Dinosauri e antropocentrismi

Quando Micheal Crichton si mise a scrivere Jurassic Park, oltre al voler creare un romanzo che sapesse catturare il lettore aveva sicuramente un altro, e apparentemente alto, obiettivo: trattare un tema delicato come quello dell’ingegneria genetica e del suo possibile utilizzo illimitato (e non etico).

Ne nacque un romanzo incentrato su in bizzarro riccone che si era messo in testa di usare l’ingegneria genetica per ricreare i dinosauri e metterli in una specie di grande zoo per famiglie. Ma questo sarebbe stato solo l’inizio, perché nella mente di John Hammond vorticavano già mirabolanti idee su come aumentare i profitti post apertura del parco, con utilizzi ancora più ‘consumistici’ dei poveri rinati pachidermi.
Solo che Hammond e soci non avevano previsto ogni cosa e il parco non prese mai vita, come sappiamo praticamente tutti grazie soprattutto al film di Spielberg.

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È indubbio che, al di là degli intenti di Crichton, il romanzo sia soprattutto una lettura di quelle che definisco ‘da spiaggia’, che vanno bene per farsi intrattenere qualche ora senza dover impegnare troppo la mente. Non è, in somma, un trattato scientifico e nemmeno un testo di letteratura engagé. Allo stesso tempo, però, è indubbio che alcuni elementi presenti nella narrazione riescono ad offrire degli spunti interessanti su cui riflettere legati al ruolo che l’uomo ha, o si è dato, rispetto al mondo circostante.
Il punto che forse mi ha più colpito, in questo senso, si trova verso la fine.

Ian Malcolm (che nel libro ho trovato più odioso rispetto al film) si sta lasciando andare al suo ennesimo sproloquio e spiega ad Hammond che l’uomo è troppo autoreferenziale, pensa troppo a sé stesso e in termini troppo antropocentrici. La verità è che il pianeta ‘ragiona’ in modo completamente diverso e con tempi differenti dai nostri. Arriva ad affermare che anche l’idea che ci siamo fatti sulla fine del mondo è sbagliata. Malcolm conferma, sì, che l’uomo ha causato e sta causando grandi disastri ambientali, ma ci ricorda anche che non sta distruggendo il mondo, ma solo il mondo come lo conosce lui, la sua realtà.
La verità è che anche nel caso in cui noi distruggessimo tutto quello che ci circonda, il pianeta, con calma, si rigenererebbe e rinascerebbe. Cosa che in fondo è già successa. Quelli spacciati saremmo noi.

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È vero. L’uomo pensa troppo a se stesso. Si crede slegato da quanto lo circonda perché si sente, in qualche modo, superiore. Più intelligente, più capace del resto degli animali, quindi in diritto di comandare e fare a suo piacimento. La verità è che non è necessariamente così, anzi, siamo tutti connessi su questo pianeta e il nostro sviluppo avviene in simultanea con lo sviluppo di altre creature, così come le nostre scelte ambientali avranno conseguenze che porteranno a effetti anche sull’uomo.

Tra i vari testi letti più o meno recentemente ne ho individuati tre che vanno a toccare, in qualche modo, proprio questo antropocentrismo. Si tratta di tre saggi che mostrano come l’uomo e il resto del pianeta siano collegati in maniere sulle quali non ci si sofferma mai a ragionare abbastanza.

Non si tratta di libri che si accaniscono sull’esperienza umana. Non trovo corretto, almeno non del tutto, quando ci si insiste troppo e solo negativamente sulla figura dell’Homo Sapiens. Sono semplicemente libri che vogliono ricordarci come la razza umana e le altre specie condividono più di quanto possa apparire in un primo momento.

La botanica del desiderio

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Michael Pollan è famoso per il suo Dilemma dell’onnivoro. Qui lascia parzialmente da parte il cibo per dedicarsi a come alcune specie vegetali si siano evolute compiacendoci.
I vegetali presi a esempio sono il tulipano, la mela, la patata e la cannabis. Ognuna di queste specie sono sopravvissute, si sono evolute e hanno prosperato perché si sono servite di noi. Nella ‘tesi’ di Pollan si capisce che l’uomo, così sicuro di aver saputo usare la natura al meglio per i proprio scopi, è in verità rimasto ‘vittima’ delle piante stesse. Ovviamente ‘scopi’ e ‘vittima’ sono esagerazioni linguistiche, ma il succo non cambia: non è l’uomo che ha regnato sul mondo, ma l’uomo e il mondo, in questo caso il mondo vegetale, sono cresciuti insieme, evolvendosi mano a mano che l’altro cambiava. Ecco allora che il tulipano è diventato bello perché all’uomo piaceva, ecco che le varietà di mela che piacevano all’uomo hanno prosperato, e così via.

In pratica, procedendo per vari tentativi, lungo il loro percorso evolutivo le piante hanno scoperto che il modo migliore per prosperare era utilizzare gli animali come diffusori dei propri geni.
Ma com’è possibile indurre un animale a fare quello che vuole un fiore?
Questo è il bello dell’evoluzione.
Molte delle sostanze chimiche delle piante sono state progettate, ovviamente attraverso la selezione naturale, per attirare altre creature risvegliandone e gratificandone i desideri. Ecco allora che ci sono orchidee che assumono i colori e le forme di un’ape per adescare api vere e riempirle del loro polline. O ecco che i fiori diventano belli, profumati, e le mele dolci per essere mangiate.

Il succo è tutto in una frase che Pollan scrive nell’introduzione al testo:

“Un progetto, in natura, non è altro che una concatenazione di casualità […]
Allo stesso modo, siamo inclini a sopravvalutare il nostro ruolo nella natura.”

Spillover

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Quello affrontato da Quammen è sicuramente un tema meno romantico rispetto all’evoluzione di un tulipano, e infatti nel suo corposo testo affronta l’argomento delle zoonosi, ovvero quelle malattie che passano da una specie animale all’uomo, in genere con risultati piuttosto devastanti. Giusto per fare un esempio, alcune famose zoonosi sono l’HIV, l’ebola, l’aviaria, ma anche la ‘comune’ influenza e sono virus animali (l’influenza è una malattia degli uccelli, per esempio) che in qualche modo sono riuscite a trovare ospitalità, spesso in maniera molto più letale, negli esseri umani.
Spillover è in parte è una ricostruzione storica e in parte una caccia ai virus nei luoghi dove questi riescono a fare lo spillover (ovvero il balzo interspecie) e il risultato è coinvolgente e facile da seguire, ma anche piuttosto inquietante per tutta una serie di implicazioni che hanno avuto e possono avere queste malattie sull’uomo.

