguro non diventino classici (leggasi Cinquanta sfumature di grigio).

Al di là della grande ammirazione che non si può fare a meno di provare nei confronti dell’autore, che si rivela essere un grande conoscitore di queste opere, c’è da dire che questo libro può essere usato in molti modi. Ve ne indico qualcuno:

  • Antidoto contro la tristezza: mi sembra chiaro, no? L’ho detto all’inizio che ho riso come un matto. Perché Alessandro Sesto prende questi classici e li trasporta nella quotidianità contemporanea, e ne prende dei frammenti, dei particolari, o dei momenti interi e li ribalta, li mostra sotto luci diverse, dai colori più sgargianti, e tu non puoi fare a meno di ridere. Ridere di cose che non ti eri accorto, ridere di cose fin troppo serie, ridere perché quella cosa lì l’avevi pensata pure tu. Ridere perché ridere è bello.
  • Manuale alternativo per lo studio dei classici: l’ho pensato subito. Appena leggerò o rileggerò uno dei classici citati (leggasi Moby Dick, tentativo numero 250) dovrò tenermi vicino quest’opera. E mentre andrò a caccia di quella cavolo di balena bianca, o mentre starò leggendo La fiera della vanità, o i Fratelli Karamazov, mi metterò a spulciare pure il libro di Sesto, per capire cose che da solo non capirei. Cose non necessariamente eclatanti, ma che possono mettere tutto su un piano diverso.
  • Far ridere la moglie mentre il pupo ti dorme accanto: vi consiglio però di farlo col silenziatore, che a ridere troppo forte il pupo appena addormentato si sveglia.
  • Scoprire una nuova realtà editoriale: è infatti il primo titolo targato Gorilla Sapiens che leggo e mi sono reso conto che a pubblicare un libro così possono essere solo persone belle e brave e che hanno un’idea chiara in testa. Quindi ho già lì pronto un altro titolo gorilloso che ci lascia intuire la genialità e la serietà di queste persone: Un tebbirile intanchesimo.

Sì, insomma… questo libro è davvero bello. Perché riesce, contemporaneamente, a prendere sul serio e a dissacrare tutto quello che viene citato, più la vita che viviamo. Perché in fondo si può, e si deve, riuscire a scherzare su tutto, tenendo però ben in mente che certe cose sono più vere di altre, che certi titoli sono più titoli di altri, che tutte le vite sono storie e che in ogni libro ci siamo dentro pure noi.

Moby Dick e altri racconti brevi
di Alessandro Sesto
164 pagine, 12,90 €, Gorilla Sapiens Edizioni

Il grande regno dello stile narrativo

Dopo aver letto Il grande regno dell’emergenza, raccolta di racconti di Alessandro Raveggi, ho pensato all’Anna Karenina di Joe Wright, la trasposizione cinematografica del capolavoro di Tolstoj datata 2012, con Keira Knightley nei panni dell’eroina russa.
Perché?
Beh, non so se voi avete visto questo film.
A me piace moltissimo, sebbene mi renda conto che non sia possibile in un film di due ore riuscire a raccontare degnamente la storia di Anna Karenina. Il fatto è che il punto forte, anzi fortissimo, di quella pellicola è il COME la storia è stata trasposta. E con come intendo proprio il vestito, l’estetica che si è deciso di darle. Sì, perché quasi tutto il film è girato in un teatro di posa, e in quel teatro vengono ricostruite stazione, corsa dei cavalli, ristoranti, case… tutto lasciando elementi evidenti del suo essere in realtà un teatro. Il risultato visivo è straordinario. Di una bellezza folgorante e… se non è il cinema a folgorarci visivamente, chi altri dovrebbe essere?

Ma mi rendo conto che la domanda rimane: perché mi è venuto da accomunare questo film alla raccolta firmata da Raveggi? Beh, essenzialmente perché proprio come il film di Wright, più che il cosa è il COME che ti incanta.

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La scrittura di Raveggi è un qualcosa che non mi era ancora capitato di trovare. Una scrittura molto fitta, carica, satura di parole. Una scrittura fatta di abbinamenti a volte apparentemente azzardati, ma che colpiscono, afferrano. Un racconto che potrebbe finire in due pagine si trasforma in una storia da otto. Una frase semplice e diretta può diventare un periodo di tre righe.

Ma questo è un male o un bene?

Lo ammetto. C’ho rimuginato a lungo.

