Essere Anna

Leggere Anna Karenina può essere un’impresa. Di sicuro lo è stata per me. L’ho iniziato almeno tre volte prima di riuscire ad arrivare all’ultima pagina. Il deterrente, nel mio caso, era la lunghezza. Sono un bel po’ di pagine (960 nell’edizione che ho io) e il tempo scarseggia sempre.
A lettura ultimata non posso annoverarmi tra quelli che lo ritengono IL romanzo per eccellenza (e sarebbe una bella compagnia: Dostoevskij, Mann, Nabokov), sebbene abbia di certo amato avventurarmi nelle vite dei protagonisti e di Anna Arkad’evna in particolar modo. Credo però di aver capito perché il romanzo piaccia così tanto: perché siamo tutti, almeno un poco, Anna Karenina.

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Anche se solo a grandi linee, presumo che il nucleo della storia scritta da Tolstoj sia conosciuto ai più: una donna sposata con un marito apparentemente senza sentimenti si innamora perdutamente di un conte che diventa il suo amante. È l’amore che ad Anna mancava, un amore forte e totalizzante che li porta sì a vivere insieme, ma anche a una serie di tensioni, interne ed esterne alla coppia, che culmineranno nel famoso suicidio di lei.

Dicevo che siamo tutti Anna.
Credo infatti che la maggior parte di noi senta, proprio come Anna, la mancanza di qualcosa. Lei potrebbe non saperlo, da principio, ma appena incontra Vrònskij lo capisce, sente che è lui il suo pezzo mancante.
Anche noi sentiamo l’assenza di qualcosa, anche noi percepiamo che qualcosa sfugge. Non deve trattarsi necessariamente di amore, può essere un semplice desiderio lavorativo, egoistico, monetario o sì, di affetti, oppure di tempo… il fatto è che l’essere umano tende a sentirsi costantemente incompleto, continuamente a caccia di qualcosa che lo sappia appagare del tutto, di quel qualcosa che lo completi davvero, che possa dare un senso alla vita, probabilmente.
Poco importa se quella cosa nemmeno esiste, o se raggiunto un traguardo ce ne poniamo subito un altro. Siamo costantemente alla ricerca, quindi capiamo perfettamente l’eroina del romanzo che quel qualcosa sembra averlo trovato e che per preservarlo si strugge e si distrugge.

Bisogna poi ammettere che è facile simpatizzare per Anna, prendere le sue parti.
A differenza di Emma Bovary, per esempio, che con Anna ha più di qualche punto in comune, la Karenina risulta (almeno per buona parte del romanzo) simpatica. È bella, aggraziata, gentile. Sa come comportarsi, sa mettere gli altri a proprio agio, riesce a non perdere la testa in pubblico, a essere costantemente educata. Non è perfetta ma emana serenità. La circonda un’aura di grazia e intelligenza e sembra impossibile non innamorarsene, tanto che perfino il buon Levin, perdutamente innamorato della sua Kitty, nel suo unico incontro con la donna (un’Anna, bisogna dirlo, già molto angosciata e che procede spedita verso la sua fine) ne rimane incantato.

Ci innamoriamo anche noi di lei e lo facciamo in fretta. E poi ci ritroviamo a tifare per il suo amore.

Il problema è che non ci basta mai quello che abbiamo.
Ecco allora che anche quando Anna può finalmente godere dell’amore di Vrònskij e smette di abitare col marito, le manca altro. Le manca il figlio, in primis, che le viene proibito di vedere, e che quando con un sotterfugio riuscisce a incontrare di nuovo non le sembra più il bambino che ricordava. Sereza è cresciuto, è diverso e a lei manca il bambino più piccolo.
E poi, ovvio, le manca la libertà di muoversi nella società senza essere esclusa o additata.

Anna è l’incarnazione del senso di mancanza. Del nostro senso di mancanza.

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Keira Knightley come Anna Karenina nel film di Joe Wright del 2012.

Ma la mancanza non si incarna solo in Anna, bensì in tutte le declinazioni del matrimonio che nel romanzo troviamo.

