Felicità vulnerabili

È questo che secondo me la letteratura realista può dare, tra tante altre cose, ai suoi lettori. Non già la famosa tranche de vie, la “fetta di vita”, come volevano i naturalisti francesi, non già questo realismo che consiste semplicemente nel porre uno specchio tipografico davanti alle cose che possiamo vedere lo stesso – o addirittura meglio – tutti i giorni per strada, bensì quest’alchimia profonda che, mostrando la realtà così com’è, senza tradirla, senza deformarla, permette di vedere le cause soggiacenti, i motori profondi, le ragioni che portano gli uomini a essere come sono o come non sono.

Lo diceva Julio Cortázar in una delle sue lezioni all’università della California, a Berkley. E sì, è il secondo post di fila in cui cito l’autore argentino e no, non credo mi fermerò qui. Il fatto è che il buon Julio, da sapiente autore di racconti qual è, aveva capito alcune di quelle leggi non scritte che rendono un racconto un buon racconto. O almeno così la penso io.

Vite vulnerabili di Pablo Simonettti, autore cileno, quindi sudamericano proprio come Cortázar (sebbene, come detto da molti, abbia una scrittura poco ispanoamericana), è stata un’ulteriore conferma alla citazione iniziale.
Il buon racconto realista non è uno specchio ma qualcosa di più profondo.
Le storie di Simonetti non sono fotografie in posa, ma scatti ‘naturali’ eseguiti da un fotografo tra la folla. Per citare ancora una volta Julio, stavolta con parole tutte mie, queste foto ci lasciano pensare a cosa c’è stato prima e a cosa ci sarà dopo, a come siano giunti qui, ora, questi personaggi e dove stanno andando. Vogliono lasciarti intuire (perché non dicono mai, ma lasciano intuizioni) cosa c’è sotto.

E cosa c’è sotto?
Simonetti, parlando di questa sua prima raccolta, dice:

Sono dodici storie, e solo quando le ho viste tutte insieme mi sono reso conto che avevano un unico filo conduttore, che erano legate e si univano attraverso questi personaggi, che sono tutti vulnerabili. […]
Sono storie che hanno quasi sempre a che fare con il conflitto che esiste tra chi siamo e chi vorremmo essere di fronte agli altri, o ancora chi facciamo finta di essere».

Ecco. Sì. La vulnerabilità di persone che vorrebbero essere altro o che fanno finta di fare altro. La vulnerabilità delle persone tutte, o quasi, mi verrebbe da dire.

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C’è una cosa che mi sono chiesto a fine lettura. Una domanda breve ma che può destabilizzare moltissimo: riusciamo mai a essere felici?

Me lo sono chiesto perché tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno a cui manca qualcosa per essere felice. Anzi, tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno che pensa gli manchi qualcosa per poter essere davvero felice. Perché poi il problema sta tutto lì, nel capire cioè cosa sia in grado di darci gioia e contentezza davvero.

Ma le persone tendono a perdersi in bicchieri d’acqua. E vogliono il mare.

Ecco allora che a volte ci manca qualcosa di piccolissimo, altre qualcosa di più grande. Alcune volte siamo noi a mancare il bersaglio e altre volte siamo spinti di lato dagli altri. Poco importa. Tutti, in queste storie, nella vita, cercano sempre qualcosa che li renda felici. Apparentemente senza mai riuscirci davvero. E molto spesso questi Graal della felicità sono miti, leggende che ci raccontiamo e della cui veridicità ci convinciamo senza sospettare che sono, appunto, solo altre storie. Una volta raggiunto capiremo che non era quella la felicità e ci metteremo in moto di nuovo.

Il primo racconto, Il giardino dei Boboli, che io trovo esemplare in questo senso, è perfetto per inquadrare questa ricerca infruttuosa della felicità a tutti i costi.
C’è una coppia di novelli sposi in viaggio di nozze a Firenze. Lui vuole continuare a correre da un monumento all’altro. Lei vorrebbe un po’ più di pace e serenità in compagnia di lui.
Un momento che dovrebbe essere il più ‘facile’ e felice per una coppia diventa un inferno di rabbia sottopelle, di rabbia nascosta che non riesce a sbocciare davvero ma che allo stesso tempo sciupa tutto. Ed è una rabbia causata dall’assenza di quel qualcosa capace di rendere felici i protagonisti.
Nessuno dei due desideri, in verità, porterebbe alla felicità, ma allo stesso tempo questa mancata realizzazione della propria idea, della propria visione, spezza la coppia.
Ci sarà solo un momento, alla fine, dove regnerà un qualche tipo di serenità. Non felicità, sia chiaro, ma serenità. Solo che credo si tratti di una serenità vana, destinata a distruggersi, perché il giorno dopo il continuo voler cercare che contraddistingue la razza umana ritornerà a farsi sentire.

