Siamo solo corpi?

Siamo solo corpi?

È una domanda che potremmo (dovremmo?) porci spesso. Perché il corpo, e l’idea di corpo, e l’impressione che un corpo ci suscita ha raggiunto un’importanza tale, nella nostra società, che risulta impossibile fare a meno di farci i conti. Siamo sommersi da immagini di corpi, da lotte sociali che ruotano attorno ai corpi, da prodotti per i corpi, da filmati di corpi. Il corpo è il nostro biglietto da visita per il mondo, per chi ci sta attorno, ed è quindi normale volersene prendere cura. Ma cosa succede se il corpo prende il sopravvento su quello che siamo davvero?

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Alexandra Kleeman sembra, in qualche modo, voler esplorare questo concetto, e lo fa portando all’estremo alcune situazioni che potremmo definire quotidiane.
A, la protagonista, vive infatti con una coinquilina, ha un suo lavoro da correttrice e anche una relazione sentimentale con C. Solo che B è una persona che definire particolare è poco e che vorrebbe essere come A, e C  è uno che guarda sempre la tv e in particolar modo  programmi ‘estremi’, dove con estremi intendo programmi che estremizzano alcune cose della vita rendendo una vita normale troppo lontana da quegli ideali, come documentari con squali famelici, reality show con conseguenze irrimediabili e porno.

In tutto questo, il corpo è centrale.
In queste pagine si parla molto di cibo e di trucchi, entrambe cose che vanno a modificare la nostra ‘apparenza’, ma anche di tv e di programmi televisivi e pubblicità che con il corpo giocano. Ma il corpo è solo una chiave di accesso per giungere a parlare di un problema molto più ampio: l’identità.

Il problema di A, infatti, è che lei avverte che qualcosa non sta funzionando tra lei e la sua identità.

La bomba viene innescata da B che vuole essere come lei e che con la sua presenza inquietante e disturbante riesce, in qualche modo, ad assoggettarla. A incomincia a vivere in funzione di B. Si accorge che c’è qualcosa che non funziona, ma se B le propone un ghiacciolo, lei mangia un ghiacciolo anche se ha fame. Se B le ruba il letto, lei va a dormire nel letto di B. E mentre succede questo, a diventa un po’ più come B, e B diventa un po’ più come A.

Anche C però, l’elemento che apparentemente differenzia A da B, che le rende diverse e lontane, contribuisce a questo ‘dissolvimento’ della persona.
Per lui A e B sono potenzialmente intercambiabili. Lui parla puramente di aspetto fisico (e già questo potrebbe risultare abbastanza straziante), ma la verità è che per C chiunque potrebbe prendere il posto di A, perché il loro essere coppia si basa su azioni meccaniche e non sui sentimenti. Le uniche cose che fanno insieme C e A sono guardare la tv, far il bucato, guardare la tv, fare sesso guardando la tv, guardare la tv.

Le persone sono creature fragili: esistono solo se osservate da una certa prospettiva e a una certa distanza. Se sbagli posizione potresti perderle di vista completamente.

Ma A ha qualcosa che si rompe. A un certo punto questo triangolo si incrina e A entra in una sorta di setta che ha il fine ultimo quello di ‘purificare’ le persone, rendendole luce. Ma per diventare luce si deve annullare se stessi. Tutti devono indossare un lenzuolo bianco e basta. Tutti devono mangiare le Kandy Kake, delle merendine considerate l’unico cibo puro rimasto. Tutti devono dimenticare chi sono, il loro passato… Come a dire che se si vuole essere qualcosa di buono bisogna non essere niente.

Ecco allora che Il corpo che vuoi diventa una riflessione su chi siamo davvero. E su chi vogliamo essere.

Non vorresti sentirti tutt’uno con te stessa? Essere anche tu padrona di te? Sapere una volta tanto con assoluta certezza quando respiri, quando mangi, se tu a respirare e mangiare? Che tu sei tu e nessun altro?

Il titolo originale del romanzo è You too can have a body like mine, ossia “anche tu puoi avere un corpo come il mio”, come a dire che, in fondo, se proprio volessimo, tutti potremmo avere lo stesso corpo.
Ma se tutti possiamo avere lo stesso corpo, cosa ci distingue gli uni dagli altri? E cosa può renderci desiderabili o ripugnanti? O felici o infelici? O da amare o da odiare?