Ora che ci penso, tutti i tempi legati a questo libro sono stati dilatati e queste ‘lungaggini’ sono tutte dovute allo stile scelto.
C’ho messo molto a leggerlo, per esempio, sebbene il volume non conti poi così tante pagine. Però quando un racconto raccoglie ed espone così tante parole, credo valga la pena concedersi il tempo per dedicare a queste parole il giusto peso, il giusto istante, la giusta attenzione.
L’ho tenuto dentro di me a lungo. Anzi, lo sto ancora tenendo dentro. I primi due racconti, in particolar modo, sono lì, annidati tra lo stomaco e il polmone.
C’ho messo molto per decidere come parlarvene. Così tanto che, in verità, non ho ancora deciso.
Il fatto è che è un libro complicato. Ci sono alcune storie davvero particolari, e poi c’è questa scrittura davvero particolare… e tutto questo particolare insieme diventa una cosa difficile da ‘sbrogliare’ per una discussione pubblica.

Ma, alla fine… lo consiglierei?
Sì. Lo consiglierei a chi ama i racconti. Lo consiglierei assolutissimamente a chi ama la parola, la scrittura ricercata. Lo consiglierei a chi sogna di scrivere, perché possa capire che voler scrivere e saper scrivere sono due cose molto diverse. Perché possa capire che le parole sono davvero armi, e bisogna sceglierle con cura.

Ma mi è piaciuto?
Sì, mi è piaciuto.
Credo sia un piatto che va assaggiato, più che mangiato. Un antipasto alla volta. Un racconto e poi un paio di giorni di pausa. Perché sono storie che vanno fatte decantare.

Ma la storia dello stile? È un bene o un male, alla fine?
Credo che a questa domanda ognuno possa dare una risposta diversa e molto personale. Parlandone anche con un’amica si discuteva su quanto alcune scelte linguistiche potessero essere sensate o meno, e la mia conclusione è che tutto quello che c’è in questo libro è ben ponderato e che non ci siano accostamenti fuori luogo. Credo che alcuni usi ‘creativi’ di alcuni termini risulti interessante e a volte estremamente intelligente, perché alla fine ti permettono di inquadrare bene una scena, oppure di vederla in un modo diverso.
Certo, ritengo che in certe storie la scrittura abbia preso il sopravvento a discapito della narrazione in sé, ma credo anche che alcuni episodi siano davvero ‘radiosi’.

Avete capito qualcosa? Probabilmente no. Probabilmente perché un libro così bisogna leggerlo. In fondo, ritengo che sia una lettura davvero interessante e che potrebbe accendere importanti discussioni non solo attorno ai temi trattati, ma soprattutto attorno alla scrittura stessa. All’arte dello scrivere e alla funzione e all’uso della parola. Perché da aspirante scrittore, in effetti, mi sono spesso ritrovato, durante la lettura, a chiedermi come io sapessi usare la mia lingua madre rispetto a qualcuno come Raveggi. Perché questa raccolta è un elogio della lingua italiana. È un elogio di quello che potremmo fare con un vocabolario e, in qualche modo, un’accusa a quello che non facciamo.

Ma Il grande regno dell’emergenza è anche un insieme di storie su personaggi in fuga. O meglio, su personaggi che avrebbero preferito fuggire da qualcosa, da qualcuno, ma che non ci sono riusciti. Perché la vita ci riprende sempre.
Si fugge dal passato, dalla disperazione, dalla guerra e anche dagli aspiranti scrittori. Ma non possiamo nasconderci. Non possiamo mascherarci per sempre. E in questo senso, forse, anche la scrittura diventa la metafora di una maschera; posso imbellettare un racconto finché voglio, ma la verità rimane solo una: la vita ci prenderà.

Leggetelo, quindi, questo libro. Poi ne discutiamo insieme.

