La lezione del maestro

Nel saggio Fuochi, contenuto ne Il mestiere di scrivere, Raymond Carver racconta che, prima di diventare l’autore di Cattedrale, la scelta del racconto (e della poesia) come forma narrativa prediletta è stata ‘forzata’ dalla sua condizione famigliare:

Erano comunque le circostanze a imporre, fino al limite estremo, le forme che la mia scrittura avrebbe potuto assumere. […] Fossi stato capace di mettere insieme i miei pensieri e di concentrare le mie energie su un romanzo, dico, non mi sarei comunque trovato nella condizione di poter attendere un pagamento che, se pure fosse arrivato, sarebbe rimasto per strada per qualche anno. Non riuscivo a vederla, la strada. Dovevo mettermi a tavolino e scrivere qualcosa da finire ora, stasera, al massimo domani sera, non più tardi, al ritorno dal lavoro e prima di smarrire l’interesse.

Due figli piccoli e un “lavoro di merda” gli facevano avere poco tempo e pochi soldi. Da qui l’esigenza di ottimizzare entrambi.

Un pensiero simile a quello di Carver deve averlo avuto pure il giornalista Theodore Child, che trovava nella moglie e nei figli la causa della scarsa qualità letteraria delle ultime opere di Alphonse Daudet. Secondo Child, avere una famiglia portava a produrre indiscriminatamente a buon mercato. Con le relative conseguenze.

La famiglia come ‘rovina’ dell’arte, in pratica.

E noi sappiamo quale fosse il pensiero di Child perché il suo amico Henry James, in data 5 gennaio 1888, annotò nel suo taccuino proprio queste esternazioni, dei pensieri che porteranno lo scrittore americano naturalizzato inglese a comporre una novella ambigua come La lezione del maestro, incentrata proprio sull’idea della vita matrimoniale come impiccio alla scrittura.
L’idea non doveva comunque essere del tutto nuova a James. Nel suo diario, infatti, in data 4 luglio 1926, Virginia Woolf annota un incontro con H. G. Wells in cui all’autore viene chiesto proprio di parlare del collega James.

Poi si è alzato per andare; gli abbiamo chiesto di restare e di parlarci di Henry James. Così si è seduto. Oh mi piacerebbe restare e parlare tutto il pomeriggio, ha detto. Henry James era un formalista. Pensava sempre ai vestiti. Non era amico intimo di nessuno – nemmeno di suo fratello; non si era mai innamorato.

Un’assenza di famiglia, quindi. Anche qui. E indubbi risultati in campo letterario.
Era destino. Tutto questo non poteva non finire, prima o poi, in qualche opera.

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La Lezione del maestro racconta di un giovane scrittore, Paul Overt, che arriva a conoscere, in parte grazie a una ragazza di cui si innamorerà, l’autore da lui idolatrato Henry St. George. Questi mette in guardia il giovane discepolo dalle insidie dell’amore e della famiglia che considera i nemici principali della creatività. Lo invita a seguire la sua vena letteraria senza congiungersi con nessuna e Overt lo ascolta, scappando da tutto per circa due anni. Al suo ritorno avrà tra le mani quello che sembra un capolavoro, ma verrà a conoscenza di una notizia che sembra farsi beffe del suo sacrificio.

La lezione del maestro è una novella apparentemente molto semplice. La trama è lineare, priva di grandi risvolti e, anzi, quello che potremmo definire il ‘colpo di scena’, o meglio la ‘beffa finale’, è in realtà piuttosto prevedibile.
La chiave di tutto è però la conclusione.
Il finale che a un certo punto il lettore riesce a prevedere, quando ci viene raccontato da James risulta molto più ambiguo di quanto ci si potrebbe aspettare e carica l’intera vicenda di un dubbio che non si risolve.

Del resto, questa è parte delle caratteristiche del lavoro di James, come ci fa infatti notare Michel Butor nel saggio The Europeans e The Bostonians, posto a prefazione dell’edizione Mondadori de Gli Europei:

James ha trattato con attenzione sempre maggiore scene scelte con sempre maggior cura in base all’ampiezza delle loro implicazioni. Egli si impegna a restituire, come uno studioso di fenomenologia, un'”apparenza” […] di qui l’importanza della costruzione delle sue storie del o dei punti di vista a partire dai quali esse sono raccontate, nonché di quello che non si sa, che si indovina, si intuisce.

Ecco, La lezione del maestro regala al lettore molti ‘non si sa’.

St. George, il maestro, ha dato un consiglio a cui credeva davvero? Oppure il suo era un escamotage per sbarazzarsi del giovane Overt o, perché no, per prendersi semplicemente gioco di lui? E Overt crede davvero alle parole del maestro, pur avendo conosciuto la sua famiglia? E Marian Fancourt, la bella ragazza di cui si innamora il protagonista, in soldoni, ci è o ci fa? È davvero una ragazza arguta, colta, intelligente come spesso ci viene descritta? Oppure anche in questo caso siamo dinanzi a una bugia e la verità è che si tratta dell’ennesima sempliciotta bella e ricca per le cui grazie un intellettuale potrebbe pure chiudere un’occhio sulla mancanza intellettiva?

Ma le domande potrebbero non finire qui.
Il dubbio che si insinua a fine lettura potrebbe andare più in profondità e ‘sconvolgere’ tutta l’idea che ci eravamo fatti di questa storia. Non solo, quindi, ci ritroviamo a metter in dubbio il nodo centrale del racconto, ovvero il consiglio del maestro al suo discepolo, ma anche tutto quanto ci viene raccontato prima. Ecco allora che iniziamo a dubitare delle reali capacità di Overt come scrittore, per esempio, o del suo pensiero circa le ultime opere del suo idolo. E sarà poi davvero un capolavoro, quello che ha scritto nei due anni di esilio volontario? E se non fosse andato in esilio, che risultati avrebbe ottenuto? E St. George, da sposato, davvero non riuscirà più a scrivere una grande opera?

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Henry James

La bravura dell’autore sta nel ‘riscrivere’ tutto quanto è stato raccontato prima, con l’ausilio delle sole ultime pagine. Perché una volta chiuso il volume, viene spontaneo rivedere l’intera vicenda sotto un’altra prospettiva. Viene naturale voler ripercorrere l’intera narrazione alla ricerca di indizi, indicazioni, risposte.
Ma non c’è presa di posizione.
Partendo da un discorso che vuole puntare sul rapporto arte-famiglia, sul come l’una influenzi l’altra e viceversa, James racconta una storia in cui si rifiuta di dare una risposta che sappia confermare o contrastare quanto esposto dall’amico Child. Rimane neutrale sebbene la sua vita possa lasciar supporre altro.

