Intenti ed elettricità

Devo essere caduto in qualche pozzo oscuro, in una delle sorgenti maledette di Jusenkyo e ora ogni volta che mi bagno con l’acqua fredda divento insofferente nei confronti dei libri che leggo. Altrimenti non si spiega questa mia improvvisa avversione per titoli così acclamati dal pubblico. Perché io sono il pubblico per eccellenza, e non lo dico con presunzione, ma come constatazione del fatto che mi ero sempre ritrovato parecchio col gusto del pubblico. Ora no.

Ho letto Il racconto dell’ancella ed ero speranzoso,desideroso, contento e… niente. La scintilla non è scoccata.
E poi ho letto Ragazze Elettriche, che un po’ ne riprende i tempi e li ribalta e in qualche modo li attualizza anche a livello di scrittura e… niente. Ancora niente.

Il fatto è che, e ne parlavo pure su A Long Tail, mi sto rendendo sempre più conto di quanto non possa bastare l’intento, o l’idea di base. Se stai scrivendo un romanzo mi aspetto che oltre ad avere delle cose da dire, tu le sappia pure abbinare a una buona storia. Altrimenti non funziona nulla e anche quel poco di valore che hai detto non riesco ad apprezzarlo a dovere.

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Ragazze Elettriche racconta di un potere che inizia a risvegliarsi nelle giovani donne, per poi propagarsi al genere femminile tutto. Si tratta di un potere elettrico, come suggerisce il titolo, che si concretizza nel rilascio di scariche da parte delle mani. Poco importa come si è arrivati a questo, ma le conseguenze sono devastanti. Gli equilibri nel mondo cambiano completamente. Le donne, fino ad ora considerate il sesso debole, si ritrovano con un’arma che le rende fisicamente superiori alla controparte maschile e presto riescono ad ottenere quel potere (politico e sociale) che era stato loro precluso in passato.
Utilizzando esclusivamente dei tipi di violenza che già nella nostra società gli uomini fanno sulle donne, l’autrice riesce a ribaltare la scena fino ad arrivare a uno scenario completamente nuovo dove però anche le donne sono diventate, in parole povere, cattive.

Il potere logora chi ce l’ha, mi verrebbe da dire.

L’idea è incredibilmente interessante. Mi ha molto affascinato e credo sia impressionante, in quanto maschio, leggere di tutte le violenze perpetrate nel libro e rendersi conto che sono violenze che esistono già, quotidianamente, che le donne sono costrette a subire.
Ritengo interessante anche il discorso sul potere e sul come questo possa cambiare la persona che lo ottiene.

Ma…

Ma alla fine la lettura non mi ha lasciato nulla.
Sebbene abbia solcato le pagine con grande facilità e in qualche modo mi sia sentito attratto dalle protagoniste, a fine traversata mi sono voltato indietro e non ho saputo vedere nulla.

C’è un problema di fondo, secondo me, e cioè che l’autrice rimane troppo in superficie e si sofferma troppo su quello che vuole dire senza rendersi conto di essere a rischio di unidirezionalità.
Tento di spiegarmi meglio.

Per prima cosa, ritengo i personaggi un po’ superficiali. Vengono introdotti all’inizio e sembrano tutti molto interessanti, ma poi si poggiano esclusivamente sul loro voler avere potere, maggiore potere, e non si va mai oltre.
Sono inoltre tutti personaggi disagiati. C’è la ragazza che subiva violenza, c’è la ragazza figlia di un malavitoso, c’è una simil Melania Trump che assumendo il potere vuole come mostrare di non essere solo bella. E poi c’è una politica che sembra una persona normale, ma che poi usa la sicurezza della figlia come motore per rivalersi sulla controparte maschile.
Nessuna figura è insomma buona in partenza. Sono tutte ‘cattive’, se cattive si può dire, fin dal principio. Il potere offre solo un mezzo per sfogare la loro rabbia e il loro egoismo. E quindi mi chiedo: è davvero il potere a deteriorare le persone? O sono le persone ad essere già così di suo?
Io non sono riuscito a vedere questa cosa del potere come corruzione. Non ho percepito quest’idea che tutti, uomini o donne, al potere si comportano nello stesso modo. Perché le figure di partenza erano già ‘sbagliate’ fin dal principio.