La trilogia del peccato – Parte 2

Fruscio di sete

Il serpente si calò dal ramo più alto a quello sottostante. Non produsse il minimo rumore. Il legno gli scivolò sotto il ventre con facilità inquietante. Poteva sentirne i nodi duri accarezzargli le squame.
Si mosse ancora, stavolta più velocemente, ma nel farlo calcolò male le distanze e mandò la coda ad inciampare su qualche foglia, provocando un lievissimo fruscio.
Vide Eva bloccarsi. La sua mano si era fermata a pochi centimetri dal frutto. Così maledettamente pochi!
Doveva imparare ad essere più cauto, non poteva permettersi di mandare a monte un piano dalla gestazione tanto lunga. Restò immobile per qualche secondo.
Nel riprendere la discesa, le spire si mossero con maggiore delicatezza, toccarono i rami come se fossero sciarpe di seta, in modo che il contatto fosse un atto estremamente leggero. Come fatto d’acqua, il rettile gocciolò da una fronda all’altra, evitando inutili gorgoglii, per andare infine ad accomodarsi dietro un gruppo di foglie smeraldine che nascondevano una mela perfetta.
Rimase nascosto. Approfittò dei propri colori per rimanere celato. Non era sua intenzione farsi vedere, almeno finché non fosse giunto il momento propizio.
Eva, però, gli appariva ancora troppo incerta. Certo, si vedeva perfettamente che desiderava quel frutto più di ogni altra cosa, ma il serpente sapeva benissimo che il desiderio non sempre era sufficiente.
Gli occhi della donna luccicavano nel rossore del frutto e i suoi capelli ramati ondeggiavano in quella brezza leggera che aveva iniziato a soffiare.
La lingua biforcuta, con uno scatto veloce, uscì a tastare l’aria. Le spire si contrassero per un istante, facendo avanzare il rettile di qualche centimetro. Poi il vento calò.
Fu per sbadataggine, e anche per impazienza, che la coda scosse alcuni ramoscelli per la seconda volta. Il serpente si attorcigliò allora su se stesso, aggrappandosi forte al ramo che lo sosteneva e rimase in attesa della reazione di lei.
Non accadde nulla.
La compagna di Adamo restò rannicchiata nella sua indecisione e, mentre i suoi ricci venivano attorcigliati attorno alle dita, il suo sguardo vagava nel vuoto.
La lingua biforcuta saggiò nuovamente l’aria e, una volta ancora, si rilassò.

***

Impiegai un tempo infinito per scendere le scale. Sì, quella volta me la presi comoda.
La gonna che indossavo vestiva stretta sulle cosce e questo m’impediva di fare movimenti repentini. I tacchi, anche se dalla base ampia, erano piuttosto alti, e gli scalini di legno vecchio erano troppo stretti per non porvi la massima attenzione. E poi c’era lui, certo. Mentre compivo la mia discesa, non sapevo ancora chi fosse. Lo guardai di sfuggita una sola volta, tra un passo e un altro, ma poi non lo feci più.
Ero riuscita a scorgere i suoi capelli, tagliati in un’acconciatura indescrivibile, con la frangia che andava a cadergli sugli occhi, di un castano chiaro, o forse di un biondo piuttosto scuro. Erano molti, molti e folti, e sopra le orecchie curvavano inaspettatamente in fuori, quasi pronti a balzare nell’ignoto.
Sentivo il peso del suo sguardo, un peso piuttosto leggero ma liquido. Andò a naufragarmi giù, lungo il collo. Come seta scivolò fino alla scollatura della camicetta per poi finire ai miei piedi, nascosti dentro a quelle scarpe che, ad ogni gradino, facevano capolino da sotto la gonna.
Mi stava ammirando. Si stava sognando al mio fianco.

Le mani di Bernard erano incredibilmente vecchie; me le ricordo bene perché, quando afferrarono le mie, giusto prima di baciarmi sulle guance, le percepii come fossero estensioni di un albero dalla corteccia bitorzoluta.
Poi mi venne presentato lui, il ragazzo.
“Questo è mio nipote, Valentin.”
Mi si avvicinò con cautela, senza mai guardarmi negli occhi. Puntò direttamente alle dita, e finì col posarvi la bocca. Mi baciò poco sopra le unghie, mancando completamente il dorso. Sotto i ciuffi ribelli scorsi due orecchie infiammate; si riusciva quasi a vederle pulsare. Quando si fu raddrizzato, si soffermò a squadrarmi le labbra. Io, d’istinto, le umettai con la lingua.
Era giovane, molto giovane. Le sue guance erano accese di rosso, a tratti nascoste da qualche pelo di una barba adolescenziale.
“Quanti anni hai?” Gli chiesi, riflettendo sulle sue ciglia incredibilmente lunghe.
Lui alzò di scatto la testa, il verde dei suoi occhi finì quasi erroneamente nel mio azzurro; tremavano all’interno delle proprie cavità oculari, poi crollarono nuovamente sulla mia bocca. Non pronunciò una parola.
“Diciassette.” rispose Bernard al suo posto. “Tra una settimana esatta!”
Giovane, troppo giovane. Era troppo piccolo perfino per potermi anche solo sognare. Troppo piccolo…