Siamo creature inquiete. Lo siamo sempre. Abbiamo tutto ma vogliamo di più. Oppure abbiamo costruito tutto sui sogni altrui, rimanendo con niente.
Siamo sempre insoddisfatti e, per questo, vulnerabili. Perché ci muoviamo sempre senza mai fermarci. Non riusciamo a mettere radici perché vogliamo sempre un terreno più soffice, solo che questo terreno non arriva mai.

Simonetti ha una grande capacità: è un ottimo fotografo di movimenti. E questi movimenti affascinano il lettore, che rimane intrappolato tra una scrittura delicatissima e delle trame struggenti, e allo stesso tempo lo porta a farsi delle domande che non richiedono mai risposte facili. Che forse non prevedono nemmeno una risposta.

Una su tutte: quanto sono felice?

***

Vite Vulnerabili
di Pablo Simonetti
Traduzione di Francesco Verde
184 pagine, 18,00 €, Lindau

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

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Isole e desideri che si avverano

Ho un vizio. Se in un libro che mi è piaciuto particolarmente vengono citati altri libri, io devo averli. Credo che sia un processo comune a molti lettori, si tende a trasportare il gusto della lettura in corso ai titoli che in quella lettura vengono menzionati. Una sorta di trasporto affettivo che si spera venga poi ripagato.

In questo particolare caso, la colpa va data a L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjöberg, che cita L’uomo che amava le isole di D. H. Lawrence. Un titolo che ho trovato curioso e la cui storia mi ha affascinato.
Ho faticato un po’ per riuscire a leggerlo perché in un primo momento non era disponibile, poi è stato ripubblicato in un’antologia che io, pigramente, non ho recuperato e ora, finalmente, viene riproposto in solitaria, da Lindau.

È stata una lettura inaspettata.

Conoscevo a grandi linee la storia, ma quella che mi sono ritrovato davanti si è rivelata più una sorta di fiaba, con tutti i pregi e i limiti del caso, che un racconto vero e proprio. Una storiella veloce, divisa in tre scene, che veicola un messaggio senza nascondercelo, raccontandoci di un uomo che cerca di ‘costruirsi’ un’isola ideale, ma nessuna sembra davvero soddisfarlo (o assecondarlo) salvo la terza, dove si troverà in completa solitudine e dove tutto capitolerà.

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Sembra che Lawrence fosse affascinato dalle isole.
Ha vissuto, per esempio, in Sicilia per circa un anno, e ha visitato la Sardegna e lo Sri Lanka. Molte altre isole appaiono poi nella sua narrativa, isole geografiche ovviamente, ma anche luoghi di isolamento, e spesso come una sorta di luogo dove raggiungere, e magari vivere, un qualche assoluto che inevitabilmente si concluderà malamente.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, Lawrence penserà addirittura di fondare una sorta di isola, Rananim, un’utopia, un’isola benedetta, una comunità per pochi, proprio come i luoghi de L’uomo che amava le isole. L’autore vedeva infatti la fuga come unica salvezza possibile da quell’Europa devastata dagli scontri bellici, e il fallimento di questo suo progetto sembra aver molto ispirato il racconto e infatti, in una sua lettera del 7 novembre 1916 indirizzata all’amico Samuel Koteliansky, già si intravede quello che sarà poi il finale del racconto: “my Rananim, my Florida idea, was the true one. Only the people were wrong. But to go to Rananim, without the people is right, for me, and ultimately, I hope for you.”

In qualche modo L’uomo che amava le isole è proprio la conclusione di questo progetto, una sorta di manifesto, di epitaffio, che sancisce la morte di Rananim e del progetto utopico.
Lawrence concepisce infatti questo ‘luogo speciale’ sempre lontano dalla civiltà, in luoghi selvaggi, dove l’uomo deve tornare in qualche modo primitivo. Solo che, costantemente, l’uomo fallisce. L’utopia fallisce. È il suo destino.

