La lezione del maestro

Nel saggio Fuochi, contenuto ne Il mestiere di scrivere, Raymond Carver racconta che, prima di diventare l’autore di Cattedrale, la scelta del racconto (e della poesia) come forma narrativa prediletta è stata ‘forzata’ dalla sua condizione famigliare:

Erano comunque le circostanze a imporre, fino al limite estremo, le forme che la mia scrittura avrebbe potuto assumere. […] Fossi stato capace di mettere insieme i miei pensieri e di concentrare le mie energie su un romanzo, dico, non mi sarei comunque trovato nella condizione di poter attendere un pagamento che, se pure fosse arrivato, sarebbe rimasto per strada per qualche anno. Non riuscivo a vederla, la strada. Dovevo mettermi a tavolino e scrivere qualcosa da finire ora, stasera, al massimo domani sera, non più tardi, al ritorno dal lavoro e prima di smarrire l’interesse.

Due figli piccoli e un “lavoro di merda” gli facevano avere poco tempo e pochi soldi. Da qui l’esigenza di ottimizzare entrambi.

Un pensiero simile a quello di Carver deve averlo avuto pure il giornalista Theodore Child, che trovava nella moglie e nei figli la causa della scarsa qualità letteraria delle ultime opere di Alphonse Daudet. Secondo Child, avere una famiglia portava a produrre indiscriminatamente a buon mercato. Con le relative conseguenze.

La famiglia come ‘rovina’ dell’arte, in pratica.

E noi sappiamo quale fosse il pensiero di Child perché il suo amico Henry James, in data 5 gennaio 1888, annotò nel suo taccuino proprio queste esternazioni, dei pensieri che porteranno lo scrittore americano naturalizzato inglese a comporre una novella ambigua come La lezione del maestro, incentrata proprio sull’idea della vita matrimoniale come impiccio alla scrittura.
L’idea non doveva comunque essere del tutto nuova a James. Nel suo diario, infatti, in data 4 luglio 1926, Virginia Woolf annota un incontro con H. G. Wells in cui all’autore viene chiesto proprio di parlare del collega James.

Poi si è alzato per andare; gli abbiamo chiesto di restare e di parlarci di Henry James. Così si è seduto. Oh mi piacerebbe restare e parlare tutto il pomeriggio, ha detto. Henry James era un formalista. Pensava sempre ai vestiti. Non era amico intimo di nessuno – nemmeno di suo fratello; non si era mai innamorato.

Un’assenza di famiglia, quindi. Anche qui. E indubbi risultati in campo letterario.
Era destino. Tutto questo non poteva non finire, prima o poi, in qualche opera.

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La Lezione del maestro racconta di un giovane scrittore, Paul Overt, che arriva a conoscere, in parte grazie a una ragazza di cui si innamorerà, l’autore da lui idolatrato Henry St. George. Questi mette in guardia il giovane discepolo dalle insidie dell’amore e della famiglia che considera i nemici principali della creatività. Lo invita a seguire la sua vena letteraria senza congiungersi con nessuna e Overt lo ascolta, scappando da tutto per circa due anni. Al suo ritorno avrà tra le mani quello che sembra un capolavoro, ma verrà a conoscenza di una notizia che sembra farsi beffe del suo sacrificio.

La lezione del maestro è una novella apparentemente molto semplice. La trama è lineare, priva di grandi risvolti e, anzi, quello che potremmo definire il ‘colpo di scena’, o meglio la ‘beffa finale’, è in realtà piuttosto prevedibile.
La chiave di tutto è però la conclusione.
Il finale che a un certo punto il lettore riesce a prevedere, quando ci viene raccontato da James risulta molto più ambiguo di quanto ci si potrebbe aspettare e carica l’intera vicenda di un dubbio che non si risolve.

Del resto, questa è parte delle caratteristiche del lavoro di James, come ci fa infatti notare Michel Butor nel saggio The Europeans e The Bostonians, posto a prefazione dell’edizione Mondadori de Gli Europei:

James ha trattato con attenzione sempre maggiore scene scelte con sempre maggior cura in base all’ampiezza delle loro implicazioni. Egli si impegna a restituire, come uno studioso di fenomenologia, un'”apparenza” […] di qui l’importanza della costruzione delle sue storie del o dei punti di vista a partire dai quali esse sono raccontate, nonché di quello che non si sa, che si indovina, si intuisce.

Ecco, La lezione del maestro regala al lettore molti ‘non si sa’.

St. George, il maestro, ha dato un consiglio a cui credeva davvero? Oppure il suo era un escamotage per sbarazzarsi del giovane Overt o, perché no, per prendersi semplicemente gioco di lui? E Overt crede davvero alle parole del maestro, pur avendo conosciuto la sua famiglia? E Marian Fancourt, la bella ragazza di cui si innamora il protagonista, in soldoni, ci è o ci fa? È davvero una ragazza arguta, colta, intelligente come spesso ci viene descritta? Oppure anche in questo caso siamo dinanzi a una bugia e la verità è che si tratta dell’ennesima sempliciotta bella e ricca per le cui grazie un intellettuale potrebbe pure chiudere un’occhio sulla mancanza intellettiva?

Ma le domande potrebbero non finire qui.
Il dubbio che si insinua a fine lettura potrebbe andare più in profondità e ‘sconvolgere’ tutta l’idea che ci eravamo fatti di questa storia. Non solo, quindi, ci ritroviamo a metter in dubbio il nodo centrale del racconto, ovvero il consiglio del maestro al suo discepolo, ma anche tutto quanto ci viene raccontato prima. Ecco allora che iniziamo a dubitare delle reali capacità di Overt come scrittore, per esempio, o del suo pensiero circa le ultime opere del suo idolo. E sarà poi davvero un capolavoro, quello che ha scritto nei due anni di esilio volontario? E se non fosse andato in esilio, che risultati avrebbe ottenuto? E St. George, da sposato, davvero non riuscirà più a scrivere una grande opera?

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Henry James

La bravura dell’autore sta nel ‘riscrivere’ tutto quanto è stato raccontato prima, con l’ausilio delle sole ultime pagine. Perché una volta chiuso il volume, viene spontaneo rivedere l’intera vicenda sotto un’altra prospettiva. Viene naturale voler ripercorrere l’intera narrazione alla ricerca di indizi, indicazioni, risposte.
Ma non c’è presa di posizione.
Partendo da un discorso che vuole puntare sul rapporto arte-famiglia, sul come l’una influenzi l’altra e viceversa, James racconta una storia in cui si rifiuta di dare una risposta che sappia confermare o contrastare quanto esposto dall’amico Child. Rimane neutrale sebbene la sua vita possa lasciar supporre altro.

Ma il lettore riuscirà a rimanere altrettanto neutrale?
Oltre alle svariate ambiguità scatenate dall’autore a fine lettura, l’ennesimo dubbio che è sorto in me riguarda la possibilità che questo racconto serva a leggere più noi che il pensiero dell’autore. Certo, l’arte in genere dovrebbe (anche) servire a conoscerci meglio, ma credo che in questo caso ciò assuma contorni più ‘concreti’. Sebbene James non fornisca davvero prove circa la veridicità di una teoria piuttosto che di un’altra, quasi inevitabilmente ogni lettore è portato, per sua natura, a ritenere più probabile una sola delle possibili realtà. Mi verrebbe anche da pensare che l’ipotesi più diffusa sia quella che vede Overt come il personaggio caduto in una trappola ben congeniata dal suo ‘rivale’, ma senza per forza di cose entrare nello specifico, ritengo possa essere interessante che ogni lettore chieda a se stesso cosa crede. Perché mentre facevo ricerche per questo post, mi è capitato di imbattermi anche in alcuni commenti che definivano questo libretto come per nulla ambiguo… e non è questa una cosa stupefacente? Non è forse in questo modo che la narrazione di James ci sta regalando qualcosa di davvero interessante?
Come intendiamo, noi, questo rapporto tra famiglia e arte? A chi ci viene da credere?A cosa? E questa nostra propensione cosa dovrebbe raccontarci di noi stessi?