Il matrimonio (e per sua estensione la famiglia) è il vero protagonista del libro. La storia di Anna e dei suoi cari, sebbene sia la più conosciuta, è infatti solo una delle tre storyline principali che si susseguono nella narrazione. Le altre due sono quelle che riguardano la famiglia del fratello di Anna, Stiva, e quella di Levin. Tre famiglie in qualche modo intrecciate e che, esponendosi al lettore, raccontano le vicende di moltissimi personaggi fino a dipingere in maniera più o meno precisa le vicissitudini politico-sociali dell’epoca.
Ma il centro di tutto è il matrimonio e la famiglia che ne scaturisce. Non a caso il famoso incipit dice:

Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo.

Un incipit che, tra l’altro, viene solo parzialmente confermato, o almeno questa è la mia sensazione, perché di famiglie felici qui non se ne vedono affatto e, sebbene ognuna affronti la propria infelicità in maniera differente, la causa di questa infelicità è la stessa per tutte: la mancanza di qualcosa, e più precisamente la mancanza di libertà.

Con Anna e Karenin manca la libertà di amare. Karenin non ne è capace, non ama la moglie e non ama nemmeno il figlio. L’unica persona per la quale riesce in qualche modo a provare affetto è, per assurdo, la figlia di Anna e Vrònskij, che però non è sua e quindi le verrà portata via e che, paradossalmente, non verrà mai amata davvero dalla madre.
Ma il vero nucleo famigliare di Anna diventa quello con Vrònskij. La loro è una relazione che, sebbene non ufficializzata, ha tutte le caratteristiche del matrimonio: vivono insieme, hanno una figlia, della servitù, delle case da mantenere, degli scopi… solo che c’è qualcosa che non va. Anna soffre per la mancanza del figlio e poi per la perduta reputazione. Anna non è libera di muoversi, in somma, e allo stesso tempo non si sente libera di poter parlare delle sue angosce con l’amato, perché crede non possa capire.
Vrònskij invece non riesce a rimanere chiuso in casa. Deve uscire, deve avere qualcosa da fare. Per Anna ha rinunciato alla carriera militare e in qualche modo ne sente la mancanza, prende quindi al volo tutte le occasioni per impegnarsi in cose che lo portino fuori dall’ambiente domestico. Solo che ad ogni uscita Anna chiede il conto, vuole sapere dov’era, perché ha fatto tardi, si lascia prendere dalla gelosia e la vita di coppia diventa via via sempre più turbolenta, feroce.
A entrambi, poi, manca la libertà di poter uscire totalmente allo scoperto, di poter passeggiare da innamorati.

La famiglia di Stiva è una famiglia che regge a fatica, ma regge.
Il romanzo inizia proprio con loro e col tentativo, poi riuscito, da parte di Anna di rimettere pace tra la cognata e il fratello, quest’ultimo colpevole di tradimento.
Il problema di questa relazione è che ci si aspetta un certo tipo di contegno, un saper tenere a bada gli appetiti, e quelli di Stiva sono molti: è ingordo di cose buone e belle e spende quando non potrebbe farlo. E poi ama le donne e non riesce a non concedersi alle grazie femminili.
Stiva si prende insomma delle libertà che non dovrebbe prendersi e non riesce a rendersi conto delle ferite che, così facendo, causa alla moglie. Ferite non solo del cuore, ma che inficiano anche la gestione dei figli e delle proprietà.
Il loro matrimonio continua, ma solo grazie alla sopportazione della moglie che quindi castra la sua libertà di opporsi.

La famiglia Levin è invece una famiglia che potrebbe sembrare felice. E Kitty lo è davvero, o almeno così appare (sebbene Levin sia, in effetti, una seconda scelta).
Il problema è il marito. Lui, che tanto aveva sognato quel matrimonio, fin dal momento in cui viene ufficializzato il fidanzamento inizia a perdere qualcosa.
La libertà, sì.
Deve sottostare a delle ritualità che non capisce, deve attorniarsi di persone che non conosce, deve affrontare gelosie (della moglie nei suoi confronti, ma anche viceversa) campate in aria e non ha più la libertà di dedicarsi completamente al suo lavoro. Lui sa che dovrebbe considerarsi felice, al tempo stesso lotta per non soccombere sotto questa sua nuova condizione e, allo stesso tempo, per non disperarsi a causa di una vita che sembra non avere alcun senso. Ama Kitty, è felice di averla sposata ed è contento di quello che ha, ma c’è sempre qualcosa che fa difetto, che lo infastidisce.

