Dinosauri e antropocentrismi

Quando Micheal Crichton si mise a scrivere Jurassic Park, oltre al voler creare un romanzo che sapesse catturare il lettore aveva sicuramente un altro, e apparentemente alto, obiettivo: trattare un tema delicato come quello dell’ingegneria genetica e del suo possibile utilizzo illimitato (e non etico).

Ne nacque un romanzo incentrato su in bizzarro riccone che si era messo in testa di usare l’ingegneria genetica per ricreare i dinosauri e metterli in una specie di grande zoo per famiglie. Ma questo sarebbe stato solo l’inizio, perché nella mente di John Hammond vorticavano già mirabolanti idee su come aumentare i profitti post apertura del parco, con utilizzi ancora più ‘consumistici’ dei poveri rinati pachidermi.
Solo che Hammond e soci non avevano previsto ogni cosa e il parco non prese mai vita, come sappiamo praticamente tutti grazie soprattutto al film di Spielberg.

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È indubbio che, al di là degli intenti di Crichton, il romanzo sia soprattutto una lettura di quelle che definisco ‘da spiaggia’, che vanno bene per farsi intrattenere qualche ora senza dover impegnare troppo la mente. Non è, in somma, un trattato scientifico e nemmeno un testo di letteratura engagé. Allo stesso tempo, però, è indubbio che alcuni elementi presenti nella narrazione riescono ad offrire degli spunti interessanti su cui riflettere legati al ruolo che l’uomo ha, o si è dato, rispetto al mondo circostante.
Il punto che forse mi ha più colpito, in questo senso, si trova verso la fine.

Ian Malcolm (che nel libro ho trovato più odioso rispetto al film) si sta lasciando andare al suo ennesimo sproloquio e spiega ad Hammond che l’uomo è troppo autoreferenziale, pensa troppo a sé stesso e in termini troppo antropocentrici. La verità è che il pianeta ‘ragiona’ in modo completamente diverso e con tempi differenti dai nostri. Arriva ad affermare che anche l’idea che ci siamo fatti sulla fine del mondo è sbagliata. Malcolm conferma, sì, che l’uomo ha causato e sta causando grandi disastri ambientali, ma ci ricorda anche che non sta distruggendo il mondo, ma solo il mondo come lo conosce lui, la sua realtà.
La verità è che anche nel caso in cui noi distruggessimo tutto quello che ci circonda, il pianeta, con calma, si rigenererebbe e rinascerebbe. Cosa che in fondo è già successa. Quelli spacciati saremmo noi.

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È vero. L’uomo pensa troppo a se stesso. Si crede slegato da quanto lo circonda perché si sente, in qualche modo, superiore. Più intelligente, più capace del resto degli animali, quindi in diritto di comandare e fare a suo piacimento. La verità è che non è necessariamente così, anzi, siamo tutti connessi su questo pianeta e il nostro sviluppo avviene in simultanea con lo sviluppo di altre creature, così come le nostre scelte ambientali avranno conseguenze che porteranno a effetti anche sull’uomo.

Tra i vari testi letti più o meno recentemente ne ho individuati tre che vanno a toccare, in qualche modo, proprio questo antropocentrismo. Si tratta di tre saggi che mostrano come l’uomo e il resto del pianeta siano collegati in maniere sulle quali non ci si sofferma mai a ragionare abbastanza.

Non si tratta di libri che si accaniscono sull’esperienza umana. Non trovo corretto, almeno non del tutto, quando ci si insiste troppo e solo negativamente sulla figura dell’Homo Sapiens. Sono semplicemente libri che vogliono ricordarci come la razza umana e le altre specie condividono più di quanto possa apparire in un primo momento.

La botanica del desiderio

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Michael Pollan è famoso per il suo Dilemma dell’onnivoro. Qui lascia parzialmente da parte il cibo per dedicarsi a come alcune specie vegetali si siano evolute compiacendoci.
I vegetali presi a esempio sono il tulipano, la mela, la patata e la cannabis. Ognuna di queste specie sono sopravvissute, si sono evolute e hanno prosperato perché si sono servite di noi. Nella ‘tesi’ di Pollan si capisce che l’uomo, così sicuro di aver saputo usare la natura al meglio per i proprio scopi, è in verità rimasto ‘vittima’ delle piante stesse. Ovviamente ‘scopi’ e ‘vittima’ sono esagerazioni linguistiche, ma il succo non cambia: non è l’uomo che ha regnato sul mondo, ma l’uomo e il mondo, in questo caso il mondo vegetale, sono cresciuti insieme, evolvendosi mano a mano che l’altro cambiava. Ecco allora che il tulipano è diventato bello perché all’uomo piaceva, ecco che le varietà di mela che piacevano all’uomo hanno prosperato, e così via.

In pratica, procedendo per vari tentativi, lungo il loro percorso evolutivo le piante hanno scoperto che il modo migliore per prosperare era utilizzare gli animali come diffusori dei propri geni.
Ma com’è possibile indurre un animale a fare quello che vuole un fiore?
Questo è il bello dell’evoluzione.
Molte delle sostanze chimiche delle piante sono state progettate, ovviamente attraverso la selezione naturale, per attirare altre creature risvegliandone e gratificandone i desideri. Ecco allora che ci sono orchidee che assumono i colori e le forme di un’ape per adescare api vere e riempirle del loro polline. O ecco che i fiori diventano belli, profumati, e le mele dolci per essere mangiate.

Il succo è tutto in una frase che Pollan scrive nell’introduzione al testo:

“Un progetto, in natura, non è altro che una concatenazione di casualità […]
Allo stesso modo, siamo inclini a sopravvalutare il nostro ruolo nella natura.”

Spillover

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Quello affrontato da Quammen è sicuramente un tema meno romantico rispetto all’evoluzione di un tulipano, e infatti nel suo corposo testo affronta l’argomento delle zoonosi, ovvero quelle malattie che passano da una specie animale all’uomo, in genere con risultati piuttosto devastanti. Giusto per fare un esempio, alcune famose zoonosi sono l’HIV, l’ebola, l’aviaria, ma anche la ‘comune’ influenza e sono virus animali (l’influenza è una malattia degli uccelli, per esempio) che in qualche modo sono riuscite a trovare ospitalità, spesso in maniera molto più letale, negli esseri umani.
Spillover è in parte è una ricostruzione storica e in parte una caccia ai virus nei luoghi dove questi riescono a fare lo spillover (ovvero il balzo interspecie) e il risultato è coinvolgente e facile da seguire, ma anche piuttosto inquietante per tutta una serie di implicazioni che hanno avuto e possono avere queste malattie sull’uomo.