Forse, dunque, non è tanto il pensiero di James a contare. Non è l’idea che si è fatto Overt o il vero piano di St. George ad avere peso. Siamo noi. È quello che pensiamo noi a pesare, a definire il tutto, anche quanto sta fuori dal libro.

***

La lezione del maestro, di Henry James
Traduzione di Maurizio Ascari
108 pagine, 11,00 €, Adelphi

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver
Traduzione di Riccardo Duranti
176 pagine, 12,00 €, Einaudi

The Europeans e The Bostonians, di Michel Butor
contenuto in
Gli Europei, di Henry James
Traduzione di B. Bini
265 pagine, 9,00 €, Mondadori

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ALongTail: della necessità di ‘aggiungere’

Quando viene annunciato un sequel, o un prequel, di una saga o di un libro (ma anche di un film) che si è molto amato ci si scopre pervasi da due sentimenti contrastanti: la voglia di avere subito quel nuovo testo tra le mani, perché si vuole bene ai personaggi e alla storia precedenti, e la paura di trovarsi tra le mani una ciofeca. Perché sì, è risaputo che aggiungendo acqua al brodo il gusto va scomparendo.

Sono rimasto schiacciato da queste due sensazioni anche quando venne annunciato il primo volume del Libro della Polvere, nuova trilogia di Philip Pullman che riprende le vicende narrate in Queste Oscure Materie (ne ho parlo qui, qui e qui) e che lo stesso autore definisce come equal, ovvero una storia che, in qualche modo, viaggia parallelamente all’originale. Dico ‘in qualche modo’ perché in realtà La Belle Sauvage è ambientato dieci anni prima de La Bussola d’Oro, mentre gli altri volumi dovrebbero essere ambientati dopo le vicende della trilogia. Il fatto però che un fantomatico Libro della Polvere venisse nominato ormai da anni e anni e che Pullman sia uno scrittore capacissimo mi facevano ben sperare ed ero eccitatissimo per la pubblicazione del nuovo romanzo.

Ma qual è stato il risultato finale?
La risposta potrebbe variare a seconda di quale me sta rispondendo.

Pullman

Lo ammetto, a lettura ultimata mi sono detto: “Wow! Bellissimo! Bravo Pullman!”
Da fan della storia originaria (da fan sfegatato, a dire il vero) mi è piaciuto più di quanto mi sarei aspettato re-incontrare una neonata Lyra, scoprire di più sui suoi primi mesi di vita e su come lei e l’Aletiometro siano arrivati al Jordan College di Oxford. Ho amato tutti i nuovi personaggi e ho preso in grande simpatia questo nuovo protagonista che, a differenza dei precedenti ragazzini di Pullman, è molto più coscienzioso e molto più studioso, e questo mi ha permesso di identificarmi maggiormente con lui, rispetto per esempio a Lyra o a Will.

Poi, però, ho lasciato smorzare un po’ l’entusiasmo e mi è sembrato giusto chiedermi se, al di là del mio trasporto da fanboy, ci fosse anche dell’arrosto oltre che del fumo. Volevo capire se, in pratica, avessi trovato bello quel libro per una mia idea, un mio preconcetto, o per una realtà oggettiva. Perché il punto è anche: cosa voglio raccontare a chi passa di qui e si ritrova a leggere un commento su questo romanzo? Credo infatti che sia forte il rischio di lasciar da parte l’oggettività per dar spazio a un sentimento che di oggettivo non ha nulla, ma è più legato ai ricordi.
E, tristemente, riflettendo su La Belle Sauvage ho dovuto ammettere che quello che sentivo io era un amore condizionato da aspettative che si ostinavano a non voler essere deluse.

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Philip Pullman

Qual è lo scopo di un progetto come questo?
Perché scrivere un prequel? Perché scrivere una nuova storia legata a una precedente? Per soldi? Per scarsità di idee? Perché davvero ti è venuta in mente una storia geniale?
E, soprattutto, per chi è questa storia? È destinata ai fan di lunga data o a chi non conosce ancora questo multiverso?

Mi chiedo tutto questo perché, in verità, La Belle Sauvage non è un romanzo brutto, ma allo stesso tempo è un romanzo che presente alcune pecche che lo allontanano di molto dagli originali. Inoltre mi rendo conto che il libro potrebbe colpire in modo molto diverso i vari lettori a seconda del loro essere o meno fan della prima serie.
Credo che l’intento di Pullman fosse di accontentare un po’ tutte e due le fazioni, ma alla fine non è riuscito bene in nessuno dei due casi, e forse proprio perché intento a collegarsi a qualcosa di già esistente e ben radicato nella cultura pop contemporanea, ma anche desideroso di raccontare qualcosa che fosse nuovo e differente.

Non è facile riprendere una storia di successo. Per mille motivi che vanno dall’attaccamento dei fan alla limitatezza di idee geniali che uno può avere.
Quindi perché correre un rischio simile? Perché rischiare di mandare tutto in frantumi?

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La mappa della Oxford di Queste Oscure Materie.

Se mi astraggo un po’ dalla parte dell’agguerrito sostenitore di Lyra & Co., riesco quindi a vedere alcune cose che a mio avviso non funzionano in un libro come questo.

Il primo problema è la lentezza.
È un romanzo essenzialmente lento, che procede molto piano e in un modo fin troppo lineare. C’è una prima parte molto tranquilla dove la scena si svolge attorno ad un paio di luoghi e che tenta di incuriosire il lettore attraverso l’abbozzo di alcuni intrighi e alcune indagini, ma rimane un momento senza molte risposte e con un’azione più ‘mentale’ che fisica.
C’è poi una seconda parte dedicata a una lunga fuga che però procede con uno schema ricorrente e poco vario, fino a una conclusione che non risolve nulla.
Il risultato è quindi un’opera di avventura che però procede un po’ troppo piano e con pochi ‘guizzi’ e non riesce quindi a farsi desiderare, non scatena la brama di scoprire nel lettore. E questo è un problema soprattutto per chi non ha mai letto la saga originale e che con questo volume dovrebbe invece imparare a conoscerla, o almeno desiderare di farlo.

C’è poi un altro punto che trovo particolarmente negativo e che, sì, mi ha lasciato molto perplesso.
Una delle cose belle di questo primo volume del Libro della Polvere è il cattivo. L’antagonista di questa storia è un personaggio davvero spaventoso, apparentemente crudele, tanto che arriva a picchiare persino il suo stesso daimon, una iena spaventosa e priva di una zampa. E chi mai potrebbe avere una iena per daimon? E chi picchierebbe la sua stessa anima? Un’idea interessantissima che però non viene sfruttata al meglio. Per tutta la storia ci si chiede chi sia e cosa voglia questo personaggio, ma non si riesce mai a scoprire niente che vada oltre il semplice pettegolezzo. Non si capisce cosa lo porti a fare quello che fa, il perché delle sue azioni.
E sì, è vero che ci saranno altri due seguiti e che quindi potrebbe ricomparire per dare spiegazioni migliori (sebbene questo primo volume sia bene o male autoconclusivo), ma allo stesso tempo si rimane privi di un elemento godurioso, di quella scintilla che ti incendia un po’ il cuore da lettore che ti ritrovi.
Anche ne La Bussola d’Oro non veniva, ovviamente, spiegato tutto, ma allo stesso tempo c’erano sufficienti colpi di scena e/o informazioni che regalavano un senso di soddisfazione al lettore. Qui, invece, l’unica soddisfazione che viene data è la salvezza di Lyra, che però risulta una conclusione piuttosto scontata per il lettore di Queste Oscure Materie.