Studiare le zoonosi è importante per poter essere il più preparati possibile alla prossima pandemia. Perché c’è sempre una prossima pandemia in agguato.
Ma uno dei fatti più interessanti riguarda la maggiore presenza di zoonosi riscontrata negli ultimi anni. Come mai succedono? Da cosa nascono?
Ebbene, tra le varie cause pare esserci l’intervento umano. Cose come i disboscamenti, le costruzioni, e tutti gli interventi che vanno a ‘mettere le mani’ in luoghi dove gli animali vivevano, prima, in pace, ci porta ad avere un maggiore contatto con questi stessi animali e quindi a poter entrare con più facilità in contatto con i patogeni che questi animali trasportano.
Se da un lato, quindi, l’uomo che disbosca non si interessa del benessere delle creature coinvolte, dall’altro dovrebbe forse considerare l’alto tasso di mortalità che le zoonosi in genere portano con sé.

Anche Spillover ci ricorda quindi che non siamo creature superiori che vivono isolate dal resto del pianeta. Anzi. Ancora una volta siamo tutti connessi e c’è qualcuno, in questo caso i virus, che potrebbe causare (causarci) grandi danni. Non siamo invincibili e non siamo al di sopra delle leggi di natura e quello che facciamo non coinvolge solo gli altri animali.

La sesta esitinzione

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Ormai dovremmo saperlo: l’innalzamento delle temperature, il disboscamento, la tecnologia… abbiamo incasinato il pianeta e tra le varie conseguenze c’è anche l’estinzione di svariate specie animali.
Come suggerisce il titolo di questo saggio, non si tratta della prima estinzione di massa che si vede sul pianeta Terra, il più famoso è probabilmente quello dei dinosauri, ma ce ne sono stati altri quattro prima di arrivare a quello cui stiamo assistendo noi. Quindi l’estinzione è una cosa naturale, prevista dalle leggi cosmiche. Il punto però è che questa sesta estinzione è apparentemente causata da noi e, ultimamente, si sta procedendo a un ritmo troppo veloce perché l’ambiente che ci circonda sia in grado di assorbire questo cambiamento.

Kolbert, attraverso un interessantissimo racconto (vincitore del Pulitzer 2015, categoria non-fiction) va a mostrarci l’estinzione di differenti specie, dalla rana d’oro al pinguino originario, passando per creature ben più antiche e arrivado alla preoccupante riduzione della barriera corallina attuale.

Il bello di questo libro è che non usa toni allarmistici ma vuole mettere in chiaro che siamo in una nuova era geologica (e già da un po’) il cui centro siamo proprio noi umani. L’Antropocene. Così è stato definito da Paul Crutzen. Questa definizione sta a indicare le nostre responsabilità. Da quando siamo comparsi sulla faccia della terra non abbiamo fatto altro che modificare quello che ci sta attorno. Ovviamente, modificando gli spazi si modificano anche tutta una serie di dinamiche biologiche, e quindi climatiche e via dicendo.

È interessante perché ci ricorda che, nel caso fallissimo i nostri propositi sul miglioramento delle condizioni climatiche, beh… il mondo non cesserebbe di esistere. Proprio come detto da Malcolm. Finirebbe solo l’Antropocene.
Detto questo, è ben chiaro che noi possiamo fare qualcosa e non occorre, ancora, perdere le speranze. Ci sono anzi state alcune situazioni che hanno dimostrato una reazione positiva del pianeta. È però certo che l’impatto umano è stato consistente e noi ci troviamo nella possibilità di cercare di redimerci.

Le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze su quanto ci circonda, quindi quali azioni vorremmo/dovremmo fare?

***

Jurassic Park, di Michael Crichton.
Traduzione di M. T. Marenco e A. Pagnes. 477 pagine, 13,00 €, Garzanti.

La botanica del desiderio, di Michael Pollan.
Traduzione di G. Ghio. 255 pagine, 14,00 €, Il Saggiatore.

Spillover, di David Quammen.
Traduzione di L. Civalleri. 608 pagine, 14,00 €, Adelphi.

La sesta estinzione, di Elizabeth Kolbert.
Traduzione di C. Peddis. 377 pagine, 9,00 €, Beat.

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Essere Anna

Leggere Anna Karenina può essere un’impresa. Di sicuro lo è stata per me. L’ho iniziato almeno tre volte prima di riuscire ad arrivare all’ultima pagina. Il deterrente, nel mio caso, era la lunghezza. Sono un bel po’ di pagine (960 nell’edizione che ho io) e il tempo scarseggia sempre.
A lettura ultimata non posso annoverarmi tra quelli che lo ritengono IL romanzo per eccellenza (e sarebbe una bella compagnia: Dostoevskij, Mann, Nabokov), sebbene abbia di certo amato avventurarmi nelle vite dei protagonisti e di Anna Arkad’evna in particolar modo. Credo però di aver capito perché il romanzo piaccia così tanto: perché siamo tutti, almeno un poco, Anna Karenina.

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Anche se solo a grandi linee, presumo che il nucleo della storia scritta da Tolstoj sia conosciuto ai più: una donna sposata con un marito apparentemente senza sentimenti si innamora perdutamente di un conte che diventa il suo amante. È l’amore che ad Anna mancava, un amore forte e totalizzante che li porta sì a vivere insieme, ma anche a una serie di tensioni, interne ed esterne alla coppia, che culmineranno nel famoso suicidio di lei.

Dicevo che siamo tutti Anna.
Credo infatti che la maggior parte di noi senta, proprio come Anna, la mancanza di qualcosa. Lei potrebbe non saperlo, da principio, ma appena incontra Vrònskij lo capisce, sente che è lui il suo pezzo mancante.
Anche noi sentiamo l’assenza di qualcosa, anche noi percepiamo che qualcosa sfugge. Non deve trattarsi necessariamente di amore, può essere un semplice desiderio lavorativo, egoistico, monetario o sì, di affetti, oppure di tempo… il fatto è che l’essere umano tende a sentirsi costantemente incompleto, continuamente a caccia di qualcosa che lo sappia appagare del tutto, di quel qualcosa che lo completi davvero, che possa dare un senso alla vita, probabilmente.
Poco importa se quella cosa nemmeno esiste, o se raggiunto un traguardo ce ne poniamo subito un altro. Siamo costantemente alla ricerca, quindi capiamo perfettamente l’eroina del romanzo che quel qualcosa sembra averlo trovato e che per preservarlo si strugge e si distrugge.

Bisogna poi ammettere che è facile simpatizzare per Anna, prendere le sue parti.
A differenza di Emma Bovary, per esempio, che con Anna ha più di qualche punto in comune, la Karenina risulta (almeno per buona parte del romanzo) simpatica. È bella, aggraziata, gentile. Sa come comportarsi, sa mettere gli altri a proprio agio, riesce a non perdere la testa in pubblico, a essere costantemente educata. Non è perfetta ma emana serenità. La circonda un’aura di grazia e intelligenza e sembra impossibile non innamorarsene, tanto che perfino il buon Levin, perdutamente innamorato della sua Kitty, nel suo unico incontro con la donna (un’Anna, bisogna dirlo, già molto angosciata e che procede spedita verso la sua fine) ne rimane incantato.

Ci innamoriamo anche noi di lei e lo facciamo in fretta. E poi ci ritroviamo a tifare per il suo amore.