La famiglia pone limiti, in questo romanzo. E forse anche nella realtà.
Ma forse i limiti ci sono sempre, matrimonio o non matrimonio, perché se sempre ci manca qualcosa, la libertà non può far altro che apparirci lontana.

Anna Karenina diventa quindi il lungo racconto di un tentativo continuo di trovare la completezza in una realtà che non la permette. Non la permette perché, probabilmente, questa completezza serve all’uomo per tentare di trovare un senso a un’esistenza che senso non ha.
E allora lottiamo. Lottiamo tutti per avere qualcosa che ci faccia dire, di fronte ai binari di un treno: “no, questa volta passo oltre” nella speranza che questo qualcosa ci basti per sempre. Nella speranza di non essere mai Anna fino in fondo.

La vera felicità di Dar’ja Aleksandrovna, però, erano proprio gli affanni e le preoccupazioni. Senza di essi sarebbe rimasta sola con i suoi pensieri per quel marito che non l’amava.

***

I passi citati sono tratti dall’edizione Einaudi. Traduzione di Claudia Zonghetti.

 

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Lezioni di vita al Firozsha Baag

Leggevo giusto qualche giorno fa Cortázar e le sue Lezioni di Letteratura, un volume che racchiude appunto una serie di lezioni tenute a Berkley nel 1980.
In una di queste lezioni, il buon Julio dice che:

A volte lo Humour può camuffare davvero una visione molto più seria e molto più tragica delle cose.

E questo essenzialmente perché l’umorismo è un distruttore che, distruggendo, costruisce.

Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.

Leggevo queste riflessioni dello scrittore argentino proprio appena dopo aver chiuso Lezioni di nuoto, raccolta di racconti di Rohinton Mistry, e non ho potuto fare a meno di notare come questa successione di letture fosse capitata a pennello.

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Quelli di Lezioni di nuoto sono racconti che contengono sempre un qualche elemento buffo, umoristico, in genere legato a un personaggio che compare nella storia narrata e che può esserne il protagonista oppure una semplice comparsa.
C’è per esempio il signore che ha problemi col suo bagno, la vicina impicciona che nei giorni di lutto continua a importunare la vedova offrendo un aiuto non richiesto, la vecchia che per ripicca semina immondizia davanti la stanza dei vicini, l’emigrato che non riesce a fare i suoi bisogni da seduto e così via. Ma questi elementi non sono lì per creare delle scenette che facciano ‘solo’ ridere il lettore (sebbene ci riesca) ma per decostruire, come diceva Cortázar, una quotidianità e mostrarcela sotto una lente differente.

Sotto queste figure buffe, apparentemente leggere, si nascondono alcuni dei momenti più crudeli e più dolorosi che mi sia capitato di leggere ultimamente. E sono nascosti bene, perché mentre leggi ti ritrovi a sorridere dell’assurdità di alcune situazioni, o magari ti metti a ricordare personaggi simili che sono entrati pure nella tua, di vita, sebbene per poco (chi di noi non ha incontrato un vicino rompi scatole?). Ma poi arrivi alla fine e, giusto prima di affrontare un nuovo racconto, ti soffermi a riflettere su quanto appena letto e comprendi la durezza di quello che è stato davvero raccontato.

Se l’idea che tutti i vicini vengano a usare il tuo frigorifero in quanto unico elettrodomestico refrigerante dello stabile fa divertire, fa meno sorridere cosa questa condivisione comporta alla fine, ovvero una situazione che non solo mette in mostra la povertà di certa gente, ma anche la cattiveria di altra.
Se sorriderete per la figura di quel padre che si fa togliere tutti i capelli bianchi dal figlio più piccolo, in un eccesso di vanità e sull’onda di un’ottimistica speranza in un lavoro migliore, vi potrebbe pure scendere qualche lacrima nel momento in cui Mistry si metterà a descrivere come un giovinetto arrivi a capire che la morte è in agguato, sempre, e che forse quello che considera un sacrificio non lo è.

Ecco allora che si comprende come l’autore stia in realtà dipingendo la nostra condizione umana, una condizione che racchiude mille sfaccettature che vanno dalla comicità al dramma più nero, dal lato migliore di una persona a quello peggiore.

