La lezione del maestro

Nel saggio Fuochi, contenuto ne Il mestiere di scrivere, Raymond Carver racconta che, prima di diventare l’autore di Cattedrale, la scelta del racconto (e della poesia) come forma narrativa prediletta è stata ‘forzata’ dalla sua condizione famigliare:

Erano comunque le circostanze a imporre, fino al limite estremo, le forme che la mia scrittura avrebbe potuto assumere. […] Fossi stato capace di mettere insieme i miei pensieri e di concentrare le mie energie su un romanzo, dico, non mi sarei comunque trovato nella condizione di poter attendere un pagamento che, se pure fosse arrivato, sarebbe rimasto per strada per qualche anno. Non riuscivo a vederla, la strada. Dovevo mettermi a tavolino e scrivere qualcosa da finire ora, stasera, al massimo domani sera, non più tardi, al ritorno dal lavoro e prima di smarrire l’interesse.

Due figli piccoli e un “lavoro di merda” gli facevano avere poco tempo e pochi soldi. Da qui l’esigenza di ottimizzare entrambi.

Un pensiero simile a quello di Carver deve averlo avuto pure il giornalista Theodore Child, che trovava nella moglie e nei figli la causa della scarsa qualità letteraria delle ultime opere di Alphonse Daudet. Secondo Child, avere una famiglia portava a produrre indiscriminatamente a buon mercato. Con le relative conseguenze.

La famiglia come ‘rovina’ dell’arte, in pratica.

E noi sappiamo quale fosse il pensiero di Child perché il suo amico Henry James, in data 5 gennaio 1888, annotò nel suo taccuino proprio queste esternazioni, dei pensieri che porteranno lo scrittore americano naturalizzato inglese a comporre una novella ambigua come La lezione del maestro, incentrata proprio sull’idea della vita matrimoniale come impiccio alla scrittura.
L’idea non doveva comunque essere del tutto nuova a James. Nel suo diario, infatti, in data 4 luglio 1926, Virginia Woolf annota un incontro con H. G. Wells in cui all’autore viene chiesto proprio di parlare del collega James.

Poi si è alzato per andare; gli abbiamo chiesto di restare e di parlarci di Henry James. Così si è seduto. Oh mi piacerebbe restare e parlare tutto il pomeriggio, ha detto. Henry James era un formalista. Pensava sempre ai vestiti. Non era amico intimo di nessuno – nemmeno di suo fratello; non si era mai innamorato.

Un’assenza di famiglia, quindi. Anche qui. E indubbi risultati in campo letterario.
Era destino. Tutto questo non poteva non finire, prima o poi, in qualche opera.

f434b64d08afce8af2d17fcc83f4cf43_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

La Lezione del maestro racconta di un giovane scrittore, Paul Overt, che arriva a conoscere, in parte grazie a una ragazza di cui si innamorerà, l’autore da lui idolatrato Henry St. George. Questi mette in guardia il giovane discepolo dalle insidie dell’amore e della famiglia che considera i nemici principali della creatività. Lo invita a seguire la sua vena letteraria senza congiungersi con nessuna e Overt lo ascolta, scappando da tutto per circa due anni. Al suo ritorno avrà tra le mani quello che sembra un capolavoro, ma verrà a conoscenza di una notizia che sembra farsi beffe del suo sacrificio.

La lezione del maestro è una novella apparentemente molto semplice. La trama è lineare, priva di grandi risvolti e, anzi, quello che potremmo definire il ‘colpo di scena’, o meglio la ‘beffa finale’, è in realtà piuttosto prevedibile.
La chiave di tutto è però la conclusione.
Il finale che a un certo punto il lettore riesce a prevedere, quando ci viene raccontato da James risulta molto più ambiguo di quanto ci si potrebbe aspettare e carica l’intera vicenda di un dubbio che non si risolve.

Del resto, questa è parte delle caratteristiche del lavoro di James, come ci fa infatti notare Michel Butor nel saggio The Europeans e The Bostonians, posto a prefazione dell’edizione Mondadori de Gli Europei:

James ha trattato con attenzione sempre maggiore scene scelte con sempre maggior cura in base all’ampiezza delle loro implicazioni. Egli si impegna a restituire, come uno studioso di fenomenologia, un'”apparenza” […] di qui l’importanza della costruzione delle sue storie del o dei punti di vista a partire dai quali esse sono raccontate, nonché di quello che non si sa, che si indovina, si intuisce.

Ecco, La lezione del maestro regala al lettore molti ‘non si sa’.

St. George, il maestro, ha dato un consiglio a cui credeva davvero? Oppure il suo era un escamotage per sbarazzarsi del giovane Overt o, perché no, per prendersi semplicemente gioco di lui? E Overt crede davvero alle parole del maestro, pur avendo conosciuto la sua famiglia? E Marian Fancourt, la bella ragazza di cui si innamora il protagonista, in soldoni, ci è o ci fa? È davvero una ragazza arguta, colta, intelligente come spesso ci viene descritta? Oppure anche in questo caso siamo dinanzi a una bugia e la verità è che si tratta dell’ennesima sempliciotta bella e ricca per le cui grazie un intellettuale potrebbe pure chiudere un’occhio sulla mancanza intellettiva?