C’è poi la tendenza a raccontare molti fatti ma poche sostanze.
Per esempio Madre Eve, la ragazzina abusata, che scappa di casa dopo un omicidio, si ritrova in un convento e riesce a diventare una sorta di papessa. È tutto un susseguirsi di azioni mosse da desideri personali, comprensibili eh, ma personali. E anche la religione viene bistrattata con lo scopo di raggiungere (e mostrare al lettore) il potere. Non ci si interroga mai sul divino, sebbene Eve senta costantemente una voce che la guida.

Tutte queste donne sono donne egoiste che mirano a qualcosa di personale.
Però non c’è uno scavare più a fondo, non ci sono dubbi, non ci sono ripensamenti. E invece se ci si fosse soffermati anche su altri aspetti, credo che il risultato avrebbe potuto davvero essere molto brillante. Mentre così… mi è sembrato un bel romanzo da spiaggia, di quelli che leggi per estraniarti qualche ora.

Col gruppo di lettura, per esempio, abbiamo evidenziato come mancasse una figura materna o paterna. Non ci sono buone madri o buoni padri. Mai. I secondi o sono mafiosi che tentano di ammazzarti o non ci sono proprio. Le prime o sono complici dei padri, o sono morte, o sono normali solo in apparenza e si rivelano poi delle castratrici. E come si può costruire un romanzo su un’idea ‘generale’ del potere, se a questo potere partecipano solo figure poco equilibrate?
Cosa sarebbe successo se nella storia ci fosse stata una normale donna, mamma e lavoratrice? Non lo so.

C’è poi anche un’altra cosa che avrebbe meritato più approfondimento, ossia il ruolo della Storia. Il romanzo che leggiamo ci viene infatti presentato come un romanzo scritto da un uomo e introdotto, e concluso, da uno scambio di mail tra l’autore e una sua collega autrice (l’autrice Naomi). Alla fine del tutto, in uno di questi scambi, si parla della Storia e di come la Storia venga percepita e utilizzata. Quanto sia Storia, in effetti, e quanto sia leggenda. Quanto è strumentalizzata, quanto no. Un discorso che potrebbe essere molto interessante ma che viene, anche qui, appena accennato.

Tutto questo per dire: mi piace l’idea, la trovo interessante e originale e davvero capace di regalare grandi riflessioni. I ruoli invertiti è una trovata vincente perché crea davvero uno scossone nel lettore maschio. Ritengo però che l’idea sia rimasta in superficie, che la narrazione si sia limitata all’azione più che all’introspezione, e questo lo reputo sfavorevole per un romanzo che ha bisogno di molta empatia.

Praticamente torno al punto: basta l’intento?
E ancora una volta la mia risposta è no.

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Uccidere con filosofia

Billy è un orfano. I suoi genitori hippie sono morti quando era piccolo ed è stato allevato dagli zii, che lo hanno cresciuto a pane e filosofia, per poi farlo entrare nell’azienda di famiglia, un’azienda un po’ particolare i cui ‘impiegati’ sono assassini di assassini.

Tra flashback e contemporaneità, il libro ci regala una sorta di racconto on the road che attraversa anni e crimini e deserti per giungere a una Las Vegas solo apparentemente luccicante e a un finale… al sangue.

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Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo romanzo. Sembra voler raccontare una storia bizzarra, con un protagonista atipico e un autore misterioso, ma poi mi sono lasciato trasportare dalle pagine, dalle parole, dai pensieri e ho scoperto che il libro, in verità, racconta il contrario di quello che uno sarebbe portato a pensare.

Billy dovrebbe essere il pazzo che si aggira in un mondo normale. È lui che fa un mestiere poco ortodosso, il killer. È lui che ha una vita particolare. È lui che ascolta le storie di ogni sua vittima, prima di premere il grilletto. Gli altri, invece, conducono le loro normali vie tranquille.

E invece no. Non è così.
Billy è la persona più ‘normale’ di tutte (anche il nome, in fondo, fa pensare alla normalità). È un uomo apparentemente distinto, intelligente, piuttosto colto, che sa esprimersi bene, che sa capire quello che gli viene detto. È uno a cui piace la filosofia, che si fa domande, che ragiona, che non si preclude nessuna risposta, ma semplicemente vuole pensare prima di proferire parola.