Il problema è che non ci basta mai quello che abbiamo.
Ecco allora che anche quando Anna può finalmente godere dell’amore di Vrònskij e smette di abitare col marito, le manca altro. Le manca il figlio, in primis, che le viene proibito di vedere, e che quando con un sotterfugio riuscisce a incontrare di nuovo non le sembra più il bambino che ricordava. Sereza è cresciuto, è diverso e a lei manca il bambino più piccolo.
E poi, ovvio, le manca la libertà di muoversi nella società senza essere esclusa o additata.

Anna è l’incarnazione del senso di mancanza. Del nostro senso di mancanza.

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Keira Knightley come Anna Karenina nel film di Joe Wright del 2012.

Ma la mancanza non si incarna solo in Anna, bensì in tutte le declinazioni del matrimonio che nel romanzo troviamo.

Il matrimonio (e per sua estensione la famiglia) è il vero protagonista del libro. La storia di Anna e dei suoi cari, sebbene sia la più conosciuta, è infatti solo una delle tre storyline principali che si susseguono nella narrazione. Le altre due sono quelle che riguardano la famiglia del fratello di Anna, Stiva, e quella di Levin. Tre famiglie in qualche modo intrecciate e che, esponendosi al lettore, raccontano le vicende di moltissimi personaggi fino a dipingere in maniera più o meno precisa le vicissitudini politico-sociali dell’epoca.
Ma il centro di tutto è il matrimonio e la famiglia che ne scaturisce. Non a caso il famoso incipit dice:

Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo.

Un incipit che, tra l’altro, viene solo parzialmente confermato, o almeno questa è la mia sensazione, perché di famiglie felici qui non se ne vedono affatto e, sebbene ognuna affronti la propria infelicità in maniera differente, la causa di questa infelicità è la stessa per tutte: la mancanza di qualcosa, e più precisamente la mancanza di libertà.

Con Anna e Karenin manca la libertà di amare. Karenin non ne è capace, non ama la moglie e non ama nemmeno il figlio. L’unica persona per la quale riesce in qualche modo a provare affetto è, per assurdo, la figlia di Anna e Vrònskij, che però non è sua e quindi le verrà portata via e che, paradossalmente, non verrà mai amata davvero dalla madre.
Ma il vero nucleo famigliare di Anna diventa quello con Vrònskij. La loro è una relazione che, sebbene non ufficializzata, ha tutte le caratteristiche del matrimonio: vivono insieme, hanno una figlia, della servitù, delle case da mantenere, degli scopi… solo che c’è qualcosa che non va. Anna soffre per la mancanza del figlio e poi per la perduta reputazione. Anna non è libera di muoversi, in somma, e allo stesso tempo non si sente libera di poter parlare delle sue angosce con l’amato, perché crede non possa capire.
Vrònskij invece non riesce a rimanere chiuso in casa. Deve uscire, deve avere qualcosa da fare. Per Anna ha rinunciato alla carriera militare e in qualche modo ne sente la mancanza, prende quindi al volo tutte le occasioni per impegnarsi in cose che lo portino fuori dall’ambiente domestico. Solo che ad ogni uscita Anna chiede il conto, vuole sapere dov’era, perché ha fatto tardi, si lascia prendere dalla gelosia e la vita di coppia diventa via via sempre più turbolenta, feroce.
A entrambi, poi, manca la libertà di poter uscire totalmente allo scoperto, di poter passeggiare da innamorati.

La famiglia di Stiva è una famiglia che regge a fatica, ma regge.
Il romanzo inizia proprio con loro e col tentativo, poi riuscito, da parte di Anna di rimettere pace tra la cognata e il fratello, quest’ultimo colpevole di tradimento.
Il problema di questa relazione è che ci si aspetta un certo tipo di contegno, un saper tenere a bada gli appetiti, e quelli di Stiva sono molti: è ingordo di cose buone e belle e spende quando non potrebbe farlo. E poi ama le donne e non riesce a non concedersi alle grazie femminili.
Stiva si prende insomma delle libertà che non dovrebbe prendersi e non riesce a rendersi conto delle ferite che, così facendo, causa alla moglie. Ferite non solo del cuore, ma che inficiano anche la gestione dei figli e delle proprietà.
Il loro matrimonio continua, ma solo grazie alla sopportazione della moglie che quindi castra la sua libertà di opporsi.

La famiglia Levin è invece una famiglia che potrebbe sembrare felice. E Kitty lo è davvero, o almeno così appare (sebbene Levin sia, in effetti, una seconda scelta).
Il problema è il marito. Lui, che tanto aveva sognato quel matrimonio, fin dal momento in cui viene ufficializzato il fidanzamento inizia a perdere qualcosa.
La libertà, sì.
Deve sottostare a delle ritualità che non capisce, deve attorniarsi di persone che non conosce, deve affrontare gelosie (della moglie nei suoi confronti, ma anche viceversa) campate in aria e non ha più la libertà di dedicarsi completamente al suo lavoro. Lui sa che dovrebbe considerarsi felice, al tempo stesso lotta per non soccombere sotto questa sua nuova condizione e, allo stesso tempo, per non disperarsi a causa di una vita che sembra non avere alcun senso. Ama Kitty, è felice di averla sposata ed è contento di quello che ha, ma c’è sempre qualcosa che fa difetto, che lo infastidisce.

La famiglia pone limiti, in questo romanzo. E forse anche nella realtà.
Ma forse i limiti ci sono sempre, matrimonio o non matrimonio, perché se sempre ci manca qualcosa, la libertà non può far altro che apparirci lontana.

Anna Karenina diventa quindi il lungo racconto di un tentativo continuo di trovare la completezza in una realtà che non la permette. Non la permette perché, probabilmente, questa completezza serve all’uomo per tentare di trovare un senso a un’esistenza che senso non ha.
E allora lottiamo. Lottiamo tutti per avere qualcosa che ci faccia dire, di fronte ai binari di un treno: “no, questa volta passo oltre” nella speranza che questo qualcosa ci basti per sempre. Nella speranza di non essere mai Anna fino in fondo.

La vera felicità di Dar’ja Aleksandrovna, però, erano proprio gli affanni e le preoccupazioni. Senza di essi sarebbe rimasta sola con i suoi pensieri per quel marito che non l’amava.

***

I passi citati sono tratti dall’edizione Einaudi. Traduzione di Claudia Zonghetti.

 

Il primo desiderio

Cos’ha di speciale il primo amore?
Quella prima volta in cui ci troviamo a essere completamente ossessionati da una persona, chiamiamola amore, rimane lì per sempre. Diventa il nostro modo personale di amare e desiderare che trace le parcours de toute une vie, traccia la strada di tutta una vita.*

Ecco cos’è Chiamami col tuo nome. Esattamente questo. La storia di un primo amore. Ossessivo. Intenso. A tratti perfino antipatico. Eccitante. Liquido, perché assume la forma di ogni tuo momento.