Ma il lettore riuscirà a rimanere altrettanto neutrale?
Oltre alle svariate ambiguità scatenate dall’autore a fine lettura, l’ennesimo dubbio che è sorto in me riguarda la possibilità che questo racconto serva a leggere più noi che il pensiero dell’autore. Certo, l’arte in genere dovrebbe (anche) servire a conoscerci meglio, ma credo che in questo caso ciò assuma contorni più ‘concreti’. Sebbene James non fornisca davvero prove circa la veridicità di una teoria piuttosto che di un’altra, quasi inevitabilmente ogni lettore è portato, per sua natura, a ritenere più probabile una sola delle possibili realtà. Mi verrebbe anche da pensare che l’ipotesi più diffusa sia quella che vede Overt come il personaggio caduto in una trappola ben congeniata dal suo ‘rivale’, ma senza per forza di cose entrare nello specifico, ritengo possa essere interessante che ogni lettore chieda a se stesso cosa crede. Perché mentre facevo ricerche per questo post, mi è capitato di imbattermi anche in alcuni commenti che definivano questo libretto come per nulla ambiguo… e non è questa una cosa stupefacente? Non è forse in questo modo che la narrazione di James ci sta regalando qualcosa di davvero interessante?
Come intendiamo, noi, questo rapporto tra famiglia e arte? A chi ci viene da credere?A cosa? E questa nostra propensione cosa dovrebbe raccontarci di noi stessi?

Forse, dunque, non è tanto il pensiero di James a contare. Non è l’idea che si è fatto Overt o il vero piano di St. George ad avere peso. Siamo noi. È quello che pensiamo noi a pesare, a definire il tutto, anche quanto sta fuori dal libro.

***

La lezione del maestro, di Henry James
Traduzione di Maurizio Ascari
108 pagine, 11,00 €, Adelphi

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver
Traduzione di Riccardo Duranti
176 pagine, 12,00 €, Einaudi

The Europeans e The Bostonians, di Michel Butor
contenuto in
Gli Europei, di Henry James
Traduzione di B. Bini
265 pagine, 9,00 €, Mondadori

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Il primo desiderio

Cos’ha di speciale il primo amore?
Quella prima volta in cui ci troviamo a essere completamente ossessionati da una persona, chiamiamola amore, rimane lì per sempre. Diventa il nostro modo personale di amare e desiderare che trace le parcours de toute une vie, traccia la strada di tutta una vita.*

Ecco cos’è Chiamami col tuo nome. Esattamente questo. La storia di un primo amore. Ossessivo. Intenso. A tratti perfino antipatico. Eccitante. Liquido, perché assume la forma di ogni tuo momento.

Potrei fermarmi adesso. Dovei forse smettere subito di parlare di questo romanzo di André Aciman, famoso per essere stato trasposto in un film diretto dall’italiano Luca Guadagnino, candidato a quattro premi Oscar (ha vinto poi ‘solo’ la Miglior Sceneggiatura non originale). Dovrei fermarmi perché forse non c’è molto altro da dire. O almeno non c’è altro che potrebbe invogliarvi di più a leggerlo.

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Chiamami col tuo nome mi ha fatto innamorare di un sentimento che, all’epoca, odiai con tutto me stesso.
Nella storia del giovane Elio, 17 anni, che si innamora di Oliver, americano, 24 anni, c’è infatti quell’insieme di sentimenti che costituisce il primo amore. Che poi, amore…  forse non si è mai sicuri che il loro sia davvero amore, e infatti Elio parla molto spesso di desiderio ma mai di amore. La sua voglia è infatti qualcosa di molto fisico (che non è necessariamente carnale), qualcosa da toccare, da stringere, da avere vicino. È però indubbio che si tratta di un sentimento molto violento, di quelli che ti assalgono e non ti lasciano più andare.
Ecco allora che Elio passa le sue giornate a interrogarsi continuamente su Oliver e il suo rapporto con lui. Cosa vorrà dire quello sguardo? Quel gesto lo fa perché arrabbiato? Cosa significa la sua assenza? E la sua vicinanza?

Volevo essere come lui? Volevo essere lui? O forse volevo solo averlo? Oppure “essere” e “avere” sono verbi del tutto inadeguati nell’intricata matassa del desiderio, per cui avere il corpo di qualcuno da toccare ed essere quel qualcuno che desideriamo toccare è la stessa cosa, sono solo rive opposte di un fiume che scorre dall’uno all’altro, poi torna indietro e infine va di nuovo verso l’altro, e ancora, e ancora, un circuito perpetuo dove le cavità del cuore, come le botole del desiderio e i buchi del tempo e il cassetto a doppiofondo che chiamiamo identità, condividono una logica ingannevole, secondo la quale la distanza più breve tra vita reale e vita non vissuta, tra ciò che siamo e ciò che vogliamo, è una scalinata tortuosa progettata con l’empia crudeltà di M. C. Escher.

Da ragazzo le faccende di cuore mi hanno spesso fatto soffrire. Non ero un tipo socievole, non ero il belloccio di turno, non ero popolare, quindi diciamo pure che la mia vita sentimentale era a senso unico e imboccava la via verso il burrone. Per cui il primo vero innamoramento l’ho sempre vissuto male, perché fatto di tanto struggimento e zero ricompense. Un grande affanno per classificarmi comunque ultimo. Una continua ricerca di conferme o di smentite, di gelosie e rabbia e adorazione. Un tentativo continuo di stare vicino a quella persona nella speranza che si accorgesse di qualcosa. Sotterfugi per carpirle informazioni, deduzioni, speranze.
Il libro di Aciman mi ha ricordato tutto questo.

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Elio (Timothée Chalamet) e Oliver (Armie Hammer), nel film di Luca Guadagnino.

Dopo un inizio folgorante, da amore a prima vista, ho avuto qualche tentennamento per via della quasi folle ossessione che il protagonista matura nei confronti dell’oggetto dei suoi desideri. Ogni pensiero di Elio è pervaso dalla presenza di Oliver, tanto da arrivare quasi a detestarlo e bramarlo al tempo stesso.
Ma poi, pian piano, mi sono reso conto che pure io ero ossessionato dal mio sogno d’amore. Anzi, un po’ volevo esserlo, quasi mi sforzavo di esserlo. Quello che Elio stava mettendo nero su bianco erano esattamente i sentimenti che provavo io nella mia adolescenza.