I problemi sono quindi essenzialmente due: per un lettore di vecchia data (ma non solo), già fan della storia, manca quel senso di meraviglia e di piacere nello scoprire qualcosa di nuovo, perché alla fin fine questo romanzo tratta sì di un momento mancante della storia principale, ma senza regalare momenti di grande esaltazione. Per un lettore che non si era mai avvicinato a Pullman, invece, manca proprio il desiderio di proseguire nella lettura.

Ed è un peccato, perché ci sono elementi molto interessanti.
Malcolm, il giovane protagonista, è un ragazzo che si sa far amare, è curioso e coraggioso, ma con un carattere più ‘docile’ rispetto ai suoi predecessori. È molto più studioso e più ‘attento’ rispetto a Lyra e Will.
Ma poi anche la Lega di Sant’Alessandro, che chiede agli studenti di denunciare chi propone idee contrarie alla Chiesa, causando così un gran scompiglio nelle scuole, oppure Oakley Street, che è una sorta di rete di spionaggio, e le suore del convento che ospita Lyra e che sono, credo, le prime religiose descritte da Pullman a non far parte dei ‘cattivi’ della storia. Ma anche l’uso più ‘abbondante’ di personaggi provenienti dal folklore inglese, che in parte sono una novità rispetto alla mitologia più strettamente religiosa dei predecessori. E c’è poi Alice, la compagna di avventure di Malcolm, che come ogni eroina di Pullman incarna intelligenza e sfrontatezza, ma che ci regala anche qualche occasione per osservare il desiderio che cresce in un adolescente.
C’era, in somma, parecchia carne sul fuoco, ma non è stata cotta a dovere.

Come dicevo all’inizio, una parte di me ama molto questo romanzo, ma lo ama per ragioni affettive più che di merito. Un ‘problema’ che credo abbiano molti fan.
È indubbio, e lo ripeto ancora una volta, che Pullman si sia dimostrato un ottimo autore anche in questo caso e che abbia introdotto tematiche interessanti e importanti. Credo però che ci sia la necessità di ritornare a guardare un’opera letteraria nella sua interezza. Non basta avere un buon protagonista, non basta avere una bella scrittura, non basta avere idee interessanti, non basta avere una buona gestione della storia e dei tempi. Per fare un buon romanzo servono TUTTI questi elementi, e in questo caso manca proprio un progetto per trascinare il lettore con sé.

Troppo spesso, ultimamente, ci si sofferma su una minima parte di un libro, e spesso questa parte è l’intento.
Non mi basta.
Non deve bastare.
E Pullman è un grande scrittore, so quello che è capace di fare. Rimane quindi la speranza che con i prossimi volumi (il secondo, The Secret Commonwealth, dovrebbe essere piuttosto imminente) riesca a raddrizzare il tiro, perché la mira era buona, ma all’ultimo si vede che ha spostato un po’ la spalla.
Spero quindi che, alla fine, questa necessità di aggiungere qualcosa a una storia che era già completa di suo possa dimostrarsi sentita e meritevole, genuina, perché altrimenti c’è il rischio di diventare solo un’ombra della grandezza passata e un’ombra, si sa, va a oscurare anche quello che di luminoso ha alle spalle.

***

Il Libro della Polvere. La Belle Sauvage
di Philip Pullman
Traduzione di G. Calza
476 pagine, 18,00 €, Salani

 

Non lasciamoci

The thought came to me […] that all good stories, never mind how radical or traditional their mode of telling, had to contain relationships that are important to us; that move us, amuse us, anger us, surprise us. Perhaps in future, if I attended more to my relationships, my characters would take care of themselves.

Lo dice Kazuo Ishiguro.
Lo dice nella sua Nobel Lecture.
Lo dice appena prima di far notare che, forse, a noi potrebbe sembrare una cosa ovvia, ma che per lui quel pensiero costituì una sorta di rivelazione che cambiò tutto. Da allora, Ishiguro incominciò a costruire le sue storie in maniera differente. Come per Non lasciarmi, per esempio, che iniziò a scrivere lavorando sul triangolo al centro della vicenda, sulla relazione tra quelle tre persone. Si concentrò su quello per poi, e solo poi, ‘allargarsi’ a tutto il resto.

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È effettivamente così. La centralità di questi tre ragazzi e della loro relazione è preponderante a tutto il resto, ma non solo, è un rapporto nel quale ti senti talmente coinvolto che non puoi fare a meno di dar loro dei consigli, mentre leggi da solo, in camera, con la sola luce dell’abat-jour a illuminare l’inchiostro sulla pagina. Il lettore diventa quindi una sorta di voyeur che, in certi momenti, capirà più di quello che gli stessi protagonisti riescono a capire.

Il loro è un rapporto (una vita, anche) fatto di piccole cose. Piccoli gesti, piccoli oggetti, piccoli spazi. La voce narrante racconta fittamente di una quotidianità minuscola, in qualche modo. Il mondo viene rimpicciolito in poche scene, in poche scelte, in pochi luoghi e in pochi oggetti del cuore. Ed è questa centralità dell’essenziale che racchiude la bellezza del romanzo. È da qui che parte la grandezza del libro di Ishiguro.

Non lasciarmi protagonisti

Non Lasciarmi, film del 2010 diretto da Mark Romanek. Partendo da sinista: Keira Knightley (Ruth), Andrew Garfield (Tommy), Carey Mulligan (Kathy).

Qualcuno di voi forse saprà che a un certo punto del romanzo si scopre una cosa sul filo del fantascientifico. Una cosa che ci permette, in effetti, di considerare questa prova di Ishiguro come un romanzo ibrido, una commistione di generi. Allo stesso tempo, però, questa parte non mi è mai parsa centrale nella vicenda. Non mi è mai sorto il pensiero di discutere circa questa verità, che potrebbe invece portare a grandissimi discorsi sull’etica. Al contrario, questo particolare ha contribuito a focalizzarmi ancora di più sulle vite dei tre giovani protagonisti.
Non è tanto il cosa sono, che mi ha fatto pensare, ma il come vivono. E, indovinate un po’, più le osservi e più ti rendi conto che queste persone siamo noi. Siamo noi ogni santo giorno.

Durante un’intervista, in una domanda che faceva tipo: perché i protagonisti non fuggono dal loro destino? Ishiguro risponde:

Per andare dove? Sono educati fin da piccoli a pensare che il loro scopo sia importante. E poi quanti di noi vivono situazioni infelici, un matrimonio sbagliato, un lavoro non amato, eppure rimangono lì. Il film è triste perché è una metafora della condizione di tutti. […] Al pubblico che si chiede: che senso ha vivere così, io rispondo: che senso ha vivere in generale, allora.

La verità è che, appunto, la fine ultima di Kathy, Tommy e Ruth non è il nocciolo della questione. Il succo è come vivono prima di quella fine. Quella fine è una sorta di accelerazione del tutto.

Mentre leggevo questo libro non potevo fare a meno di pensare a quanto potesse essere un romanzo sulla crescita.
C’è la parte dove i protagonisti sono bambini e vanno a scuola, ricevono un’educazione che, in qualche modo, li incasella, li ‘formatta’, da loro delle linee entro cui stare. C’è poi l’adolescenza e la scoperta, per esempio, del sesso, in quel modo tipico dei ragazzi dove ognuno fa finta di saperne più degli altri, di avere più esperienza degli altri, senza che sia necessariamente vero. Poi è il momento di lasciare la scuola e allora la narrazione si fa più incerta. Cosa succederà? Quando succederà quello che desidero? Ma poi, accadrà?

Ciò che intendo dire è che tutti noi stavamo lottando per adattarci alla nostra nuova vita, e immagino che tutti noi facessimo cose che avremmo rimpianto in seguito.

C’è anche un momento, in una sorta di ambientazione di stallo tra la giovinezza e l’età adulta (che è poi l’unico luogo geografico ‘reale’), in cui i ragazzi si metteranno a cercare una particolare figura che sembra essere connessa con Ruth. Quella figura non è solo una sorta di parentela, di legame con il mondo ‘fuori’ dal loro. Quella figura rappresenta il futuro, la speranza di poter realizzare un proprio desiderio, la possibilità di riuscire a realizzarsi davvero, un po’ come quando da ragazzini sogniamo di diventare un calciatore famoso, o un astronauta.
Ecco, quell’inseguimento, quello stare alle calcagna di una possibilità, mi ha fatto molta tenerezza. Sembravano bambini intenti a giocare ma, allo stesso tempo, estremamente coscienti di quello che stavano facendo. E c’era la paura, la paura di essere scoperti, certo, ma anche di scoprire qualcosa che non vorrebbero scoprire. Capire che, forse, quel futuro non è il futuro che li attende. Proprio come quando, dopo qualche anno passato a giocare nella squadra del paese, si capisce che non si è il nuovo Ronaldo, che la propria vita dovrà essere altro.

È un po’ il preludio al risveglio. Un brusco risveglio, che ad alcuni capita prima, ad altri dopo. Ma è inevitabile. È devastante.

E poi, a concludere tutto, la domanda finale: l’amore ci può salvare?
E la triste risposta: no. L’amore non ci può salvare, ma se per puro caso riuscissimo a coglierlo davvero, quell’amore… se per caso riuscissimo veramente a sentirlo, ad accettarlo nella nostra vita, riusciremmo a vivere meglio. Ad avere meno rimpianti.

I rimpianti.
Credo che Non lasciarmi sia una grandissimo romanzo sul rimpianto, sull’accorgerci troppo tardi delle cose. Passiamo una vita a far finta che tutto ci vada bene così, che un tal sentimento sia pura immaginazione, che un tal impulso sia da controllare perché solo passeggero. Ma poi diventiamo vecchi, ci guardiamo indietro e ci chiediamo: che cosa ho fatto?
O peggio: che cosa non ho fatto?

Ci sono cose che rischiamo di non cogliere, o non voler cogliere, mentre percorriamo questa vita. E forse è giusto così. Forse è corretto non riuscire a cogliere tutto nel momento perfetto.
Ma c’è la possibilità, sempre, di rimediare.

Lo ammetto, subito dopo aver chiuso l’ultima pagina sono rimasto un po’ spaesato. La prima parte del libro mi è risultata piuttosto fredda, molto distaccata, e mano a mano che la storia procedeva rimanevo leggermente sconcertato da una mancanza di… non so, forse di un colpo di scena che cambiasse tutto, forse di una fuga, una vittoria o la parvenza di una fine ben più tragica o, al contrario, ben più felice. E invece niente.
Ma poi ho capito. Ho capito che questa storia doveva scorrere così, con questo ritmo, queste parole, queste vicende. Perché è una storia ‘comune’. L’elemento fantascientifico mi aveva tratto in inganno perché mi aveva portato a considerarlo più importante del previsto. La verità è però che questo romanzo parla in maniera tremendamente lucida della nostra realtà. Del nostro oggi. Anzi, del nostro oggi personale, piccolo, privato.

E poi Kathy ha iniziato a parlarmi.
Dopo aver concluso il libro ho iniziato a sentire la sua voce.
Forse sembro pazzo a scriverlo, ma questa sua voce continuo a sentirla. Nei momenti più disparati, nei miei pensieri, Kathy mi sussurra la sua storia, o forse la mia. Allora mi fermo e mi chiedo se rimpiango qualcosa e, beh, non trovo il coraggio di dirmi di sì. Allora lei mi parla ancora.
Forse non smetterà più.
Forse è giusto così.

***

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro
Traduzione di Paola Novarese
298 pagine, 13,00 €, Einaudi

ALongTail: Una bussola per trovarci

Qualche tempo fa, sul profilo Twitter di Salani, leggevo il ‘cinguettio’ di una persona che consigliava la trilogia di Queste Oscure Materie a chi, e cito, “ha voglia di viaggiare con la fantasia”.
Ho subito pensato che fosse una motivazione… interessante, per un libro come questo.

Certo, è indubbio che Philip Pullman sia stato capace di creare una grandissima avventura, un mondo fantastico complesso e ben gestito, intrigante al punto giusto. Basti pensare che già nelle prime pagine riesce a inserire alcuni elementi come la Polvere, i daimon e i Panserbjørne con grande scioltezza, senza però spiegare nulla se non il giusto, e facendoti quindi salire una curiosità che non può essere frenata con qualche informazione presa da Wikipedia.
Dico questo giusto per far capire che è vero che chi vuole viaggiare con la fantasia, in questa saga riuscirà a trovare cose molto buone.

Però è anche vero che se penso a Queste Oscure Materie, la prima cosa che mi viene in mente non è certo di consigliarla a questo tipo di persone, perché non è la fantasia la chiave più importante per accedere al mondo di Lyra Belacqua.
La Bussola D’oro, La Lama Sottile e Il Cannocchiale d’Ambra formano un terzetto di grande ispirazione e capace di affrontare tematiche molto forti, di quelle che condizionano tutt’ora gran parte delle nostre vite, e lo fa in maniera decisa e sicuramente unica, tanto che la bellezza del mondo fantastico potrebbe tranquillamente essere messa in secondo piano rispetto a quanto raccontato davvero.

In vista della pubblicazione del primo volume de Il Libro della Polvere, La Belle Sauvage, una nuova trilogia che racconta vicende in qualche modo parallele a quanto raccontato in Queste Oscure Materie, dedicherò tre post a questa grande saga. Uno per ogni volume, sebbene sia difficile dividere il tutto.

Oggi ci soffermiamo su La Bussola d’Oro (per la trama vi rimando al sito Salani).

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Queste Oscure Materie nasce dal desiderio del suo autore di scrivere una sorta di versione moderna del Paradise Lost di Milton, il poema epico che narra di Adamo ed Eva e della caduta di Lucifero.
Anche il titolo della trilogia deriva dal poema, e precisamente dal libro due, versi 910-920:

Into this wilde Abyss,
The Womb of nature and perhaps her Grave,
Of neither Sea, nor Shore, nor Air, nor Fire,
But all these in their pregnant causes mixt
Confus’dly, and which thus must ever fight,
Unless th’ Almighty Maker them ordain
His dark materials to create more Worlds,
Into this wilde Abyss the warie fiend
Stood on the brink of Hell and look’d a while,
Pondering his Voyage; for no narrow frith
He had to cross.

Da notare, tra l’altro, che il primo volume della trilogia, La Bussola D’oro, in originale si intitola Northen Lights. È nella versione americana che viene adottato il nome usato poi anche per il mercato italiano, e sembra che questo sia successo per un fraintendimento tra editore e autore. Pullman, infatti, in un primo momento aveva supposto di chiamare la trilogia The Golden Compasses, ovvero LE bussole d’oro, sempre da un verso del Paradise Lost, libro sette, versi 224-229:

Then staid the fervid wheels, and in his hand
He took the golden compasses, prepared
In God’s eternal store, to circumscribe
This universe, and all created things:
One foot he centered, and the other turned
Round through the vast profundity obscure.