Potrei fermarmi adesso. Dovei forse smettere subito di parlare di questo romanzo di André Aciman, famoso per essere stato trasposto in un film diretto dall’italiano Luca Guadagnino, candidato a quattro premi Oscar (ha vinto poi ‘solo’ la Miglior Sceneggiatura non originale). Dovrei fermarmi perché forse non c’è molto altro da dire. O almeno non c’è altro che potrebbe invogliarvi di più a leggerlo.

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Chiamami col tuo nome mi ha fatto innamorare di un sentimento che, all’epoca, odiai con tutto me stesso.
Nella storia del giovane Elio, 17 anni, che si innamora di Oliver, americano, 24 anni, c’è infatti quell’insieme di sentimenti che costituisce il primo amore. Che poi, amore…  forse non si è mai sicuri che il loro sia davvero amore, e infatti Elio parla molto spesso di desiderio ma mai di amore. La sua voglia è infatti qualcosa di molto fisico (che non è necessariamente carnale), qualcosa da toccare, da stringere, da avere vicino. È però indubbio che si tratta di un sentimento molto violento, di quelli che ti assalgono e non ti lasciano più andare.
Ecco allora che Elio passa le sue giornate a interrogarsi continuamente su Oliver e il suo rapporto con lui. Cosa vorrà dire quello sguardo? Quel gesto lo fa perché arrabbiato? Cosa significa la sua assenza? E la sua vicinanza?

Volevo essere come lui? Volevo essere lui? O forse volevo solo averlo? Oppure “essere” e “avere” sono verbi del tutto inadeguati nell’intricata matassa del desiderio, per cui avere il corpo di qualcuno da toccare ed essere quel qualcuno che desideriamo toccare è la stessa cosa, sono solo rive opposte di un fiume che scorre dall’uno all’altro, poi torna indietro e infine va di nuovo verso l’altro, e ancora, e ancora, un circuito perpetuo dove le cavità del cuore, come le botole del desiderio e i buchi del tempo e il cassetto a doppiofondo che chiamiamo identità, condividono una logica ingannevole, secondo la quale la distanza più breve tra vita reale e vita non vissuta, tra ciò che siamo e ciò che vogliamo, è una scalinata tortuosa progettata con l’empia crudeltà di M. C. Escher.

Da ragazzo le faccende di cuore mi hanno spesso fatto soffrire. Non ero un tipo socievole, non ero il belloccio di turno, non ero popolare, quindi diciamo pure che la mia vita sentimentale era a senso unico e imboccava la via verso il burrone. Per cui il primo vero innamoramento l’ho sempre vissuto male, perché fatto di tanto struggimento e zero ricompense. Un grande affanno per classificarmi comunque ultimo. Una continua ricerca di conferme o di smentite, di gelosie e rabbia e adorazione. Un tentativo continuo di stare vicino a quella persona nella speranza che si accorgesse di qualcosa. Sotterfugi per carpirle informazioni, deduzioni, speranze.
Il libro di Aciman mi ha ricordato tutto questo.

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Elio (Timothée Chalamet) e Oliver (Armie Hammer), nel film di Luca Guadagnino.

Dopo un inizio folgorante, da amore a prima vista, ho avuto qualche tentennamento per via della quasi folle ossessione che il protagonista matura nei confronti dell’oggetto dei suoi desideri. Ogni pensiero di Elio è pervaso dalla presenza di Oliver, tanto da arrivare quasi a detestarlo e bramarlo al tempo stesso.
Ma poi, pian piano, mi sono reso conto che pure io ero ossessionato dal mio sogno d’amore. Anzi, un po’ volevo esserlo, quasi mi sforzavo di esserlo. Quello che Elio stava mettendo nero su bianco erano esattamente i sentimenti che provavo io nella mia adolescenza.

Eccolo lì, il lascito della giovinezza, le due mascotte della mia vita, fame e paura…

Questo romanzo mi ha fatto fare pace con il mio cuore giovane.
Circa.
Nel senso che continuo a odiare quanto provato all’epoca e sono felice per quanto succede invece nel romanzo (a loro è andata decisamente meglio che a me). Ma ho capito che, in qualche modo, quanto vissuto nella giovinezza viaggerà con me e non potrà più ripetersi.
Non c’è più stato un tale trasporto per una persona. Questo non significa che poi abbia amato meno mia moglie rispetto a quella lontana ragazza. Questo significa, molto semplicemente, che non ho più provato un senso di desiderio così forte, così intenso, così opprimente da rubarti tutte le ore e tutti i pensieri (e tutta l’intelligenza) a disposizione. Così crudele, anche.

Chiamami col tuo nome racconta di un momento ben preciso della vita in cui si rimane folgorati, in cui si pensa solo a una cosa e si vuole ottenerla e allo stesso tempo se ne ha paura e questo sentimento (Positivo? Negativo?) ti rimarrà dentro per sempre. A volte ti troverai a ricordarlo. Lo odierai. Lo amerai. Tenterai di capire cosa davvero provavi. Allo stesso tempo saprai per certo che si tratta di una cosa che non si ripeterà mai più e che tutto quello che verrà dopo sarà profondamente diverso.

Ma quella prima volta avrà davvero condizionato il nostro modo futuro di amare?
Nel libro in qualche modo parrebbe di sì. Quella ‘relazione’ di qualche settimana sarà sempre un termine di paragone, sarà un sogno, un miraggio. E forse è davvero così anche nella vita reale. Forse ci sono momenti in cui penso a quel desiderio e ne potrei volere uno uguale. Ma la verità è che si tratta di un sentimento più distruttivo che edificante. O meglio, quell’esperienza voleva frantumarti, rompere le tue abitudini, le tue routine, per poi ricomporti. E per quanto possa portare nuovi, ottimi risultati, la distruzione non è mai bella. È però indubbio che i nostri pezzi riassemblati hanno costruito qualcosa che è rimasto.

Chiamami col tuo nome è un inno al primo amore, al primo desiderio. Ed è un invito a ricordarlo positivamente, perché se non lo avessimo provato saremmo (forse) molto diversi.

***

Chiamami col tuo nome
di André Aciman
Traduzione di V. Bastia
271 pagine, 17,00 €, Guanda

*tratto dall’intervista di Marta Cervino ad André Aciman apparsa su Marie Claire.

 

Felicità vulnerabili

È questo che secondo me la letteratura realista può dare, tra tante altre cose, ai suoi lettori. Non già la famosa tranche de vie, la “fetta di vita”, come volevano i naturalisti francesi, non già questo realismo che consiste semplicemente nel porre uno specchio tipografico davanti alle cose che possiamo vedere lo stesso – o addirittura meglio – tutti i giorni per strada, bensì quest’alchimia profonda che, mostrando la realtà così com’è, senza tradirla, senza deformarla, permette di vedere le cause soggiacenti, i motori profondi, le ragioni che portano gli uomini a essere come sono o come non sono.

Lo diceva Julio Cortázar in una delle sue lezioni all’università della California, a Berkley. E sì, è il secondo post di fila in cui cito l’autore argentino e no, non credo mi fermerò qui. Il fatto è che il buon Julio, da sapiente autore di racconti qual è, aveva capito alcune di quelle leggi non scritte che rendono un racconto un buon racconto. O almeno così la penso io.