È un fallimento graduale e non previsto dal protagonista, comunque, che comincia la sua avventura acquistando un’isola che include anche degli isolani, scelti per servire al padrone, quindi tuttofare, contadini, governante, ecc. Solo che la sua idea di isolamento è qui alterata dalle ‘troppe’ persone e dal fato avverso, dalla natura che si impone con prepotenza e dalle risorse economiche che scarseggiano.
Quindi si passa a una seconda isola.

La seconda isola è più piccola e gli abitanti si contano sulle dita di una mano. Ma anche qui non tutto sembra funzionare come il protagonista vorrebbe e si passa a una terza proprietà, un isolotto più lontano e disperso, un punto e basta, brullo e piatto.

Ogni isola è ridotta rispetto alla precedente. Ridotta non solo in termini di dimensioni, ma anche di materiale che ‘contiene’, sia esso umano o naturale. Ogni isola è più scarna, più primitiva, meno ricca, così come ad ogni isola corrisponde un protagonista che tenta di allontanarsi sempre più dal resto dell’umanità.

Alla fine l’isola scomparirà del tutto, sotto uno strato di neve. Anche l’idea, quindi, non esiste più. Non esiste più niente, solo il bianco infinito dove terra e mare si confondono in un’unica superficie inospitale e apparentemente infinita.
L’idea iniziale e la realtà, insomma, non coincidono. Più il protagonista pensa di avvicinarsi alla vera essenza della sua idea di isola, e più l’isola stessa scompare. Anche la parola stessa, isola, appare moltissime volte nel testo, ma le sue apparizioni diminuiscono mano a mano che ci si sposta verso la terza proprietà. Si arriva, in pratica, a decostruire l’idea stessa di isola, sebbene all’inizio del testo ci si chieda cosa sia un’isola.

A fine lettura viene spontaneo pensare a quel modo di dire che fa: attento a quello che desideri perché potrebbe avverarsi. È un po’ quello che succede al protagonista del racconto. Lui vuole isolarsi dal mondo e finisce col rimanere completamente solo e quasi estraneo alla stessa umanità, abbandonato anche dal suo corpo e oppresso dalla natura.

Ma non si tratta solo di decostruire un sogno, un progetto, ma anche il modo in cui sogniamo, secondo me.
Perché il problema è che a volte ci ostiniamo troppo.
Abbiamo un’idea in testa, un’idealizzazione di qualcosa, e lottiamo così alacremente per concretizzarla, che alla fine nemmeno ci accorgiamo di non volerlo fare più. Siamo così immersi nella marcia verso la meta finale, che non ci accorgiamo delle cose belle che incontriamo lungo la via. Il proprietario delle isole, per esempio, potrebbe decidere di fermarsi alla seconda isola, più ‘stabile’ della prima, dove potrebbe perfino condurre un tipo di esistenza piacevole, ma lui ha questo tarlo in testa, questa paura, quasi, di abbandonare il suo progetto e di attaccarsi ad altro, che si ostina a continuare la sua ricerca.

Siamo vittime di noi stessi? Dei nostri sogni? Dei nostri modi di pensare?
Stiamo cercando isole in cui moriremo o stiamo cercando la felicità? Perché forse il problema è tutto qui: spostiamo il nostro sguardo dallo scopo della nostra ricerca (fare qualcosa che ci renda contenti) alla ricerca stessa, non capendo che una ricerca può essere interrotta.
E forse potrebbe volerci una ‘fiaba’ come questa per comprenderlo.

***

Bibliografia:

La poesia è morta?

Quando John Lehmann chiederà a Virginia Woolf se secondo lei la poesia fosse morta, la grande autrice inglese non potrà trattenersi dal rispondere. E questo voler rispondere farà scattare un’idea che si tramuterà in una sorta di pamphlet intitolato Lettera a un giovane poeta.

In questi giorni l’operetta è tornata in libreria grazie agli amici di Lindau che l’hanno ribattezzata Lettere a un giovane poeta, avendo infatti aggiunto un’ulteriore lettera di Virginia a Lehmann, dove la scrittrice tenta di inquadrare meglio l’opera principale.