È interessante notarlo perché, UK a parte, il titolo di ogni libro corrisponde così a un artefatto che, effettivamente, serve ai protagonisti dei libri per circoscrivere, in qualche modo, l’universo in cui vivono. Bussole speciali per orientarsi e capire e quindi accettare. Se c’è infatti un messaggio che più di tutti incontra le mie corde, e le corde di A Long Tail, questo è la comprensione e l’accettazione di sé.

Ci si sofferma spesso a parlare del tema religioso di questi libri (e ci arriverò anch’io, ovviamente) ma, ancora una volta, è riduttivo relegare la trilogia a questa singola tematica.
Il bello e il difficile della storia di Pullman è che in verità non si può raccontare del tutto con un post su un blog, nemmeno con tre. Ci servirebbero almeno un paio di saggi. Perché si tratta di materia complessa. Materia Oscura, mi verrebbe da dire. Perché questa saga è davvero multistrato, capace di offrire più interpretazioni, più significati, e alcuni strati sono davvero profondi.

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Rileggendo i libri mi ha colpito questo tema dell’accettazione, dicevo. Un discorso che non ero riuscito a cogliere alla prima lettura.
È un ‘percorso’ che viene declinato ad ogni volume in maniera diversa. A mio modo di vedere, nella Bussola d’Oro si tratta in particolar modo l’accettazione di sé nel senso di comprendere chi si è e di accettarlo. È una comprensione che non finisce nel primo volume e che diventa tale solo dopo aver accettato ‘altre cose’ in momenti successivi. Ma qui, in questa prima parte della storia, Lyra deve accettare di essere Lyra in quanto persona, deve capire chi è e accettarlo se vuole continuare la sua avventura.

Lyra viene subito descritta come una bambina piuttosto ribelle. Non è la classica eroina con cui ti viene da empatizzare subito. Devo anzi dire che, probabilmente, se l’avessi incontrata a scuola mi sarebbe pure stata antipatica, almeno all’inizio. Perché è terribile. Disordinata, sporca, crudele in qualche modo. Non è un maschiaccio, è anzi piuttosto femminile a mio modo di vedere, ma ama la guerra, la sfida, infrangere le regole. Ruba barche e reliquie dalle tombe, sale sui tetti, spia. È una che ti prende in giro, che ha poco rispetto. Non è, insomma, una persona facile. È fin troppo sicura di sé, tenace, caparbia e coraggiosa. Anzi, no, forse più che coraggiosa, almeno all’inizio, è spavalda e spregiudicata.

Pian piano, però, mano a mano che la storia avanza, Lyra scoprirà innanzitutto di non essere esattamente quello che credeva, e questo in molti sensi. Dovrà per esempio riuscire ad accettare chi sono i suoi genitori, quindi comprendere e ‘abbracciare’ una vera identità anagrafica che non è quella che avrebbe sognato. Ma dovrà poi riuscire a capire che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che ad ogni sua decisione seguiranno azioni e che le sue, di decisioni, non saranno sempre le migliori. Dovrà capire quanto è forte e quali sono le sue debolezze. Dovrà accettare di poter sbagliare, di non essere invincibile, di poter soffrire e rischiare grosso. Dovrà anche capire che non può esattamente essere chiunque lei voglia.

Solo di rado si era messa a pensare a se stessa, prima di allora, e trovò la cosa interessante ma scomoda: proprio come cavalcare l’orso, in effetti.

È un tema complesso, quello dell’accettazione. Un tema che viene sminuzzato in mille parti e sparso lungo il sentiero; solo una volta ricomposto dona una visione più ampia.
Già il fatto che i daimon assumano una forma definitiva una volta diventati adulti racchiude un po’ l’idea di scoprire e capire chi si è. Anche Lyra lo dirà, nei volumi successivi, che è più facile capire una persona con un daimon rispetto a una che non ce l’ha, tipo noi.
E sempre a è proposito dei daimon, ad un certo punto si dirà che in molti sperano che il loro daimon si stabilizzi in un animale forte, come un leone, o una tigre, ma che raramente succede. Ecco, anche in questo caso, si tratta di saper capire chi si è davvero e accettarlo senza troppe riserve, come quel marinaio che non può mettere piede a terra perché il suo daimon è un pesce, o un delfino.
Ma c’è anche la figura di Ioufur Raknison, il re degli Orsi Corazzati, che serve a capire questa tematica. Ioufur vuole essere un umano. Vuole essere altro. E questo suo concentrarsi a essere altro lo porta a diventare più debole, meno attento.

Ma non si può mutare quel che si è; solo ciò che si fa.

E in quest’ottica Lord Asriel diventa simbolo del raggiungimento di un’autocoscienza piuttosto forte. Lui ha accettato di essere se stesso e infatti riesce a far grandi cose. Terribili, a volte, certo, ma grandi. Come direbbe Silente.

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Illustrazione di Rory Phillips.

Lyra è alla ricerca di sé senza neanche saperlo.
Del resto, come dice Silvia Costantino nel suo saggio Sulla soglia. Adolescenze e riti di passaggio, presente all’interno di Di tutti i mondi possibili, e che potete leggere qui:

La bravura di Pullman, e di molti altri autori del genere, non sta nel raccontare l’adolescenza come un momento di passaggio, di crescita positiva in cui il mondo adulto è la meta felice, ma di mostrarne il lato oscuro, la zona d’ombra: quella che impedisce al mondo di dispiegarsi nella sua magica interezza, perché le sovrastrutture dell’età adulta creano una cortina dalla quale è sempre più difficile districarsi. Certe ‘oscure materie’ non sono solo le arti magiche contro cui la giovane Lyra Belacqua è costretta a combattere, sono anche la sostanza di cui è fatta l’adolescenza, quel rimestare torbido e ignoto in cui un po’ per volta bisogna immergersi, senza la certezza di ritornare in superficie.

E ancora:

C’è una componente di elaborazione del lutto, nel momento in cui si diventa giovani adulti. È il momento in cui si sceglie di reagire al caos e alla paura e si fa una scelta, lasciandosi dietro le certezze felici dell’infanzia.

Lyra imparerà a conoscersi, o a conoscere una nuova sé. Imparerà ad affondare nel torbido della vita, sua e altrui, per scoprire cosa si nasconde dentro di lei. E accettandola andrà avanti. Solo accettandola potrà procedere.
Del resto, come ci ricorda pure la Costantino e Wikipedia, Belacqua è il nome di uno spirito nell’Ante-Purgatorio di Dante. Belacqua e le altre anime dell’Ante-Purgatorio sono intrappolate tra due mondi e non hanno piena comprensione di se stessi. Sebbene su Wikipedia sia scritto che non si sa se questo fatto abbia qualche connessione con Lyra, può apparire piuttosto logico pensare che Lyra è, proprio come il Belacqua dantesco, intrappolata tra due mondi in almeno due modi: tra il suo mondo e gli altri che esplorerà, e tra l’infanzia e la vita adulta.

Tra l’altro, tornando al discorso dei titoli, ammetto di preferire quelli della versione italiana perché mi piace la continuità creata dalla presenza di uno strumento. Ma ammetto che Northen Lights è particolarmente azzeccato per il primo volume perché le luci del nord, per Lyra, sono prima di tutto una sorta di mito, poi un sogno, poi la destinazione di un viaggio importante che vuole intraprendere e successivamente la meta che sente di dover raggiungere, e in fine luogo di tormento e di rivelazione. Riassumono perfettamente l’idea del diventare adulti, che si vuole raggiungere ma allo stesso tempo no, perché offre cose belle ma è anche misteriosa.