Vite vulnerabili di Pablo Simonettti, autore cileno, quindi sudamericano proprio come Cortázar (sebbene, come detto da molti, abbia una scrittura poco ispanoamericana), è stata un’ulteriore conferma alla citazione iniziale.
Il buon racconto realista non è uno specchio ma qualcosa di più profondo.
Le storie di Simonetti non sono fotografie in posa, ma scatti ‘naturali’ eseguiti da un fotografo tra la folla. Per citare ancora una volta Julio, stavolta con parole tutte mie, queste foto ci lasciano pensare a cosa c’è stato prima e a cosa ci sarà dopo, a come siano giunti qui, ora, questi personaggi e dove stanno andando. Vogliono lasciarti intuire (perché non dicono mai, ma lasciano intuizioni) cosa c’è sotto.

E cosa c’è sotto?
Simonetti, parlando di questa sua prima raccolta, dice:

Sono dodici storie, e solo quando le ho viste tutte insieme mi sono reso conto che avevano un unico filo conduttore, che erano legate e si univano attraverso questi personaggi, che sono tutti vulnerabili. […]
Sono storie che hanno quasi sempre a che fare con il conflitto che esiste tra chi siamo e chi vorremmo essere di fronte agli altri, o ancora chi facciamo finta di essere».

Ecco. Sì. La vulnerabilità di persone che vorrebbero essere altro o che fanno finta di fare altro. La vulnerabilità delle persone tutte, o quasi, mi verrebbe da dire.

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C’è una cosa che mi sono chiesto a fine lettura. Una domanda breve ma che può destabilizzare moltissimo: riusciamo mai a essere felici?

Me lo sono chiesto perché tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno a cui manca qualcosa per essere felice. Anzi, tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno che pensa gli manchi qualcosa per poter essere davvero felice. Perché poi il problema sta tutto lì, nel capire cioè cosa sia in grado di darci gioia e contentezza davvero.

Ma le persone tendono a perdersi in bicchieri d’acqua. E vogliono il mare.

Ecco allora che a volte ci manca qualcosa di piccolissimo, altre qualcosa di più grande. Alcune volte siamo noi a mancare il bersaglio e altre volte siamo spinti di lato dagli altri. Poco importa. Tutti, in queste storie, nella vita, cercano sempre qualcosa che li renda felici. Apparentemente senza mai riuscirci davvero. E molto spesso questi Graal della felicità sono miti, leggende che ci raccontiamo e della cui veridicità ci convinciamo senza sospettare che sono, appunto, solo altre storie. Una volta raggiunto capiremo che non era quella la felicità e ci metteremo in moto di nuovo.

Il primo racconto, Il giardino dei Boboli, che io trovo esemplare in questo senso, è perfetto per inquadrare questa ricerca infruttuosa della felicità a tutti i costi.
C’è una coppia di novelli sposi in viaggio di nozze a Firenze. Lui vuole continuare a correre da un monumento all’altro. Lei vorrebbe un po’ più di pace e serenità in compagnia di lui.
Un momento che dovrebbe essere il più ‘facile’ e felice per una coppia diventa un inferno di rabbia sottopelle, di rabbia nascosta che non riesce a sbocciare davvero ma che allo stesso tempo sciupa tutto. Ed è una rabbia causata dall’assenza di quel qualcosa capace di rendere felici i protagonisti.
Nessuno dei due desideri, in verità, porterebbe alla felicità, ma allo stesso tempo questa mancata realizzazione della propria idea, della propria visione, spezza la coppia.
Ci sarà solo un momento, alla fine, dove regnerà un qualche tipo di serenità. Non felicità, sia chiaro, ma serenità. Solo che credo si tratti di una serenità vana, destinata a distruggersi, perché il giorno dopo il continuo voler cercare che contraddistingue la razza umana ritornerà a farsi sentire.

Siamo creature inquiete. Lo siamo sempre. Abbiamo tutto ma vogliamo di più. Oppure abbiamo costruito tutto sui sogni altrui, rimanendo con niente.
Siamo sempre insoddisfatti e, per questo, vulnerabili. Perché ci muoviamo sempre senza mai fermarci. Non riusciamo a mettere radici perché vogliamo sempre un terreno più soffice, solo che questo terreno non arriva mai.

Simonetti ha una grande capacità: è un ottimo fotografo di movimenti. E questi movimenti affascinano il lettore, che rimane intrappolato tra una scrittura delicatissima e delle trame struggenti, e allo stesso tempo lo porta a farsi delle domande che non richiedono mai risposte facili. Che forse non prevedono nemmeno una risposta.

Una su tutte: quanto sono felice?

***

Vite Vulnerabili
di Pablo Simonetti
Traduzione di Francesco Verde
184 pagine, 18,00 €, Lindau

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Lezioni di vita al Firozsha Baag

Leggevo giusto qualche giorno fa Cortázar e le sue Lezioni di Letteratura, un volume che racchiude appunto una serie di lezioni tenute a Berkley nel 1980.
In una di queste lezioni, il buon Julio dice che:

A volte lo Humour può camuffare davvero una visione molto più seria e molto più tragica delle cose.

E questo essenzialmente perché l’umorismo è un distruttore che, distruggendo, costruisce.

Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.

Leggevo queste riflessioni dello scrittore argentino proprio appena dopo aver chiuso Lezioni di nuoto, raccolta di racconti di Rohinton Mistry, e non ho potuto fare a meno di notare come questa successione di letture fosse capitata a pennello.

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Quelli di Lezioni di nuoto sono racconti che contengono sempre un qualche elemento buffo, umoristico, in genere legato a un personaggio che compare nella storia narrata e che può esserne il protagonista oppure una semplice comparsa.
C’è per esempio il signore che ha problemi col suo bagno, la vicina impicciona che nei giorni di lutto continua a importunare la vedova offrendo un aiuto non richiesto, la vecchia che per ripicca semina immondizia davanti la stanza dei vicini, l’emigrato che non riesce a fare i suoi bisogni da seduto e così via. Ma questi elementi non sono lì per creare delle scenette che facciano ‘solo’ ridere il lettore (sebbene ci riesca) ma per decostruire, come diceva Cortázar, una quotidianità e mostrarcela sotto una lente differente.

Sotto queste figure buffe, apparentemente leggere, si nascondono alcuni dei momenti più crudeli e più dolorosi che mi sia capitato di leggere ultimamente. E sono nascosti bene, perché mentre leggi ti ritrovi a sorridere dell’assurdità di alcune situazioni, o magari ti metti a ricordare personaggi simili che sono entrati pure nella tua, di vita, sebbene per poco (chi di noi non ha incontrato un vicino rompi scatole?). Ma poi arrivi alla fine e, giusto prima di affrontare un nuovo racconto, ti soffermi a riflettere su quanto appena letto e comprendi la durezza di quello che è stato davvero raccontato.