La Trilogia del Peccato – Parte 1

Origine Nascosta

Stava scendendo le scale muovendosi lentamente; prima un piede, poi l’altro, senza mai mollare la presa del corrimano. Le sue dita, incredibilmente bianche, scivolavano su quel legno scuro e liscio e il pizzo candido della camicetta, che cercava di imitarle, le seguiva da vicino.
Aveva delle labbra stupende, dalle linee decise, marcate con un rossetto brillante. Erano chiuse in un’espressione seria, leggermente arricciate, e sobbalzavano impercettibilmente ad ogni scalino.
Le lunghe ciglia nere contornavano degli occhi di un azzurro grigiastro che osservavano pensosi i gradini rimanenti. Li studiavano uno ad uno.
I tacchi, nascosti sotto una lunga gonna nera, producevano un suono sordo ad ogni scontro con il pavimento. Una serie dalla lunghezza imprecisata di ‘toc… toc… toc…’ si diffuse nell’aria, di orecchio in orecchio, di ossessione in ossessione, tessendo una sorta di malia di eleganza.
I capelli biondi erano stati raccolti dietro la nuca, a formare uno chignon, e solo qualche piccolo boccolo era stato astutamente lasciato libero di cadere lungo le guance.
Una catena d’oro le scendeva giusto dentro la camicetta, perfettamente in mezzo ai seni. Il tessuto bianco le stava attillato sul petto e metteva in risalto le forme che lei esibiva senza vergogna.

Stava scendendo le scale muovendosi lentamente, la prima volta che la vidi. Stava perfettamente eretta, senza tuttavia sembrare rigida. Teneva la testa appena appena inclinata in avanti, quel tanto necessario per poter programmare i passi successivi.
Il braccio destro giaceva rilassato lungo il fianco, oscillando avanti e indietro a causa della ripida discesa.
Un anello d’argento e ambra, che portava all’anulare sinistro, giocava a riflettere le luci dell’ingresso e i miei occhi osservavano quello scintillio perdendosi all’interno. Fu l’unico momento in cui non mi persi in lei.
Ad ogni passo, la punta scura di una scarpa fuoriusciva dal suo nascondiglio e, quasi involontariamente, tirava la gonna quel minimo indispensabile per delineare il contorno di due gambe perfette.
Appena superato anche l’ultimo gradino, una cameriera le si avvicinò per aiutarla a indossare la lunga mantella nera. Mio zio arrivò e la baciò sulle guance. Lei si protese per contraccambiare e, nel farlo, alcune vene del collo sfiorarono la superficie, permettendomi di intravedere qualche linea bluastra in quel campo latteo. Le seguii fino al punto in cui andavano a nascondersi sotto i vestiti.
“Ah! Valentin!” Fece mio zio, con la mano protesa verso di me. “Vieni qui! Lascia che ti presenti Madame Gourmande.”
Io mi avvicinai e, come da etichetta, le presi la mano destra e me la portai alle labbra.
“Corinne.” continuò lui. “Questo è mio nipote Valentin.” E in quel momento, proprio nel momento in cui le ultime lettere del mio nome si disperdevano nell’aria, la sua soffice pelle ricevette il mio bacio. Il mio cuore s’arrestò e, forse per colpa del sangue che non veniva più pompato, le mie guance si accesero di un colore incomprensibile.

***

Eva osservava la mela proprio come Adamo osservava, solitamente, lei. Non sapeva se fosse perché la desiderava più di quanto desiderasse il suo compagno, o semplicemente perché non aveva altro da fare.
Era rossa, scarlatta, di una lucidità senza pari e totalmente priva d’imperfezioni. Non era l’unica in quell’albero, ma era la migliore.
Su di un lato, il rosso era leggermente sbiadito in un arancio corposo, intenso, un arancio tramonto, e proprio in quel punto si stava riflettendo l’ultimo sole della giornata.
Era come se la stesse chiamando, come se quella luminosità sopita che la circondava fosse una sorta di messaggio destinato a lei. Solo a lei.
Che cosa avrebbe dovuto fare? Solitamente, quando scopriva qualcosa di nuovo, qualcosa che non sapeva ben identificare, chiamava Adamo; lui sapeva sempre cosa era buono e cosa cattivo. Ma questa volta era diverso. Questa volta voleva essere l’unica, la sola che potesse giudicare, che potesse provare, assaggiare…
La mela voleva farsi toccare da lei, e da lei sola.
Un leggero venticello fece dondolare delicatamente le fronde del melo e il frutto si mise a ruotare leggermente. Era come se fosse il sole stesso a girare.
Sentì un fruscio, appena dietro le foglie verdi, ma non vide nulla, nulla se non quel frutto senza pecca. Sembrava avere una superficie così terribilmente liscia! Sembrava essere matura al punto giusto! Sembrava che non aspettasse altro che il morso di una donna, il suo morso.
Eva allungò indecisa il braccio, poi ci ripensò e lo fece ridiscendere al suo posto. Si portò la mano sinistra ad arricciare un ciuffo di capelli e rimase a osservare il buio che si andava addensando.
Sentì nuovamente un fruscio sui rami e poi ancora un alito di vento. La mela si scosse leggermente e, per un attimo soltanto, tornò, nella sua interezza, a riflettere quel sole ormai destinato alla morte. Vide un’ultima volta quel colore perfetto, quella lucidità così… divina. Era sicuramente una cosa buona, perché era troppo bella.