Studiare le zoonosi è importante per poter essere il più preparati possibile alla prossima pandemia. Perché c’è sempre una prossima pandemia in agguato.
Ma uno dei fatti più interessanti riguarda la maggiore presenza di zoonosi riscontrata negli ultimi anni. Come mai succedono? Da cosa nascono?
Ebbene, tra le varie cause pare esserci l’intervento umano. Cose come i disboscamenti, le costruzioni, e tutti gli interventi che vanno a ‘mettere le mani’ in luoghi dove gli animali vivevano, prima, in pace, ci porta ad avere un maggiore contatto con questi stessi animali e quindi a poter entrare con più facilità in contatto con i patogeni che questi animali trasportano.
Se da un lato, quindi, l’uomo che disbosca non si interessa del benessere delle creature coinvolte, dall’altro dovrebbe forse considerare l’alto tasso di mortalità che le zoonosi in genere portano con sé.

Anche Spillover ci ricorda quindi che non siamo creature superiori che vivono isolate dal resto del pianeta. Anzi. Ancora una volta siamo tutti connessi e c’è qualcuno, in questo caso i virus, che potrebbe causare (causarci) grandi danni. Non siamo invincibili e non siamo al di sopra delle leggi di natura e quello che facciamo non coinvolge solo gli altri animali.

La sesta esitinzione

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Ormai dovremmo saperlo: l’innalzamento delle temperature, il disboscamento, la tecnologia… abbiamo incasinato il pianeta e tra le varie conseguenze c’è anche l’estinzione di svariate specie animali.
Come suggerisce il titolo di questo saggio, non si tratta della prima estinzione di massa che si vede sul pianeta Terra, il più famoso è probabilmente quello dei dinosauri, ma ce ne sono stati altri quattro prima di arrivare a quello cui stiamo assistendo noi. Quindi l’estinzione è una cosa naturale, prevista dalle leggi cosmiche. Il punto però è che questa sesta estinzione è apparentemente causata da noi e, ultimamente, si sta procedendo a un ritmo troppo veloce perché l’ambiente che ci circonda sia in grado di assorbire questo cambiamento.

Kolbert, attraverso un interessantissimo racconto (vincitore del Pulitzer 2015, categoria non-fiction) va a mostrarci l’estinzione di differenti specie, dalla rana d’oro al pinguino originario, passando per creature ben più antiche e arrivado alla preoccupante riduzione della barriera corallina attuale.

Il bello di questo libro è che non usa toni allarmistici ma vuole mettere in chiaro che siamo in una nuova era geologica (e già da un po’) il cui centro siamo proprio noi umani. L’Antropocene. Così è stato definito da Paul Crutzen. Questa definizione sta a indicare le nostre responsabilità. Da quando siamo comparsi sulla faccia della terra non abbiamo fatto altro che modificare quello che ci sta attorno. Ovviamente, modificando gli spazi si modificano anche tutta una serie di dinamiche biologiche, e quindi climatiche e via dicendo.

È interessante perché ci ricorda che, nel caso fallissimo i nostri propositi sul miglioramento delle condizioni climatiche, beh… il mondo non cesserebbe di esistere. Proprio come detto da Malcolm. Finirebbe solo l’Antropocene.
Detto questo, è ben chiaro che noi possiamo fare qualcosa e non occorre, ancora, perdere le speranze. Ci sono anzi state alcune situazioni che hanno dimostrato una reazione positiva del pianeta. È però certo che l’impatto umano è stato consistente e noi ci troviamo nella possibilità di cercare di redimerci.

Le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze su quanto ci circonda, quindi quali azioni vorremmo/dovremmo fare?

***

Jurassic Park, di Michael Crichton.
Traduzione di M. T. Marenco e A. Pagnes. 477 pagine, 13,00 €, Garzanti.

La botanica del desiderio, di Michael Pollan.
Traduzione di G. Ghio. 255 pagine, 14,00 €, Il Saggiatore.

Spillover, di David Quammen.
Traduzione di L. Civalleri. 608 pagine, 14,00 €, Adelphi.

La sesta estinzione, di Elizabeth Kolbert.
Traduzione di C. Peddis. 377 pagine, 9,00 €, Beat.

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La lezione del maestro

Nel saggio Fuochi, contenuto ne Il mestiere di scrivere, Raymond Carver racconta che, prima di diventare l’autore di Cattedrale, la scelta del racconto (e della poesia) come forma narrativa prediletta è stata ‘forzata’ dalla sua condizione famigliare:

Erano comunque le circostanze a imporre, fino al limite estremo, le forme che la mia scrittura avrebbe potuto assumere. […] Fossi stato capace di mettere insieme i miei pensieri e di concentrare le mie energie su un romanzo, dico, non mi sarei comunque trovato nella condizione di poter attendere un pagamento che, se pure fosse arrivato, sarebbe rimasto per strada per qualche anno. Non riuscivo a vederla, la strada. Dovevo mettermi a tavolino e scrivere qualcosa da finire ora, stasera, al massimo domani sera, non più tardi, al ritorno dal lavoro e prima di smarrire l’interesse.

Due figli piccoli e un “lavoro di merda” gli facevano avere poco tempo e pochi soldi. Da qui l’esigenza di ottimizzare entrambi.

Un pensiero simile a quello di Carver deve averlo avuto pure il giornalista Theodore Child, che trovava nella moglie e nei figli la causa della scarsa qualità letteraria delle ultime opere di Alphonse Daudet. Secondo Child, avere una famiglia portava a produrre indiscriminatamente a buon mercato. Con le relative conseguenze.

La famiglia come ‘rovina’ dell’arte, in pratica.

E noi sappiamo quale fosse il pensiero di Child perché il suo amico Henry James, in data 5 gennaio 1888, annotò nel suo taccuino proprio queste esternazioni, dei pensieri che porteranno lo scrittore americano naturalizzato inglese a comporre una novella ambigua come La lezione del maestro, incentrata proprio sull’idea della vita matrimoniale come impiccio alla scrittura.
L’idea non doveva comunque essere del tutto nuova a James. Nel suo diario, infatti, in data 4 luglio 1926, Virginia Woolf annota un incontro con H. G. Wells in cui all’autore viene chiesto proprio di parlare del collega James.

Poi si è alzato per andare; gli abbiamo chiesto di restare e di parlarci di Henry James. Così si è seduto. Oh mi piacerebbe restare e parlare tutto il pomeriggio, ha detto. Henry James era un formalista. Pensava sempre ai vestiti. Non era amico intimo di nessuno – nemmeno di suo fratello; non si era mai innamorato.

Un’assenza di famiglia, quindi. Anche qui. E indubbi risultati in campo letterario.
Era destino. Tutto questo non poteva non finire, prima o poi, in qualche opera.

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La Lezione del maestro racconta di un giovane scrittore, Paul Overt, che arriva a conoscere, in parte grazie a una ragazza di cui si innamorerà, l’autore da lui idolatrato Henry St. George. Questi mette in guardia il giovane discepolo dalle insidie dell’amore e della famiglia che considera i nemici principali della creatività. Lo invita a seguire la sua vena letteraria senza congiungersi con nessuna e Overt lo ascolta, scappando da tutto per circa due anni. Al suo ritorno avrà tra le mani quello che sembra un capolavoro, ma verrà a conoscenza di una notizia che sembra farsi beffe del suo sacrificio.