Se l’idea che tutti i vicini vengano a usare il tuo frigorifero in quanto unico elettrodomestico refrigerante dello stabile fa divertire, fa meno sorridere cosa questa condivisione comporta alla fine, ovvero una situazione che non solo mette in mostra la povertà di certa gente, ma anche la cattiveria di altra.
Se sorriderete per la figura di quel padre che si fa togliere tutti i capelli bianchi dal figlio più piccolo, in un eccesso di vanità e sull’onda di un’ottimistica speranza in un lavoro migliore, vi potrebbe pure scendere qualche lacrima nel momento in cui Mistry si metterà a descrivere come un giovinetto arrivi a capire che la morte è in agguato, sempre, e che forse quello che considera un sacrificio non lo è.

Ecco allora che si comprende come l’autore stia in realtà dipingendo la nostra condizione umana, una condizione che racchiude mille sfaccettature che vanno dalla comicità al dramma più nero, dal lato migliore di una persona a quello peggiore.

Lo humour non è comunque il solo strumento utilizzato dall’autore per raccontare le persone.
L’altro grande attrezzo è quello che potrei chiamare continuità. Continuità perché i personaggi non si esauriscono quasi mai con una semplice comparsata, no, questi compaiono, spariscono e ricompaiono in altre storie dimostrando così che tutti, senza esclusione, hanno le loro disgrazie, le loro gioie, le loro storie da raccontare.

Non è un caso, quindi, che i racconti siano ambientati al Firozsha Baag, un complesso di tre ‘condomini’ di Bombay. Questa ‘bolla’, questo frammento di una grande città è il vetrino che Mistry guarda col suo microscopio di scrittore, un vetrino che racchiude una popolazione variegata di uomini e donne e giovani e meno giovani che costantemente si incontrano, si evitano, si mescolano e quindi crescono, mutano, esplodono.
Il mondo racchiuso in un serraglio.

E poi ci sono gli oggetti.
Gli oggetti a volte sanno raccontarci meglio di mille parole.
Osservando un francobollo, una vecchia gabbia per uccelli, un turbante, l’anima sobbalza e rivive cose passate, sogni che desideriamo disperatamente vedere realizzati e presenti in disfacimento lento e continuo.
Gli oggetti ci rappresentano e per questo motivo a volte li amiamo, a volte li odiamo. Di sicuro ci rivelano al mondo più di quanto pensiamo.

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Rohinton Mistry

Con una scrittura sorprendente, l’autore riesce a diversificare ogni storia, a raccontare qualcosa in modo sempre differente, anche ricorrendo a veri cambi di stile e passando da narrazioni più ordinarie a storie costruite come memoriali, o addirittura come una sorta di Mille e una Notte dove il cantastorie del complesso intrattiene i ragazzini raccontando loro le vicende del più grande eroe di tutti: Savukshaw.

Ad ogni storia un sorriso, una tenerezza e una stilettata al cuore.

Non posso, prima di finire, menzionare due racconti che si sono guadagnati un posto eterno nel mio cuore, perché mi hanno saputo donare dei momenti di grande tenerezza e struggimento: Visita di condoglianze e Di capelli bianche e del cricket. Sono entrambi legati al concetto di morte, e quindi di ‘allontanamento’ di un caro, ma visto da due punti quasi opposti. Nel primo c’è la vedova che, rimasta sola, non riesce a lasciar andare del tutto il marito. Nel secondo c’è un ragazzino che scopre, in qualche modo, che tutto deve finire.
Sono due racconti molto teneri che mi hanno davvero stravolto perché la penna di Mistry, che fino a un paio di racconti prima aveva punzecchiato il lettore con spezie e grida e intrusioni ‘prepotenti’, qui si fa, pur senza dimenticare l’ironia, di una tenerezza struggente. Il dolore, la miseria della vita, sono in questo caso nascoste da una grande delicatezza. Qui è tutto più sottile e oltre a mostrare la grande bravura dell’autore, mostra anche come alcuni momenti, alcuni secondi di epifania, possano cambiare la maniera in cui concepisci la tua intera esistenza.

Per concludere, un suggerimento: procuratevi questi racconti. Vi mostreranno un’India che riassume l’umanità di tutti noi, vi farà ridere e anche piangere e vi farà riflettere su come anche un semplice oggetto, una mazza di cricket per esempio, possa assumere significati diversi a seconda del momento in cui ci troviamo a osservarla. Perché il mondo, la vita, non cambia. Cambiamo noi.

***

Lezioni di nuoto
di Rohinton Mistry
Traduzione di Chiara Vatteroni
340 pagine, 15,00 €, Racconti

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Ragazze nel bosco

Siete mai stati ragazzini in un bosco?
Io sì.

Il bosco è qualcosa di interessante. Non è un parco giochi, non è un oratorio. Non è nemmeno una piazza, o una spiaggia. Non è neppure una via malfamata. Il bosco è un qualcosa che chiama e respinge allo stesso tempo, un luogo misterioso, una terra vergine da esplorare, dove a regnare non sono gli uomini ma la natura. Il bosco, sebbene si tratti di quello dietro casa, è qualcosa che conosci bene e allo stesso tempo non conosci per niente. Ha rumori segreti e spaventosi, profumi e odori, versi, linguaggi. Ha trappole e vie d’uscita, imprevisti e sorprese, spettacoli e incubi. È qualcosa che fa parte del nostro mondo ma che, allo stesso tempo, ne è completamente fuori, perché bastano pochi alberi per non vedere più le case degli uomini.
Il bosco è una terra di mezzo.

Parto da qui per parlare del libro di oggi perché la storia che racconta ha risvegliato in me moltissimi ricordi. Molti di essi boschivi.

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Attorno ai dodici/tredici anni avevamo formato una piccola banda, poche persone, forse cinque, tra ragazze e ragazzi. Non è durata molto, giusto il tempo di un sogno breve. Ma c’è stata. Partivamo il pomeriggio e andavamo nel bosco. Ci armavamo di bastoni e progettavamo la costruzione di un covo. Spiavamo qualche adulto di passaggio e prendevamo le fascine di una qualche baita per buttarla nel torrente. Ci prendevamo a brutte parole, ci offendevamo e deridevamo eppure confabulavamo insieme.
Finì presto, ma c’erano state altre cose prime e alcune altre dopo, sebbene ancora per poco. C’erano, per esempio, le pizze fuori per un compleanno e poi il classicissimo andare a suonare i campanelli di case estranee. Banalità, potremmo dire, ma una volta una vecchia incavolatissima ci inseguì sù e sù per una salita ripidissima, con la scopa in mano, e correva e correva, veloce come noi giovinastri, e non voleva decidersi a fermarsi e a lasciarci in pace e quando arrivò all’altezza di qualcuno di noi inventammo scuse patetiche e bugie spregiudicate per scampare ai colpi di scopa (e ora, da genitore, mi trovo a chiedermi: “E se al posto della scopa avesse avuto un fucile?”). Ma poi le guerre tra vie, le corse in bici in luoghi che mi farebbero tremare oggi, e poi i motorini…

Tutto questo, in qualche modo, c’è ne Le ragazze non hanno paura.