Lo humour non è comunque il solo strumento utilizzato dall’autore per raccontare le persone.
L’altro grande attrezzo è quello che potrei chiamare continuità. Continuità perché i personaggi non si esauriscono quasi mai con una semplice comparsata, no, questi compaiono, spariscono e ricompaiono in altre storie dimostrando così che tutti, senza esclusione, hanno le loro disgrazie, le loro gioie, le loro storie da raccontare.

Non è un caso, quindi, che i racconti siano ambientati al Firozsha Baag, un complesso di tre ‘condomini’ di Bombay. Questa ‘bolla’, questo frammento di una grande città è il vetrino che Mistry guarda col suo microscopio di scrittore, un vetrino che racchiude una popolazione variegata di uomini e donne e giovani e meno giovani che costantemente si incontrano, si evitano, si mescolano e quindi crescono, mutano, esplodono.
Il mondo racchiuso in un serraglio.

E poi ci sono gli oggetti.
Gli oggetti a volte sanno raccontarci meglio di mille parole.
Osservando un francobollo, una vecchia gabbia per uccelli, un turbante, l’anima sobbalza e rivive cose passate, sogni che desideriamo disperatamente vedere realizzati e presenti in disfacimento lento e continuo.
Gli oggetti ci rappresentano e per questo motivo a volte li amiamo, a volte li odiamo. Di sicuro ci rivelano al mondo più di quanto pensiamo.

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Rohinton Mistry

Con una scrittura sorprendente, l’autore riesce a diversificare ogni storia, a raccontare qualcosa in modo sempre differente, anche ricorrendo a veri cambi di stile e passando da narrazioni più ordinarie a storie costruite come memoriali, o addirittura come una sorta di Mille e una Notte dove il cantastorie del complesso intrattiene i ragazzini raccontando loro le vicende del più grande eroe di tutti: Savukshaw.

Ad ogni storia un sorriso, una tenerezza e una stilettata al cuore.

Non posso, prima di finire, menzionare due racconti che si sono guadagnati un posto eterno nel mio cuore, perché mi hanno saputo donare dei momenti di grande tenerezza e struggimento: Visita di condoglianze e Di capelli bianche e del cricket. Sono entrambi legati al concetto di morte, e quindi di ‘allontanamento’ di un caro, ma visto da due punti quasi opposti. Nel primo c’è la vedova che, rimasta sola, non riesce a lasciar andare del tutto il marito. Nel secondo c’è un ragazzino che scopre, in qualche modo, che tutto deve finire.
Sono due racconti molto teneri che mi hanno davvero stravolto perché la penna di Mistry, che fino a un paio di racconti prima aveva punzecchiato il lettore con spezie e grida e intrusioni ‘prepotenti’, qui si fa, pur senza dimenticare l’ironia, di una tenerezza struggente. Il dolore, la miseria della vita, sono in questo caso nascoste da una grande delicatezza. Qui è tutto più sottile e oltre a mostrare la grande bravura dell’autore, mostra anche come alcuni momenti, alcuni secondi di epifania, possano cambiare la maniera in cui concepisci la tua intera esistenza.

Per concludere, un suggerimento: procuratevi questi racconti. Vi mostreranno un’India che riassume l’umanità di tutti noi, vi farà ridere e anche piangere e vi farà riflettere su come anche un semplice oggetto, una mazza di cricket per esempio, possa assumere significati diversi a seconda del momento in cui ci troviamo a osservarla. Perché il mondo, la vita, non cambia. Cambiamo noi.

***

Lezioni di nuoto
di Rohinton Mistry
Traduzione di Chiara Vatteroni
340 pagine, 15,00 €, Racconti

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Nella rete delle storie

Siamo le storie che ci piacciono?
Oppure sono le storie che ci piacciono a renderci quello che siamo?
E c’è una differenza tra le due domande? Oppure si completano?

Riflettevo sull’importanza che le storie hanno per crearci e per raccontarci e per capirci e farci capire. Ci penso spesso, ultimamente, soprattutto per via di A Long Tail. Ma ci penso ancor più spesso da quando ho letto Il Bacio della Donna Ragno, di Manuel Puig, recentemente ritornato in libreria per i tipi di SUR.