Tutti gli altri, invece, sono bizzarri. È bizzarro il venditore di auto, lo sono i giocatori di bingo, lo è l’amico e collega Whiplash e pure il suo ‘autista’. È bizzarro l’imitatore di Elvis.
In somma, il killer, il ‘cattivo’, quello che dovrebbe fare le cose strane è la persona (senza contare lo zio, ma è più una figura esterna che un protagonista) più sensata di tutte, quella a cui uno potrebbe (dovrebbe?) aspirare.

Ecco allora che Billy diventa uno specchio magico, una lente che ingrandisce quello che ci circonda. Forse lo estremizza un po’, ma allo stesso tempo sembra dire: non giudicare mai. Pensa. Analizza. Non essere sicuro delle tue idee, sii aperto al cambiamento di prospettiva. Perché tutti quelli che sono mentalmente immobili, qui, sono esseri grotteschi. Chiunque abbia una precisa idea e non sia disposto a parlarne, a pensarci su, risulta una caricatura. Ogni uomo che crede di sapere dove si andrà, cosa c’è da fare, come bisogna pensare, qui diventa il mostro.

Magari mi sbaglio. Magari sono stato abbagliato dalla periferia povera e lurida di Vegas. Ma penso che questo libro sia un grande inno al pensiero, alla mente al lavoro, e c’è qualcosa di più inneggiante al libero pensiero di un finale che ti farà scervellare in eterno?

Billy
di Einzlkind
Traduzione di Franco Filice
257 pagine, 16,50 €, Nottetempo

Quale casa siamo?

Come alcuni di voi lettori sapranno, la mia passione per i libri è iniziata quando frequentavo le scuole medie. In quel periodo mi sono imbattuto (un po’ per caso e un po’ per colpa della massiccia campagna marketing televisiva) in una serie di romanzi dedicata al faraone Ramses.
A quella lettura è riconducibile anche un’altra mia passione (ora un po’ sopita): l’egittologia, materia che negli anni mi ha fatto piacere approfondire, seppur con mille limitazioni, in primis temporali.

Ma perché vi dico questo?
Perché una delle prime cose a cui ho pensato leggendo il saggio di Luca Molinari, Le case che siamo, è stata la parola Faraone, che significa Grande Casa. Un nome dato, perdonatemi il gioco di parole, a caso? Ne dubito.

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La casa non è solo un insieme di mura.
Allo stesso tempo, la casa non è neanche, e semplicemente, un nido, un rifugio.
La casa è di più.

La casa, anche la nostra, è uno spazio da leggere con attenzione per comprendere la nostra vita, il modo in cui abbiamo modificato l’ambiente intorno a noi a misura dei nostri desideri.
[…] perché la casa è sempre di più nella cultura moderna un luogo di rappresentazione pubblica dell’anima.

Molinari ha un grande pregio: ha saputo scrivere un saggio agile, snello, in cui si affronta con intelligenza un un tema che potrebbe risultare banalissimo.
La casa.
La casa come quello che dovrebbe essere, cioè sì un nido, un rifugio, ma anche lo specchio del mondo in cui si vive, della realtà in cui ci si muove.
La casa come idea. Come soggetto su cui si riflette (poco) e che si studia (poco).

La casa come storia. La nostra storia. Non esclusivamente personale, ma collettiva. Perché la casa si è evoluta con noi. Ha imparato a vestire abiti adeguati per ogni epoca. La casa è la nostra vita in molti sensi, in somma.

Come non capire, dunque, che gli egizi avevano trovato un bel nome da dare a chi, almeno teoricamente, avrebbe dovuto prendersi cura di loro, a chi li rappresentava presso gli dei, a chi li difendeva dai nemici e coi nemici faceva alleanze.
In somma, quale nome migliore di Grande Casa, per chi rappresentava la loro realtà?

Niente è più importante dei luoghi che abitiamo, anche se crediamo di non accorgercene. E la casa, quel luogo che ci abita e si veste intorno a noi fino a diventare parte della nostra anima, è probabilmente l’ambiente universale che ci è più necessario.
Casa è una parola che ci accompagna in ogni momento.

Cosa sono le storie?

A leggere Istanbul Istanbul mi è venuto da chiedermi cosa siano le storie.

Sono intrattenimento? Sono evasione?
Sono attimi di riflessione?
Sono input? Divagazioni? Pensieri altrui?
Sono verità? Sono bugie?
Sono uniche o si possono ripetere? Possono cambiare? Trasformarsi? Oppure rimangono sempre uguali?
Ci sono tante storie o ce n’è una sola?

