Intenti ed elettricità

Devo essere caduto in qualche pozzo oscuro, in una delle sorgenti maledette di Jusenkyo e ora ogni volta che mi bagno con l’acqua fredda divento insofferente nei confronti dei libri che leggo. Altrimenti non si spiega questa mia improvvisa avversione per titoli così acclamati dal pubblico. Perché io sono il pubblico per eccellenza, e non lo dico con presunzione, ma come constatazione del fatto che mi ero sempre ritrovato parecchio col gusto del pubblico. Ora no.

Ho letto Il racconto dell’ancella ed ero speranzoso,desideroso, contento e… niente. La scintilla non è scoccata.
E poi ho letto Ragazze Elettriche, che un po’ ne riprende i tempi e li ribalta e in qualche modo li attualizza anche a livello di scrittura e… niente. Ancora niente.

Il fatto è che, e ne parlavo pure su A Long Tail, mi sto rendendo sempre più conto di quanto non possa bastare l’intento, o l’idea di base. Se stai scrivendo un romanzo mi aspetto che oltre ad avere delle cose da dire, tu le sappia pure abbinare a una buona storia. Altrimenti non funziona nulla e anche quel poco di valore che hai detto non riesco ad apprezzarlo a dovere.

71VWJR1yUkL

Ragazze Elettriche racconta di un potere che inizia a risvegliarsi nelle giovani donne, per poi propagarsi al genere femminile tutto. Si tratta di un potere elettrico, come suggerisce il titolo, che si concretizza nel rilascio di scariche da parte delle mani. Poco importa come si è arrivati a questo, ma le conseguenze sono devastanti. Gli equilibri nel mondo cambiano completamente. Le donne, fino ad ora considerate il sesso debole, si ritrovano con un’arma che le rende fisicamente superiori alla controparte maschile e presto riescono ad ottenere quel potere (politico e sociale) che era stato loro precluso in passato.
Utilizzando esclusivamente dei tipi di violenza che già nella nostra società gli uomini fanno sulle donne, l’autrice riesce a ribaltare la scena fino ad arrivare a uno scenario completamente nuovo dove però anche le donne sono diventate, in parole povere, cattive.

Il potere logora chi ce l’ha, mi verrebbe da dire.

L’idea è incredibilmente interessante. Mi ha molto affascinato e credo sia impressionante, in quanto maschio, leggere di tutte le violenze perpetrate nel libro e rendersi conto che sono violenze che esistono già, quotidianamente, che le donne sono costrette a subire.
Ritengo interessante anche il discorso sul potere e sul come questo possa cambiare la persona che lo ottiene.

Ma…

Ma alla fine la lettura non mi ha lasciato nulla.
Sebbene abbia solcato le pagine con grande facilità e in qualche modo mi sia sentito attratto dalle protagoniste, a fine traversata mi sono voltato indietro e non ho saputo vedere nulla.

C’è un problema di fondo, secondo me, e cioè che l’autrice rimane troppo in superficie e si sofferma troppo su quello che vuole dire senza rendersi conto di essere a rischio di unidirezionalità.
Tento di spiegarmi meglio.

Per prima cosa, ritengo i personaggi un po’ superficiali. Vengono introdotti all’inizio e sembrano tutti molto interessanti, ma poi si poggiano esclusivamente sul loro voler avere potere, maggiore potere, e non si va mai oltre.
Sono inoltre tutti personaggi disagiati. C’è la ragazza che subiva violenza, c’è la ragazza figlia di un malavitoso, c’è una simil Melania Trump che assumendo il potere vuole come mostrare di non essere solo bella. E poi c’è una politica che sembra una persona normale, ma che poi usa la sicurezza della figlia come motore per rivalersi sulla controparte maschile.
Nessuna figura è insomma buona in partenza. Sono tutte ‘cattive’, se cattive si può dire, fin dal principio. Il potere offre solo un mezzo per sfogare la loro rabbia e il loro egoismo. E quindi mi chiedo: è davvero il potere a deteriorare le persone? O sono le persone ad essere già così di suo?
Io non sono riuscito a vedere questa cosa del potere come corruzione. Non ho percepito quest’idea che tutti, uomini o donne, al potere si comportano nello stesso modo. Perché le figure di partenza erano già ‘sbagliate’ fin dal principio.

C’è poi la tendenza a raccontare molti fatti ma poche sostanze.
Per esempio Madre Eve, la ragazzina abusata, che scappa di casa dopo un omicidio, si ritrova in un convento e riesce a diventare una sorta di papessa. È tutto un susseguirsi di azioni mosse da desideri personali, comprensibili eh, ma personali. E anche la religione viene bistrattata con lo scopo di raggiungere (e mostrare al lettore) il potere. Non ci si interroga mai sul divino, sebbene Eve senta costantemente una voce che la guida.