La lezione del maestro è una novella apparentemente molto semplice. La trama è lineare, priva di grandi risvolti e, anzi, quello che potremmo definire il ‘colpo di scena’, o meglio la ‘beffa finale’, è in realtà piuttosto prevedibile.
La chiave di tutto è però la conclusione.
Il finale che a un certo punto il lettore riesce a prevedere, quando ci viene raccontato da James risulta molto più ambiguo di quanto ci si potrebbe aspettare e carica l’intera vicenda di un dubbio che non si risolve.

Del resto, questa è parte delle caratteristiche del lavoro di James, come ci fa infatti notare Michel Butor nel saggio The Europeans e The Bostonians, posto a prefazione dell’edizione Mondadori de Gli Europei:

James ha trattato con attenzione sempre maggiore scene scelte con sempre maggior cura in base all’ampiezza delle loro implicazioni. Egli si impegna a restituire, come uno studioso di fenomenologia, un'”apparenza” […] di qui l’importanza della costruzione delle sue storie del o dei punti di vista a partire dai quali esse sono raccontate, nonché di quello che non si sa, che si indovina, si intuisce.

Ecco, La lezione del maestro regala al lettore molti ‘non si sa’.

St. George, il maestro, ha dato un consiglio a cui credeva davvero? Oppure il suo era un escamotage per sbarazzarsi del giovane Overt o, perché no, per prendersi semplicemente gioco di lui? E Overt crede davvero alle parole del maestro, pur avendo conosciuto la sua famiglia? E Marian Fancourt, la bella ragazza di cui si innamora il protagonista, in soldoni, ci è o ci fa? È davvero una ragazza arguta, colta, intelligente come spesso ci viene descritta? Oppure anche in questo caso siamo dinanzi a una bugia e la verità è che si tratta dell’ennesima sempliciotta bella e ricca per le cui grazie un intellettuale potrebbe pure chiudere un’occhio sulla mancanza intellettiva?

Ma le domande potrebbero non finire qui.
Il dubbio che si insinua a fine lettura potrebbe andare più in profondità e ‘sconvolgere’ tutta l’idea che ci eravamo fatti di questa storia. Non solo, quindi, ci ritroviamo a metter in dubbio il nodo centrale del racconto, ovvero il consiglio del maestro al suo discepolo, ma anche tutto quanto ci viene raccontato prima. Ecco allora che iniziamo a dubitare delle reali capacità di Overt come scrittore, per esempio, o del suo pensiero circa le ultime opere del suo idolo. E sarà poi davvero un capolavoro, quello che ha scritto nei due anni di esilio volontario? E se non fosse andato in esilio, che risultati avrebbe ottenuto? E St. George, da sposato, davvero non riuscirà più a scrivere una grande opera?

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Henry James

La bravura dell’autore sta nel ‘riscrivere’ tutto quanto è stato raccontato prima, con l’ausilio delle sole ultime pagine. Perché una volta chiuso il volume, viene spontaneo rivedere l’intera vicenda sotto un’altra prospettiva. Viene naturale voler ripercorrere l’intera narrazione alla ricerca di indizi, indicazioni, risposte.
Ma non c’è presa di posizione.
Partendo da un discorso che vuole puntare sul rapporto arte-famiglia, sul come l’una influenzi l’altra e viceversa, James racconta una storia in cui si rifiuta di dare una risposta che sappia confermare o contrastare quanto esposto dall’amico Child. Rimane neutrale sebbene la sua vita possa lasciar supporre altro.

Ma il lettore riuscirà a rimanere altrettanto neutrale?
Oltre alle svariate ambiguità scatenate dall’autore a fine lettura, l’ennesimo dubbio che è sorto in me riguarda la possibilità che questo racconto serva a leggere più noi che il pensiero dell’autore. Certo, l’arte in genere dovrebbe (anche) servire a conoscerci meglio, ma credo che in questo caso ciò assuma contorni più ‘concreti’. Sebbene James non fornisca davvero prove circa la veridicità di una teoria piuttosto che di un’altra, quasi inevitabilmente ogni lettore è portato, per sua natura, a ritenere più probabile una sola delle possibili realtà. Mi verrebbe anche da pensare che l’ipotesi più diffusa sia quella che vede Overt come il personaggio caduto in una trappola ben congeniata dal suo ‘rivale’, ma senza per forza di cose entrare nello specifico, ritengo possa essere interessante che ogni lettore chieda a se stesso cosa crede. Perché mentre facevo ricerche per questo post, mi è capitato di imbattermi anche in alcuni commenti che definivano questo libretto come per nulla ambiguo… e non è questa una cosa stupefacente? Non è forse in questo modo che la narrazione di James ci sta regalando qualcosa di davvero interessante?
Come intendiamo, noi, questo rapporto tra famiglia e arte? A chi ci viene da credere?A cosa? E questa nostra propensione cosa dovrebbe raccontarci di noi stessi?

Forse, dunque, non è tanto il pensiero di James a contare. Non è l’idea che si è fatto Overt o il vero piano di St. George ad avere peso. Siamo noi. È quello che pensiamo noi a pesare, a definire il tutto, anche quanto sta fuori dal libro.

***

La lezione del maestro, di Henry James
Traduzione di Maurizio Ascari
108 pagine, 11,00 €, Adelphi

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver
Traduzione di Riccardo Duranti
176 pagine, 12,00 €, Einaudi

The Europeans e The Bostonians, di Michel Butor
contenuto in
Gli Europei, di Henry James
Traduzione di B. Bini
265 pagine, 9,00 €, Mondadori

Felicità vulnerabili

È questo che secondo me la letteratura realista può dare, tra tante altre cose, ai suoi lettori. Non già la famosa tranche de vie, la “fetta di vita”, come volevano i naturalisti francesi, non già questo realismo che consiste semplicemente nel porre uno specchio tipografico davanti alle cose che possiamo vedere lo stesso – o addirittura meglio – tutti i giorni per strada, bensì quest’alchimia profonda che, mostrando la realtà così com’è, senza tradirla, senza deformarla, permette di vedere le cause soggiacenti, i motori profondi, le ragioni che portano gli uomini a essere come sono o come non sono.

Lo diceva Julio Cortázar in una delle sue lezioni all’università della California, a Berkley. E sì, è il secondo post di fila in cui cito l’autore argentino e no, non credo mi fermerò qui. Il fatto è che il buon Julio, da sapiente autore di racconti qual è, aveva capito alcune di quelle leggi non scritte che rendono un racconto un buon racconto. O almeno così la penso io.

Vite vulnerabili di Pablo Simonettti, autore cileno, quindi sudamericano proprio come Cortázar (sebbene, come detto da molti, abbia una scrittura poco ispanoamericana), è stata un’ulteriore conferma alla citazione iniziale.
Il buon racconto realista non è uno specchio ma qualcosa di più profondo.
Le storie di Simonetti non sono fotografie in posa, ma scatti ‘naturali’ eseguiti da un fotografo tra la folla. Per citare ancora una volta Julio, stavolta con parole tutte mie, queste foto ci lasciano pensare a cosa c’è stato prima e a cosa ci sarà dopo, a come siano giunti qui, ora, questi personaggi e dove stanno andando. Vogliono lasciarti intuire (perché non dicono mai, ma lasciano intuizioni) cosa c’è sotto.