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La storia è raccontata dalla voce di Mario, un tredicenne che va in vacanza in montagna, con la nonna, e lì incontra Tata, una ragazza di cui si innamorerà perdutamente, e altre ragazze con le quali formerà una banda, una banda che andrà per boschi e in guerra e perfino oltre, fino a doversi confrontare con un momento che potremmo definire ‘di passaggio’.

Se c’è una cosa che mi è molto piaciuta del romanzo, questa è la sincerità. È un libro molto sincero, che non si trattiene. Non racconta una giovinezza docile ed edulcorata, no. Ferrari racconta una giovinezza di violenza (nei sentimenti, nelle azioni, nei gesti e nel linguaggio), la violenza che contraddistingue questo periodo di evoluzione. Ed è qui che mi sono molto ritrovato, che i ricordi si sono aperti a valanga. Il fatto che Mario non sia un tipo molto popolare, ma che comunque si ritrovi in questa banda. La sfacciataggine di certi comportamenti, il coraggio di certe situazioni, la stupidaggine con cui se ne affrontano altre, la strafottenza, la rabbia, la cattiveria, la forza, l’energia, la passione… c’è la mia giovinezza, qui. Ed è per questo che dico che è molto sincero, o almeno sincero per me. Perché mi sembra di rivivere certe esperienze.

Ma Le ragazze non hanno paura non è solo questo. Non è ‘solo’ una ricostruzione delle avventure di giovani adolescenti, sebbene fatta meravigliosamente.
Tra l’altro, piccola parentesi, che gioia vedere un libro con protagoniste delle ragazzine così… vere! In situazioni che la letteratura tende a donare solo ai maschi.
Questo è il vero libro delle ‘bambine ribelli’.

La verità è che Le ragazze non hanno paura è un titolo perfetto sul passaggio dalla fanciullezza all’inizio dell’età adulta. Ci sono ragazzini che giocano come fossero bambini, ma allo stesso tempo le loro azioni sono adulte nelle conseguenze, quello che fanno non è più innocente (sempre che lo sia mai stato). La violenza diventa vera (si rompono braccia, ma non solo), così come veri diventano i problemi intorno a loro. Tutti i protagonisti, infatti, hanno qualcosa che non funziona perfettamente nella loro vita privata, dalla madre iperprotettiva al padre violento ecc. Ecco, questo è il momento in cui si rendono conto di questi problemi, in cui capiscono che sono problemi.
Ed ecco quindi che il bosco, una terra di mezzo tra la civiltà e la natura selvaggia, diventa una terra di passaggio, di trasformazione, si entra per uscirne cambiati.

E poi c’è la morte.
La morte è il vero spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta. Lo credo da sempre così come credo che non sia una comprensione che avviene per tutti nello stesso momento. A volte si scopre la morte prima e a volte dopo.
In questo romanzo la morte è presente fin dall’inizio, da quando ci viene detto che Mario aveva una sorella, Eva, che appunto è scomparsa e che proprio questo rende sua madre tanto apprensiva. Ma questa è una morte molto sfocata. Lui era un bambino, è vero, ma a ben pensarci non era nemmeno tanto piccolo, 5-6 anni. Eppure non si ricorda nulla e questa assenza pesa su di lui in una maniera molto marginale. Però, durante l’estate nel bosco, la concezione della morte e della perdita cambia. Cambia perché viene vissuta in maniera più diretta e cambia perché se ne capiscono le conseguenze, perché c’è un dolore nuovo, perché cambia la concezione di futuro.
La morte è uno spartiacque netto tra l’essere bambino e non esserlo più, così come è una divisione netta, fisica, nel libro. C’è un prima e un dopo che ha anche dei toni diversi: più di pancia, d’istinto nella prima metà, più ragionato, e anche più crudele in parte, nella seconda.
E c’è una grande verità: per quanto si possa tentare di annientarla, la morte, non si può.

Ci sarebbero mille altri temi di cui discutere, perché nel libro vengono trattate, più o meno abbondantemente, molte altre cose quali il bullismo, il primo amore, l’omosessualità e, cosa che mi preme sottolineare, la facilità con cui si può diventare la parte ‘cattiva’ della storia.
A volte ci viene scontato pensare di far parte dei buoni, Mario poi è un ragazzo sempre preso di mira, la vittima, come potrebbe essere il cattivo? Però qui, in queste bande, si fanno e si dicono cose che non sono per nulla innocenti. Non ci sono davvero vittime, ma solo carnefici. Un aspetto interessante che non è, forse, il punto centrale della vicenda ma che in qualche modo si sviluppa parallelamente per tutta la storia. Ed è giusto così, perché capiamo davvero la nostra vera natura solo crescendo, e sperimentando anche, e facendo delle tremende cavolate.

Ma, con tutte queste cose di cui parlare, io ho deciso di soffermarmi su un altro punto (solo uno che altrimenti non si finisce più).

Non so se avete notato che, pur trattandosi di un libro adatto a un tredicenne, non ho inserito nel titolo la ‘dicitura’ A Long Tail. C’ho pensato a lungo, se farlo o no. Alla fine ho deciso per il no (o meglio, per un inserimento non troppo esplicito) perché questo romanzo mi ha fatto molto pensare anche come adulto e soprattutto come genitore.

Per tutta la lettura non ho potuto fare a meno di capire la madre di Mario. Non sono riuscito a fare a meno di pensare, molto spesso, a quante cavolate stessero facendo quei ragazzini.
Mio figlio ora ha quattro anni, ma un giorno avrà l’età di Mario. Un giorno potrà venire preso in giro, un giorno potrà fare il bullo, un giorno potrà correre nel bosco, armato di spade di legno e maschere dipinte e far tutto quello che viene descritto tra queste pagine. E lo so perché sono cose che ho fatto e subito pure io. E per quanto tu possa tentare di proteggere un figlio, questo troverà sempre il modo. Anzi, è sbagliata tutta questa protezione che la madre di Mario vuole dare al figlio. È sbagliata e lo capisci a ogni pagina. Eppure… eppure non riuscivo a non capirla questa donna. Non riuscivo a non giustificarla. La sentivo tremendamente vicina. E questo mi fa una grande paura.
Per questo ritengo che potrebbe essere una lettura importante pure per un genitore, non tanto per scoprirsi a tremare per gli infiniti possibili risvolti dell’avventata giovinezza, ma per ricordarci quello che facevamo pure noi e portarci a chiederci com’è giusto agire. O non agire.

Le ragazze non hanno paura è un libro che mi ha molto colpito.
È indubbiamente un romanzo molto bello e, come dicevo prima, molto sincero. Ed è questa sincerità che spesso manca nella letteratura per ragazzi. Una sincerità che potrebbe quasi spaventare, ma che sa donare lo spunto per moltissime riflessioni e, certo, per moltissimi ricordi.