C’è poi la tanto discussa parte religiosa.

In America, in alcune scuole, è perfino stata bannata la lettura di questi libri per via della loro componente religiosa. O sarebbe meglio dire anti-religiosa?

È facile capirne i motivi. Il mondo di Lyra è governato dal Magisterium, una chiesa che si rifà al credo cattolico con tanto di mitologia affine. Ovviamente, avendo il Magisterium molto potere politico, c’è una sorta di ‘libertà d’oppressione’ che porterà perfino a esperimenti sui bambini. Tutto in nome di dio, ça va sans dire.

È facile pensare che Pullman sia antireligioso, ma non sarebbe corretto. O, almeno, non dovremmo vedere il libro esclusivamente in quest’ottica.
La storia di Pullman racconta di come l’estremismo religioso, o se vogliamo il fanatismo in genere, porti alla rovina della vita. E se non è attuale questo…
Ma è importante non soffermarsi sul puro aspetto religioso della questione, perché si tratta di qualcosa di ben più ampio. Pullman si schiera contro tutto quello che vuole limitare il piacere che sa donarci la vita. E se quest’aspetto viene maggiormente approfondito nei volumi seguenti della trilogia (dove verranno esplicitati certi scopi), risulta difficile, per esempio, non mettere in relazione l’Intercisione con l’infibulazione, perché l’idea dietro l’Intercisione è proprio quella di mantenere le persone ‘pure’, qualsiasi cosa questo significhi, di togliere certi ‘peccati’ originari.

Indubbiamente la religione, qualunque essa sia, è la prima promotrice di questo tipo di propaganda contro il piacere, e la strega Ruta Skadi sarà piuttosto diretta, al riguardo, ma qui non si tratta di dio o non dio, si tratta di saper vedere e quindi accettare (di nuovo) e apprezzare i piaceri della vita. Piaceri che vengono venduti come dolori, da questi estremismi.

Vedi, il tuo daimon è un amico e un compagno meraviglioso fino a che sei giovane, ma nell’età che noi chiamiamo pubertà, l’età alla quale tu arriverai fra molto poco, cara, i daimon ti portano ogni sorta di pensieri e sentimenti dolorosi, ed è questo che da spazio alla Polvere.

E forse il dolore e il piacere sono le due facce della stessa medaglia. Forse non può esserci l’uno senza l’altra, e allo stesso tempo un piacere non è capace di oscurare un dolore?

Solo che Lyra è intelligente. Ha seguito degli adulti che vedevano nella Polvere qualcosa di negativo, ma ha scoperto che facevano cose orribili. Se ci fosse quindi la possibilità che la Polvere sia una cosa… buona?
È questo che lei e il suo daimon Pantalaimon si chiedono alla fine de La Bussola d’Oro, ed è questo che li porterà in un altro mondo a scoprire cose nuove, cose che dovranno essere acc

ettate, cose che la faranno crescere, evolvere, cambiare. A scoprire che, forse, nel piacere si nasconde sempre un po’ di dolore, e che il bello è pure questo.

***

La Bussola d’Oro
di Philip Pullman
Traduzione di M. Astrologo e A. Tutino
357 pagine, 10,00 €, Salani

#ATailOfTales: Virginia Woolf

Leggere Virginia Woolf a dodici anni.
Mi sembra quasi impossibile.

La prima volta che affrontai Virginia fu dopo la visione di The Hours, il film tratto dal romanzo di Michael Cunningham che valse un oscar a Nicole Kidman.
Stiamo parlando di almeno tredici anni fa, quindi io avevo circa diciott’anni.
Avevo adorato alla follia quella trasposizione e mi misi in testa di leggere La Signora Dalloway.
Si rivelò un’esperienza frustrante. Quella scrittura così densa, così descrittiva, in qualche modo, così poco parlata… dovetti abbandonarlo, ma ci rimasi malissimo. Avevo amato la Woolf che avevo conosciuto tramite la Kidman. Me l’ero sentita vicina. Ma non ero riuscito a riscontrare la stessa affinità mentre la stavo leggendo.
Poi scoprii il Diario di una scrittrice, mi si aprì un mondo, l’amore tornò, e ora credo che Mrs. Dalloway sia uno dei miei libri preferiti in assoluto.

Tutto questo per dire che no, probabilmente Virginia non è una lettura di quelle da consigliare a un ragazzino. E questo perché Virginia è una grande osservatrice e riesce a scrivere i pensieri e le sensazioni di un suo personaggio con una vividezza impressionante. Ma forse bisogna pure avere la giusta età per poter condividere, o comunque capire, almeno in parte, quei pensieri, altrimenti si rischia di non trovarci nulla se non uno sproloquio infinito.
Virginia è una scrittrice di persone. O almeno io la vedo così. Molto sottile. Tagliente. Anche spiritosa, certo, ma acuta. E forse a dodici anni non si è ‘acuti’ abbastanza per comprendere del tutto i propri sentimenti, figurarsi quelli degli altri!
Forse non lo si è mai…
Ma proprio per tutto quello che ho detto fino ad ora, Virginia può e deve essere una ‘cosa di tutti’, perché lei, appunto, parla delle persone. Non parla di situazioni, parla della gente. E la gente siamo noi.

Solo che un conto è leggere Woolf a vent’anni, un altro a dodici.
Fortunatamente per me, e per voi, Virginia c’è venuta incontro e tra i suoi scritti ce n’è almeno uno che potrebbe essere indirizzato proprio ai ragazzini. (Ce ne sarebbe pure un altro, a onor del vero, ma magari ci ritorneremo).

Siamo nel 1923. Virginia Woolf ha 41 anni e ha già pubblicato tre romanzi. Inizia insomma a essere conosciuta, sebbene i suoi titoli più famosi debbano ancora arrivare.
Julian e Quentin Bell, i figli dell’amata sorella Vanessa, hanno rispettivamente 15 e 13 anni e chiedono alla zia di scrivere un racconto da inserire nel giornalino di famiglia, The Charleston Bullettin (evidentemente si trattava di un vizio di famiglia, visto che anche Virginia, da giovane, aveva curato un giornalino domestico: l’Hyde Park Gate News). La loro aspettativa venne in parte delusa quando la scrittrice diede loro La vedova e il pappagallo. Julian e Quentin speravano in qualcosa di più divertente e ciarliero, mentre quello che ricevettero era una sorta di fiaba moraleggiante.

We had hoped vaguely for something as funny, as subversive, and as frivolous as Virginia’s conversation. Knowing this, she sent us an ‘improving’ story with a moral, based on the very worst Victorian examples.

Conclusione: la storia col tempo andò dimenticata e venne ripescata solo nel centenario della nascita di Virginia.

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Edizione di “The Widow and the Parrot” illustrata da Julian Bell, figlio di Quentin Bell, nipote di Virginia.

Se oggi vi metteste a cercare online La vedova e il pappagallo, trovereste molti commenti che la descrivono come ‘niente di che’, una storiella quasi inutile.
Ebbene, è indubbio che non si tratti della migliore produzione della Woolf, ma allo stesso tempo è un racconto interessante e capace di condurre il lettore a una Virginia diversa da quello che si è abituati pensare.

La storia racconta di una vedova molto povera che riceve la notizia di un’eredità lasciatole dal fratello appena morto. Lei si affaccenderà per poter andare a ritirare personalmente questa eredità, ma rimarrà spiacevolmente sorpresa nello scoprire, invece della bella somma di denaro promessa, una vecchia catapecchia con dentro un pappagallo chiacchierone.
Tutto sembra perduto, perfino gli ultimi risparmi, ma il lieto fine è dietro l’angolo e viene portato proprio dal becco del pennuto, che si rivelerà un ottimo ‘complice’ dell’anziana signora.