E cosa c’è sotto?
Simonetti, parlando di questa sua prima raccolta, dice:

Sono dodici storie, e solo quando le ho viste tutte insieme mi sono reso conto che avevano un unico filo conduttore, che erano legate e si univano attraverso questi personaggi, che sono tutti vulnerabili. […]
Sono storie che hanno quasi sempre a che fare con il conflitto che esiste tra chi siamo e chi vorremmo essere di fronte agli altri, o ancora chi facciamo finta di essere».

Ecco. Sì. La vulnerabilità di persone che vorrebbero essere altro o che fanno finta di fare altro. La vulnerabilità delle persone tutte, o quasi, mi verrebbe da dire.

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C’è una cosa che mi sono chiesto a fine lettura. Una domanda breve ma che può destabilizzare moltissimo: riusciamo mai a essere felici?

Me lo sono chiesto perché tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno a cui manca qualcosa per essere felice. Anzi, tutte le storie raccolte in Vite vulnerabili parlano di qualcuno che pensa gli manchi qualcosa per poter essere davvero felice. Perché poi il problema sta tutto lì, nel capire cioè cosa sia in grado di darci gioia e contentezza davvero.

Ma le persone tendono a perdersi in bicchieri d’acqua. E vogliono il mare.

Ecco allora che a volte ci manca qualcosa di piccolissimo, altre qualcosa di più grande. Alcune volte siamo noi a mancare il bersaglio e altre volte siamo spinti di lato dagli altri. Poco importa. Tutti, in queste storie, nella vita, cercano sempre qualcosa che li renda felici. Apparentemente senza mai riuscirci davvero. E molto spesso questi Graal della felicità sono miti, leggende che ci raccontiamo e della cui veridicità ci convinciamo senza sospettare che sono, appunto, solo altre storie. Una volta raggiunto capiremo che non era quella la felicità e ci metteremo in moto di nuovo.

Il primo racconto, Il giardino dei Boboli, che io trovo esemplare in questo senso, è perfetto per inquadrare questa ricerca infruttuosa della felicità a tutti i costi.
C’è una coppia di novelli sposi in viaggio di nozze a Firenze. Lui vuole continuare a correre da un monumento all’altro. Lei vorrebbe un po’ più di pace e serenità in compagnia di lui.
Un momento che dovrebbe essere il più ‘facile’ e felice per una coppia diventa un inferno di rabbia sottopelle, di rabbia nascosta che non riesce a sbocciare davvero ma che allo stesso tempo sciupa tutto. Ed è una rabbia causata dall’assenza di quel qualcosa capace di rendere felici i protagonisti.
Nessuno dei due desideri, in verità, porterebbe alla felicità, ma allo stesso tempo questa mancata realizzazione della propria idea, della propria visione, spezza la coppia.
Ci sarà solo un momento, alla fine, dove regnerà un qualche tipo di serenità. Non felicità, sia chiaro, ma serenità. Solo che credo si tratti di una serenità vana, destinata a distruggersi, perché il giorno dopo il continuo voler cercare che contraddistingue la razza umana ritornerà a farsi sentire.

Siamo creature inquiete. Lo siamo sempre. Abbiamo tutto ma vogliamo di più. Oppure abbiamo costruito tutto sui sogni altrui, rimanendo con niente.
Siamo sempre insoddisfatti e, per questo, vulnerabili. Perché ci muoviamo sempre senza mai fermarci. Non riusciamo a mettere radici perché vogliamo sempre un terreno più soffice, solo che questo terreno non arriva mai.

Simonetti ha una grande capacità: è un ottimo fotografo di movimenti. E questi movimenti affascinano il lettore, che rimane intrappolato tra una scrittura delicatissima e delle trame struggenti, e allo stesso tempo lo porta a farsi delle domande che non richiedono mai risposte facili. Che forse non prevedono nemmeno una risposta.

Una su tutte: quanto sono felice?

***

Vite Vulnerabili
di Pablo Simonetti
Traduzione di Francesco Verde
184 pagine, 18,00 €, Lindau

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Lezioni di vita al Firozsha Baag

Leggevo giusto qualche giorno fa Cortázar e le sue Lezioni di Letteratura, un volume che racchiude appunto una serie di lezioni tenute a Berkley nel 1980.
In una di queste lezioni, il buon Julio dice che:

A volte lo Humour può camuffare davvero una visione molto più seria e molto più tragica delle cose.

E questo essenzialmente perché l’umorismo è un distruttore che, distruggendo, costruisce.

Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.

Leggevo queste riflessioni dello scrittore argentino proprio appena dopo aver chiuso Lezioni di nuoto, raccolta di racconti di Rohinton Mistry, e non ho potuto fare a meno di notare come questa successione di letture fosse capitata a pennello.

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Quelli di Lezioni di nuoto sono racconti che contengono sempre un qualche elemento buffo, umoristico, in genere legato a un personaggio che compare nella storia narrata e che può esserne il protagonista oppure una semplice comparsa.
C’è per esempio il signore che ha problemi col suo bagno, la vicina impicciona che nei giorni di lutto continua a importunare la vedova offrendo un aiuto non richiesto, la vecchia che per ripicca semina immondizia davanti la stanza dei vicini, l’emigrato che non riesce a fare i suoi bisogni da seduto e così via. Ma questi elementi non sono lì per creare delle scenette che facciano ‘solo’ ridere il lettore (sebbene ci riesca) ma per decostruire, come diceva Cortázar, una quotidianità e mostrarcela sotto una lente differente.

Sotto queste figure buffe, apparentemente leggere, si nascondono alcuni dei momenti più crudeli e più dolorosi che mi sia capitato di leggere ultimamente. E sono nascosti bene, perché mentre leggi ti ritrovi a sorridere dell’assurdità di alcune situazioni, o magari ti metti a ricordare personaggi simili che sono entrati pure nella tua, di vita, sebbene per poco (chi di noi non ha incontrato un vicino rompi scatole?). Ma poi arrivi alla fine e, giusto prima di affrontare un nuovo racconto, ti soffermi a riflettere su quanto appena letto e comprendi la durezza di quello che è stato davvero raccontato.

Se l’idea che tutti i vicini vengano a usare il tuo frigorifero in quanto unico elettrodomestico refrigerante dello stabile fa divertire, fa meno sorridere cosa questa condivisione comporta alla fine, ovvero una situazione che non solo mette in mostra la povertà di certa gente, ma anche la cattiveria di altra.
Se sorriderete per la figura di quel padre che si fa togliere tutti i capelli bianchi dal figlio più piccolo, in un eccesso di vanità e sull’onda di un’ottimistica speranza in un lavoro migliore, vi potrebbe pure scendere qualche lacrima nel momento in cui Mistry si metterà a descrivere come un giovinetto arrivi a capire che la morte è in agguato, sempre, e che forse quello che considera un sacrificio non lo è.