Chi di voi segue il progetto @aboutwoolf, su Twitter, avrà già avuto modo di conoscere qualcosa a proposito di questo libercolo, ma mi piaceva l’idea di ritornarci per dire altre due parole.

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La lettura delle Lettere a un giovane poeta ha coinciso con il desiderio di mio figlio di tre anni di sentirmi leggere ad alta voce libri che non fossero i suoi. Così, ben comodi sul lettone, io sono partito a declamare e lui si è messo ad ascoltare.
È stato un esperimento interessante perché ho notato una cosa: il pupo era silenzioso, attento, ammaliato. Non perché sia un genio o perché riuscisse davvero a capire i significati di quei discorsi (sebbene alcune cose l’abbiano fatto ridere), ma perché Virginia ha un ritmo meraviglioso. Leggere queste lettere ad alta voce è uno spettacolo di tempi, suoni, pause, lunghezze.
Il ritmo! Non può essere considerata solo una lettera.
Non può essere considerata saggistica.
È poesia.

Ma al di là di questo, cosa può dirci quella che, in fondo, è un’opera minore, secondaria della Woolf.

Beh, per prima cosa ci dimostra, ancora una volta, che Virginia era molto divertente, e infatti si ride anche, seguendo i suoi consigli.

Ma soprattutto ci regala una risposta che in letteratura, ma non solo, potremmo usare spesso: niente muore davvero, se non lo lasci morire.
“La poesia è morta?” mi ricorda infatti il più contemporaneo “Il romanzo è morto?”, e leggendo queste poche pagine si capisce che la poesia, il romanzo, l’arte… queste cose non possono morire, al massimo possono essere fatte male, al massimo si può rimanere impigliati nell’io sbagliato che ti porta a seguire strade dissestate che non conducono da nessuna parte, se non al disastro.

Ho idea che il proprio io non abbia limiti, l’io da il via alla danza, l’io obbedisce al ritmo; è certo più facile scrivere una poesia su se stessi che non su chiunque altro. Ma cosa intendiamo per quell'”io”? Non l’io che Wordsworth, Keats e Shelley hanno descritto – non l’io che ama una donna oppure odia un tiranno, o medita sui misteri del creato. No, l’io di cui ti stai occupando è estraneo a tutto ciò. È l’io che la sera ti trova seduto nella tua stanza, solo soletto con le tende tirate.

E poi ci ricorda che scrivere non è pubblicare. E a me vien da pensare a quanto questo sia attuale e necessario e giusto e fin troppo dimenticato.

Ma se farai tanto di pubblicare, la tua libertà verrà tarpata: ti chiederai cosa pensa la gente; scriverai per gli altri quando dovresti scrivere per te stesso. E che senso può avere frenare quel flusso di spontaneità anche sciocca che sarà tuo appannaggio – sublime appannaggio – solo per pochi anni ancora, pur di pubblicare seriosi volumetti di versi sperimentali? Per soldi? […] Per essere recensito?

Lettere a un giovane poeta è insomma una lettura breve e vivace che da pochi ma preziosi consigli. Ai poeti, ma non solo.

Ma ci mostra anche il pensiero di Virginia stessa, che non si limita a parlare di poesia, ma anzi, facendo finta di dare consigli ci mostra il suo mondo e le sue idee sulla letteratura e la persona e chi le sta attorno e chi l’ha preceduta.
È un piccolo spiraglio, questo, uno spioncino per intravedere quello che la Woolf è. Ovviamente, poi, per comprenderla davvero si dovrà almeno tentare di aprire la porta.

Leggere, lo sai, è un po’ come aprire una porta e lasciarsi invadere da orde di barbari…

 

Lettere a un giovane poeta
di Virginia Woolf
Traduzione di Camilla Salvago Raggi
52 pagine, 10,00 €, Edizioni Lindau

La nostra memoria

Shakespeare si sbagliava.

Siamo fatti di memoria. Non di sogni.

Pensateci un attimo.
Siamo il frutto del nostro vissuto. Ogni scelta che compiamo la facciamo in base a pensieri che sono nati seguendo le tracce di ciò che ci ha portato fin qui.
Amo leggere perché mi ricordo che quando ho letto Quel libro ho provato determinate emozioni. Amo il Natale perché mi ricordo i Natali passati in famiglia. Amo il bosco perché mi ricorda la mia infanzia. Amo Lione perché mi ricorda di tanti ricordi. Facciamo sogni in base a quello che ci ricordiamo di aver amato, passato, vissuto, mangiato, bevuto, visto.