***

Le ragazze non hanno paura
di Alessandro Q. Ferrari
297 pagine, 14,90 €, De Agostini

Intenti ed elettricità

Devo essere caduto in qualche pozzo oscuro, in una delle sorgenti maledette di Jusenkyo e ora ogni volta che mi bagno con l’acqua fredda divento insofferente nei confronti dei libri che leggo. Altrimenti non si spiega questa mia improvvisa avversione per titoli così acclamati dal pubblico. Perché io sono il pubblico per eccellenza, e non lo dico con presunzione, ma come constatazione del fatto che mi ero sempre ritrovato parecchio col gusto del pubblico. Ora no.

Ho letto Il racconto dell’ancella ed ero speranzoso,desideroso, contento e… niente. La scintilla non è scoccata.
E poi ho letto Ragazze Elettriche, che un po’ ne riprende i tempi e li ribalta e in qualche modo li attualizza anche a livello di scrittura e… niente. Ancora niente.

Il fatto è che, e ne parlavo pure su A Long Tail, mi sto rendendo sempre più conto di quanto non possa bastare l’intento, o l’idea di base. Se stai scrivendo un romanzo mi aspetto che oltre ad avere delle cose da dire, tu le sappia pure abbinare a una buona storia. Altrimenti non funziona nulla e anche quel poco di valore che hai detto non riesco ad apprezzarlo a dovere.

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Ragazze Elettriche racconta di un potere che inizia a risvegliarsi nelle giovani donne, per poi propagarsi al genere femminile tutto. Si tratta di un potere elettrico, come suggerisce il titolo, che si concretizza nel rilascio di scariche da parte delle mani. Poco importa come si è arrivati a questo, ma le conseguenze sono devastanti. Gli equilibri nel mondo cambiano completamente. Le donne, fino ad ora considerate il sesso debole, si ritrovano con un’arma che le rende fisicamente superiori alla controparte maschile e presto riescono ad ottenere quel potere (politico e sociale) che era stato loro precluso in passato.
Utilizzando esclusivamente dei tipi di violenza che già nella nostra società gli uomini fanno sulle donne, l’autrice riesce a ribaltare la scena fino ad arrivare a uno scenario completamente nuovo dove però anche le donne sono diventate, in parole povere, cattive.

Il potere logora chi ce l’ha, mi verrebbe da dire.

L’idea è incredibilmente interessante. Mi ha molto affascinato e credo sia impressionante, in quanto maschio, leggere di tutte le violenze perpetrate nel libro e rendersi conto che sono violenze che esistono già, quotidianamente, che le donne sono costrette a subire.
Ritengo interessante anche il discorso sul potere e sul come questo possa cambiare la persona che lo ottiene.

Ma…

Ma alla fine la lettura non mi ha lasciato nulla.
Sebbene abbia solcato le pagine con grande facilità e in qualche modo mi sia sentito attratto dalle protagoniste, a fine traversata mi sono voltato indietro e non ho saputo vedere nulla.

C’è un problema di fondo, secondo me, e cioè che l’autrice rimane troppo in superficie e si sofferma troppo su quello che vuole dire senza rendersi conto di essere a rischio di unidirezionalità.
Tento di spiegarmi meglio.

Per prima cosa, ritengo i personaggi un po’ superficiali. Vengono introdotti all’inizio e sembrano tutti molto interessanti, ma poi si poggiano esclusivamente sul loro voler avere potere, maggiore potere, e non si va mai oltre.
Sono inoltre tutti personaggi disagiati. C’è la ragazza che subiva violenza, c’è la ragazza figlia di un malavitoso, c’è una simil Melania Trump che assumendo il potere vuole come mostrare di non essere solo bella. E poi c’è una politica che sembra una persona normale, ma che poi usa la sicurezza della figlia come motore per rivalersi sulla controparte maschile.
Nessuna figura è insomma buona in partenza. Sono tutte ‘cattive’, se cattive si può dire, fin dal principio. Il potere offre solo un mezzo per sfogare la loro rabbia e il loro egoismo. E quindi mi chiedo: è davvero il potere a deteriorare le persone? O sono le persone ad essere già così di suo?
Io non sono riuscito a vedere questa cosa del potere come corruzione. Non ho percepito quest’idea che tutti, uomini o donne, al potere si comportano nello stesso modo. Perché le figure di partenza erano già ‘sbagliate’ fin dal principio.

C’è poi la tendenza a raccontare molti fatti ma poche sostanze.
Per esempio Madre Eve, la ragazzina abusata, che scappa di casa dopo un omicidio, si ritrova in un convento e riesce a diventare una sorta di papessa. È tutto un susseguirsi di azioni mosse da desideri personali, comprensibili eh, ma personali. E anche la religione viene bistrattata con lo scopo di raggiungere (e mostrare al lettore) il potere. Non ci si interroga mai sul divino, sebbene Eve senta costantemente una voce che la guida.

Tutte queste donne sono donne egoiste che mirano a qualcosa di personale.
Però non c’è uno scavare più a fondo, non ci sono dubbi, non ci sono ripensamenti. E invece se ci si fosse soffermati anche su altri aspetti, credo che il risultato avrebbe potuto davvero essere molto brillante. Mentre così… mi è sembrato un bel romanzo da spiaggia, di quelli che leggi per estraniarti qualche ora.

Col gruppo di lettura, per esempio, abbiamo evidenziato come mancasse una figura materna o paterna. Non ci sono buone madri o buoni padri. Mai. I secondi o sono mafiosi che tentano di ammazzarti o non ci sono proprio. Le prime o sono complici dei padri, o sono morte, o sono normali solo in apparenza e si rivelano poi delle castratrici. E come si può costruire un romanzo su un’idea ‘generale’ del potere, se a questo potere partecipano solo figure poco equilibrate?
Cosa sarebbe successo se nella storia ci fosse stata una normale donna, mamma e lavoratrice? Non lo so.

C’è poi anche un’altra cosa che avrebbe meritato più approfondimento, ossia il ruolo della Storia. Il romanzo che leggiamo ci viene infatti presentato come un romanzo scritto da un uomo e introdotto, e concluso, da uno scambio di mail tra l’autore e una sua collega autrice (l’autrice Naomi). Alla fine del tutto, in uno di questi scambi, si parla della Storia e di come la Storia venga percepita e utilizzata. Quanto sia Storia, in effetti, e quanto sia leggenda. Quanto è strumentalizzata, quanto no. Un discorso che potrebbe essere molto interessante ma che viene, anche qui, appena accennato.

Tutto questo per dire: mi piace l’idea, la trovo interessante e originale e davvero capace di regalare grandi riflessioni. I ruoli invertiti è una trovata vincente perché crea davvero uno scossone nel lettore maschio. Ritengo però che l’idea sia rimasta in superficie, che la narrazione si sia limitata all’azione più che all’introspezione, e questo lo reputo sfavorevole per un romanzo che ha bisogno di molta empatia.

Praticamente torno al punto: basta l’intento?
E ancora una volta la mia risposta è no.