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Mi sono fatto queste domande perché, è vero, il romanzo di Burhan Sonmez parla di incarcerazione e tortura in un paese che, sfortunatamente, è al centro di notizie tremendamente in linea con quanto raccontato nel libro. Però a leggerlo si capisce che al centro di tutta la vicenda si trova in verità il racconto e il raccontare.

Istanbul assomiglia alle acque del Bosforo che in superficie vanno da nord a sud, ma in profondità si muovono al contrario.

Ad ogni capitolo, a turno, ognuno di quattro prigionieri ‘protagonisti’ racconterà una storia. Sono storie apparentemente vere, ma chi lo sa? Sono storie che raccontano i loro narratori, ma ne siamo poi davvero sicuri? E sono storie che, sì, potremmo conoscere già.
Sono storie che possono ripetersi e cambiare di colpo, solo perché un particolare non ci aggrada.

Ma quindi… cosa sono queste storie? Cosa contengono di così importante da voler essere continuamente raccontate da questi uomini in fin di vita, brutalizzati, affamati?
Perché dovrebbero perdere tempo a raccontarle? Perché, se fa male la bocca per i pugni, o lo stomaco per la fame?

La mia risposta è: perché siamo noi.

Lo so, è una risposta che sembra ruffiana, fin troppo studiata. Eppure… eppure è così. Deve essere così. Le storie siamo noi. Ce le raccontiamo per capirci e per capire chi ci sta attorno. E qual è il momento migliore per raccontare storie, se non quello in cui si è vittime e così sotto attacco da rischiare di perdere la ragione, da rischiare di perdere noi stessi?

Raccontiamo per non dimenticare.
Inventiamo storie riciclando vecchi racconti, così facciamo finta di essere qualcosa di nuovo senza esserlo davvero.
Siamo il frutto di alcune grandi storie (vedasi le varie genesi mitologiche) e ne raccontiamo altre per continuare a rinascere, sperando di migliorare.

L’uomo è l’unica creatura che non è contenta di se stessa, Dottore. L’uccello è solo un uccello, si riproduce e vola. L’albero mette le foglie e dà frutti. L’uomo è un’altra cosa, ha imparato a sognare. Non si accontenta di quello che già esiste.

In Istanbul Istanbul è la parola, la vera arma. Sono le storie, le vere bombe. Senza storie non succede niente. Senza storie non ci intratteniamo, non pensiamo, non ci facciamo domande e quindi non arriviamo ad evolverci.

Siamo storie perché non siamo altro che eventi da raccontare. Ecco cos’è, per me, Istanbul Istanbul.

L’essere umano, che non era venuto al mondo per suo desiderio, si ritrovava non a scoprire la propria esistenza, ma a darle vita. Le montagne erano montagne anche prima di noi, così come gli alberi erano alberi. Ma questo valeva anche per la città, l’acciaio, l’elettricità e il telefono? Le persone che crearono la musica dal suono e la matematica dai numeri crearono un nuovo universo insieme alla città.

Istanbul Istanbul
di Borhan Sonmez
Traduzione di Anna Valerio
320 pagine, 17,00 €
Nottetempo

Chi di noi

C’è una cosa che accomuna La tregua a Chi di noi, romanzo d’esordio di Mario Benedetti appena portato in Italia dagli amici di Nottetempo. Questa cosa è l’uomo mediocre, banale. O meglio, è il fatto che uno dei protagonisti di entrambi i romanzi si reputi tale, abbia coscienza di non essere niente di speciale.
C’è però una differenza.
Mentre il protagonista de La tregua sa di essere un uomo qualunque senza per questo compiangersi, il personaggio ‘principale’ di Chi di noi è invece uno che, in un certo senso, vuole essere mediocre. Si è attaccato questa etichetta e ci crede fino in fondo. Ma sarà davvero così?

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Chi di noi è un bellissimo concerto a tre. Una storia raccontata da tre differenti voci, quelle dei tre protagonisti della storia.
C’è il marito che ha il compito di aprire le danze con il monologo più lungo. È lui l’uomo mediocre. Racconta la sua storia, dalla giovinezza fino a ora, enfatizzando il lato speciale della sua futura moglie e di quell’amico che sembrerebbe così perfetto per lei, e allo stesso tempo si toglie meriti e capacità cercando di rendersi il più insulso possibile.
C’è poi una lunga lettera della moglie, che infine cede alla visione del marito, non senza aver prima mostrato al consorte quanto si fosse sbagliato. Su tutto. Quanto la situazione attuale fosse colpa del suo voler credere a un determinato disegno, a una determinata idea che si era costruito da solo.
E poi c’è la conclusione ad opera del terzo personaggio. L’amico. L’amante. Lo scrittore che rielabora le vicende grazie alla letteratura, trasformando e allo stesso tempo scavando nella sua storia.