Tutte queste donne sono donne egoiste che mirano a qualcosa di personale.
Però non c’è uno scavare più a fondo, non ci sono dubbi, non ci sono ripensamenti. E invece se ci si fosse soffermati anche su altri aspetti, credo che il risultato avrebbe potuto davvero essere molto brillante. Mentre così… mi è sembrato un bel romanzo da spiaggia, di quelli che leggi per estraniarti qualche ora.

Col gruppo di lettura, per esempio, abbiamo evidenziato come mancasse una figura materna o paterna. Non ci sono buone madri o buoni padri. Mai. I secondi o sono mafiosi che tentano di ammazzarti o non ci sono proprio. Le prime o sono complici dei padri, o sono morte, o sono normali solo in apparenza e si rivelano poi delle castratrici. E come si può costruire un romanzo su un’idea ‘generale’ del potere, se a questo potere partecipano solo figure poco equilibrate?
Cosa sarebbe successo se nella storia ci fosse stata una normale donna, mamma e lavoratrice? Non lo so.

C’è poi anche un’altra cosa che avrebbe meritato più approfondimento, ossia il ruolo della Storia. Il romanzo che leggiamo ci viene infatti presentato come un romanzo scritto da un uomo e introdotto, e concluso, da uno scambio di mail tra l’autore e una sua collega autrice (l’autrice Naomi). Alla fine del tutto, in uno di questi scambi, si parla della Storia e di come la Storia venga percepita e utilizzata. Quanto sia Storia, in effetti, e quanto sia leggenda. Quanto è strumentalizzata, quanto no. Un discorso che potrebbe essere molto interessante ma che viene, anche qui, appena accennato.

Tutto questo per dire: mi piace l’idea, la trovo interessante e originale e davvero capace di regalare grandi riflessioni. I ruoli invertiti è una trovata vincente perché crea davvero uno scossone nel lettore maschio. Ritengo però che l’idea sia rimasta in superficie, che la narrazione si sia limitata all’azione più che all’introspezione, e questo lo reputo sfavorevole per un romanzo che ha bisogno di molta empatia.

Praticamente torno al punto: basta l’intento?
E ancora una volta la mia risposta è no.

Annunci

Nella rete delle storie

Siamo le storie che ci piacciono?
Oppure sono le storie che ci piacciono a renderci quello che siamo?
E c’è una differenza tra le due domande? Oppure si completano?

Riflettevo sull’importanza che le storie hanno per crearci e per raccontarci e per capirci e farci capire. Ci penso spesso, ultimamente, soprattutto per via di A Long Tail. Ma ci penso ancor più spesso da quando ho letto Il Bacio della Donna Ragno, di Manuel Puig, recentemente ritornato in libreria per i tipi di SUR.

SURns6_Puig_IlBacioDellaDonnaRagno_cover

Il Bacio della Donna Ragno è un romanzo costruito quasi esclusivamente con il dialogo tra i due protagonisti, Valentín Arregui e Luis Molina, che condividono la stessa cella di una prigione argentina. Il primo è un ventiseienne leader di un movimento politico dissidente. Il secondo è un omosessuale quarantenne accusato di aver adescato un minorenne.
Durante la loro reclusione insieme, per passare il tempo Molina racconterà alcuni film che gli sono piaciuti, e lo farà in una maniera talmente vivida che quasi si riesce a vederli i personaggi che racconta. Sono film d’amore struggente, con donne bellissime ed elegantissime, ma anche tenebrose. E tra un pezzo di film e l’altro, Valentín e Luis chiacchierano, prima poco, poi di più. Si confidano, in qualche modo. Diventano amici, in qualche altro modo.

Le storie, dicevo. Storie che, in questo romanzo, prendono spazio. Non ne sono sicuro, ma se si contassero le pagine credo che la maggior parte risulterebbero dedicate a questi racconti. Racconti che, mi vien da dire, superano il concetto di mezzo, perché sono film, ma sono anche letteratura e racconto orale. Sono una storia nel senso più puro del termine, una narrazione fatta per ammaliare, far passare il tempo e cercare di spiegarsi.

Ah, spiegarsi… c’è un lavoro che possa risultare più difficile di questo? Perché in fondo non ci conosciamo troppo bene nemmeno noi. Ma le storie ci aiutano. Ci aiutano a delineare i nostri contorni e aiutano gli altri a capirci un pezzettino in più.
Ma poi le storie sono interpretabili, e bisogna sempre metterci un po’ di cuore per capirle.