Ecco allora che si comprende come l’autore stia in realtà dipingendo la nostra condizione umana, una condizione che racchiude mille sfaccettature che vanno dalla comicità al dramma più nero, dal lato migliore di una persona a quello peggiore.

Lo humour non è comunque il solo strumento utilizzato dall’autore per raccontare le persone.
L’altro grande attrezzo è quello che potrei chiamare continuità. Continuità perché i personaggi non si esauriscono quasi mai con una semplice comparsata, no, questi compaiono, spariscono e ricompaiono in altre storie dimostrando così che tutti, senza esclusione, hanno le loro disgrazie, le loro gioie, le loro storie da raccontare.

Non è un caso, quindi, che i racconti siano ambientati al Firozsha Baag, un complesso di tre ‘condomini’ di Bombay. Questa ‘bolla’, questo frammento di una grande città è il vetrino che Mistry guarda col suo microscopio di scrittore, un vetrino che racchiude una popolazione variegata di uomini e donne e giovani e meno giovani che costantemente si incontrano, si evitano, si mescolano e quindi crescono, mutano, esplodono.
Il mondo racchiuso in un serraglio.

E poi ci sono gli oggetti.
Gli oggetti a volte sanno raccontarci meglio di mille parole.
Osservando un francobollo, una vecchia gabbia per uccelli, un turbante, l’anima sobbalza e rivive cose passate, sogni che desideriamo disperatamente vedere realizzati e presenti in disfacimento lento e continuo.
Gli oggetti ci rappresentano e per questo motivo a volte li amiamo, a volte li odiamo. Di sicuro ci rivelano al mondo più di quanto pensiamo.

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Rohinton Mistry

Con una scrittura sorprendente, l’autore riesce a diversificare ogni storia, a raccontare qualcosa in modo sempre differente, anche ricorrendo a veri cambi di stile e passando da narrazioni più ordinarie a storie costruite come memoriali, o addirittura come una sorta di Mille e una Notte dove il cantastorie del complesso intrattiene i ragazzini raccontando loro le vicende del più grande eroe di tutti: Savukshaw.

Ad ogni storia un sorriso, una tenerezza e una stilettata al cuore.

Non posso, prima di finire, menzionare due racconti che si sono guadagnati un posto eterno nel mio cuore, perché mi hanno saputo donare dei momenti di grande tenerezza e struggimento: Visita di condoglianze e Di capelli bianche e del cricket. Sono entrambi legati al concetto di morte, e quindi di ‘allontanamento’ di un caro, ma visto da due punti quasi opposti. Nel primo c’è la vedova che, rimasta sola, non riesce a lasciar andare del tutto il marito. Nel secondo c’è un ragazzino che scopre, in qualche modo, che tutto deve finire.
Sono due racconti molto teneri che mi hanno davvero stravolto perché la penna di Mistry, che fino a un paio di racconti prima aveva punzecchiato il lettore con spezie e grida e intrusioni ‘prepotenti’, qui si fa, pur senza dimenticare l’ironia, di una tenerezza struggente. Il dolore, la miseria della vita, sono in questo caso nascoste da una grande delicatezza. Qui è tutto più sottile e oltre a mostrare la grande bravura dell’autore, mostra anche come alcuni momenti, alcuni secondi di epifania, possano cambiare la maniera in cui concepisci la tua intera esistenza.

Per concludere, un suggerimento: procuratevi questi racconti. Vi mostreranno un’India che riassume l’umanità di tutti noi, vi farà ridere e anche piangere e vi farà riflettere su come anche un semplice oggetto, una mazza di cricket per esempio, possa assumere significati diversi a seconda del momento in cui ci troviamo a osservarla. Perché il mondo, la vita, non cambia. Cambiamo noi.

***

Lezioni di nuoto
di Rohinton Mistry
Traduzione di Chiara Vatteroni
340 pagine, 15,00 €, Racconti

Lezioni di letteratura
di Julio Cortázar
Traduzione di I. Buonafalce
242 pagine, 29,00 €, Einaudi

Non lasciamoci

The thought came to me […] that all good stories, never mind how radical or traditional their mode of telling, had to contain relationships that are important to us; that move us, amuse us, anger us, surprise us. Perhaps in future, if I attended more to my relationships, my characters would take care of themselves.

Lo dice Kazuo Ishiguro.
Lo dice nella sua Nobel Lecture.
Lo dice appena prima di far notare che, forse, a noi potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma che per lui quel pensiero costituì una sorta di rivelazione che cambiò tutto. Da allora, Ishiguro incominciò a costruire le sue storie in maniera differente. Come per Non lasciarmi, per esempio, che iniziò a scrivere lavorando sul triangolo al centro della vicenda, sulla relazione tra quelle tre persone. Si concentrò su quello per poi, e solo poi, ‘allargarsi’ a tutto il resto.

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È effettivamente così. La centralità di questi tre ragazzi e della loro relazione è preponderante a tutto il resto, ma non solo, è un rapporto nel quale ti senti talmente coinvolto che non puoi fare a meno di dar loro dei consigli, mentre leggi da solo, in camera, con la sola luce dell’abat-jour a illuminare l’inchiostro sulla pagina. Il lettore diventa quindi una sorta di voyeur che, in certi momenti, capirà più di quello che gli stessi protagonisti riescono a capire.

Il loro è un rapporto (una vita, anche) fatto di piccole cose. Piccoli gesti, piccoli oggetti, piccoli spazi. La voce narrante racconta fittamente di una quotidianità minuscola, in qualche modo. Il mondo viene rimpicciolito in poche scene, in poche scelte, in pochi luoghi e in pochi oggetti del cuore. Ed è questa centralità dell’essenziale che racchiude la bellezza del romanzo. È da qui che parte la grandezza del libro di Ishiguro.

Non lasciarmi protagonisti

Non Lasciarmi, film del 2010 diretto da Mark Romanek. Partendo da sinista: Keira Knightley (Ruth), Andrew Garfield (Tommy), Carey Mulligan (Kathy).

Qualcuno di voi forse saprà che a un certo punto del romanzo si scopre una cosa sul filo del fantascientifico. Una cosa che ci permette, in effetti, di considerare questa prova di Ishiguro come un romanzo ibrido, una commistione di generi. Allo stesso tempo, però, questa parte non mi è mai parsa centrale nella vicenda. Non mi è mai sorto il pensiero di discutere circa questa verità, che potrebbe invece portare a grandissimi discorsi sull’etica. Al contrario, questo particolare ha contribuito a focalizzarmi ancora di più sulle vite dei tre giovani protagonisti.
Non è tanto il cosa sono, che mi ha fatto pensare, ma il come vivono. E, indovinate un po’, più le osservi e più ti rendi conto che queste persone siamo noi. Siamo noi ogni santo giorno.