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Il Bacio della Donna Ragno è un romanzo costruito quasi esclusivamente con il dialogo tra i due protagonisti, Valentín Arregui e Luis Molina, che condividono la stessa cella di una prigione argentina. Il primo è un ventiseienne leader di un movimento politico dissidente. Il secondo è un omosessuale quarantenne accusato di aver adescato un minorenne.
Durante la loro reclusione insieme, per passare il tempo Molina racconterà alcuni film che gli sono piaciuti, e lo farà in una maniera talmente vivida che quasi si riesce a vederli i personaggi che racconta. Sono film d’amore struggente, con donne bellissime ed elegantissime, ma anche tenebrose. E tra un pezzo di film e l’altro, Valentín e Luis chiacchierano, prima poco, poi di più. Si confidano, in qualche modo. Diventano amici, in qualche altro modo.

Le storie, dicevo. Storie che, in questo romanzo, prendono spazio. Non ne sono sicuro, ma se si contassero le pagine credo che la maggior parte risulterebbero dedicate a questi racconti. Racconti che, mi vien da dire, superano il concetto di mezzo, perché sono film, ma sono anche letteratura e racconto orale. Sono una storia nel senso più puro del termine, una narrazione fatta per ammaliare, far passare il tempo e cercare di spiegarsi.

Ah, spiegarsi… c’è un lavoro che possa risultare più difficile di questo? Perché in fondo non ci conosciamo troppo bene nemmeno noi. Ma le storie ci aiutano. Ci aiutano a delineare i nostri contorni e aiutano gli altri a capirci un pezzettino in più.
Ma poi le storie sono interpretabili, e bisogna sempre metterci un po’ di cuore per capirle.

È indubbio che la grandezza di Puig stia proprio nel saper attingere così a piene mani da un mezzo altro, il cinema, per creare letteratura. Da un mezzo pop per eccellenza per arrivare a qualcosa che, forse, pop non è più.
È una lente, la sua, ovviamente. Una lente per ingrandire, per vedere più da vicino, per mostrare. Una lente per consentire a tutti di vedere bene.

Ma vedere cosa?

Che si è oppressi. Dal governo. Dagli estremismi. Dagli altri. Da noi stessi. Dalle aspettative proprie e altrui, da un senso comune che si è annidato dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
Ed è interessante che tra i due oppressi, quello che risulta essere migliore, in qualche modo, è quello dal peccato più ‘sporco’: l’omosessuale. Perché essere un dissidente politico, sì, ti mette nei guai ma ti mostra sotto una certa luce di valore, di tenacia, mentre essere omosessuale… Ma è l’omosessuale a essere la figura più positiva, quella che aiuta, che magari cade in tentazione ma che vuole redimersi, quella che ha pensieri in grado di mutare più sinceramente, quello che si prende in carico cose di altri. Non risulta quindi strano che Il bacio della donna ragno ebbe alcune difficoltà a trovare un editore.

Ma è una lente pure per vedere che, in fondo, possiamo anche uscire dall’oppressione, specialmente da quella che ci autoimponiamo. A volte, se ci diamo il permesso di uscire da sbarre che abbiamo innalzato noi, forse riusciamo ad avere qualche attimo di libertà vera, quella libertà che trascende i confini. Perché le storie servono anche a questo, a superare i confini.

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William Hurt e Raul Julia nei panni di Molina e Arregui nel film del 1985, “Il Bacio della Donna Ragno”, diretto da Hector Babenco.

Mi vien poi da aggiungere una piccola nota.
Molina è quello che oggi definiremmo come una sorta di omosessuale stereotipato, che parla di sé al femminile, che ha movenze più da donna, ecc.
Ecco, mi è capitato di leggere alcuni pensieri online contrari a questa rappresentazione, e mi vien da pensare: ‘non è che volendo combattere gli stereotipi, ne creiamo invece degli altri?’. Dico questo perché non vorrei che un particolare accecasse il lettore tanto da non fargli capire la storia.
È giusto che i gay non siano rappresentati solo come ‘checche’ (passatemi il termine), ma non dimentichiamoci che gli effeminati esistono. E Puig era un tipo che parlava di sé al femminile e chiamava gli altri con nomi femminili (per dire: Mario Vargas Llosa veniva chiamato Elizabeth Taylor).
Davanti a certe storie, quindi, pensiamo alle storie raccontate. Grazie.