È indubbio che la grandezza di Puig stia proprio nel saper attingere così a piene mani da un mezzo altro, il cinema, per creare letteratura. Da un mezzo pop per eccellenza per arrivare a qualcosa che, forse, pop non è più.
È una lente, la sua, ovviamente. Una lente per ingrandire, per vedere più da vicino, per mostrare. Una lente per consentire a tutti di vedere bene.

Ma vedere cosa?

Che si è oppressi. Dal governo. Dagli estremismi. Dagli altri. Da noi stessi. Dalle aspettative proprie e altrui, da un senso comune che si è annidato dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
Ed è interessante che tra i due oppressi, quello che risulta essere migliore, in qualche modo, è quello dal peccato più ‘sporco’: l’omosessuale. Perché essere un dissidente politico, sì, ti mette nei guai ma ti mostra sotto una certa luce di valore, di tenacia, mentre essere omosessuale… Ma è l’omosessuale a essere la figura più positiva, quella che aiuta, che magari cade in tentazione ma che vuole redimersi, quella che ha pensieri in grado di mutare più sinceramente, quello che si prende in carico cose di altri. Non risulta quindi strano che Il bacio della donna ragno ebbe alcune difficoltà a trovare un editore.

Ma è una lente pure per vedere che, in fondo, possiamo anche uscire dall’oppressione, specialmente da quella che ci autoimponiamo. A volte, se ci diamo il permesso di uscire da sbarre che abbiamo innalzato noi, forse riusciamo ad avere qualche attimo di libertà vera, quella libertà che trascende i confini. Perché le storie servono anche a questo, a superare i confini.

Il bacio della donna ragno 1

William Hurt e Raul Julia nei panni di Molina e Arregui nel film del 1985, “Il Bacio della Donna Ragno”, diretto da Hector Babenco.

Mi vien poi da aggiungere una piccola nota.
Molina è quello che oggi definiremmo come una sorta di omosessuale stereotipato, che parla di sé al femminile, che ha movenze più da donna, ecc.
Ecco, mi è capitato di leggere alcuni pensieri online contrari a questa rappresentazione, e mi vien da pensare: ‘non è che volendo combattere gli stereotipi, ne creiamo invece degli altri?’. Dico questo perché non vorrei che un particolare accecasse il lettore tanto da non fargli capire la storia.
È giusto che i gay non siano rappresentati solo come ‘checche’ (passatemi il termine), ma non dimentichiamoci che gli effeminati esistono. E Puig era un tipo che parlava di sé al femminile e chiamava gli altri con nomi femminili (per dire: Mario Vargas Llosa veniva chiamato Elizabeth Taylor).
Davanti a certe storie, quindi, pensiamo alle storie raccontate. Grazie.

Isole e desideri che si avverano

Ho un vizio. Se in un libro che mi è piaciuto particolarmente vengono citati altri libri, io devo averli. Credo che sia un processo comune a molti lettori, si tende a trasportare il gusto della lettura in corso ai titoli che in quella lettura vengono menzionati. Una sorta di trasporto affettivo che si spera venga poi ripagato.

In questo particolare caso, la colpa va data a L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjöberg, che cita L’uomo che amava le isole di D. H. Lawrence. Un titolo che ho trovato curioso e la cui storia mi ha affascinato.
Ho faticato un po’ per riuscire a leggerlo perché in un primo momento non era disponibile, poi è stato ripubblicato in un’antologia che io, pigramente, non ho recuperato e ora, finalmente, viene riproposto in solitaria, da Lindau.

È stata una lettura inaspettata.

Conoscevo a grandi linee la storia, ma quella che mi sono ritrovato davanti si è rivelata più una sorta di fiaba, con tutti i pregi e i limiti del caso, che un racconto vero e proprio. Una storiella veloce, divisa in tre scene, che veicola un messaggio senza nascondercelo, raccontandoci di un uomo che cerca di ‘costruirsi’ un’isola ideale, ma nessuna sembra davvero soddisfarlo (o assecondarlo) salvo la terza, dove si troverà in completa solitudine e dove tutto capitolerà.