Durante un’intervista, in una domanda che faceva tipo: perché i protagonisti non fuggono dal loro destino? Ishiguro risponde:

Per andare dove? Sono educati fin da piccoli a pensare che il loro scopo sia importante. E poi quanti di noi vivono situazioni infelici, un matrimonio sbagliato, un lavoro non amato, eppure rimangono lì. Il film è triste perché è una metafora della condizione di tutti. […] Al pubblico che si chiede: che senso ha vivere così, io rispondo: che senso ha vivere in generale, allora.

La verità è che, appunto, la fine ultima di Kathy, Tommy e Ruth non è il nocciolo della questione. Il succo è come vivono prima di quella fine. Quella fine è una sorta di accelerazione del tutto.

Mentre leggevo questo libro non potevo fare a meno di pensare a quanto potesse essere un romanzo sulla crescita.
C’è la parte dove i protagonisti sono bambini e vanno a scuola, ricevono un’educazione che, in qualche modo, li incasella, li ‘formatta’, da loro delle linee entro cui stare. C’è poi l’adolescenza e la scoperta, per esempio, del sesso, in quel modo tipico dei ragazzi dove ognuno fa finta di saperne più degli altri, di avere più esperienza degli altri, senza che sia necessariamente vero. Poi è il momento di lasciare la scuola e allora la narrazione si fa più incerta. Cosa succederà? Quando succederà quello che desidero? Ma poi, accadrà?

Ciò che intendo dire è che tutti noi stavamo lottando per adattarci alla nostra nuova vita, e immagino che tutti noi facessimo cose che avremmo rimpianto in seguito.

C’è anche un momento, in una sorta di ambientazione di stallo tra la giovinezza e l’età adulta (che è poi l’unico luogo geografico ‘reale’), in cui i ragazzi si metteranno a cercare una particolare figura che sembra essere connessa con Ruth. Quella figura non è solo una sorta di parentela, di legame con il mondo ‘fuori’ dal loro. Quella figura rappresenta il futuro, la speranza di poter realizzare un proprio desiderio, la possibilità di riuscire a realizzarsi davvero, un po’ come quando da ragazzini sogniamo di diventare un calciatore famoso, o un astronauta.
Ecco, quell’inseguimento, quello stare alle calcagna di una possibilità, mi ha fatto molta tenerezza. Sembravano bambini intenti a giocare ma, allo stesso tempo, estremamente coscienti di quello che stavano facendo. E c’era la paura, la paura di essere scoperti, certo, ma anche di scoprire qualcosa che non vorrebbero scoprire. Capire che, forse, quel futuro non è il futuro che li attende. Proprio come quando, dopo qualche anno passato a giocare nella squadra del paese, si capisce che non si è il nuovo Ronaldo, che la propria vita dovrà essere altro.

È un po’ il preludio al risveglio. Un brusco risveglio, che ad alcuni capita prima, ad altri dopo. Ma è inevitabile. È devastante.

E poi, a concludere tutto, la domanda finale: l’amore ci può salvare?
E la triste risposta: no. L’amore non ci può salvare, ma se per puro caso riuscissimo a coglierlo davvero, quell’amore… se per caso riuscissimo veramente a sentirlo, ad accettarlo nella nostra vita, riusciremmo a vivere meglio. Ad avere meno rimpianti.

I rimpianti.
Credo che Non lasciarmi sia una grandissimo romanzo sul rimpianto, sull’accorgerci troppo tardi delle cose. Passiamo una vita a far finta che tutto ci vada bene così, che un tal sentimento sia pura immaginazione, che un tal impulso sia da controllare perché solo passeggero. Ma poi diventiamo vecchi, ci guardiamo indietro e ci chiediamo: che cosa ho fatto?
O peggio: che cosa non ho fatto?

Ci sono cose che rischiamo di non cogliere, o non voler cogliere, mentre percorriamo questa vita. E forse è giusto così. Forse è corretto non riuscire a cogliere tutto nel momento perfetto.
Ma c’è la possibilità, sempre, di rimediare.

Lo ammetto, subito dopo aver chiuso l’ultima pagina sono rimasto un po’ spaesato. La prima parte del libro mi è risultata piuttosto fredda, molto distaccata, e mano a mano che la storia procedeva rimanevo leggermente sconcertato da una mancanza di… non so, forse di un colpo di scena che cambiasse tutto, forse di una fuga, una vittoria o la parvenza di una fine ben più tragica o, al contrario, ben più felice. E invece niente.
Ma poi ho capito. Ho capito che questa storia doveva scorrere così, con questo ritmo, queste parole, queste vicende. Perché è una storia ‘comune’. L’elemento fantascientifico mi aveva tratto in inganno perché mi aveva portato a considerarlo più importante del previsto. La verità è però che questo romanzo parla in maniera tremendamente lucida della nostra realtà. Del nostro oggi. Anzi, del nostro oggi personale, piccolo, privato.

E poi Kathy ha iniziato a parlarmi.
Dopo aver concluso il libro ho iniziato a sentire la sua voce.
Forse sembro pazzo a scriverlo, ma questa sua voce continuo a sentirla. Nei momenti più disparati, nei miei pensieri, Kathy mi sussurra la sua storia, o forse la mia. Allora mi fermo e mi chiedo se rimpiango qualcosa e, beh, non trovo il coraggio di dirmi di sì. Allora lei mi parla ancora.
Forse non smetterà più.
Forse è giusto così.

***

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro
Traduzione di Paola Novarese
298 pagine, 13,00 €, Einaudi

Intenti ed elettricità

Devo essere caduto in qualche pozzo oscuro, in una delle sorgenti maledette di Jusenkyo e ora ogni volta che mi bagno con l’acqua fredda divento insofferente nei confronti dei libri che leggo. Altrimenti non si spiega questa mia improvvisa avversione per titoli così acclamati dal pubblico. Perché io sono il pubblico per eccellenza, e non lo dico con presunzione, ma come constatazione del fatto che mi ero sempre ritrovato parecchio col gusto del pubblico. Ora no.

Ho letto Il racconto dell’ancella ed ero speranzoso,desideroso, contento e… niente. La scintilla non è scoccata.
E poi ho letto Ragazze Elettriche, che un po’ ne riprende i tempi e li ribalta e in qualche modo li attualizza anche a livello di scrittura e… niente. Ancora niente.

Il fatto è che, e ne parlavo pure su A Long Tail, mi sto rendendo sempre più conto di quanto non possa bastare l’intento, o l’idea di base. Se stai scrivendo un romanzo mi aspetto che oltre ad avere delle cose da dire, tu le sappia pure abbinare a una buona storia. Altrimenti non funziona nulla e anche quel poco di valore che hai detto non riesco ad apprezzarlo a dovere.

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Ragazze Elettriche racconta di un potere che inizia a risvegliarsi nelle giovani donne, per poi propagarsi al genere femminile tutto. Si tratta di un potere elettrico, come suggerisce il titolo, che si concretizza nel rilascio di scariche da parte delle mani. Poco importa come si è arrivati a questo, ma le conseguenze sono devastanti. Gli equilibri nel mondo cambiano completamente. Le donne, fino ad ora considerate il sesso debole, si ritrovano con un’arma che le rende fisicamente superiori alla controparte maschile e presto riescono ad ottenere quel potere (politico e sociale) che era stato loro precluso in passato.
Utilizzando esclusivamente dei tipi di violenza che già nella nostra società gli uomini fanno sulle donne, l’autrice riesce a ribaltare la scena fino ad arrivare a uno scenario completamente nuovo dove però anche le donne sono diventate, in parole povere, cattive.

Il potere logora chi ce l’ha, mi verrebbe da dire.

L’idea è incredibilmente interessante. Mi ha molto affascinato e credo sia impressionante, in quanto maschio, leggere di tutte le violenze perpetrate nel libro e rendersi conto che sono violenze che esistono già, quotidianamente, che le donne sono costrette a subire.
Ritengo interessante anche il discorso sul potere e sul come questo possa cambiare la persona che lo ottiene.

Ma…

Ma alla fine la lettura non mi ha lasciato nulla.
Sebbene abbia solcato le pagine con grande facilità e in qualche modo mi sia sentito attratto dalle protagoniste, a fine traversata mi sono voltato indietro e non ho saputo vedere nulla.

C’è un problema di fondo, secondo me, e cioè che l’autrice rimane troppo in superficie e si sofferma troppo su quello che vuole dire senza rendersi conto di essere a rischio di unidirezionalità.
Tento di spiegarmi meglio.

Per prima cosa, ritengo i personaggi un po’ superficiali. Vengono introdotti all’inizio e sembrano tutti molto interessanti, ma poi si poggiano esclusivamente sul loro voler avere potere, maggiore potere, e non si va mai oltre.
Sono inoltre tutti personaggi disagiati. C’è la ragazza che subiva violenza, c’è la ragazza figlia di un malavitoso, c’è una simil Melania Trump che assumendo il potere vuole come mostrare di non essere solo bella. E poi c’è una politica che sembra una persona normale, ma che poi usa la sicurezza della figlia come motore per rivalersi sulla controparte maschile.
Nessuna figura è insomma buona in partenza. Sono tutte ‘cattive’, se cattive si può dire, fin dal principio. Il potere offre solo un mezzo per sfogare la loro rabbia e il loro egoismo. E quindi mi chiedo: è davvero il potere a deteriorare le persone? O sono le persone ad essere già così di suo?
Io non sono riuscito a vedere questa cosa del potere come corruzione. Non ho percepito quest’idea che tutti, uomini o donne, al potere si comportano nello stesso modo. Perché le figure di partenza erano già ‘sbagliate’ fin dal principio.

C’è poi la tendenza a raccontare molti fatti ma poche sostanze.
Per esempio Madre Eve, la ragazzina abusata, che scappa di casa dopo un omicidio, si ritrova in un convento e riesce a diventare una sorta di papessa. È tutto un susseguirsi di azioni mosse da desideri personali, comprensibili eh, ma personali. E anche la religione viene bistrattata con lo scopo di raggiungere (e mostrare al lettore) il potere. Non ci si interroga mai sul divino, sebbene Eve senta costantemente una voce che la guida.

Tutte queste donne sono donne egoiste che mirano a qualcosa di personale.
Però non c’è uno scavare più a fondo, non ci sono dubbi, non ci sono ripensamenti. E invece se ci si fosse soffermati anche su altri aspetti, credo che il risultato avrebbe potuto davvero essere molto brillante. Mentre così… mi è sembrato un bel romanzo da spiaggia, di quelli che leggi per estraniarti qualche ora.

Col gruppo di lettura, per esempio, abbiamo evidenziato come mancasse una figura materna o paterna. Non ci sono buone madri o buoni padri. Mai. I secondi o sono mafiosi che tentano di ammazzarti o non ci sono proprio. Le prime o sono complici dei padri, o sono morte, o sono normali solo in apparenza e si rivelano poi delle castratrici. E come si può costruire un romanzo su un’idea ‘generale’ del potere, se a questo potere partecipano solo figure poco equilibrate?
Cosa sarebbe successo se nella storia ci fosse stata una normale donna, mamma e lavoratrice? Non lo so.

C’è poi anche un’altra cosa che avrebbe meritato più approfondimento, ossia il ruolo della Storia. Il romanzo che leggiamo ci viene infatti presentato come un romanzo scritto da un uomo e introdotto, e concluso, da uno scambio di mail tra l’autore e una sua collega autrice (l’autrice Naomi). Alla fine del tutto, in uno di questi scambi, si parla della Storia e di come la Storia venga percepita e utilizzata. Quanto sia Storia, in effetti, e quanto sia leggenda. Quanto è strumentalizzata, quanto no. Un discorso che potrebbe essere molto interessante ma che viene, anche qui, appena accennato.

Tutto questo per dire: mi piace l’idea, la trovo interessante e originale e davvero capace di regalare grandi riflessioni. I ruoli invertiti è una trovata vincente perché crea davvero uno scossone nel lettore maschio. Ritengo però che l’idea sia rimasta in superficie, che la narrazione si sia limitata all’azione più che all’introspezione, e questo lo reputo sfavorevole per un romanzo che ha bisogno di molta empatia.

Praticamente torno al punto: basta l’intento?
E ancora una volta la mia risposta è no.

ALongTail: Può bastare l’intento?

Sono in difficoltà. Ho paura di risultare insensibile, e questo per colpa di un libro. Perché, diciamocelo, come altro potrei sentirmi se mi trovassi a dubitare di un romanzo che tenta di parlare ai ragazzi, in maniera delicata ma coinvolgente, del bullismo e del suicidio giovanile? E se questo romanzo è pure sostenuto da Amnesty International e ha vinto svariati premi?
Mi viene da pensare che sia io quello con qualche problema.
Eppure non riesco a togliermi un tarlo dalla testa che dice: c’è una carenza in questo testo.

Il libro in questione è Da quanto ho incontrato Jessica e, vorrei precisarlo subito, l’ho trovato piacevole e sicuramente in grado di poter far nascere pensieri e dibattiti attorno al bullismo e alla solitudine che si prova se si è ragazzini, e soprattutto se si è ragazzini ‘diversi’. Però…

Però c’è un però, e uno di quelli che per me non può essere ignorato.

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La trama del romanzo ruota attorno a Francis, un ragazzino solitario perché ‘diverso’. Ha infatti la passione per la moda e questo gli ha creato qualche problema con i suoi coetanei, facendogli preferire la solitudine alla compagnia.
Un giorno, però, Francis incontra Jessica e ci si trova benissimo. Solo che Jessica è un fantasma. Nel tentativo di scoprire cosa sia accaduto a Jessica e perché proprio lui (più altri due che si aggiungeranno durante la storia) sia il solo in grado di vederla, Francis incontrerà nuovi amici.