La struttura è quindi quella di una vera e propria fiaba con tanto di happy ending e insegnamento finale: tratta bene gli animali e ne riceverai qualcosa in cambio.
Ma non possiamo limitarci a questo.
Certo, Virginia amava gli animali. Ha addirittura scritto Flush, la biografia-romanzo del cane di Elizabeth Barrett Browning, e alcune sue foto coi cani sono piuttosto famose. Risulta quindi possibile che questo messaggio fosse effettivamente condiviso.
È però una limitazione volersi fermare a ciò.

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Virginia Woolf con Pinka

La vedova e il pappagallo è anche altre cose.
È innanzi tutto una sorta di presa in giro di un cliché, quello della storiella moralista che poteva andar di moda in epoca precedente. Ed è, soprattutto, una storia che racchiude momenti irriverenti e ironici, con una vedova poco docile ma sfortunata, che si rammarica di non avere l’abito giusto per il momento, che esulta della morte del fratello,

“Perdinci” disse Mrs. Cage, “Il vecchio Joseph se ne è andato finalmente!”

e che si rallegra per un incendio che, propizio, arriva a illuminarle la via.

“Dio benedetto abbi pietà di noi!” esclamò poi. “C’è una casa in fiamme – Signore ti ringrazio.”

Non si tratta, come dicevo, di uno dei capolavori firmati Woolf, ma potrebbe davvero essere la porta giusta per accedere al suo mondo, specialmente se si è molto giovani.
La fiaba è appunto leggibile anche per i ragazzi di prima media che, comunque, potranno trovarci alcuni tratti tipici dell’autrice inglese, sebbene in fasi che potrebbero risultare ancora acerbe.
Nel leggerla, tra l’altro, troverebbero pure dei riferimenti alla vita stessa dell’autrice, infatti la maggior parte del racconto si svolge a Rodmell, dove i Woolf avevano la casa ‘di campagna’: Monk’s House, tanto che Leonard viene pure citato nel testo:

… non ci sono cascine né case su quella riva del fiume fino ad Asheham House, sede attuale di Mr. Leonard Woolf.

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Manoscritto de “The Widow and the Parrot” con illustrazioni della stessa Virginia Woolf.

Ma allo stesso tempo, poi, si troverebbero dinanzi a una Virginia poco conosciuta.
In genere, infatti, se si parla con qualcuno di Virginia Woolf si tenderà a ricevere impressioni come: difficile, triste, suicida, ecc. C’è questa idea che Virginia fosse una donna, e quindi una scrittrice, sofferente, sempre sull’orlo del baratro. Ma non è così. Virginia era anche una persona piena di vita, estremamente ironica e intelligente, e ne La vedova e il pappagallo un po’ di questa sua ironia la si riesce appunto a percepire.
Mi chiedo quale dono potrebbe quindi essere entrare nel suo mondo, passando però per una porta apparentemente secondaria, con uno scritto che richiama le fiabe e le prese in giro, per poi ritrovarsi in mondi molto più complessi.
Come sarebbe far conoscere Virginia ai ragazzi, tralasciando delle idee sbagliate che ci si porta dietro da anni e passando per una visione più ‘facile’, felice e distesa. E credo sia importantissimo scardinare delle paura che possono nascere nei confronti dei mostri sacri, perché a volte è proprio questo che può frenare un lettore: la sacralità che aleggia attorno a una determinata figura.
Ma se si mostra che non è così? Che Virginia e altro?

La vedova e il pappagallo è un sentiero perfetto: una fiaba semplice per i più pigri, un racconto dai tratti spigolosi e divertiti per chi ha l’occhio più lungo.
E quale gioia poter dire: ho letto la Woolf a dodici anni senza rimanerne traumatizzato! Perché può anche essere un modo per dare fiducia a dei lettori in divenire.

La vedova e il pappagallo lo trovate in Oggetti Solidi, raccolta di tutti i arcconti curata da Liliana Rampello e pubblicata da Racconti Edizioni. Tra l’altro, la copertina di questo volume, illustrata da Franco Matticchio, deriva proprio dalla versione illustrata de La vedova e il pappagallo.

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Oggetti Solidi, di Virginia Woolf
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Adriana Bottini e Francesca Duranti
468 pagine, 19,00 €, Racconti Edizioni

Isole e desideri che si avverano

Ho un vizio. Se in un libro che mi è piaciuto particolarmente vengono citati altri libri, io devo averli. Credo che sia un processo comune a molti lettori, si tende a trasportare il gusto della lettura in corso ai titoli che in quella lettura vengono menzionati. Una sorta di trasporto affettivo che si spera venga poi ripagato.

In questo particolare caso, la colpa va data a L’arte di collezionare mosche, di Fredrik Sjöberg, che cita L’uomo che amava le isole di D. H. Lawrence. Un titolo che ho trovato curioso e la cui storia mi ha affascinato.
Ho faticato un po’ per riuscire a leggerlo perché in un primo momento non era disponibile, poi è stato ripubblicato in un’antologia che io, pigramente, non ho recuperato e ora, finalmente, viene riproposto in solitaria, da Lindau.

È stata una lettura inaspettata.

Conoscevo a grandi linee la storia, ma quella che mi sono ritrovato davanti si è rivelata più una sorta di fiaba, con tutti i pregi e i limiti del caso, che un racconto vero e proprio. Una storiella veloce, divisa in tre scene, che veicola un messaggio senza nascondercelo, raccontandoci di un uomo che cerca di ‘costruirsi’ un’isola ideale, ma nessuna sembra davvero soddisfarlo (o assecondarlo) salvo la terza, dove si troverà in completa solitudine e dove tutto capitolerà.

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Sembra che Lawrence fosse affascinato dalle isole.
Ha vissuto, per esempio, in Sicilia per circa un anno, e ha visitato la Sardegna e lo Sri Lanka. Molte altre isole appaiono poi nella sua narrativa, isole geografiche ovviamente, ma anche luoghi di isolamento, e spesso come una sorta di luogo dove raggiungere, e magari vivere, un qualche assoluto che inevitabilmente si concluderà malamente.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, Lawrence penserà addirittura di fondare una sorta di isola, Rananim, un’utopia, un’isola benedetta, una comunità per pochi, proprio come i luoghi de L’uomo che amava le isole. L’autore vedeva infatti la fuga come unica salvezza possibile da quell’Europa devastata dagli scontri bellici, e il fallimento di questo suo progetto sembra aver molto ispirato il racconto e infatti, in una sua lettera del 7 novembre 1916 indirizzata all’amico Samuel Koteliansky, già si intravede quello che sarà poi il finale del racconto: “my Rananim, my Florida idea, was the true one. Only the people were wrong. But to go to Rananim, without the people is right, for me, and ultimately, I hope for you.”

In qualche modo L’uomo che amava le isole è proprio la conclusione di questo progetto, una sorta di manifesto, di epitaffio, che sancisce la morte di Rananim e del progetto utopico.
Lawrence concepisce infatti questo ‘luogo speciale’ sempre lontano dalla civiltà, in luoghi selvaggi, dove l’uomo deve tornare in qualche modo primitivo. Solo che, costantemente, l’uomo fallisce. L’utopia fallisce. È il suo destino.