L-uomo-che-amava-le-isole_large

Sembra che Lawrence fosse affascinato dalle isole.
Ha vissuto, per esempio, in Sicilia per circa un anno, e ha visitato la Sardegna e lo Sri Lanka. Molte altre isole appaiono poi nella sua narrativa, isole geografiche ovviamente, ma anche luoghi di isolamento, e spesso come una sorta di luogo dove raggiungere, e magari vivere, un qualche assoluto che inevitabilmente si concluderà malamente.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, Lawrence penserà addirittura di fondare una sorta di isola, Rananim, un’utopia, un’isola benedetta, una comunità per pochi, proprio come i luoghi de L’uomo che amava le isole. L’autore vedeva infatti la fuga come unica salvezza possibile da quell’Europa devastata dagli scontri bellici, e il fallimento di questo suo progetto sembra aver molto ispirato il racconto e infatti, in una sua lettera del 7 novembre 1916 indirizzata all’amico Samuel Koteliansky, già si intravede quello che sarà poi il finale del racconto: “my Rananim, my Florida idea, was the true one. Only the people were wrong. But to go to Rananim, without the people is right, for me, and ultimately, I hope for you.”

In qualche modo L’uomo che amava le isole è proprio la conclusione di questo progetto, una sorta di manifesto, di epitaffio, che sancisce la morte di Rananim e del progetto utopico.
Lawrence concepisce infatti questo ‘luogo speciale’ sempre lontano dalla civiltà, in luoghi selvaggi, dove l’uomo deve tornare in qualche modo primitivo. Solo che, costantemente, l’uomo fallisce. L’utopia fallisce. È il suo destino.

È un fallimento graduale e non previsto dal protagonista, comunque, che comincia la sua avventura acquistando un’isola che include anche degli isolani, scelti per servire al padrone, quindi tuttofare, contadini, governante, ecc. Solo che la sua idea di isolamento è qui alterata dalle ‘troppe’ persone e dal fato avverso, dalla natura che si impone con prepotenza e dalle risorse economiche che scarseggiano.
Quindi si passa a una seconda isola.

La seconda isola è più piccola e gli abitanti si contano sulle dita di una mano. Ma anche qui non tutto sembra funzionare come il protagonista vorrebbe e si passa a una terza proprietà, un isolotto più lontano e disperso, un punto e basta, brullo e piatto.

Ogni isola è ridotta rispetto alla precedente. Ridotta non solo in termini di dimensioni, ma anche di materiale che ‘contiene’, sia esso umano o naturale. Ogni isola è più scarna, più primitiva, meno ricca, così come ad ogni isola corrisponde un protagonista che tenta di allontanarsi sempre più dal resto dell’umanità.

Alla fine l’isola scomparirà del tutto, sotto uno strato di neve. Anche l’idea, quindi, non esiste più. Non esiste più niente, solo il bianco infinito dove terra e mare si confondono in un’unica superficie inospitale e apparentemente infinita.
L’idea iniziale e la realtà, insomma, non coincidono. Più il protagonista pensa di avvicinarsi alla vera essenza della sua idea di isola, e più l’isola stessa scompare. Anche la parola stessa, isola, appare moltissime volte nel testo, ma le sue apparizioni diminuiscono mano a mano che ci si sposta verso la terza proprietà. Si arriva, in pratica, a decostruire l’idea stessa di isola, sebbene all’inizio del testo ci si chieda cosa sia un’isola.

A fine lettura viene spontaneo pensare a quel modo di dire che fa: attento a quello che desideri perché potrebbe avverarsi. È un po’ quello che succede al protagonista del racconto. Lui vuole isolarsi dal mondo e finisce col rimanere completamente solo e quasi estraneo alla stessa umanità, abbandonato anche dal suo corpo e oppresso dalla natura.

Ma non si tratta solo di decostruire un sogno, un progetto, ma anche il modo in cui sogniamo, secondo me.
Perché il problema è che a volte ci ostiniamo troppo.
Abbiamo un’idea in testa, un’idealizzazione di qualcosa, e lottiamo così alacremente per concretizzarla, che alla fine nemmeno ci accorgiamo di non volerlo fare più. Siamo così immersi nella marcia verso la meta finale, che non ci accorgiamo delle cose belle che incontriamo lungo la via. Il proprietario delle isole, per esempio, potrebbe decidere di fermarsi alla seconda isola, più ‘stabile’ della prima, dove potrebbe perfino condurre un tipo di esistenza piacevole, ma lui ha questo tarlo in testa, questa paura, quasi, di abbandonare il suo progetto e di attaccarsi ad altro, che si ostina a continuare la sua ricerca.

Siamo vittime di noi stessi? Dei nostri sogni? Dei nostri modi di pensare?
Stiamo cercando isole in cui moriremo o stiamo cercando la felicità? Perché forse il problema è tutto qui: spostiamo il nostro sguardo dallo scopo della nostra ricerca (fare qualcosa che ci renda contenti) alla ricerca stessa, non capendo che una ricerca può essere interrotta.
E forse potrebbe volerci una ‘fiaba’ come questa per comprenderlo.

***

Bibliografia: