Il primo desiderio

Cos’ha di speciale il primo amore?
Quella prima volta in cui ci troviamo a essere completamente ossessionati da una persona, chiamiamola amore, rimane lì per sempre. Diventa il nostro modo personale di amare e desiderare che trace le parcours de toute une vie, traccia la strada di tutta una vita.*

Ecco cos’è Chiamami col tuo nome. Esattamente questo. La storia di un primo amore. Ossessivo. Intenso. A tratti perfino antipatico. Eccitante. Liquido, perché assume la forma di ogni tuo momento.

Potrei fermarmi adesso. Dovei forse smettere subito di parlare di questo romanzo di André Aciman, famoso per essere stato trasposto in un film diretto dall’italiano Luca Guadagnino, candidato a quattro premi Oscar (ha vinto poi ‘solo’ la Miglior Sceneggiatura non originale). Dovrei fermarmi perché forse non c’è molto altro da dire. O almeno non c’è altro che potrebbe invogliarvi di più a leggerlo.

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Chiamami col tuo nome mi ha fatto innamorare di un sentimento che, all’epoca, odiai con tutto me stesso.
Nella storia del giovane Elio, 17 anni, che si innamora di Oliver, americano, 24 anni, c’è infatti quell’insieme di sentimenti che costituisce il primo amore. Che poi, amore…  forse non si è mai sicuri che il loro sia davvero amore, e infatti Elio parla molto spesso di desiderio ma mai di amore. La sua voglia è infatti qualcosa di molto fisico (che non è necessariamente carnale), qualcosa da toccare, da stringere, da avere vicino. È però indubbio che si tratta di un sentimento molto violento, di quelli che ti assalgono e non ti lasciano più andare.
Ecco allora che Elio passa le sue giornate a interrogarsi continuamente su Oliver e il suo rapporto con lui. Cosa vorrà dire quello sguardo? Quel gesto lo fa perché arrabbiato? Cosa significa la sua assenza? E la sua vicinanza?

Volevo essere come lui? Volevo essere lui? O forse volevo solo averlo? Oppure “essere” e “avere” sono verbi del tutto inadeguati nell’intricata matassa del desiderio, per cui avere il corpo di qualcuno da toccare ed essere quel qualcuno che desideriamo toccare è la stessa cosa, sono solo rive opposte di un fiume che scorre dall’uno all’altro, poi torna indietro e infine va di nuovo verso l’altro, e ancora, e ancora, un circuito perpetuo dove le cavità del cuore, come le botole del desiderio e i buchi del tempo e il cassetto a doppiofondo che chiamiamo identità, condividono una logica ingannevole, secondo la quale la distanza più breve tra vita reale e vita non vissuta, tra ciò che siamo e ciò che vogliamo, è una scalinata tortuosa progettata con l’empia crudeltà di M. C. Escher.

Da ragazzo le faccende di cuore mi hanno spesso fatto soffrire. Non ero un tipo socievole, non ero il belloccio di turno, non ero popolare, quindi diciamo pure che la mia vita sentimentale era a senso unico e imboccava la via verso il burrone. Per cui il primo vero innamoramento l’ho sempre vissuto male, perché fatto di tanto struggimento e zero ricompense. Un grande affanno per classificarmi comunque ultimo. Una continua ricerca di conferme o di smentite, di gelosie e rabbia e adorazione. Un tentativo continuo di stare vicino a quella persona nella speranza che si accorgesse di qualcosa. Sotterfugi per carpirle informazioni, deduzioni, speranze.
Il libro di Aciman mi ha ricordato tutto questo.

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Elio (Timothée Chalamet) e Oliver (Armie Hammer), nel film di Luca Guadagnino.

Dopo un inizio folgorante, da amore a prima vista, ho avuto qualche tentennamento per via della quasi folle ossessione che il protagonista matura nei confronti dell’oggetto dei suoi desideri. Ogni pensiero di Elio è pervaso dalla presenza di Oliver, tanto da arrivare quasi a detestarlo e bramarlo al tempo stesso.
Ma poi, pian piano, mi sono reso conto che pure io ero ossessionato dal mio sogno d’amore. Anzi, un po’ volevo esserlo, quasi mi sforzavo di esserlo. Quello che Elio stava mettendo nero su bianco erano esattamente i sentimenti che provavo io nella mia adolescenza.

Eccolo lì, il lascito della giovinezza, le due mascotte della mia vita, fame e paura…

Questo romanzo mi ha fatto fare pace con il mio cuore giovane.
Circa.
Nel senso che continuo a odiare quanto provato all’epoca e sono felice per quanto succede invece nel romanzo (a loro è andata decisamente meglio che a me). Ma ho capito che, in qualche modo, quanto vissuto nella giovinezza viaggerà con me e non potrà più ripetersi.
Non c’è più stato un tale trasporto per una persona. Questo non significa che poi abbia amato meno mia moglie rispetto a quella lontana ragazza. Questo significa, molto semplicemente, che non ho più provato un senso di desiderio così forte, così intenso, così opprimente da rubarti tutte le ore e tutti i pensieri (e tutta l’intelligenza) a disposizione. Così crudele, anche.

Chiamami col tuo nome racconta di un momento ben preciso della vita in cui si rimane folgorati, in cui si pensa solo a una cosa e si vuole ottenerla e allo stesso tempo se ne ha paura e questo sentimento (Positivo? Negativo?) ti rimarrà dentro per sempre. A volte ti troverai a ricordarlo. Lo odierai. Lo amerai. Tenterai di capire cosa davvero provavi. Allo stesso tempo saprai per certo che si tratta di una cosa che non si ripeterà mai più e che tutto quello che verrà dopo sarà profondamente diverso.

Ma quella prima volta avrà davvero condizionato il nostro modo futuro di amare?
Nel libro in qualche modo parrebbe di sì. Quella ‘relazione’ di qualche settimana sarà sempre un termine di paragone, sarà un sogno, un miraggio. E forse è davvero così anche nella vita reale. Forse ci sono momenti in cui penso a quel desiderio e ne potrei volere uno uguale. Ma la verità è che si tratta di un sentimento più distruttivo che edificante. O meglio, quell’esperienza voleva frantumarti, rompere le tue abitudini, le tue routine, per poi ricomporti. E per quanto possa portare nuovi, ottimi risultati, la distruzione non è mai bella. È però indubbio che i nostri pezzi riassemblati hanno costruito qualcosa che è rimasto.

Chiamami col tuo nome è un inno al primo amore, al primo desiderio. Ed è un invito a ricordarlo positivamente, perché se non lo avessimo provato saremmo (forse) molto diversi.

***

Chiamami col tuo nome
di André Aciman
Traduzione di V. Bastia
271 pagine, 17,00 €, Guanda

*tratto dall’intervista di Marta Cervino ad André Aciman apparsa su Marie Claire.

 

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Felicità vulnerabili

È questo che secondo me la letteratura realista può dare, tra tante altre cose, ai suoi lettori. Non già la famosa tranche de vie, la “fetta di vita”, come volevano i naturalisti francesi, non già questo realismo che consiste semplicemente nel porre uno specchio tipografico davanti alle cose che possiamo vedere lo stesso – o addirittura meglio – tutti i giorni per strada, bensì quest’alchimia profonda che, mostrando la realtà così com’è, senza tradirla, senza deformarla, permette di vedere le cause soggiacenti, i motori profondi, le ragioni che portano gli uomini a essere come sono o come non sono.

Lo diceva Julio Cortázar in una delle sue lezioni all’università della California, a Berkley. E sì, è il secondo post di fila in cui cito l’autore argentino e no, non credo mi fermerò qui. Il fatto è che il buon Julio, da sapiente autore di racconti qual è, aveva capito alcune di quelle leggi non scritte che rendono un racconto un buon racconto. O almeno così la penso io.

Vite vulnerabili di Pablo Simonettti, autore cileno, quindi sudamericano proprio come Cortázar (sebbene, come detto da molti, abbia una scrittura poco ispanoamericana), è stata un’ulteriore conferma alla citazione iniziale.
Il buon racconto realista non è uno specchio ma qualcosa di più profondo.
Le storie di Simonetti non sono fotografie in posa, ma scatti ‘naturali’ eseguiti da un fotografo tra la folla. Per citare ancora una volta Julio, stavolta con parole tutte mie, queste foto ci lasciano pensare a cosa c’è stato prima e a cosa ci sarà dopo, a come siano giunti qui, ora, questi personaggi e dove stanno andando. Vogliono lasciarti intuire (perché non dicono mai, ma lasciano intuizioni) cosa c’è sotto.

E cosa c’è sotto?
Simonetti, parlando di questa sua prima raccolta, dice:

Sono dodici storie, e solo quando le ho viste tutte insieme mi sono reso conto che avevano un unico filo conduttore, che erano legate e si univano attraverso questi personaggi, che sono tutti vulnerabili. […]
Sono storie che hanno quasi sempre a che fare con il conflitto che esiste tra chi siamo e chi vorremmo essere di fronte agli altri, o ancora chi facciamo finta di essere».

Ecco. Sì. La vulnerabilità di persone che vorrebbero essere altro o che fanno finta di fare altro. La vulnerabilità delle persone tutte, o quasi, mi verrebbe da dire.

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C’è una cosa che mi sono chiesto a fine lettura. Una domanda breve ma che può destabilizzare moltissimo: riusciamo mai a essere felici?

Me lo sono chiesto perché tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno a cui manca qualcosa per essere felice. Anzi, tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno che pensa gli manchi qualcosa per poter essere davvero felice. Perché poi il problema sta tutto lì, nel capire cioè cosa sia in grado di darci gioia e contentezza davvero.

Ma le persone tendono a perdersi in bicchieri d’acqua. E vogliono il mare.

Ecco allora che a volte ci manca qualcosa di piccolissimo, altre qualcosa di più grande. Alcune volte siamo noi a mancare il bersaglio e altre volte siamo spinti di lato dagli altri. Poco importa. Tutti, in queste storie, nella vita, cercano sempre qualcosa che li renda felici. Apparentemente senza mai riuscirci davvero. E molto spesso questi Graal della felicità sono miti, leggende che ci raccontiamo e della cui veridicità ci convinciamo senza sospettare che sono, appunto, solo altre storie. Una volta raggiunto capiremo che non era quella la felicità e ci metteremo in moto di nuovo.

Il primo racconto, Il giardino dei Boboli, che io trovo esemplare in questo senso, è perfetto per inquadrare questa ricerca infruttuosa della felicità a tutti i costi.
C’è una coppia di novelli sposi in viaggio di nozze a Firenze. Lui vuole continuare a correre da un monumento all’altro. Lei vorrebbe un po’ più di pace e serenità in compagnia di lui.
Un momento che dovrebbe essere il più ‘facile’ e felice per una coppia diventa un inferno di rabbia sottopelle, di rabbia nascosta che non riesce a sbocciare davvero ma che allo stesso tempo sciupa tutto. Ed è una rabbia causata dall’assenza di quel qualcosa capace di rendere felici i protagonisti.
Nessuno dei due desideri, in verità, porterebbe alla felicità, ma allo stesso tempo questa mancata realizzazione della propria idea, della propria visione, spezza la coppia.
Ci sarà solo un momento, alla fine, dove regnerà un qualche tipo di serenità. Non felicità, sia chiaro, ma serenità. Solo che credo si tratti di una serenità vana, destinata a distruggersi, perché il giorno dopo il continuo voler cercare che contraddistingue la razza umana ritornerà a farsi sentire.

Siamo creature inquiete. Lo siamo sempre. Abbiamo tutto ma vogliamo di più. Oppure abbiamo costruito tutto sui sogni altrui, rimanendo con niente.
Siamo sempre insoddisfatti e, per questo, vulnerabili. Perché ci muoviamo sempre senza mai fermarci. Non riusciamo a mettere radici perché vogliamo sempre un terreno più soffice, solo che questo terreno non arriva mai.

Simonetti ha una grande capacità: è un ottimo fotografo di movimenti. E questi movimenti affascinano il lettore, che rimane intrappolato tra una scrittura delicatissima e delle trame struggenti, e allo stesso tempo lo porta a farsi delle domande che non richiedono mai risposte facili. Che forse non prevedono nemmeno una risposta.

Una su tutte: quanto sono felice?

***

Vite Vulnerabili
di Pablo Simonetti
Traduzione di Francesco Verde
184 pagine, 18,00 €, Lindau

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Lezioni di vita al Firozsha Baag

Leggevo giusto qualche giorno fa Cortázar e le sue Lezioni di Letteratura, un volume che racchiude appunto una serie di lezioni tenute a Berkley nel 1980.
In una di queste lezioni, il buon Julio dice che:

A volte lo Humour può camuffare davvero una visione molto più seria e molto più tragica delle cose.

E questo essenzialmente perché l’umorismo è un distruttore che, distruggendo, costruisce.

Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.

Leggevo queste riflessioni dello scrittore argentino proprio appena dopo aver chiuso Lezioni di nuoto, raccolta di racconti di Rohinton Mistry, e non ho potuto fare a meno di notare come questa successione di letture fosse capitata a pennello.

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Quelli di Lezioni di nuoto sono racconti che contengono sempre un qualche elemento buffo, umoristico, in genere legato a un personaggio che compare nella storia narrata e che può esserne il protagonista oppure una semplice comparsa.
C’è per esempio il signore che ha problemi col suo bagno, la vicina impicciona che nei giorni di lutto continua a importunare la vedova offrendo un aiuto non richiesto, la vecchia che per ripicca semina immondizia davanti la stanza dei vicini, l’emigrato che non riesce a fare i suoi bisogni da seduto e così via. Ma questi elementi non sono lì per creare delle scenette che facciano ‘solo’ ridere il lettore (sebbene ci riesca) ma per decostruire, come diceva Cortázar, una quotidianità e mostrarcela sotto una lente differente.

Sotto queste figure buffe, apparentemente leggere, si nascondono alcuni dei momenti più crudeli e più dolorosi che mi sia capitato di leggere ultimamente. E sono nascosti bene, perché mentre leggi ti ritrovi a sorridere dell’assurdità di alcune situazioni, o magari ti metti a ricordare personaggi simili che sono entrati pure nella tua, di vita, sebbene per poco (chi di noi non ha incontrato un vicino rompi scatole?). Ma poi arrivi alla fine e, giusto prima di affrontare un nuovo racconto, ti soffermi a riflettere su quanto appena letto e comprendi la durezza di quello che è stato davvero raccontato.

Se l’idea che tutti i vicini vengano a usare il tuo frigorifero in quanto unico elettrodomestico refrigerante dello stabile fa divertire, fa meno sorridere cosa questa condivisione comporta alla fine, ovvero una situazione che non solo mette in mostra la povertà di certa gente, ma anche la cattiveria di altra.
Se sorriderete per la figura di quel padre che si fa togliere tutti i capelli bianchi dal figlio più piccolo, in un eccesso di vanità e sull’onda di un’ottimistica speranza in un lavoro migliore, vi potrebbe pure scendere qualche lacrima nel momento in cui Mistry si metterà a descrivere come un giovinetto arrivi a capire che la morte è in agguato, sempre, e che forse quello che considera un sacrificio non lo è.

Ecco allora che si comprende come l’autore stia in realtà dipingendo la nostra condizione umana, una condizione che racchiude mille sfaccettature che vanno dalla comicità al dramma più nero, dal lato migliore di una persona a quello peggiore.

Lo humour non è comunque il solo strumento utilizzato dall’autore per raccontare le persone.
L’altro grande attrezzo è quello che potrei chiamare continuità. Continuità perché i personaggi non si esauriscono quasi mai con una semplice comparsata, no, questi compaiono, spariscono e ricompaiono in altre storie dimostrando così che tutti, senza esclusione, hanno le loro disgrazie, le loro gioie, le loro storie da raccontare.

Non è un caso, quindi, che i racconti siano ambientati al Firozsha Baag, un complesso di tre ‘condomini’ di Bombay. Questa ‘bolla’, questo frammento di una grande città è il vetrino che Mistry guarda col suo microscopio di scrittore, un vetrino che racchiude una popolazione variegata di uomini e donne e giovani e meno giovani che costantemente si incontrano, si evitano, si mescolano e quindi crescono, mutano, esplodono.
Il mondo racchiuso in un serraglio.

E poi ci sono gli oggetti.
Gli oggetti a volte sanno raccontarci meglio di mille parole.
Osservando un francobollo, una vecchia gabbia per uccelli, un turbante, l’anima sobbalza e rivive cose passate, sogni che desideriamo disperatamente vedere realizzati e presenti in disfacimento lento e continuo.
Gli oggetti ci rappresentano e per questo motivo a volte li amiamo, a volte li odiamo. Di sicuro ci rivelano al mondo più di quanto pensiamo.

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Rohinton Mistry

Con una scrittura sorprendente, l’autore riesce a diversificare ogni storia, a raccontare qualcosa in modo sempre differente, anche ricorrendo a veri cambi di stile e passando da narrazioni più ordinarie a storie costruite come memoriali, o addirittura come una sorta di Mille e una Notte dove il cantastorie del complesso intrattiene i ragazzini raccontando loro le vicende del più grande eroe di tutti: Savukshaw.

Ad ogni storia un sorriso, una tenerezza e una stilettata al cuore.

Non posso, prima di finire, menzionare due racconti che si sono guadagnati un posto eterno nel mio cuore, perché mi hanno saputo donare dei momenti di grande tenerezza e struggimento: Visita di condoglianze e Di capelli bianche e del cricket. Sono entrambi legati al concetto di morte, e quindi di ‘allontanamento’ di un caro, ma visto da due punti quasi opposti. Nel primo c’è la vedova che, rimasta sola, non riesce a lasciar andare del tutto il marito. Nel secondo c’è un ragazzino che scopre, in qualche modo, che tutto deve finire.
Sono due racconti molto teneri che mi hanno davvero stravolto perché la penna di Mistry, che fino a un paio di racconti prima aveva punzecchiato il lettore con spezie e grida e intrusioni ‘prepotenti’, qui si fa, pur senza dimenticare l’ironia, di una tenerezza struggente. Il dolore, la miseria della vita, sono in questo caso nascoste da una grande delicatezza. Qui è tutto più sottile e oltre a mostrare la grande bravura dell’autore, mostra anche come alcuni momenti, alcuni secondi di epifania, possano cambiare la maniera in cui concepisci la tua intera esistenza.

Per concludere, un suggerimento: procuratevi questi racconti. Vi mostreranno un’India che riassume l’umanità di tutti noi, vi farà ridere e anche piangere e vi farà riflettere su come anche un semplice oggetto, una mazza di cricket per esempio, possa assumere significati diversi a seconda del momento in cui ci troviamo a osservarla. Perché il mondo, la vita, non cambia. Cambiamo noi.

***

Lezioni di nuoto
di Rohinton Mistry
Traduzione di Chiara Vatteroni
340 pagine, 15,00 €, Racconti

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Ragazze nel bosco

Siete mai stati ragazzini in un bosco?
Io sì.

Il bosco è qualcosa di interessante. Non è un parco giochi, non è un oratorio. Non è nemmeno una piazza, o una spiaggia. Non è neppure una via malfamata. Il bosco è un qualcosa che chiama e respinge allo stesso tempo, un luogo misterioso, una terra vergine da esplorare, dove a regnare non sono gli uomini ma la natura. Il bosco, sebbene si tratti di quello dietro casa, è qualcosa che conosci bene e allo stesso tempo non conosci per niente. Ha rumori segreti e spaventosi, profumi e odori, versi, linguaggi. Ha trappole e vie d’uscita, imprevisti e sorprese, spettacoli e incubi. È qualcosa che fa parte del nostro mondo ma che, allo stesso tempo, ne è completamente fuori, perché bastano pochi alberi per non vedere più le case degli uomini.
Il bosco è una terra di mezzo.

Parto da qui per parlare del libro di oggi perché la storia che racconta ha risvegliato in me moltissimi ricordi. Molti di essi boschivi.

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Attorno ai dodici/tredici anni avevamo formato una piccola banda, poche persone, forse cinque, tra ragazze e ragazzi. Non è durata molto, giusto il tempo di un sogno breve. Ma c’è stata. Partivamo il pomeriggio e andavamo nel bosco. Ci armavamo di bastoni e progettavamo la costruzione di un covo. Spiavamo qualche adulto di passaggio e prendevamo le fascine di una qualche baita per buttarla nel torrente. Ci prendevamo a brutte parole, ci offendevamo e deridevamo eppure confabulavamo insieme.
Finì presto, ma c’erano state altre cose prime e alcune altre dopo, sebbene ancora per poco. C’erano, per esempio, le pizze fuori per un compleanno e poi il classicissimo andare a suonare i campanelli di case estranee. Banalità, potremmo dire, ma una volta una vecchia incavolatissima ci inseguì sù e sù per una salita ripidissima, con la scopa in mano, e correva e correva, veloce come noi giovinastri, e non voleva decidersi a fermarsi e a lasciarci in pace e quando arrivò all’altezza di qualcuno di noi inventammo scuse patetiche e bugie spregiudicate per scampare ai colpi di scopa (e ora, da genitore, mi trovo a chiedermi: “E se al posto della scopa avesse avuto un fucile?”). Ma poi le guerre tra vie, le corse in bici in luoghi che mi farebbero tremare oggi, e poi i motorini…

Tutto questo, in qualche modo, c’è ne Le ragazze non hanno paura.

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La storia è raccontata dalla voce di Mario, un tredicenne che va in vacanza in montagna, con la nonna, e lì incontra Tata, una ragazza di cui si innamorerà perdutamente, e altre ragazze con le quali formerà una banda, una banda che andrà per boschi e in guerra e perfino oltre, fino a doversi confrontare con un momento che potremmo definire ‘di passaggio’.

Se c’è una cosa che mi è molto piaciuta del romanzo, questa è la sincerità. È un libro molto sincero, che non si trattiene. Non racconta una giovinezza docile ed edulcorata, no. Ferrari racconta una giovinezza di violenza (nei sentimenti, nelle azioni, nei gesti e nel linguaggio), la violenza che contraddistingue questo periodo di evoluzione. Ed è qui che mi sono molto ritrovato, che i ricordi si sono aperti a valanga. Il fatto che Mario non sia un tipo molto popolare, ma che comunque si ritrovi in questa banda. La sfacciataggine di certi comportamenti, il coraggio di certe situazioni, la stupidaggine con cui se ne affrontano altre, la strafottenza, la rabbia, la cattiveria, la forza, l’energia, la passione… c’è la mia giovinezza, qui. Ed è per questo che dico che è molto sincero, o almeno sincero per me. Perché mi sembra di rivivere certe esperienze.

Ma Le ragazze non hanno paura non è solo questo. Non è ‘solo’ una ricostruzione delle avventure di giovani adolescenti, sebbene fatta meravigliosamente.
Tra l’altro, piccola parentesi, che gioia vedere un libro con protagoniste delle ragazzine così… vere! In situazioni che la letteratura tende a donare solo ai maschi.
Questo è il vero libro delle ‘bambine ribelli’.

La verità è che Le ragazze non hanno paura è un titolo perfetto sul passaggio dalla fanciullezza all’inizio dell’età adulta. Ci sono ragazzini che giocano come fossero bambini, ma allo stesso tempo le loro azioni sono adulte nelle conseguenze, quello che fanno non è più innocente (sempre che lo sia mai stato). La violenza diventa vera (si rompono braccia, ma non solo), così come veri diventano i problemi intorno a loro. Tutti i protagonisti, infatti, hanno qualcosa che non funziona perfettamente nella loro vita privata, dalla madre iperprotettiva al padre violento ecc. Ecco, questo è il momento in cui si rendono conto di questi problemi, in cui capiscono che sono problemi.
Ed ecco quindi che il bosco, una terra di mezzo tra la civiltà e la natura selvaggia, diventa una terra di passaggio, di trasformazione, si entra per uscirne cambiati.

E poi c’è la morte.
La morte è il vero spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta. Lo credo da sempre così come credo che non sia una comprensione che avviene per tutti nello stesso momento. A volte si scopre la morte prima e a volte dopo.
In questo romanzo la morte è presente fin dall’inizio, da quando ci viene detto che Mario aveva una sorella, Eva, che appunto è scomparsa e che proprio questo rende sua madre tanto apprensiva. Ma questa è una morte molto sfocata. Lui era un bambino, è vero, ma a ben pensarci non era nemmeno tanto piccolo, 5-6 anni. Eppure non si ricorda nulla e questa assenza pesa su di lui in una maniera molto marginale. Però, durante l’estate nel bosco, la concezione della morte e della perdita cambia. Cambia perché viene vissuta in maniera più diretta e cambia perché se ne capiscono le conseguenze, perché c’è un dolore nuovo, perché cambia la concezione di futuro.
La morte è uno spartiacque netto tra l’essere bambino e non esserlo più, così come è una divisione netta, fisica, nel libro. C’è un prima e un dopo che ha anche dei toni diversi: più di pancia, d’istinto nella prima metà, più ragionato, e anche più crudele in parte, nella seconda.
E c’è una grande verità: per quanto si possa tentare di annientarla, la morte, non si può.

Ci sarebbero mille altri temi di cui discutere, perché nel libro vengono trattate, più o meno abbondantemente, molte altre cose quali il bullismo, il primo amore, l’omosessualità e, cosa che mi preme sottolineare, la facilità con cui si può diventare la parte ‘cattiva’ della storia.
A volte ci viene scontato pensare di far parte dei buoni, Mario poi è un ragazzo sempre preso di mira, la vittima, come potrebbe essere il cattivo? Però qui, in queste bande, si fanno e si dicono cose che non sono per nulla innocenti. Non ci sono davvero vittime, ma solo carnefici. Un aspetto interessante che non è, forse, il punto centrale della vicenda ma che in qualche modo si sviluppa parallelamente per tutta la storia. Ed è giusto così, perché capiamo davvero la nostra vera natura solo crescendo, e sperimentando anche, e facendo delle tremende cavolate.

Ma, con tutte queste cose di cui parlare, io ho deciso di soffermarmi su un altro punto (solo uno che altrimenti non si finisce più).

Non so se avete notato che, pur trattandosi di un libro adatto a un tredicenne, non ho inserito nel titolo la ‘dicitura’ A Long Tail. C’ho pensato a lungo, se farlo o no. Alla fine ho deciso per il no (o meglio, per un inserimento non troppo esplicito) perché questo romanzo mi ha fatto molto pensare anche come adulto e soprattutto come genitore.

Per tutta la lettura non ho potuto fare a meno di capire la madre di Mario. Non sono riuscito a fare a meno di pensare, molto spesso, a quante cavolate stessero facendo quei ragazzini.
Mio figlio ora ha quattro anni, ma un giorno avrà l’età di Mario. Un giorno potrà venire preso in giro, un giorno potrà fare il bullo, un giorno potrà correre nel bosco, armato di spade di legno e maschere dipinte e far tutto quello che viene descritto tra queste pagine. E lo so perché sono cose che ho fatto e subito pure io. E per quanto tu possa tentare di proteggere un figlio, questo troverà sempre il modo. Anzi, è sbagliata tutta questa protezione che la madre di Mario vuole dare al figlio. È sbagliata e lo capisci a ogni pagina. Eppure… eppure non riuscivo a non capirla questa donna. Non riuscivo a non giustificarla. La sentivo tremendamente vicina. E questo mi fa una grande paura.
Per questo ritengo che potrebbe essere una lettura importante pure per un genitore, non tanto per scoprirsi a tremare per gli infiniti possibili risvolti dell’avventata giovinezza, ma per ricordarci quello che facevamo pure noi e portarci a chiederci com’è giusto agire. O non agire.

Le ragazze non hanno paura è un libro che mi ha molto colpito.
È indubbiamente un romanzo molto bello e, come dicevo prima, molto sincero. Ed è questa sincerità che spesso manca nella letteratura per ragazzi. Una sincerità che potrebbe quasi spaventare, ma che sa donare lo spunto per moltissime riflessioni e, certo, per moltissimi ricordi.

***

Le ragazze non hanno paura
di Alessandro Q. Ferrari
297 pagine, 14,90 €, De Agostini

Intenti ed elettricità

Devo essere caduto in qualche pozzo oscuro, in una delle sorgenti maledette di Jusenkyo e ora ogni volta che mi bagno con l’acqua fredda divento insofferente nei confronti dei libri che leggo. Altrimenti non si spiega questa mia improvvisa avversione per titoli così acclamati dal pubblico. Perché io sono il pubblico per eccellenza, e non lo dico con presunzione, ma come constatazione del fatto che mi ero sempre ritrovato parecchio col gusto del pubblico. Ora no.

Ho letto Il racconto dell’ancella ed ero speranzoso,desideroso, contento e… niente. La scintilla non è scoccata.
E poi ho letto Ragazze Elettriche, che un po’ ne riprende i tempi e li ribalta e in qualche modo li attualizza anche a livello di scrittura e… niente. Ancora niente.

Il fatto è che, e ne parlavo pure su A Long Tail, mi sto rendendo sempre più conto di quanto non possa bastare l’intento, o l’idea di base. Se stai scrivendo un romanzo mi aspetto che oltre ad avere delle cose da dire, tu le sappia pure abbinare a una buona storia. Altrimenti non funziona nulla e anche quel poco di valore che hai detto non riesco ad apprezzarlo a dovere.

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Ragazze Elettriche racconta di un potere che inizia a risvegliarsi nelle giovani donne, per poi propagarsi al genere femminile tutto. Si tratta di un potere elettrico, come suggerisce il titolo, che si concretizza nel rilascio di scariche da parte delle mani. Poco importa come si è arrivati a questo, ma le conseguenze sono devastanti. Gli equilibri nel mondo cambiano completamente. Le donne, fino ad ora considerate il sesso debole, si ritrovano con un’arma che le rende fisicamente superiori alla controparte maschile e presto riescono ad ottenere quel potere (politico e sociale) che era stato loro precluso in passato.
Utilizzando esclusivamente dei tipi di violenza che già nella nostra società gli uomini fanno sulle donne, l’autrice riesce a ribaltare la scena fino ad arrivare a uno scenario completamente nuovo dove però anche le donne sono diventate, in parole povere, cattive.

Il potere logora chi ce l’ha, mi verrebbe da dire.

L’idea è incredibilmente interessante. Mi ha molto affascinato e credo sia impressionante, in quanto maschio, leggere di tutte le violenze perpetrate nel libro e rendersi conto che sono violenze che esistono già, quotidianamente, che le donne sono costrette a subire.
Ritengo interessante anche il discorso sul potere e sul come questo possa cambiare la persona che lo ottiene.

Ma…

Ma alla fine la lettura non mi ha lasciato nulla.
Sebbene abbia solcato le pagine con grande facilità e in qualche modo mi sia sentito attratto dalle protagoniste, a fine traversata mi sono voltato indietro e non ho saputo vedere nulla.

C’è un problema di fondo, secondo me, e cioè che l’autrice rimane troppo in superficie e si sofferma troppo su quello che vuole dire senza rendersi conto di essere a rischio di unidirezionalità.
Tento di spiegarmi meglio.

Per prima cosa, ritengo i personaggi un po’ superficiali. Vengono introdotti all’inizio e sembrano tutti molto interessanti, ma poi si poggiano esclusivamente sul loro voler avere potere, maggiore potere, e non si va mai oltre.
Sono inoltre tutti personaggi disagiati. C’è la ragazza che subiva violenza, c’è la ragazza figlia di un malavitoso, c’è una simil Melania Trump che assumendo il potere vuole come mostrare di non essere solo bella. E poi c’è una politica che sembra una persona normale, ma che poi usa la sicurezza della figlia come motore per rivalersi sulla controparte maschile.
Nessuna figura è insomma buona in partenza. Sono tutte ‘cattive’, se cattive si può dire, fin dal principio. Il potere offre solo un mezzo per sfogare la loro rabbia e il loro egoismo. E quindi mi chiedo: è davvero il potere a deteriorare le persone? O sono le persone ad essere già così di suo?
Io non sono riuscito a vedere questa cosa del potere come corruzione. Non ho percepito quest’idea che tutti, uomini o donne, al potere si comportano nello stesso modo. Perché le figure di partenza erano già ‘sbagliate’ fin dal principio.

C’è poi la tendenza a raccontare molti fatti ma poche sostanze.
Per esempio Madre Eve, la ragazzina abusata, che scappa di casa dopo un omicidio, si ritrova in un convento e riesce a diventare una sorta di papessa. È tutto un susseguirsi di azioni mosse da desideri personali, comprensibili eh, ma personali. E anche la religione viene bistrattata con lo scopo di raggiungere (e mostrare al lettore) il potere. Non ci si interroga mai sul divino, sebbene Eve senta costantemente una voce che la guida.

Tutte queste donne sono donne egoiste che mirano a qualcosa di personale.
Però non c’è uno scavare più a fondo, non ci sono dubbi, non ci sono ripensamenti. E invece se ci si fosse soffermati anche su altri aspetti, credo che il risultato avrebbe potuto davvero essere molto brillante. Mentre così… mi è sembrato un bel romanzo da spiaggia, di quelli che leggi per estraniarti qualche ora.

Col gruppo di lettura, per esempio, abbiamo evidenziato come mancasse una figura materna o paterna. Non ci sono buone madri o buoni padri. Mai. I secondi o sono mafiosi che tentano di ammazzarti o non ci sono proprio. Le prime o sono complici dei padri, o sono morte, o sono normali solo in apparenza e si rivelano poi delle castratrici. E come si può costruire un romanzo su un’idea ‘generale’ del potere, se a questo potere partecipano solo figure poco equilibrate?
Cosa sarebbe successo se nella storia ci fosse stata una normale donna, mamma e lavoratrice? Non lo so.

C’è poi anche un’altra cosa che avrebbe meritato più approfondimento, ossia il ruolo della Storia. Il romanzo che leggiamo ci viene infatti presentato come un romanzo scritto da un uomo e introdotto, e concluso, da uno scambio di mail tra l’autore e una sua collega autrice (l’autrice Naomi). Alla fine del tutto, in uno di questi scambi, si parla della Storia e di come la Storia venga percepita e utilizzata. Quanto sia Storia, in effetti, e quanto sia leggenda. Quanto è strumentalizzata, quanto no. Un discorso che potrebbe essere molto interessante ma che viene, anche qui, appena accennato.

Tutto questo per dire: mi piace l’idea, la trovo interessante e originale e davvero capace di regalare grandi riflessioni. I ruoli invertiti è una trovata vincente perché crea davvero uno scossone nel lettore maschio. Ritengo però che l’idea sia rimasta in superficie, che la narrazione si sia limitata all’azione più che all’introspezione, e questo lo reputo sfavorevole per un romanzo che ha bisogno di molta empatia.

Praticamente torno al punto: basta l’intento?
E ancora una volta la mia risposta è no.

Isole e desideri che si avverano

Ho un vizio. Se in un libro che mi è piaciuto particolarmente vengono citati altri libri, io devo averli. Credo che sia un processo comune a molti lettori, si tende a trasportare il gusto della lettura in corso ai titoli che in quella lettura vengono menzionati. Una sorta di trasporto affettivo che si spera venga poi ripagato.

In questo particolare caso, la colpa va data a L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjöberg, che cita L’uomo che amava le isole di D. H. Lawrence. Un titolo che ho trovato curioso e la cui storia mi ha affascinato.
Ho faticato un po’ per riuscire a leggerlo perché in un primo momento non era disponibile, poi è stato ripubblicato in un’antologia che io, pigramente, non ho recuperato e ora, finalmente, viene riproposto in solitaria, da Lindau.

È stata una lettura inaspettata.

Conoscevo a grandi linee la storia, ma quella che mi sono ritrovato davanti si è rivelata più una sorta di fiaba, con tutti i pregi e i limiti del caso, che un racconto vero e proprio. Una storiella veloce, divisa in tre scene, che veicola un messaggio senza nascondercelo, raccontandoci di un uomo che cerca di ‘costruirsi’ un’isola ideale, ma nessuna sembra davvero soddisfarlo (o assecondarlo) salvo la terza, dove si troverà in completa solitudine e dove tutto capitolerà.

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Sembra che Lawrence fosse affascinato dalle isole.
Ha vissuto, per esempio, in Sicilia per circa un anno, e ha visitato la Sardegna e lo Sri Lanka. Molte altre isole appaiono poi nella sua narrativa, isole geografiche ovviamente, ma anche luoghi di isolamento, e spesso come una sorta di luogo dove raggiungere, e magari vivere, un qualche assoluto che inevitabilmente si concluderà malamente.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, Lawrence penserà addirittura di fondare una sorta di isola, Rananim, un’utopia, un’isola benedetta, una comunità per pochi, proprio come i luoghi de L’uomo che amava le isole. L’autore vedeva infatti la fuga come unica salvezza possibile da quell’Europa devastata dagli scontri bellici, e il fallimento di questo suo progetto sembra aver molto ispirato il racconto e infatti, in una sua lettera del 7 novembre 1916 indirizzata all’amico Samuel Koteliansky, già si intravede quello che sarà poi il finale del racconto: “my Rananim, my Florida idea, was the true one. Only the people were wrong. But to go to Rananim, without the people is right, for me, and ultimately, I hope for you.”

In qualche modo L’uomo che amava le isole è proprio la conclusione di questo progetto, una sorta di manifesto, di epitaffio, che sancisce la morte di Rananim e del progetto utopico.
Lawrence concepisce infatti questo ‘luogo speciale’ sempre lontano dalla civiltà, in luoghi selvaggi, dove l’uomo deve tornare in qualche modo primitivo. Solo che, costantemente, l’uomo fallisce. L’utopia fallisce. È il suo destino.

È un fallimento graduale e non previsto dal protagonista, comunque, che comincia la sua avventura acquistando un’isola che include anche degli isolani, scelti per servire al padrone, quindi tuttofare, contadini, governante, ecc. Solo che la sua idea di isolamento è qui alterata dalle ‘troppe’ persone e dal fato avverso, dalla natura che si impone con prepotenza e dalle risorse economiche che scarseggiano.
Quindi si passa a una seconda isola.

La seconda isola è più piccola e gli abitanti si contano sulle dita di una mano. Ma anche qui non tutto sembra funzionare come il protagonista vorrebbe e si passa a una terza proprietà, un isolotto più lontano e disperso, un punto e basta, brullo e piatto.

Ogni isola è ridotta rispetto alla precedente. Ridotta non solo in termini di dimensioni, ma anche di materiale che ‘contiene’, sia esso umano o naturale. Ogni isola è più scarna, più primitiva, meno ricca, così come ad ogni isola corrisponde un protagonista che tenta di allontanarsi sempre più dal resto dell’umanità.

Alla fine l’isola scomparirà del tutto, sotto uno strato di neve. Anche l’idea, quindi, non esiste più. Non esiste più niente, solo il bianco infinito dove terra e mare si confondono in un’unica superficie inospitale e apparentemente infinita.
L’idea iniziale e la realtà, insomma, non coincidono. Più il protagonista pensa di avvicinarsi alla vera essenza della sua idea di isola, e più l’isola stessa scompare. Anche la parola stessa, isola, appare moltissime volte nel testo, ma le sue apparizioni diminuiscono mano a mano che ci si sposta verso la terza proprietà. Si arriva, in pratica, a decostruire l’idea stessa di isola, sebbene all’inizio del testo ci si chieda cosa sia un’isola.