Viviamo in correlazione con gli altri.
È impossibile uscirne davvero perché viviamo in una società dove tutti si formano un’immagine di noi. Ma il punto è: voglio finire vittima di quell’immagine? E posso non rimanere schiacciato? Quanto ho paura di  rompere l’immagine che gli altri hanno di me?
Perché il problema, poi, è tutto qui: la paura di rimanere soli.
Mi faccio andar bene lo schifoso hot-dog della lavanderia pur stare con te? Oppure rischio di dire la mia e se non ci vedremo più pazienza? Perché se curiamo così tanto la nostra immagine, è per paura che questa non combaci con  l’immagine che gli altri hanno di noi.

B non capisce che quando hai una faccia il vero pericolo è mostrarla, non perderla. Vederla replicata in quelle intorno, assorbita da altre persone.

Quindi le scelte possono essere due: diventare, consapevolmente o meno, membri della setta che vuole annullare la tua identità (una scelta che a volte potrebbe apparire semplice, tanto che A vorrà non essere nulla, perché le toglierebbe molti problemi), oppure diventare se stessi.

In somma, anche tu puoi avere un corpo come il mio, ma ti basta un corpo per vivere bene?

Forse è questo il segreto della felicità, penso, non avere responsabilità verso se stessi.

Il corpo che vuoi
di Alexandra Kleeman
Traduzione di Sara Reggiani
304 pagine, 15,00 €, Edizioni Black Coffee

Agnelli

Lamb.
Agnello.
E quindi anche ingenuo. Credulone.

Ma anche partorire. In qualche modo.

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Ho esordito così, per parlare di questo romanzo, perché l’ambiguità è la pietra fondante di tutta la storia, il velo attraverso il quale noi possiamo ammirare tutta la scena, avendo sempre il dubbio circa il cosa stia succedendo davvero.

Il protagonista è David Lamb, dal cui cognome il libro prende appunto il titolo. Questo signore sta avendo una sorta di crisi esistenziale: è morto suo padre, il suo matrimonio è finito e una nuova relazione sul posto di lavoro lo ha portato a una vacanza obbligata.
Poi però incontra una ragazzina, Tommie, di undici anni. Succede per caso, per via di una sorta di scherzo che Tommie e le sue perfide amiche stavano facendo, ma Lamb rimane affascinato, per qualche ragione, da questa giovanissima donna, da questa creatura ancora da sbocciare.
Ne nasce un’amicizia ovviamente bizzarra, che culmina con la fuga insieme.

Ambiguità, dicevo.
L’ambiguità sta nascosta già nel titolo, perché si è portati a pensare che il riferimento sia, appunto, a David. Ma credo che stia a indicare anche Tommie, che è un agnellino caduto nelle grinfie di un… di un cosa? Perché questo è un altro punto interessante: David è il lupo della situazione? Oppure è solo una persona caduta nella parte difficile della vita? Un uomo che ha perso la direzione?
E che rapporto nasce tra i due? Amicizia? Padre-figlia? Amore? Relazione sessuale? Morbosità? Ossessione?

È un romanzo estremamente affascinante, questo di Bonnie Nadzam.
Ti mostra tutto quello che succede, ogni cosa, eppure tu non capisci mai perfettamente. Hai sempre qualche dubbio. Ci sono situazioni estremamente ambigue, altre incredibilmente toccanti… ma cosa prevale? Cosa sta succedendo veramente? Cosa pensano davvero i due protagonisti?

La Nadzam ha creato un qualcosa di davvero interessante. Non gioca mai sporco, anzi, mette tutte le informazioni alla luce del sole, eppure ti sembra di vivere perennemente nell’ombra e non capisci se quello che hai intuito era un gioco di luci e un’azione vera.

E per ovvie ragioni ti viene poi da pensare: quanto di quello che io vedo nella realtà è reale? Quanto solo un’ombra che gioca con la mia mente?
Perché, diciamocelo, giudicare a volte è facilissimo. Stabilire cosa sia davvero successo, non appena un telegiornale da una mezza notizia, ci risulta così immediato che dovremmo spaventarci di questa rapidità di scelta, di questa agilità nel dare per scontate mille cose. Eppure continuiamo a farlo. Tutti noi.
Qui, invece, tra queste pagine, capisci che giudicare è complicatissimo. Stabilire cosa stia accadendo e se ci sono davvero delle colpe è arduo e forse non è nemmeno un tuo diritto farlo.

Intendiamoci, il tema è davvero complicato e molto scabroso. Si capisce che il rapporto tra Lamb e Tommie è qualcosa che non dovrebbe esserci, che non dovrebbe realizzarsi. Eppure… eppure è complicato.
Non è che David sta semplicemente cercando una rinascita di qualche tipo? Non è che Tommie rappresenta quella figura che può rimetterlo in pace col mondo? Un qualcuno a cui donare qualcosa, qualcosa di reale, tangibile? E non è che Tommie avesse bisogno di quella vacanza per capire la sua vita quotidiana?

Non saprei. Ma se ve la sentite di affrontare un viaggio verso le Montagne Rocciose fatto di molte ombre e poche luci, di ambiguità e situazioni che corrono lungo un limite che non sai mai dire se è stato superato o no… allora dovete leggere Lamb.

Lamb
di Bonnie Nadzam
Traduzione di Leonardo Taiuti
240 pagine, 15,00 €, Edizioni Clichy

Lince Rossa

La letteratura, ma anche l’arte in generale, non è fatta di sola tecnica, di sole regole. Non può essere fatta solo di questo.
Ci deve essere anche qualcos’altro, dentro. E dico dentro proprio perché questo qualcos’altro non dico debba essere il cuore del progetto, ma almeno i polmoni. Un organo, in somma.
Questo qualcos’altro potremmo chiamarlo anima, oppure emozione, passione, carattere, forza… quello che volete. È un tratto che io non saprei descrivere a dovere, ma che serve a far risplendere un contenitore altrimenti vuoto.

A Lince rossa e altre storie mancano proprio i polmoni.

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Con una tecnica davvero invidiabile che attinge a piene mani dai maestri della letteratura americana, Lee riesce a mettere insieme delle storie scritte con grande intelligenza ed elegante savoir faire, ma che peccano di essere ‘troppo’ tecniche, troppo studiate.

Un racconto, più di un romanzo, ha bisogno di avere un’anima forte, perché deve colpire subito, non ha tempo da perdere. In questo caso, però, è come se ci trovassimo dinanzi a delle fotografie fatte da me, che in materia sono negato: inquadrano benissimo la scena, ma mancano di trasmettermi una qualche sensazione (sia essa disgusto, piacere, amore…), se non forse il ricordo di qualcos’altro.

Non voglio dire, con questo, che Lince rossa e altre storie non sia un bel libro, anzi. Specialmente la prima metà offre al lettore dei racconti davvero buoni (il secondo è per me degno di nota), capaci di disegnare donne e uomini intenti a cercare di dare un senso, uno scopo alle loro vite, intenti a tentare di tenere il loro destino per le redini, senza riuscirci davvero.

Sono anche storie di perdita. Anzi, credo che Lince rossa e altre storie giochi molto sul ‘levare’.
La Lee toglie sempre qualcosa: un marito, una sicurezza, un luogo, una speranza… Sono tutti cambiamenti, graduali o improvvisi, che a tratti potrebbero sembrare marginali ma che ‘sconvolgono’ l’intero racconto, l’intera esistenza.

Rimane però il problema che manca qualcosa.
C’è tanto ‘mestiere’, in queste pagine, ma non c’è, a mio avviso, un vero coinvolgimento.

Di certo, a Rebecca Lee darò un’altra possibilità. Anzi, attendo impaziente una sua nuova prova per stabilire se, in quanto esordiente, possa trasformare questa sua grande tecnica in vera arte, o se rimarrà una ‘professoressa’.

Lince rossa e altre storie
di Rebecca Lee
Traduzione di Sara Reggiani
Edizioni Clichy
240 pagine
15,00 €