Come dicevo, in maniera delicata ma anche piuttosto diretta, l’autore affronta quei temi spinosi che sono il bullismo e il sentimento di solitudine che ti può assalire e distruggere durante gli anni scolastici, con conseguenze anche molto ‘estreme’. Un argomento sempre più caldo anche da noi, visti i sempre più numerosi casi di suicidio giovanile che sono finiti sui giornali negli ultimi tempi.
L’intento è lodevole e direi anche riuscito, almeno in parte e soprattutto per quanto riguarda la ‘squadra’ dei diversi. Sarà difficile, per un ragazzo nelle stesse condizioni, fare a meno di sentirsi coinvolto e capito e scoprire quindi di non essere il solo a sentirsi così. Mi è inoltre piaciuto che Francis, sebbene scoraggiato, sia un personaggio molto positivo, che non smette mai di perseguire i suoi obiettivi e, anzi, sia capace di concretizzarli in qualche modo.

Tutto molto carino, insomma, delicato e attento, capace di poter essere un buon punto di partenza per parlarne nelle scuole, o comunque in gruppo, come dicevo prima.

Il vero problema, per me, è però il modo in cui la ‘solitudine’ dei personaggi si risolve, che dovrebbe poi costituire il messaggio di speranza del testo.

Il romanzo ruota attorno all’idea che i tre protagonisti, Francis, Andi e Roland, attraverso il fantasma Jessica, scoprano di non essere soli, riuscendo a instaurare una bella amicizia che li farà sentire protetti e allo stesso tempo amati e parte di qualcosa. Il fatto, però, è che questa amicizia secondo me non esiste.
Se da una parte si può infatti dire che la relazione tra Francis, o gli altri due umani, e Jessica funziona perfettamente, dall’altra mi sembra che il rapporto tra i tre ragazzi ancora vivi sia inesistente. Quando questi sono assieme si divertono con Jessica, guardando Jessica, studiando Jessica. Quando Jessica non c’è, insieme studiano come scoprire qualcosa su Jessica, si chiedono dove sia Jessica. Insomma, il gruppo esiste in funzione di Jessica stessa. Inoltre non hanno niente in comune: Francis ama la moda, Andi adora lo sport, Roland passerebbe la sua intera vita attaccato allo schermo di un videogioco. Cos’hanno, quindi, che li lega, oltre al fantasma? Di cosa potrebbero parlare quando Jessica non ci sarà più? Cosa li unirà? Perché non ci può essere solo la resistenza al bullismo a tenerli insieme, non può funzionare per sempre. Magari per un anno sembrerà loro di essere contenti, ma poi si renderanno conto di essere ancora soli come prima.

Le storia, insomma, pur partendo bene, alla fine risulta un po’ semplificata ed edulcorata. Risulta un po’ fasulla, ai miei occhi, nel momento in cui dona a questi ragazzi una felicità che può essere solo momentanea, ma che viene spacciata per ideale.

Era, in qualche modo, lo stesso problema che affliggeva Trevor di James Lecesne.
Anche in quel caso, l’intento era ottimo e sicuramente poteva offrire grandi spunti di riflessione, la storia era però piuttosto semplicistica e, in parte, offriva poco al lettore.

La questione dunque è: devo premiare l’intento? È sufficiente quello?
E secondo me la risposta è no.

Non basta essere riusciti a creare un testo in grado di far parlare i ragazzi in una classe.
Intendiamoci, scatenare il dibattito a scuola va benissimo e lo trovo necessario, ma poi quei ragazzi torneranno a casa e si ritroveranno, di nuovo, da soli nella loro camera, senza fantasmi se non i propri.
È giusto parlare di questi temi, è giusto far capire che il sentirsi soli e diversi è molto più comune di quello che si pensa, ma non trovo giusto risolvere la situazione in maniera così semplice e poco veritiera.

Nel mio piccolo anche io sono stato vittima di bullismo. Anche io mi sono sentito diverso (e qui devo pure chiedermi se esiste un ragazzino che possa non sentirsi diverso, a quell’età). Ma ammetto anche di aver sempre cercato, per esempio, amicizie che in qualche modo mi fossero affini. Ovvio che ne ho trovate poche, nel tempo, ma se non altro sapevo di aver qualcuno con cui potessi chiacchierare spensieratamente senza tirare in ballo i morti e senza fare a meno di essere me stesso, senza smettere di parlare di qualcosa che mi appassionasse.

Allo stesso tempo, essere presi in giro in gruppo piuttosto che singolarmente cambia le cose di poco. Forse non sarò portato a pensare al suicidio, perché so di non essere solo, di non essere il solo, ma continuerò a sentirmi diverso, e continuerò ad essere preso in giro, e quando alla sera andrò a dormire continuerò a pensare che pure quella mattina in classe mi hanno chiamato frocio, o ciccione, o qualsiasi altra cosa vogliate, e se non ho con me una Andi che minaccia pestaggi sanguinolenti, quella cosa non finirà mai.
Dire il contrario sarebbe mentire.

Mi sono anche chiesto se un libro del genere potesse essere d’aiuto ai bulli, ma credo che la risposta sia ancora una volta no. Potrebbe forse far capire che certi atteggiamenti portano a conseguenze devastanti, ma fino a quando nella loro testa ci sarà l’idea che un ragazzo che si occupa di creare vestiti per delle bambole sia quantomeno bizzarro, quel ragazzo ai loro occhi rimarrà bizzarro anche dopo la lettura del libro. E sappiamo tutti che bizzarro non è la parola giusta. E queste idee sicuramente non cambieranno di certo finché ci si ostinerà a ritenere certi libri, certe storie, come poco consone. Vedasi i recentissimi fatti al Tocatì di Verona.

Per questo ritengo che l’intento sia bello e che in una scuola possa fungere da base per una discussione.
Ma non basta.
Non basta se si vuole creare un romanzo più concreto. Un romanzo che possa davvero essere un aiuto per i ragazzi come Francis, o le ragazze come Andi.
E in un certo senso, e proprio per queste ragioni, mi viene da ‘assolvere’ un libro come Trevor, che vuole ‘sponsorizzare’ un progetto concreto di aiuto ai ragazzi LGBT, ed essere un po’ più esigente con Andrew Norriss, che vuole fare narrativa.

Mi viene anche da azzardare che romanzi come It di Stephen King o A casa di Dio di David Mitchell, siano narrazioni migliori per quanto riguarda i ragazzini bullizzati che devono anche affrontare le proprie paure. E sì, forse il paragone non c’entra niente, o forse c’entra tutto, perché magari ci scordiamo che per dire qualcosa non è sempre necessario affrontare direttamente la faccenda.

Il problema di libri come Da quando ho incontrato Jessica è che rischia di diventare, per tutto quello detto sopra, un messaggio e non una storia, perdendo quindi di efficacia, perché se c’è una cosa di cui sono abbastanza sicuro, è che spesso è più ‘edificante’ un racconto che sembra parlare d’altro, piuttosto che il tentativo di inquadrare una problematica direttamente, magari mancando il bersaglio.

Da quando ho incontrato Jessica
di Andrew Norris
Tradotto da Claudia Valentini
192 pagine, 14,90 €, Il Castoro