Eccolo lì, il lascito della giovinezza, le due mascotte della mia vita, fame e paura…

Questo romanzo mi ha fatto fare pace con il mio cuore giovane.
Circa.
Nel senso che continuo a odiare quanto provato all’epoca e sono felice per quanto succede invece nel romanzo (a loro è andata decisamente meglio che a me). Ma ho capito che, in qualche modo, quanto vissuto nella giovinezza viaggerà con me e non potrà più ripetersi.
Non c’è più stato un tale trasporto per una persona. Questo non significa che poi abbia amato meno mia moglie rispetto a quella lontana ragazza. Questo significa, molto semplicemente, che non ho più provato un senso di desiderio così forte, così intenso, così opprimente da rubarti tutte le ore e tutti i pensieri (e tutta l’intelligenza) a disposizione. Così crudele, anche.

Chiamami col tuo nome racconta di un momento ben preciso della vita in cui si rimane folgorati, in cui si pensa solo a una cosa e si vuole ottenerla e allo stesso tempo se ne ha paura e questo sentimento (Positivo? Negativo?) ti rimarrà dentro per sempre. A volte ti troverai a ricordarlo. Lo odierai. Lo amerai. Tenterai di capire cosa davvero provavi. Allo stesso tempo saprai per certo che si tratta di una cosa che non si ripeterà mai più e che tutto quello che verrà dopo sarà profondamente diverso.

Ma quella prima volta avrà davvero condizionato il nostro modo futuro di amare?
Nel libro in qualche modo parrebbe di sì. Quella ‘relazione’ di qualche settimana sarà sempre un termine di paragone, sarà un sogno, un miraggio. E forse è davvero così anche nella vita reale. Forse ci sono momenti in cui penso a quel desiderio e ne potrei volere uno uguale. Ma la verità è che si tratta di un sentimento più distruttivo che edificante. O meglio, quell’esperienza voleva frantumarti, rompere le tue abitudini, le tue routine, per poi ricomporti. E per quanto possa portare nuovi, ottimi risultati, la distruzione non è mai bella. È però indubbio che i nostri pezzi riassemblati hanno costruito qualcosa che è rimasto.

Chiamami col tuo nome è un inno al primo amore, al primo desiderio. Ed è un invito a ricordarlo positivamente, perché se non lo avessimo provato saremmo (forse) molto diversi.

***

Chiamami col tuo nome
di André Aciman
Traduzione di V. Bastia
271 pagine, 17,00 €, Guanda

*tratto dall’intervista di Marta Cervino ad André Aciman apparsa su Marie Claire.

 

ALongTail: della necessità di ‘aggiungere’

Quando viene annunciato un sequel, o un prequel, di una saga o di un libro (ma anche di un film) che si è molto amato ci si scopre pervasi da due sentimenti contrastanti: la voglia di avere subito quel nuovo testo tra le mani, perché si vuole bene ai personaggi e alla storia precedenti, e la paura di trovarsi tra le mani una ciofeca. Perché sì, è risaputo che aggiungendo acqua al brodo il gusto va scomparendo.

Sono rimasto schiacciato da queste due sensazioni anche quando venne annunciato il primo volume del Libro della Polvere, nuova trilogia di Philip Pullman che riprende le vicende narrate in Queste Oscure Materie (ne ho parlo qui, qui e qui) e che lo stesso autore definisce come equal, ovvero una storia che, in qualche modo, viaggia parallelamente all’originale. Dico ‘in qualche modo’ perché in realtà La Belle Sauvage è ambientato dieci anni prima de La Bussola d’Oro, mentre gli altri volumi dovrebbero essere ambientati dopo le vicende della trilogia. Il fatto però che un fantomatico Libro della Polvere venisse nominato ormai da anni e anni e che Pullman sia uno scrittore capacissimo mi facevano ben sperare ed ero eccitatissimo per la pubblicazione del nuovo romanzo.

Ma qual è stato il risultato finale?
La risposta potrebbe variare a seconda di quale me sta rispondendo.

Pullman

Lo ammetto, a lettura ultimata mi sono detto: “Wow! Bellissimo! Bravo Pullman!”
Da fan della storia originaria (da fan sfegatato, a dire il vero) mi è piaciuto più di quanto mi sarei aspettato re-incontrare una neonata Lyra, scoprire di più sui suoi primi mesi di vita e su come lei e l’Aletiometro siano arrivati al Jordan College di Oxford. Ho amato tutti i nuovi personaggi e ho preso in grande simpatia questo nuovo protagonista che, a differenza dei precedenti ragazzini di Pullman, è molto più coscienzioso e molto più studioso, e questo mi ha permesso di identificarmi maggiormente con lui, rispetto per esempio a Lyra o a Will.

Poi, però, ho lasciato smorzare un po’ l’entusiasmo e mi è sembrato giusto chiedermi se, al di là del mio trasporto da fanboy, ci fosse anche dell’arrosto oltre che del fumo. Volevo capire se, in pratica, avessi trovato bello quel libro per una mia idea, un mio preconcetto, o per una realtà oggettiva. Perché il punto è anche: cosa voglio raccontare a chi passa di qui e si ritrova a leggere un commento su questo romanzo? Credo infatti che sia forte il rischio di lasciar da parte l’oggettività per dar spazio a un sentimento che di oggettivo non ha nulla, ma è più legato ai ricordi.
E, tristemente, riflettendo su La Belle Sauvage ho dovuto ammettere che quello che sentivo io era un amore condizionato da aspettative che si ostinavano a non voler essere deluse.

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Philip Pullman

Qual è lo scopo di un progetto come questo?
Perché scrivere un prequel? Perché scrivere una nuova storia legata a una precedente? Per soldi? Per scarsità di idee? Perché davvero ti è venuta in mente una storia geniale?
E, soprattutto, per chi è questa storia? È destinata ai fan di lunga data o a chi non conosce ancora questo multiverso?

Mi chiedo tutto questo perché, in verità, La Belle Sauvage non è un romanzo brutto, ma allo stesso tempo è un romanzo che presente alcune pecche che lo allontanano di molto dagli originali. Inoltre mi rendo conto che il libro potrebbe colpire in modo molto diverso i vari lettori a seconda del loro essere o meno fan della prima serie.
Credo che l’intento di Pullman fosse di accontentare un po’ tutte e due le fazioni, ma alla fine non è riuscito bene in nessuno dei due casi, e forse proprio perché intento a collegarsi a qualcosa di già esistente e ben radicato nella cultura pop contemporanea, ma anche desideroso di raccontare qualcosa che fosse nuovo e differente.

Non è facile riprendere una storia di successo. Per mille motivi che vanno dall’attaccamento dei fan alla limitatezza di idee geniali che uno può avere.
Quindi perché correre un rischio simile? Perché rischiare di mandare tutto in frantumi?