Chi di noi è un gioco di scatole. Ne apri una e scopri una storia. Ne apri un’altra e capisci che niente è come sembra. Apri la terza e comprendi che ogni vicenda esiste in più realtà diverse tra loro, una per ogni persona coinvolta.
Siamo vittima di noi stessi e del modo in cui vediamo le cose. Questa è l’unica verità possibile.

Con la sua scrittura bella e precisa, minima ma indispensabile, Benedetti ha regalato ai suoi lettori un piccolo capolavoro, proprio come era stata per me La tregua. Una storia veloce come una freccia, e proprio come una freccia abilissima a conficcarsi nelle nostre carni. Chi di noi, in fondo, non crea le proprie storie seguendo la propria visione? Chi di noi non si chiede cosa stia davvero pensando l’altro? L’amico? L’amante? Chi di noi non pensa di essere una persona qualsiasi, banale, pur sperando in fondo al cuore di essere almeno un po’ speciale? Almeno per qualcuno?

 

Il grande animale

Chi è il grande animale?

Oh, nel libro di Gabriele Di Fronzo viene specificato a chi, o cosa, si riferisce il titolo… ma dopo averci pensato su qualche giorno, mi chiedo se il grande animale non possa essere, per noi tutti, la morte. Sì, perché ‘grande animale’ da l’idea di un qualcosa di grosso e meraviglioso, regale anche, di mitico. E tutti i grandi animali fanno paura.
La morte è tutto questo, in un certo senso.
Una cosa misteriosa, da venerare quasi. Una creatura da tenere a bada per non rimanerne schiacciati. Un grande animale che fa paura. Paura per se stessi, ma soprattutto per gli altri. Perché la morte ci ruba in modo permanente qualcuno, e quindi qualcosa (una carezza, un sorriso, una vita).
La morte è la sola cosa in grado di spiazzarci del tutto, di trasformarci eternamente.

Allo stesso tempo mi vien da chiedermi se anche noi stessi potremmo essere dei grandi animali. Siamo infatti creature che non si conoscono abbastanza, siamo più profondi di quel che percepiamo, più forti. E anche più spaventati.
Certo, pensiamo di sapere tutto di noi stessi, ma poi una persona a noi cara se ne va, e allora non capiamo più niente. Il mondo che ci circonda cambia, non può più essere quello di prima per ovvie ragioni.
Diventiamo grandi animali ingestibili.

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Il romanzo di Di Fronzo tenta un po’ di raccontare questo grande animale che è la perdita di qualcuno, e lo fa mettendo in campo un protagonista piuttosto ‘bizzarro’. Si tratta infatti di un tassidermista, ovvero qualcuno che ha il compito di far sembrare vivo qualcosa che è morto. Una cosa che forse tentiamo di fare tutti, in verità.

Verrebbe da pensare che una persona del genere possa essere più abituata alla morte di molti altri. Se poi si considera le storie di un passato poco piacevole che è costretto a ricordare al proprio padre (e di cui il padre è protagonista), beh, verrebbe da pensare che la fine del suo genitore possa non costituire un evento così traumatico. Sembrerebbe che, in questo caso, la morte possa essere una sorta di liberazione
Non è così. Probabilmente non lo è mai.
Quando la malattia fa il suo naturale corso, il protagonista non ne rimane immune. Ai miei occhi è anzi apparso devastato. Il suo è un dolore apparentemente composto, metodico anzi, ma proprio da questa compostezza, da questa sua metodicità si capisce quanto la morte del padre sia stata lacerante.

Non siamo in grado di accettare la morte.
Mai. È questo il punto.
Tentiamo sempre di trattenere la persona scomparsa, in un modo o nell’altro. E ognuno gioca le carte che ha.

Il grande animale è un romanzo particolare. Estremamente breve, compostamente intenso, si insinua sotto la pelle proprio come gli strumenti di un tassidermista. Esplora l’anima del lettore e ci scava dentro finché non trova quel grande animale che ognuno si porta dentro ma col quale sarà prima o poi costretto a fare i conti: l’impossibilità di accettare una fine.

La questione più che altro

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C’è una frase che mi ha molto colpito, in questo libro. Beh, a colpirmi è stato tutto il romanzo, in verità, ma questa frasetta è stata la freccia che mi si è conficcata dentro. Non nel cuore, no. Non siamo così romantici tra queste righe.
Nella gola.
Questa freccia mi si è conficcata in gola.
In un primo momento il colpo mi ha causato come una sorta di formicolio, un formicolio che mi faceva ridere. Subito dopo è arrivato il dolore e ho dovuto boccheggiare in cerca di aria. Poi il male è passato e mi è rimasto un leggero pizzicorio. Infine mi sono guardato allo specchio e mi sono reso conto che quella sorta di piercing mi piaceva pure. Ci stava bene.

Questa frase ha la particolarità, secondo me, di riuscire a racchiudere lo spirito di tutto il libro. Non tanto nel contenuto, sebbene qualcosa in effetti… Più che altro nel tono. Nell’intento anche. Forse.

Ma eccovela la frase in questione:

Piazza San Marco è quel tipo di piazza in cui, invece della democrazia, ci nascono gli album di famiglia dei turisti malesi.

È una frase intelligentissima. Acuta. Reale.
Appuntita.
Fa ridere, per un po’, perché ogni frase intelligente dovrebbe far ridere. Ti viene subito in mente una famigliola, circondata da famigliole simili, da persone simili, tutte intente a scattare foto, a farsi selfie. E poi pensi alla piazza intera, alla folla, alle vetrine e ai piccioni, che a me fanno sempre un po’ paura perché… sì, insomma… sapete… gli uccelli la fanno in volo…
Poi però la risata passa e non ti resta che pensare. Capisci che qualcosa, col tempo, è cambiato. Forse si è guastato. Sembra un cambiamento negativo. Prima c’erano i Dogi, prima c’era il centro del potere. E fino a poco tempo fa la piazza era dove ci si sarebbe riuniti a protestare, a lottare per i propri diritti! Mentre ora…
Ma davvero è così negativo? Cioè, se ci si pensa si scopre che per quella famiglia quello è un momento di felicità, probabilmente il coronamento di un sogno e magari di lunghi anni di sacrifici economici.
E no, questo non cambia il fatto che la piazza non sia più usata per determinati scopi. Ma forse cambia la visuale. Almeno di un poco.

Ecco, per me La questione più che altro è una storia che racconta questo. Un romanzo che mostra una realtà che ti fa a tratti piangere, a tratti ridere, e poi ancora piangere.
La questione più che altro è la fotografia cangiante di una piazza. Della nostra piazza. Quella in cui ci siamo tutti, in piedi, appoggiati gli uni sugli altri. E questa piazza a tratti ti sembra piena, a tratti vuota. Un momento ti pare esplodere dalle risate, ma subito dopo credi che il fragorose sia causato da delle bombe. Per un attimo ti pare di essere lì CON gli altri, poi ti chiedi COME MAI tu sia lì.

Certo, bisogna ammetterlo, alla fine il gusto che ti rimane in bocca è amaro, triste, perché Ginevra Lamberti racconta il mondo di una ragazza come tanti, di oggi, che si ritrova figlia di una famiglia in difficoltà, coi propri dolori e le proprie gioie, e che deve cercare di costruirsi un futuro quando il futuro sembra non esistere più. La protagonista, Gaia, dovrà tentare di sopravvivere tra la vita del call center, l’ospedale, le crisi d’ansia, Venezia invasa dai turisti e una catena di ristoranti in mano a una tribù indiana.

È però una storia incredibilmente divertente. Io ho davvero riso molto durante la lettura.
Solo che non è una commedia, è la pura realtà. Ed è incredibile come la risata possa tramutarsi in tristezza con così tanta facilità quando ti rendi conto che si sta parlando della vita in cui nuoti anche tu.
Ed è questa la grande bellezza del lavoro di Ginevra Lamberti. Questo riuscire a mescolare tragicità e ironia senza rendere la vicenda pesante, senza renderla cupa (sebbene potrebbe essere nera nera).

Io sono rimasto affascinato da questa nuova penna. Come dicevo, una freccia mi ha colpito e non sono ancora riuscito a toglierla.
E io vi suggerisco: provate a partecipare a questa esercitazione di tiro con l’arco; spero proprio che veniate colpiti!