Solo che la memoria non è la storia.
La memoria è la nostra percezione della storia che abbiamo vissuto.
Quindi, in un certo senso, siamo frutto di errori. O di possibili errori.

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La memoria è la protagonista di La memoria di Old Jack. La memoria di Old Jack, non Old Jack. Lo dice anche il titolo. E infatti per tutto il testo noi usciamo dal quotidiano di Jack, per entrare nella sua storia. Anzi, no. Non nella sua storia, ma nei suoi ricordi, ossia nella sua versione della storia.

È un po’ come nuotare in un mare leggermente mosso, leggere questo libro. Perché sebbene ci si possa sbracciare, sono le onde a dettare i ritmi, i movimenti. Ed ecco quindi che per un momento siamo nel presente e poco dopo nel passato. Poi di nuovo nel presente e successivamente si ritorna nel passato.
Si va e si viene.
E in questo andare e venire si scopre chi è Jack. Chi è stato e chi è diventato. Tutto grazie ai ricordi. Alla memoria.

Dopo averne molto sentito parlare mi sono finalmente deciso a leggere un testo di Wendell Berry.
Non so se questo sia stato il romanzo giusto per cominciare, di certo ha saputo regalarmi questa idea che non ha propriamente a che fare con le vicende narrate nel libro, ma più nel modo in cui la narrazione è gestita. Questo balzare avanti e indietro. Questo rimanere impantanati in quello che è stato.

E allora eccomi che ringrazio Berry per quello che mi ha donato, ossia il dubbio che la vita sia basata su un malinteso. Perché… se i ricordi fossero falsi? O meglio, se i ricordi che possiedo fossero (e probabilmente lo sono) non del tutto veritieri? Se il mio ricordo di qualcosa fosse storpiato dal mio sguardo? Allora potrei sbagliarmi su molte cose. Allora, forse, varrebbe la pena di rivangare il passato con uno sguardo diverso, più mite e meno interessato. Forse varrebbe la pena di ripensarsi. E non è un buon augurio, quello di ripensarsi, quando un nuovo anno sta per iniziare?

La memoria di Old Jack
di Wendell Berry
Traduzione di Vincenzo Perna
240 pagine, 19,50 €, Lindau

Il dottor Glas e la ricerca dell’infelicità

Esiste un  momento nella vita di ognuno di noi in cui si pensa (si scopre?) che tutto è vano. “Vanità di vanità.” direbbe Qoelet “Tutto è vanità.”
Non si tratta di un momento di sconforto, quanto piuttosto di un’accettazione che no, non siamo niente, in fondo, e che forse niente può davvero dare sollievo a questa situazione.

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Lo sa bene il dottor Glas che, in qualche modo, vive questa condizione da tutta la vita, tanto che un suo amico dirà che fa parte di quegli…

…uomini che difettano di ogni predisposizione alla felicità e che l’avvertono con penosa e inesorabile chiarezza. Tali uomini non aspirano alla felicità ma, semmai, cercano di dare un po’ di forma e di stile alla propria infelicità.

Il dottor Glas è una persona rispettata e benestante, un dottore appunto. Si definisce brutto e se ne dispiace, ma allo stesso tempo non ne fa davvero un dramma. Si tratta di una creatura intrappolata in una solitudine autoinflitta, tanto che, sebbene qualche volta ci pensi, non riesce a trovare la voglia di accettare, o almeno capire, le avances di una signora a lui interessata. Alla fine non avrà nemmeno la forza, il coraggio, e nemmeno l’intenzione, di dichiararsi alla donna che davvero gli interessa. Nemmeno nel momento più opportuno, quello che potrebbe cambiare le cose.

Mi avevano insegnato a pensare che la volontà di Dio consistesse sempre in quello che, più di tutto, andava contro la nostra volontà.

Questo suo mondo di ‘nulla’ viene messo in difficoltà proprio da questa donna alla quale non saprà dichiararsi.
Si tratta di una sua paziente, moglie di un sacerdote che il dottor Glas non sopporta. Lei ha un giovane amante e col marito non vuole più averci nulla a che fare, specialmente in ambiti intimi.
Il dottor Glas se ne invaghisce a tal punto che vuole trovare un modo per aiutarla nella sua ricerca della felicità. Qualsiasi modo verrà preso in considerazione. Qualsiasi.

La morale è uno degli utensili domestici,  non una divinità. Deve essere adoperata, non deve dominare. E deve essere adoperata con buon senso, con un granellino di sale. È saggio far proprie le usanze di dove ci si reca; è sciocco farlo con convinzione.

Questo romanzo-diario svedese, apparso per la prima volta nel 1905, non mancò di scandalizzare una società intera. Tratta infatti alcuni argomenti piuttosto delicati, come la violenza sessuale interna al matrimonio, ma anche l’aborto e l’eutanasia, senza dimenticarsi dell’omicidio, e lo fa in un modo molto diretto e spesso con idee opposte rispetto alla ‘morale’ comune.

Volere è saper scegliere.
Saper scegliere è saper rinunciare.

È un romanzo che per tutto il tempo ruota attorno alla domanda ‘cos’è giusto fare?’, ma è una domanda che, almeno per quanto riguarda le azioni del dottore,  non troverà mai una vera risposta, neanche a scelte fatte.

Il dottor Glas è una persona distaccata dal mondo. Lo osserva passare, lo indaga e lo studia, ma sente di farne parte a modo suo. Ed è proprio questo che gli consente di pensare a svariati argomenti in un modo ‘inedito’.
Ma cos’è che lo ha reso così? Cos’ha fatto in modo che quest’uomo di inizio Novecento pensasse così fuori dagli schemi, tanto da rimanere imprigionato in una sua visione di sé? Forse è lui a confessarcelo quando, durante un bellissimo flusso di pensieri a proposito di paesaggi considerati belli, si chiede:

…quale tipo di ambiente naturale mi sceglierei, se non avessi mai letto un libro, né avessi mai visto un’opera d’arte. Forse, non mi verrebbe neanche in mente di scegliere in quel caso; può darsi che allora l’arcipelago, con le sue piccole rocce, mi basterebbe. Tutte le mie idee e i sogni sulla natura sono probabilmente costruiti su impressioni che ho ricevuto dalla poesia e dall’arte.

La cultura è la causa di tutto?

Beato chi ha potuto dare qualcosa, almeno una volta, e non soltanto ricevere.

Oppure è la bellezza?

Mi chiedo anche se il dottor Glas non sia semplicemente una scusa. Anzi, non una scusa, ma una guida. Il dottor Glas è forse il nostro Virgilio? Quello che ci conduce tra gironi fatti di quotidianità e pensieri comuni nel tentativo di arrivare a quel fondo, a quel cuore di tutto che è il nostro vero io, quell’io che sa che, sebbene niente sembra valere la pena, noi questo niente lo vorremmo tutto.

Si vuole essere amati; in mancanza di questo, ammirati; in mancanza di questo, detestati e disprezzati. Si vuol suscitare negli uomini un sentimento di qualche tipo. L’anima rabbrividisce dinanzi al vuoto e vuole avere contatti a qualunque costo.

O forse non è che vogliamo tutto. E non è nemmeno che non vogliamo niente. Forse lottiamo tra il tutto e il niente per tentare di capire noi e chi ci sta attorno, per tentare di capire cosa vogliamo, cosa vogliono, cosa pensiamo, cosa pensano. Forse traballiamo tra l’infelicità e la felicità nella speranza di capire la vita, di dargli un senso. Ma il dottor Glas è più intelligente di noi:

… forse non si deve capire la vita. tutta questa storia di spiegare e di capire, tutta questa caccia alla verità è forse una strada sbagliata.
Noi benediciamo il sole, perché viviamo esattamente alla distanza necessaria. Alcuni milioni di miglia più vicino o più lontano e verremmo inceneriti oppure geleremmo. E se fosse così anche per la vita?

***

Il dottor Glas, di Hjalmar Soderberg
Traduzione di Maria Cristina Lombardi
Lindau, 166 pagine, 16,00 €

La morte di Virginia

Da un po’ di tempo sto cercando di (ri)mettermi a studiare la storia.
Il fatto è che, mi sto rendendo conto, sento la necessità di cercare di capire meglio il mondo che mi circonda, forse per capire meglio anche me stesso. La letteratura mi è stata di grande aiuto, in questi anni, per tentare di raggiungere il mio scopo, ma mi accorgo che non è sufficiente. Non basta affrontare una sola materia per conquistare l’autodiploma di creatura pensante, sento di dover aggiungere anche la storia, e l’antropologia, e magari la filosofia… tutta una serie di cose che mi possano aiutare a capire chi sono e dove mi trovo.