È un fallimento graduale e non previsto dal protagonista, comunque, che comincia la sua avventura acquistando un’isola che include anche degli isolani, scelti per servire al padrone, quindi tuttofare, contadini, governante, ecc. Solo che la sua idea di isolamento è qui alterata dalle ‘troppe’ persone e dal fato avverso, dalla natura che si impone con prepotenza e dalle risorse economiche che scarseggiano.
Quindi si passa a una seconda isola.

La seconda isola è più piccola e gli abitanti si contano sulle dita di una mano. Ma anche qui non tutto sembra funzionare come il protagonista vorrebbe e si passa a una terza proprietà, un isolotto più lontano e disperso, un punto e basta, brullo e piatto.

Ogni isola è ridotta rispetto alla precedente. Ridotta non solo in termini di dimensioni, ma anche di materiale che ‘contiene’, sia esso umano o naturale. Ogni isola è più scarna, più primitiva, meno ricca, così come ad ogni isola corrisponde un protagonista che tenta di allontanarsi sempre più dal resto dell’umanità.

Alla fine l’isola scomparirà del tutto, sotto uno strato di neve. Anche l’idea, quindi, non esiste più. Non esiste più niente, solo il bianco infinito dove terra e mare si confondono in un’unica superficie inospitale e apparentemente infinita.
L’idea iniziale e la realtà, insomma, non coincidono. Più il protagonista pensa di avvicinarsi alla vera essenza della sua idea di isola, e più l’isola stessa scompare. Anche la parola stessa, isola, appare moltissime volte nel testo, ma le sue apparizioni diminuiscono mano a mano che ci si sposta verso la terza proprietà. Si arriva, in pratica, a decostruire l’idea stessa di isola, sebbene all’inizio del testo ci si chieda cosa sia un’isola.

A fine lettura viene spontaneo pensare a quel modo di dire che fa: attento a quello che desideri perché potrebbe avverarsi. È un po’ quello che succede al protagonista del racconto. Lui vuole isolarsi dal mondo e finisce col rimanere completamente solo e quasi estraneo alla stessa umanità, abbandonato anche dal suo corpo e oppresso dalla natura.

Ma non si tratta solo di decostruire un sogno, un progetto, ma anche il modo in cui sogniamo, secondo me.
Perché il problema è che a volte ci ostiniamo troppo.
Abbiamo un’idea in testa, un’idealizzazione di qualcosa, e lottiamo così alacremente per concretizzarla, che alla fine nemmeno ci accorgiamo di non volerlo fare più. Siamo così immersi nella marcia verso la meta finale, che non ci accorgiamo delle cose belle che incontriamo lungo la via. Il proprietario delle isole, per esempio, potrebbe decidere di fermarsi alla seconda isola, più ‘stabile’ della prima, dove potrebbe perfino condurre un tipo di esistenza piacevole, ma lui ha questo tarlo in testa, questa paura, quasi, di abbandonare il suo progetto e di attaccarsi ad altro, che si ostina a continuare la sua ricerca.

Siamo vittime di noi stessi? Dei nostri sogni? Dei nostri modi di pensare?
Stiamo cercando isole in cui moriremo o stiamo cercando la felicità? Perché forse il problema è tutto qui: spostiamo il nostro sguardo dallo scopo della nostra ricerca (fare qualcosa che ci renda contenti) alla ricerca stessa, non capendo che una ricerca può essere interrotta.
E forse potrebbe volerci una ‘fiaba’ come questa per comprenderlo.

***

Bibliografia:

La poesia è morta?

Quando John Lehmann chiederà a Virginia Woolf se secondo lei la poesia fosse morta, la grande autrice inglese non potrà trattenersi dal rispondere. E questo voler rispondere farà scattare un’idea che si tramuterà in una sorta di pamphlet intitolato Lettera a un giovane poeta.

In questi giorni l’operetta è tornata in libreria grazie agli amici di Lindau che l’hanno ribattezzata Lettere a un giovane poeta, avendo infatti aggiunto un’ulteriore lettera di Virginia a Lehmann, dove la scrittrice tenta di inquadrare meglio l’opera principale.

Chi di voi segue il progetto @aboutwoolf, su Twitter, avrà già avuto modo di conoscere qualcosa a proposito di questo libercolo, ma mi piaceva l’idea di ritornarci per dire altre due parole.

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La lettura delle Lettere a un giovane poeta ha coinciso con il desiderio di mio figlio di tre anni di sentirmi leggere ad alta voce libri che non fossero i suoi. Così, ben comodi sul lettone, io sono partito a declamare e lui si è messo ad ascoltare.
È stato un esperimento interessante perché ho notato una cosa: il pupo era silenzioso, attento, ammaliato. Non perché sia un genio o perché riuscisse davvero a capire i significati di quei discorsi (sebbene alcune cose l’abbiano fatto ridere), ma perché Virginia ha un ritmo meraviglioso. Leggere queste lettere ad alta voce è uno spettacolo di tempi, suoni, pause, lunghezze.
Il ritmo! Non può essere considerata solo una lettera.
Non può essere considerata saggistica.
È poesia.

Ma al di là di questo, cosa può dirci quella che, in fondo, è un’opera minore, secondaria della Woolf.

Beh, per prima cosa ci dimostra, ancora una volta, che Virginia era molto divertente, e infatti si ride anche, seguendo i suoi consigli.

Ma soprattutto ci regala una risposta che in letteratura, ma non solo, potremmo usare spesso: niente muore davvero, se non lo lasci morire.
“La poesia è morta?” mi ricorda infatti il più contemporaneo “Il romanzo è morto?”, e leggendo queste poche pagine si capisce che la poesia, il romanzo, l’arte… queste cose non possono morire, al massimo possono essere fatte male, al massimo si può rimanere impigliati nell’io sbagliato che ti porta a seguire strade dissestate che non conducono da nessuna parte, se non al disastro.

Ho idea che il proprio io non abbia limiti, l’io da il via alla danza, l’io obbedisce al ritmo; è certo più facile scrivere una poesia su se stessi che non su chiunque altro. Ma cosa intendiamo per quell'”io”? Non l’io che Wordsworth, Keats e Shelley hanno descritto – non l’io che ama una donna oppure odia un tiranno, o medita sui misteri del creato. No, l’io di cui ti stai occupando è estraneo a tutto ciò. È l’io che la sera ti trova seduto nella tua stanza, solo soletto con le tende tirate.

E poi ci ricorda che scrivere non è pubblicare. E a me vien da pensare a quanto questo sia attuale e necessario e giusto e fin troppo dimenticato.

Ma se farai tanto di pubblicare, la tua libertà verrà tarpata: ti chiederai cosa pensa la gente; scriverai per gli altri quando dovresti scrivere per te stesso. E che senso può avere frenare quel flusso di spontaneità anche sciocca che sarà tuo appannaggio – sublime appannaggio – solo per pochi anni ancora, pur di pubblicare seriosi volumetti di versi sperimentali? Per soldi? […] Per essere recensito?

Lettere a un giovane poeta è insomma una lettura breve e vivace che da pochi ma preziosi consigli. Ai poeti, ma non solo.

Ma ci mostra anche il pensiero di Virginia stessa, che non si limita a parlare di poesia, ma anzi, facendo finta di dare consigli ci mostra il suo mondo e le sue idee sulla letteratura e la persona e chi le sta attorno e chi l’ha preceduta.
È un piccolo spiraglio, questo, uno spioncino per intravedere quello che la Woolf è. Ovviamente, poi, per comprenderla davvero si dovrà almeno tentare di aprire la porta.

Leggere, lo sai, è un po’ come aprire una porta e lasciarsi invadere da orde di barbari…

 

Lettere a un giovane poeta
di Virginia Woolf
Traduzione di Camilla Salvago Raggi
52 pagine, 10,00 €, Edizioni Lindau