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La mappa della Oxford di Queste Oscure Materie.

Se mi astraggo un po’ dalla parte dell’agguerrito sostenitore di Lyra & Co., riesco quindi a vedere alcune cose che a mio avviso non funzionano in un libro come questo.

Il primo problema è la lentezza.
È un romanzo essenzialmente lento, che procede molto piano e in un modo fin troppo lineare. C’è una prima parte molto tranquilla dove la scena si svolge attorno ad un paio di luoghi e che tenta di incuriosire il lettore attraverso l’abbozzo di alcuni intrighi e alcune indagini, ma rimane un momento senza molte risposte e con un’azione più ‘mentale’ che fisica.
C’è poi una seconda parte dedicata a una lunga fuga che però procede con uno schema ricorrente e poco vario, fino a una conclusione che non risolve nulla.
Il risultato è quindi un’opera di avventura che però procede un po’ troppo piano e con pochi ‘guizzi’ e non riesce quindi a farsi desiderare, non scatena la brama di scoprire nel lettore. E questo è un problema soprattutto per chi non ha mai letto la saga originale e che con questo volume dovrebbe invece imparare a conoscerla, o almeno desiderare di farlo.

C’è poi un altro punto che trovo particolarmente negativo e che, sì, mi ha lasciato molto perplesso.
Una delle cose belle di questo primo volume del Libro della Polvere è il cattivo. L’antagonista di questa storia è un personaggio davvero spaventoso, apparentemente crudele, tanto che arriva a picchiare persino il suo stesso daimon, una iena spaventosa e priva di una zampa. E chi mai potrebbe avere una iena per daimon? E chi picchierebbe la sua stessa anima? Un’idea interessantissima che però non viene sfruttata al meglio. Per tutta la storia ci si chiede chi sia e cosa voglia questo personaggio, ma non si riesce mai a scoprire niente che vada oltre il semplice pettegolezzo. Non si capisce cosa lo porti a fare quello che fa, il perché delle sue azioni.
E sì, è vero che ci saranno altri due seguiti e che quindi potrebbe ricomparire per dare spiegazioni migliori (sebbene questo primo volume sia bene o male autoconclusivo), ma allo stesso tempo si rimane privi di un elemento godurioso, di quella scintilla che ti incendia un po’ il cuore da lettore che ti ritrovi.
Anche ne La Bussola d’Oro non veniva, ovviamente, spiegato tutto, ma allo stesso tempo c’erano sufficienti colpi di scena e/o informazioni che regalavano un senso di soddisfazione al lettore. Qui, invece, l’unica soddisfazione che viene data è la salvezza di Lyra, che però risulta una conclusione piuttosto scontata per il lettore di Queste Oscure Materie.

I problemi sono quindi essenzialmente due: per un lettore di vecchia data (ma non solo), già fan della storia, manca quel senso di meraviglia e di piacere nello scoprire qualcosa di nuovo, perché alla fin fine questo romanzo tratta sì di un momento mancante della storia principale, ma senza regalare momenti di grande esaltazione. Per un lettore che non si era mai avvicinato a Pullman, invece, manca proprio il desiderio di proseguire nella lettura.

Ed è un peccato, perché ci sono elementi molto interessanti.
Malcolm, il giovane protagonista, è un ragazzo che si sa far amare, è curioso e coraggioso, ma con un carattere più ‘docile’ rispetto ai suoi predecessori. È molto più studioso e più ‘attento’ rispetto a Lyra e Will.
Ma poi anche la Lega di Sant’Alessandro, che chiede agli studenti di denunciare chi propone idee contrarie alla Chiesa, causando così un gran scompiglio nelle scuole, oppure Oakley Street, che è una sorta di rete di spionaggio, e le suore del convento che ospita Lyra e che sono, credo, le prime religiose descritte da Pullman a non far parte dei ‘cattivi’ della storia. Ma anche l’uso più ‘abbondante’ di personaggi provenienti dal folklore inglese, che in parte sono una novità rispetto alla mitologia più strettamente religiosa dei predecessori. E c’è poi Alice, la compagna di avventure di Malcolm, che come ogni eroina di Pullman incarna intelligenza e sfrontatezza, ma che ci regala anche qualche occasione per osservare il desiderio che cresce in un adolescente.
C’era, in somma, parecchia carne sul fuoco, ma non è stata cotta a dovere.

Come dicevo all’inizio, una parte di me ama molto questo romanzo, ma lo ama per ragioni affettive più che di merito. Un ‘problema’ che credo abbiano molti fan.
È indubbio, e lo ripeto ancora una volta, che Pullman si sia dimostrato un ottimo autore anche in questo caso e che abbia introdotto tematiche interessanti e importanti. Credo però che ci sia la necessità di ritornare a guardare un’opera letteraria nella sua interezza. Non basta avere un buon protagonista, non basta avere una bella scrittura, non basta avere idee interessanti, non basta avere una buona gestione della storia e dei tempi. Per fare un buon romanzo servono TUTTI questi elementi, e in questo caso manca proprio un progetto per trascinare il lettore con sé.

Troppo spesso, ultimamente, ci si sofferma su una minima parte di un libro, e spesso questa parte è l’intento.
Non mi basta.
Non deve bastare.
E Pullman è un grande scrittore, so quello che è capace di fare. Rimane quindi la speranza che con i prossimi volumi (il secondo, The Secret Commonwealth, dovrebbe essere piuttosto imminente) riesca a raddrizzare il tiro, perché la mira era buona, ma all’ultimo si vede che ha spostato un po’ la spalla.
Spero quindi che, alla fine, questa necessità di aggiungere qualcosa a una storia che era già completa di suo possa dimostrarsi sentita e meritevole, genuina, perché altrimenti c’è il rischio di diventare solo un’ombra della grandezza passata e un’ombra, si sa, va a oscurare anche quello che di luminoso ha alle spalle.

***

Il Libro della Polvere. La Belle Sauvage
di Philip Pullman
Traduzione di G. Calza
476 pagine, 18,00 €, Salani

 

Lezioni di vita al Firozsha Baag

Leggevo giusto qualche giorno fa Cortázar e le sue Lezioni di Letteratura, un volume che racchiude appunto una serie di lezioni tenute a Berkley nel 1980.
In una di queste lezioni, il buon Julio dice che:

A volte lo Humour può camuffare davvero una visione molto più seria e molto più tragica delle cose.

E questo essenzialmente perché l’umorismo è un distruttore che, distruggendo, costruisce.

Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.

Leggevo queste riflessioni dello scrittore argentino proprio appena dopo aver chiuso Lezioni di nuoto, raccolta di racconti di Rohinton Mistry, e non ho potuto fare a meno di notare come questa successione di letture fosse capitata a pennello.

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Quelli di Lezioni di nuoto sono racconti che contengono sempre un qualche elemento buffo, umoristico, in genere legato a un personaggio che compare nella storia narrata e che può esserne il protagonista oppure una semplice comparsa.
C’è per esempio il signore che ha problemi col suo bagno, la vicina impicciona che nei giorni di lutto continua a importunare la vedova offrendo un aiuto non richiesto, la vecchia che per ripicca semina immondizia davanti la stanza dei vicini, l’emigrato che non riesce a fare i suoi bisogni da seduto e così via. Ma questi elementi non sono lì per creare delle scenette che facciano ‘solo’ ridere il lettore (sebbene ci riesca) ma per decostruire, come diceva Cortázar, una quotidianità e mostrarcela sotto una lente differente.

Sotto queste figure buffe, apparentemente leggere, si nascondono alcuni dei momenti più crudeli e più dolorosi che mi sia capitato di leggere ultimamente. E sono nascosti bene, perché mentre leggi ti ritrovi a sorridere dell’assurdità di alcune situazioni, o magari ti metti a ricordare personaggi simili che sono entrati pure nella tua, di vita, sebbene per poco (chi di noi non ha incontrato un vicino rompi scatole?). Ma poi arrivi alla fine e, giusto prima di affrontare un nuovo racconto, ti soffermi a riflettere su quanto appena letto e comprendi la durezza di quello che è stato davvero raccontato.

Se l’idea che tutti i vicini vengano a usare il tuo frigorifero in quanto unico elettrodomestico refrigerante dello stabile fa divertire, fa meno sorridere cosa questa condivisione comporta alla fine, ovvero una situazione che non solo mette in mostra la povertà di certa gente, ma anche la cattiveria di altra.
Se sorriderete per la figura di quel padre che si fa togliere tutti i capelli bianchi dal figlio più piccolo, in un eccesso di vanità e sull’onda di un’ottimistica speranza in un lavoro migliore, vi potrebbe pure scendere qualche lacrima nel momento in cui Mistry si metterà a descrivere come un giovinetto arrivi a capire che la morte è in agguato, sempre, e che forse quello che considera un sacrificio non lo è.

Ecco allora che si comprende come l’autore stia in realtà dipingendo la nostra condizione umana, una condizione che racchiude mille sfaccettature che vanno dalla comicità al dramma più nero, dal lato migliore di una persona a quello peggiore.

Lo humour non è comunque il solo strumento utilizzato dall’autore per raccontare le persone.
L’altro grande attrezzo è quello che potrei chiamare continuità. Continuità perché i personaggi non si esauriscono quasi mai con una semplice comparsata, no, questi compaiono, spariscono e ricompaiono in altre storie dimostrando così che tutti, senza esclusione, hanno le loro disgrazie, le loro gioie, le loro storie da raccontare.

Non è un caso, quindi, che i racconti siano ambientati al Firozsha Baag, un complesso di tre ‘condomini’ di Bombay. Questa ‘bolla’, questo frammento di una grande città è il vetrino che Mistry guarda col suo microscopio di scrittore, un vetrino che racchiude una popolazione variegata di uomini e donne e giovani e meno giovani che costantemente si incontrano, si evitano, si mescolano e quindi crescono, mutano, esplodono.
Il mondo racchiuso in un serraglio.

E poi ci sono gli oggetti.
Gli oggetti a volte sanno raccontarci meglio di mille parole.
Osservando un francobollo, una vecchia gabbia per uccelli, un turbante, l’anima sobbalza e rivive cose passate, sogni che desideriamo disperatamente vedere realizzati e presenti in disfacimento lento e continuo.
Gli oggetti ci rappresentano e per questo motivo a volte li amiamo, a volte li odiamo. Di sicuro ci rivelano al mondo più di quanto pensiamo.

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Rohinton Mistry

Con una scrittura sorprendente, l’autore riesce a diversificare ogni storia, a raccontare qualcosa in modo sempre differente, anche ricorrendo a veri cambi di stile e passando da narrazioni più ordinarie a storie costruite come memoriali, o addirittura come una sorta di Mille e una Notte dove il cantastorie del complesso intrattiene i ragazzini raccontando loro le vicende del più grande eroe di tutti: Savukshaw.

Ad ogni storia un sorriso, una tenerezza e una stilettata al cuore.

Non posso, prima di finire, menzionare due racconti che si sono guadagnati un posto eterno nel mio cuore, perché mi hanno saputo donare dei momenti di grande tenerezza e struggimento: Visita di condoglianze e Di capelli bianche e del cricket. Sono entrambi legati al concetto di morte, e quindi di ‘allontanamento’ di un caro, ma visto da due punti quasi opposti. Nel primo c’è la vedova che, rimasta sola, non riesce a lasciar andare del tutto il marito. Nel secondo c’è un ragazzino che scopre, in qualche modo, che tutto deve finire.
Sono due racconti molto teneri che mi hanno davvero stravolto perché la penna di Mistry, che fino a un paio di racconti prima aveva punzecchiato il lettore con spezie e grida e intrusioni ‘prepotenti’, qui si fa, pur senza dimenticare l’ironia, di una tenerezza struggente. Il dolore, la miseria della vita, sono in questo caso nascoste da una grande delicatezza. Qui è tutto più sottile e oltre a mostrare la grande bravura dell’autore, mostra anche come alcuni momenti, alcuni secondi di epifania, possano cambiare la maniera in cui concepisci la tua intera esistenza.

Per concludere, un suggerimento: procuratevi questi racconti. Vi mostreranno un’India che riassume l’umanità di tutti noi, vi farà ridere e anche piangere e vi farà riflettere su come anche un semplice oggetto, una mazza di cricket per esempio, possa assumere significati diversi a seconda del momento in cui ci troviamo a osservarla. Perché il mondo, la vita, non cambia. Cambiamo noi.

***

Lezioni di nuoto
di Rohinton Mistry
Traduzione di Chiara Vatteroni
340 pagine, 15,00 €, Racconti

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Non lasciamoci

The thought came to me […] that all good stories, never mind how radical or traditional their mode of telling, had to contain relationships that are important to us; that move us, amuse us, anger us, surprise us. Perhaps in future, if I attended more to my relationships, my characters would take care of themselves.