A fine lettura viene spontaneo pensare a quel modo di dire che fa: attento a quello che desideri perché potrebbe avverarsi. È un po’ quello che succede al protagonista del racconto. Lui vuole isolarsi dal mondo e finisce col rimanere completamente solo e quasi estraneo alla stessa umanità, abbandonato anche dal suo corpo e oppresso dalla natura.

Ma non si tratta solo di decostruire un sogno, un progetto, ma anche il modo in cui sogniamo, secondo me.
Perché il problema è che a volte ci ostiniamo troppo.
Abbiamo un’idea in testa, un’idealizzazione di qualcosa, e lottiamo così alacremente per concretizzarla, che alla fine nemmeno ci accorgiamo di non volerlo fare più. Siamo così immersi nella marcia verso la meta finale, che non ci accorgiamo delle cose belle che incontriamo lungo la via. Il proprietario delle isole, per esempio, potrebbe decidere di fermarsi alla seconda isola, più ‘stabile’ della prima, dove potrebbe perfino condurre un tipo di esistenza piacevole, ma lui ha questo tarlo in testa, questa paura, quasi, di abbandonare il suo progetto e di attaccarsi ad altro, che si ostina a continuare la sua ricerca.

Siamo vittime di noi stessi? Dei nostri sogni? Dei nostri modi di pensare?
Stiamo cercando isole in cui moriremo o stiamo cercando la felicità? Perché forse il problema è tutto qui: spostiamo il nostro sguardo dallo scopo della nostra ricerca (fare qualcosa che ci renda contenti) alla ricerca stessa, non capendo che una ricerca può essere interrotta.
E forse potrebbe volerci una ‘fiaba’ come questa per comprenderlo.

***

Bibliografia:

Entrando in Slade House

Esiste una via piuttosto stretta e ben nascosta. Ha una targa che la segnala ma non è così facile trovarla. In questa via c’è una porticina di ferro. È piccola e devi abbassarti per oltrepassarla, e forse proprio per questo motivo risulta difficile vederla. Dietro questa porta c’è un giardino meraviglioso, che al suo centro ospita una casa signorile di notevole bellezza, una villa che tutti ameremmo abitare.
Sembra tutto perfetto, se non fosse che Google maps non la rileva, che lo spazio occupato è troppo grande per stare in quella via e che, beh, non è disabitata. Non del tutto, almeno.

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I custodi di Slade House conferma una cosa che non aveva affatto bisogno di conferme: la bravura di David Mitchell.
Tulio Avoledo, durante il loro incontro a Mantova ha detto che non sconosce nessuno, tranne forse Michel Faber, in grado di passare così agilmente da una narrativa più di genere a una mainstream. Io condivido totalmente.

Conosciuto soprattutto per Cloud Atlas, Mitchell ha un modo particolare di raccontare le storie. Non procede infatti con una narrazione lineare, ma ‘spezza’ l’intera trama in tanti racconti che, solo a libro concluso, ci faranno avere un quadro completo. Allo stesso tempo, ogni storia potrebbe quasi essere un racconto a sé stante. Mitchell è una sorta di orafo: intaglia ogni pietra in modo che sia perfetta, così perfetta da poter essere indossata da sola, ma poi le unisce per formare una bella collana che, grazie alla brillantezza di ogni suo singolo componente, risplende di grande bellezza.

I custodi di Slade House è un romanzo gotico, in parte horror, ma una cosa che mi ha molto interessato è che l’elemento ‘crudele’ e sovrannaturale della storia, quello che insomma dovrebbe fare davvero paura, è in verità qualcosa di sì terribile, ma estremamente affascinante. C’è un sentore di eleganza e grazia in questo lato oscuro. Una sorta di ordine cosmico in quello che fanno, sottolineato dalla costanza dei loro ritmi, ritmi che sono la chiave per la loro stessa vita.
Le vittime, invece… Sono le vittime il vero elemento orrorifico, perché sono le loro esistenze a fare paura. Ogni persona che entra in Slade House per non uscirne più, è in verità una persona dall’esistenza infelice, e tutte queste infelicità grandi e piccole sono infelicità che potremmo avere noi, che probabilmente abbiamo avuto, o avremo. È, in somma, la vita reale quella che spaventa, in questa storia. È l’essere soli, bullizzati, tristi, esclusi a far davvero paura.

È anche una storia che riprende a piene mani da Le ore invisibili. Anzi, come dichiarato dall’autore, questo libro nasce proprio dal precedente. C’è quindi, ancora una volta, quella ricerca di una vita eterna, quel desiderio di non sparire che ritorna e si fa estremamente concreto, tanto concreto da diventare una forma di nutrimento.
Cosa siamo disposti a fare per non soccombere al tempo? E cosa ci spaventa della vecchiaia? E della morte? Non è forse più spaventosa la vita?

Durante l’incontro al festival della letteratura di Mantova, Mitchell ha dichiarato che la lettura è una forma reale di telepatia in questo progetto che è l’umanità.
Ecco. Coi libri di questo autore si ha telepatia e anche empatia, si entra in contatto profondo con i protagonisti delle sue storie perché le sue storie sono vive, traboccanti di vita. Sono forti. Magari richiedono una maggiore attenzione, perché giocano ad incastrarsi tra loro, ma regalano frutti tenaci e ricchi. Sono libri, quelli di Mitchell, che ci raccontano con estrema precisione, sebbene le nostre storie vengano vestite con abiti fantastici. Ma l’abito è solo un trucco.
L’abito è solo una lente d’ingrandimento.

E sì. Avete letto bene. Le nostre storie.