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Faccio questa introduzione perché La morte di Virginia è un libro che esce dai confini della letteratura per inoltrarsi in quelli della storia e della sociologia. In un certo senso. E, sempre in un certo senso, è un libro che vuole mostrarmi in che tipo di mondo sto vivendo.

C’è una parte più ‘letteraria’, che è quella che riguarda la moglie, Virginia Woolf, e i suoi ultimi giorni, ma anche quei momenti che coinvolgono il Leonard editore.
E c’è una parte più storica e sociale, a tratti filosofica, che riguarda la seconda guerra mondiale.
Sì, perché Woolf si è suicidata nel 1941.
E sì, perché dopo aver letto queste pagine non si può fare a meno di pensare che la guerra abbia molto influito sulla salute mentale di Virginia. Ed è interessante notare come una grossa parte del volumetto sia in effetti incentrata più sulla guerra e quello che questa aveva comportato, piuttosto che su Virginia stessa (in barba al titolo!), trasformando il libro in una sorta di piccolo report, di piccola testimonianza per gli storici e per tutti.

È anche un libro a tratti molto inquietante, perché ti mette sotto gli occhi una realtà che non ci è poi così lontana, ma che tendiamo sempre a sottovalutare.
Leonard lo precisa più volte: è finito un mondo. Un certo tipo di mondo.
Quella che nasce assieme a Hitler e Mussolini è una realtà nuova e un passo indietro per l’umanità. La nuova guerra mondiale è ben diversa dalla precedente, perché introduce le torture, gli stermini di massima con sistemi spaventosi… È la fine della civiltà.

Riconoscendo che la più grande minaccia alla civiltà non era tanto la barbarità dei barbari, quanto la mancanza di unità tra i civilizzati, facevo una triste profezia che si sarebbe rivelata corretta: “È praticamente certo che l’economia, una guerra, o entrambi, distruggeranno i dittatori fascisti e i loro regimi. Ma questo non significa che la civiltà trionferà automaticamente sulla barbarie.”

Leonard Woolf, in somma, prima di dedicarsi a raccontare gli ultimi giorni di vita della moglie ci tiene a raccontarci della guerra. Ci tiene a farci sapere che lui e Virginia avevano un piano per suicidarsi nel caso Hitler avesse invaso l’Inghilterra, perché a loro Hitler faceva molto paura (e a noi forse non ce ne fa abbastanza).

Ci tiene anche a farci sapere che, in verità, Virginia voleva vivere. Amava vivere.
Sebbene poi le cose siano andate diversamente.

In una società nella quale le persone non sono riconosciute come individui, ma come elementi impersonali di una struttura rigidamente organizzata, non c’è posto per la compassione o l’umanità.

Parlando di questo volume, D’Orrico ha scritto che Leonard era più umano di Virginia.
Mi chiedo da dove nasca quest’idea che non condivido.
Tra le pagine che ho letto io si intravede una coppia che si amava molto. Una coppia atipica, forse, se rapportata al nostro concetto di coppia, ma comunque due persone molto affiatate, che si conoscevano estremamente bene e che si curavano l’una dell’altra.
Ed entrambi erano profondamente sconvolti dalla guerra.
Ed entrambi amavano profondamente la vita.

In un certo senso, leggendo questo libro ho capito che Leonard e Virginia erano molto più in sintonia di quanto si possa pensare.
E sì, forse Virginia faceva la snob, a volte. Se non mi sbaglio lo afferma lei stessa. Ma vederla poco umana… bah! A mio avviso i suoi lavori sono pieni di umanità, ed è questo che amo di lei.

La morte di Virginia è, specialmente in alcuni momenti, una specie di ricordo amoroso. e se c’è amore c’è umanità.

Si può compiere un massacro solo se si considerano le vittime non come individui simili a noi, ma come semplici pedine o cifre anonime nel mondo immaginario o da incubo fatto di amici e nemici, buoni e cattivi, in cui pensiamo di vivere e che perciò creiamo, oppure naturalmente se si è solo dei sempliciotti o dei sadici.