Lo dice Kazuo Ishiguro.
Lo dice nella sua Nobel Lecture.
Lo dice appena prima di far notare che, forse, a noi potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma che per lui quel pensiero costituì una sorta di rivelazione che cambiò tutto. Da allora, Ishiguro incominciò a costruire le sue storie in maniera differente. Come per Non lasciarmi, per esempio, che iniziò a scrivere lavorando sul triangolo al centro della vicenda, sulla relazione tra quelle tre persone. Si concentrò su quello per poi, e solo poi, ‘allargarsi’ a tutto il resto.

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È effettivamente così. La centralità di questi tre ragazzi e della loro relazione è preponderante a tutto il resto, ma non solo, è un rapporto nel quale ti senti talmente coinvolto che non puoi fare a meno di dar loro dei consigli, mentre leggi da solo, in camera, con la sola luce dell’abat-jour a illuminare l’inchiostro sulla pagina. Il lettore diventa quindi una sorta di voyeur che, in certi momenti, capirà più di quello che gli stessi protagonisti riescono a capire.

Il loro è un rapporto (una vita, anche) fatto di piccole cose. Piccoli gesti, piccoli oggetti, piccoli spazi. La voce narrante racconta fittamente di una quotidianità minuscola, in qualche modo. Il mondo viene rimpicciolito in poche scene, in poche scelte, in pochi luoghi e in pochi oggetti del cuore. Ed è questa centralità dell’essenziale che racchiude la bellezza del romanzo. È da qui che parte la grandezza del libro di Ishiguro.

Non lasciarmi protagonisti

Non Lasciarmi, film del 2010 diretto da Mark Romanek. Partendo da sinista: Keira Knightley (Ruth), Andrew Garfield (Tommy), Carey Mulligan (Kathy).

Qualcuno di voi forse saprà che a un certo punto del romanzo si scopre una cosa sul filo del fantascientifico. Una cosa che ci permette, in effetti, di considerare questa prova di Ishiguro come un romanzo ibrido, una commistione di generi. Allo stesso tempo, però, questa parte non mi è mai parsa centrale nella vicenda. Non mi è mai sorto il pensiero di discutere circa questa verità, che potrebbe invece portare a grandissimi discorsi sull’etica. Al contrario, questo particolare ha contribuito a focalizzarmi ancora di più sulle vite dei tre giovani protagonisti.
Non è tanto il cosa sono, che mi ha fatto pensare, ma il come vivono. E, indovinate un po’, più le osservi e più ti rendi conto che queste persone siamo noi. Siamo noi ogni santo giorno.

Durante un’intervista, in una domanda che faceva tipo: perché i protagonisti non fuggono dal loro destino? Ishiguro risponde:

Per andare dove? Sono educati fin da piccoli a pensare che il loro scopo sia importante. E poi quanti di noi vivono situazioni infelici, un matrimonio sbagliato, un lavoro non amato, eppure rimangono lì. Il film è triste perché è una metafora della condizione di tutti. […] Al pubblico che si chiede: che senso ha vivere così, io rispondo: che senso ha vivere in generale, allora.

La verità è che, appunto, la fine ultima di Kathy, Tommy e Ruth non è il nocciolo della questione. Il succo è come vivono prima di quella fine. Quella fine è una sorta di accelerazione del tutto.

Mentre leggevo questo libro non potevo fare a meno di pensare a quanto potesse essere un romanzo sulla crescita.
C’è la parte dove i protagonisti sono bambini e vanno a scuola, ricevono un’educazione che, in qualche modo, li incasella, li ‘formatta’, da loro delle linee entro cui stare. C’è poi l’adolescenza e la scoperta, per esempio, del sesso, in quel modo tipico dei ragazzi dove ognuno fa finta di saperne più degli altri, di avere più esperienza degli altri, senza che sia necessariamente vero. Poi è il momento di lasciare la scuola e allora la narrazione si fa più incerta. Cosa succederà? Quando succederà quello che desidero? Ma poi, accadrà?

Ciò che intendo dire è che tutti noi stavamo lottando per adattarci alla nostra nuova vita, e immagino che tutti noi facessimo cose che avremmo rimpianto in seguito.

C’è anche un momento, in una sorta di ambientazione di stallo tra la giovinezza e l’età adulta (che è poi l’unico luogo geografico ‘reale’), in cui i ragazzi si metteranno a cercare una particolare figura che sembra essere connessa con Ruth. Quella figura non è solo una sorta di parentela, di legame con il mondo ‘fuori’ dal loro. Quella figura rappresenta il futuro, la speranza di poter realizzare un proprio desiderio, la possibilità di riuscire a realizzarsi davvero, un po’ come quando da ragazzini sogniamo di diventare un calciatore famoso, o un astronauta.
Ecco, quell’inseguimento, quello stare alle calcagna di una possibilità, mi ha fatto molta tenerezza. Sembravano bambini intenti a giocare ma, allo stesso tempo, estremamente coscienti di quello che stavano facendo. E c’era la paura, la paura di essere scoperti, certo, ma anche di scoprire qualcosa che non vorrebbero scoprire. Capire che, forse, quel futuro non è il futuro che li attende. Proprio come quando, dopo qualche anno passato a giocare nella squadra del paese, si capisce che non si è il nuovo Ronaldo, che la propria vita dovrà essere altro.

È un po’ il preludio al risveglio. Un brusco risveglio, che ad alcuni capita prima, ad altri dopo. Ma è inevitabile. È devastante.

E poi, a concludere tutto, la domanda finale: l’amore ci può salvare?
E la triste risposta: no. L’amore non ci può salvare, ma se per puro caso riuscissimo a coglierlo davvero, quell’amore… se per caso riuscissimo veramente a sentirlo, ad accettarlo nella nostra vita, riusciremmo a vivere meglio. Ad avere meno rimpianti.

I rimpianti.
Credo che Non lasciarmi sia una grandissimo romanzo sul rimpianto, sull’accorgerci troppo tardi delle cose. Passiamo una vita a far finta che tutto ci vada bene così, che un tal sentimento sia pura immaginazione, che un tal impulso sia da controllare perché solo passeggero. Ma poi diventiamo vecchi, ci guardiamo indietro e ci chiediamo: che cosa ho fatto?
O peggio: che cosa non ho fatto?

Ci sono cose che rischiamo di non cogliere, o non voler cogliere, mentre percorriamo questa vita. E forse è giusto così. Forse è corretto non riuscire a cogliere tutto nel momento perfetto.
Ma c’è la possibilità, sempre, di rimediare.

Lo ammetto, subito dopo aver chiuso l’ultima pagina sono rimasto un po’ spaesato. La prima parte del libro mi è risultata piuttosto fredda, molto distaccata, e mano a mano che la storia procedeva rimanevo leggermente sconcertato da una mancanza di… non so, forse di un colpo di scena che cambiasse tutto, forse di una fuga, una vittoria o la parvenza di una fine ben più tragica o, al contrario, ben più felice. E invece niente.
Ma poi ho capito. Ho capito che questa storia doveva scorrere così, con questo ritmo, queste parole, queste vicende. Perché è una storia ‘comune’. L’elemento fantascientifico mi aveva tratto in inganno perché mi aveva portato a considerarlo più importante del previsto. La verità è però che questo romanzo parla in maniera tremendamente lucida della nostra realtà. Del nostro oggi. Anzi, del nostro oggi personale, piccolo, privato.

E poi Kathy ha iniziato a parlarmi.
Dopo aver concluso il libro ho iniziato a sentire la sua voce.
Forse sembro pazzo a scriverlo, ma questa sua voce continuo a sentirla. Nei momenti più disparati, nei miei pensieri, Kathy mi sussurra la sua storia, o forse la mia. Allora mi fermo e mi chiedo se rimpiango qualcosa e, beh, non trovo il coraggio di dirmi di sì. Allora lei mi parla ancora.
Forse non smetterà più.
Forse è giusto così.

***

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro
Traduzione di Paola Novarese
298 pagine, 13,00 €, Einaudi

Intenti ed elettricità

Devo essere caduto in qualche pozzo oscuro, in una delle sorgenti maledette di Jusenkyo e ora ogni volta che mi bagno con l’acqua fredda divento insofferente nei confronti dei libri che leggo. Altrimenti non si spiega questa mia improvvisa avversione per titoli così acclamati dal pubblico. Perché io sono il pubblico per eccellenza, e non lo dico con presunzione, ma come constatazione del fatto che mi ero sempre ritrovato parecchio col gusto del pubblico. Ora no.

Ho letto Il racconto dell’ancella ed ero speranzoso,desideroso, contento e… niente. La scintilla non è scoccata.
E poi ho letto Ragazze Elettriche, che un po’ ne riprende i tempi e li ribalta e in qualche modo li attualizza anche a livello di scrittura e… niente. Ancora niente.

Il fatto è che, e ne parlavo pure su A Long Tail, mi sto rendendo sempre più conto di quanto non possa bastare l’intento, o l’idea di base. Se stai scrivendo un romanzo mi aspetto che oltre ad avere delle cose da dire, tu le sappia pure abbinare a una buona storia. Altrimenti non funziona nulla e anche quel poco di valore che hai detto non riesco ad apprezzarlo a dovere.

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Ragazze Elettriche racconta di un potere che inizia a risvegliarsi nelle giovani donne, per poi propagarsi al genere femminile tutto. Si tratta di un potere elettrico, come suggerisce il titolo, che si concretizza nel rilascio di scariche da parte delle mani. Poco importa come si è arrivati a questo, ma le conseguenze sono devastanti. Gli equilibri nel mondo cambiano completamente. Le donne, fino ad ora considerate il sesso debole, si ritrovano con un’arma che le rende fisicamente superiori alla controparte maschile e presto riescono ad ottenere quel potere (politico e sociale) che era stato loro precluso in passato.
Utilizzando esclusivamente dei tipi di violenza che già nella nostra società gli uomini fanno sulle donne, l’autrice riesce a ribaltare la scena fino ad arrivare a uno scenario completamente nuovo dove però anche le donne sono diventate, in parole povere, cattive.

Il potere logora chi ce l’ha, mi verrebbe da dire.

L’idea è incredibilmente interessante. Mi ha molto affascinato e credo sia impressionante, in quanto maschio, leggere di tutte le violenze perpetrate nel libro e rendersi conto che sono violenze che esistono già, quotidianamente, che le donne sono costrette a subire.
Ritengo interessante anche il discorso sul potere e sul come questo possa cambiare la persona che lo ottiene.

Ma…

Ma alla fine la lettura non mi ha lasciato nulla.
Sebbene abbia solcato le pagine con grande facilità e in qualche modo mi sia sentito attratto dalle protagoniste, a fine traversata mi sono voltato indietro e non ho saputo vedere nulla.

C’è un problema di fondo, secondo me, e cioè che l’autrice rimane troppo in superficie e si sofferma troppo su quello che vuole dire senza rendersi conto di essere a rischio di unidirezionalità.
Tento di spiegarmi meglio.

Per prima cosa, ritengo i personaggi un po’ superficiali. Vengono introdotti all’inizio e sembrano tutti molto interessanti, ma poi si poggiano esclusivamente sul loro voler avere potere, maggiore potere, e non si va mai oltre.
Sono inoltre tutti personaggi disagiati. C’è la ragazza che subiva violenza, c’è la ragazza figlia di un malavitoso, c’è una simil Melania Trump che assumendo il potere vuole come mostrare di non essere solo bella. E poi c’è una politica che sembra una persona normale, ma che poi usa la sicurezza della figlia come motore per rivalersi sulla controparte maschile.
Nessuna figura è insomma buona in partenza. Sono tutte ‘cattive’, se cattive si può dire, fin dal principio. Il potere offre solo un mezzo per sfogare la loro rabbia e il loro egoismo. E quindi mi chiedo: è davvero il potere a deteriorare le persone? O sono le persone ad essere già così di suo?
Io non sono riuscito a vedere questa cosa del potere come corruzione. Non ho percepito quest’idea che tutti, uomini o donne, al potere si comportano nello stesso modo. Perché le figure di partenza erano già ‘sbagliate’ fin dal principio.

C’è poi la tendenza a raccontare molti fatti ma poche sostanze.
Per esempio Madre Eve, la ragazzina abusata, che scappa di casa dopo un omicidio, si ritrova in un convento e riesce a diventare una sorta di papessa. È tutto un susseguirsi di azioni mosse da desideri personali, comprensibili eh, ma personali. E anche la religione viene bistrattata con lo scopo di raggiungere (e mostrare al lettore) il potere. Non ci si interroga mai sul divino, sebbene Eve senta costantemente una voce che la guida.

Tutte queste donne sono donne egoiste che mirano a qualcosa di personale.
Però non c’è uno scavare più a fondo, non ci sono dubbi, non ci sono ripensamenti. E invece se ci si fosse soffermati anche su altri aspetti, credo che il risultato avrebbe potuto davvero essere molto brillante. Mentre così… mi è sembrato un bel romanzo da spiaggia, di quelli che leggi per estraniarti qualche ora.

Col gruppo di lettura, per esempio, abbiamo evidenziato come mancasse una figura materna o paterna. Non ci sono buone madri o buoni padri. Mai. I secondi o sono mafiosi che tentano di ammazzarti o non ci sono proprio. Le prime o sono complici dei padri, o sono morte, o sono normali solo in apparenza e si rivelano poi delle castratrici. E come si può costruire un romanzo su un’idea ‘generale’ del potere, se a questo potere partecipano solo figure poco equilibrate?
Cosa sarebbe successo se nella storia ci fosse stata una normale donna, mamma e lavoratrice? Non lo so.

C’è poi anche un’altra cosa che avrebbe meritato più approfondimento, ossia il ruolo della Storia. Il romanzo che leggiamo ci viene infatti presentato come un romanzo scritto da un uomo e introdotto, e concluso, da uno scambio di mail tra l’autore e una sua collega autrice (l’autrice Naomi). Alla fine del tutto, in uno di questi scambi, si parla della Storia e di come la Storia venga percepita e utilizzata. Quanto sia Storia, in effetti, e quanto sia leggenda. Quanto è strumentalizzata, quanto no. Un discorso che potrebbe essere molto interessante ma che viene, anche qui, appena accennato.

Tutto questo per dire: mi piace l’idea, la trovo interessante e originale e davvero capace di regalare grandi riflessioni. I ruoli invertiti è una trovata vincente perché crea davvero uno scossone nel lettore maschio. Ritengo però che l’idea sia rimasta in superficie, che la narrazione si sia limitata all’azione più che all’introspezione, e questo lo reputo sfavorevole per un romanzo che ha bisogno di molta empatia.

Praticamente torno al punto: basta l’intento?
E ancora una volta la mia risposta è no.

Nella rete delle storie

Siamo le storie che ci piacciono?
Oppure sono le storie che ci piacciono a renderci quello che siamo?
E c’è una differenza tra le due domande? Oppure si completano?

Riflettevo sull’importanza che le storie hanno per crearci e per raccontarci e per capirci e farci capire. Ci penso spesso, ultimamente, soprattutto per via di A Long Tail. Ma ci penso ancor più spesso da quando ho letto Il Bacio della Donna Ragno, di Manuel Puig, recentemente ritornato in libreria per i tipi di SUR.

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Il Bacio della Donna Ragno è un romanzo costruito quasi esclusivamente con il dialogo tra i due protagonisti, Valentín Arregui e Luis Molina, che condividono la stessa cella di una prigione argentina. Il primo è un ventiseienne leader di un movimento politico dissidente. Il secondo è un omosessuale quarantenne accusato di aver adescato un minorenne.
Durante la loro reclusione insieme, per passare il tempo Molina racconterà alcuni film che gli sono piaciuti, e lo farà in una maniera talmente vivida che quasi si riesce a vederli i personaggi che racconta. Sono film d’amore struggente, con donne bellissime ed elegantissime, ma anche tenebrose. E tra un pezzo di film e l’altro, Valentín e Luis chiacchierano, prima poco, poi di più. Si confidano, in qualche modo. Diventano amici, in qualche altro modo.

Le storie, dicevo. Storie che, in questo romanzo, prendono spazio. Non ne sono sicuro, ma se si contassero le pagine credo che la maggior parte risulterebbero dedicate a questi racconti. Racconti che, mi vien da dire, superano il concetto di mezzo, perché sono film, ma sono anche letteratura e racconto orale. Sono una storia nel senso più puro del termine, una narrazione fatta per ammaliare, far passare il tempo e cercare di spiegarsi.

Ah, spiegarsi… c’è un lavoro che possa risultare più difficile di questo? Perché in fondo non ci conosciamo troppo bene nemmeno noi. Ma le storie ci aiutano. Ci aiutano a delineare i nostri contorni e aiutano gli altri a capirci un pezzettino in più.
Ma poi le storie sono interpretabili, e bisogna sempre metterci un po’ di cuore per capirle.

È indubbio che la grandezza di Puig stia proprio nel saper attingere così a piene mani da un mezzo altro, il cinema, per creare letteratura. Da un mezzo pop per eccellenza per arrivare a qualcosa che, forse, pop non è più.
È una lente, la sua, ovviamente. Una lente per ingrandire, per vedere più da vicino, per mostrare. Una lente per consentire a tutti di vedere bene.

Ma vedere cosa?

Che si è oppressi. Dal governo. Dagli estremismi. Dagli altri. Da noi stessi. Dalle aspettative proprie e altrui, da un senso comune che si è annidato dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
Ed è interessante che tra i due oppressi, quello che risulta essere migliore, in qualche modo, è quello dal peccato più ‘sporco’: l’omosessuale. Perché essere un dissidente politico, sì, ti mette nei guai ma ti mostra sotto una certa luce di valore, di tenacia, mentre essere omosessuale… Ma è l’omosessuale a essere la figura più positiva, quella che aiuta, che magari cade in tentazione ma che vuole redimersi, quella che ha pensieri in grado di mutare più sinceramente, quello che si prende in carico cose di altri. Non risulta quindi strano che Il bacio della donna ragno ebbe alcune difficoltà a trovare un editore.

Ma è una lente pure per vedere che, in fondo, possiamo anche uscire dall’oppressione, specialmente da quella che ci autoimponiamo. A volte, se ci diamo il permesso di uscire da sbarre che abbiamo innalzato noi, forse riusciamo ad avere qualche attimo di libertà vera, quella libertà che trascende i confini. Perché le storie servono anche a questo, a superare i confini.

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William Hurt e Raul Julia nei panni di Molina e Arregui nel film del 1985, “Il Bacio della Donna Ragno”, diretto da Hector Babenco.

Mi vien poi da aggiungere una piccola nota.
Molina è quello che oggi definiremmo come una sorta di omosessuale stereotipato, che parla di sé al femminile, che ha movenze più da donna, ecc.
Ecco, mi è capitato di leggere alcuni pensieri online contrari a questa rappresentazione, e mi vien da pensare: ‘non è che volendo combattere gli stereotipi, ne creiamo invece degli altri?’. Dico questo perché non vorrei che un particolare accecasse il lettore tanto da non fargli capire la storia.
È giusto che i gay non siano rappresentati solo come ‘checche’ (passatemi il termine), ma non dimentichiamoci che gli effeminati esistono. E Puig era un tipo che parlava di sé al femminile e chiamava gli altri con nomi femminili (per dire: Mario Vargas Llosa veniva chiamato Elizabeth Taylor).
Davanti a certe storie, quindi, pensiamo alle storie raccontate. Grazie.