La morte di Virginia è, per concludere, un librettino veloce e scritto meravigliosamente. Una sorta di piccolo diario dove si unisce il racconto della guerra a quello della perdita della moglie, due cose sottilmente legate assieme.
Un librettino che dovrebbero leggere gli appassionati di letteratura, ma anche di storia. Un librettino che è un inno alla civiltà e un attacco alla barbarie. Un librettino che è un memorandum, per noi e per tutti quelli che verranno. È un’avvertenza. È una speranza.

Le uscite della settimana

Le vacanze sono praticamente qui, e mi sa che quindi, per un mesetto, la rubrica sulle pubblicazioni della settimana rimarrà silente. Anche in questi ultimi cinque giorni, infatti, i nuovi arrivi in libreria degni di interesse sono giusto una manciata.
Io ve li segnalo però, che sono stuzzicanti!

61AyzHoowsLIl primo titolo (uscito in verità il 17) è una raccolta di racconti edita da Nottetempo, e siccome a questa casa editrice do sempre molta fiducia, anche questo volumetto finisce di volata nella lista dei “da leggere sotto l’ombrellone”.

Piccoli impedimenti alla felicità, di Carla Vasio
Nottetempo, 95 pagine, 12,00 €

I protagonisti dei racconti di Carla Vasio sono catturati all’improvviso da minuscoli misteri, leggere scalfitture in una giornata qualsiasi: una scarpa da tennis persa chissà da chi in una piazza trafficata, cento lumache fuggite da una cesta, una mosca che bussa alla porta di casa all’inizio dell’estate, due uova in una ciotola, una lunga attesa in riva al mare, un pavimento che scompare sotto ai piedi, la fuga notturna di un treno che scuote la stanza di un insonne. Sono brevi racconti neri illuminati da dialoghi esatti e fulminanti, fermo-immagine acuti come stiletti, bagliori nitidi e allucinatori. Al centro una perfezione incrinata, una falla aperta sulla superficie degli eventi, uno scarto dello sguardo che vede qualcosa che non si aspettava, “una certa perplessità” da cui si esce mangiando un gelato o bevendo una bibita tutta d’un fiato.

***

71tynjA5xRLC’è poi un nuovo titolo Lindau, una sorta di riscoperta di un libro semidimenticato che analizza la società svizzera di metà Novecento. Sembra davvero interessante.

La collina misericordiosa, di Lore Berger
Lindau, 206 pagine, 18,00 €

Il 19 luglio 1943 Lore Berger inviò il manoscritto di questo romanzo al premio letterario Gutenberg di Zurigo. Tre mesi dopo la giuria rese noto il suo verdetto: “La collina misericordiosa” era quinta in classifica, preceduta da quattro opere oggi dimenticate, ritenute allora più “edificanti”. Lore Berger si era però suicidata, poco più che ventenne, il 14 agosto. Nella sorte toccata al suo romanzo avrebbe letto una conferma a quelle accuse di insensibilità e di conformismo ipocrita che “La collina misericordiosa” rivolgeva alla società e alla vita svizzera dell’epoca. Perché proprio questo è al centro della sua opera: il contrasto fra la sete di assoluto, il desiderio di vivere una grande passione dell’anima e del cuore e la meschina realtà dei sentimenti, degli incontri e delle avventure possibili.

***

CicciapellicciaE concludo questa breve lista con un albo illustrato per bambini (che però io consiglio a tutti, perché gli albi illustrati sono esempi di un’arte troppo spesso sottovalutata) pubblicato da Topipittori, uno dei marchi di garanzia per la letteratura per l’infanzia.

Il meraviglioso Cicciapelliccia, di Beatrice Alemagna
Topipittori, 50 pagine, 20,00 €

Il meraviglioso Cicciapelliccia è una nuova, splendida storia di Beatrice Alemagna. Chi, da bambino, non ha cercato un regalo speciale, specialissimo, per la propria mamma? In questa storia la piccola Eddie, una bambina vestita color fucsia che pensa di non saper fare niente di niente, si mette sulle tracce del regalo più bello del mondo. Invece trova una creaturina aliena e la salva dal bidone della spazzatura per scoprire che… gran finale a sorpresa!