Ma le domande potrebbero non finire qui.
Il dubbio che si insinua a fine lettura potrebbe andare più in profondità e ‘sconvolgere’ tutta l’idea che ci eravamo fatti di questa storia. Non solo, quindi, ci ritroviamo a metter in dubbio il nodo centrale del racconto, ovvero il consiglio del maestro al suo discepolo, ma anche tutto quanto ci viene raccontato prima. Ecco allora che iniziamo a dubitare delle reali capacità di Overt come scrittore, per esempio, o del suo pensiero circa le ultime opere del suo idolo. E sarà poi davvero un capolavoro, quello che ha scritto nei due anni di esilio volontario? E se non fosse andato in esilio, che risultati avrebbe ottenuto? E St. George, da sposato, davvero non riuscirà più a scrivere una grande opera?

henry-james

Henry James

La bravura dell’autore sta nel ‘riscrivere’ tutto quanto è stato raccontato prima, con l’ausilio delle sole ultime pagine. Perché una volta chiuso il volume, viene spontaneo rivedere l’intera vicenda sotto un’altra prospettiva. Viene naturale voler ripercorrere l’intera narrazione alla ricerca di indizi, indicazioni, risposte.
Ma non c’è presa di posizione.
Partendo da un discorso che vuole puntare sul rapporto arte-famiglia, sul come l’una influenzi l’altra e viceversa, James racconta una storia in cui si rifiuta di dare una risposta che sappia confermare o contrastare quanto esposto dall’amico Child. Rimane neutrale sebbene la sua vita possa lasciar supporre altro.

Ma il lettore riuscirà a rimanere altrettanto neutrale?
Oltre alle svariate ambiguità scatenate dall’autore a fine lettura, l’ennesimo dubbio che è sorto in me riguarda la possibilità che questo racconto serva a leggere più noi che il pensiero dell’autore. Certo, l’arte in genere dovrebbe (anche) servire a conoscerci meglio, ma credo che in questo caso ciò assuma contorni più ‘concreti’. Sebbene James non fornisca davvero prove circa la veridicità di una teoria piuttosto che di un’altra, quasi inevitabilmente ogni lettore è portato, per sua natura, a ritenere più probabile una sola delle possibili realtà. Mi verrebbe anche da pensare che l’ipotesi più diffusa sia quella che vede Overt come il personaggio caduto in una trappola ben congeniata dal suo ‘rivale’, ma senza per forza di cose entrare nello specifico, ritengo possa essere interessante che ogni lettore chieda a se stesso cosa crede. Perché mentre facevo ricerche per questo post, mi è capitato di imbattermi anche in alcuni commenti che definivano questo libretto come per nulla ambiguo… e non è questa una cosa stupefacente? Non è forse in questo modo che la narrazione di James ci sta regalando qualcosa di davvero interessante?
Come intendiamo, noi, questo rapporto tra famiglia e arte? A chi ci viene da credere?A cosa? E questa nostra propensione cosa dovrebbe raccontarci di noi stessi?

Forse, dunque, non è tanto il pensiero di James a contare. Non è l’idea che si è fatto Overt o il vero piano di St. George ad avere peso. Siamo noi. È quello che pensiamo noi a pesare, a definire il tutto, anche quanto sta fuori dal libro.

***

La lezione del maestro, di Henry James
Traduzione di Maurizio Ascari
108 pagine, 11,00 €, Adelphi

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver
Traduzione di Riccardo Duranti
176 pagine, 12,00 €, Einaudi

The Europeans e The Bostonians, di Michel Butor
contenuto in
Gli Europei, di Henry James
Traduzione di B. Bini
265 pagine, 9,00 €, Mondadori

Annunci

Siamo solo corpi?

Siamo solo corpi?

È una domanda che potremmo (dovremmo?) porci spesso. Perché il corpo, e l’idea di corpo, e l’impressione che un corpo ci suscita ha raggiunto un’importanza tale, nella nostra società, che risulta impossibile fare a meno di farci i conti. Siamo sommersi da immagini di corpi, da lotte sociali che ruotano attorno ai corpi, da prodotti per i corpi, da filmati di corpi. Il corpo è il nostro biglietto da visita per il mondo, per chi ci sta attorno, ed è quindi normale volersene prendere cura. Ma cosa succede se il corpo prende il sopravvento su quello che siamo davvero?

Corpo_grande

Alexandra Kleeman sembra, in qualche modo, voler esplorare questo concetto, e lo fa portando all’estremo alcune situazioni che potremmo definire quotidiane.
A, la protagonista, vive infatti con una coinquilina, ha un suo lavoro da correttrice e anche una relazione sentimentale con C. Solo che B è una persona che definire particolare è poco e che vorrebbe essere come A, e C  è uno che guarda sempre la tv e in particolar modo  programmi ‘estremi’, dove con estremi intendo programmi che estremizzano alcune cose della vita rendendo una vita normale troppo lontana da quegli ideali, come documentari con squali famelici, reality show con conseguenze irrimediabili e porno.

In tutto questo, il corpo è centrale.
In queste pagine si parla molto di cibo e di trucchi, entrambe cose che vanno a modificare la nostra ‘apparenza’, ma anche di tv e di programmi televisivi e pubblicità che con il corpo giocano. Ma il corpo è solo una chiave di accesso per giungere a parlare di un problema molto più ampio: l’identità.

Il problema di A, infatti, è che lei avverte che qualcosa non sta funzionando tra lei e la sua identità.

La bomba viene innescata da B che vuole essere come lei e che con la sua presenza inquietante e disturbante riesce, in qualche modo, ad assoggettarla. A incomincia a vivere in funzione di B. Si accorge che c’è qualcosa che non funziona, ma se B le propone un ghiacciolo, lei mangia un ghiacciolo anche se ha fame. Se B le ruba il letto, lei va a dormire nel letto di B. E mentre succede questo, a diventa un po’ più come B, e B diventa un po’ più come A.

Anche C però, l’elemento che apparentemente differenzia A da B, che le rende diverse e lontane, contribuisce a questo ‘dissolvimento’ della persona.
Per lui A e B sono potenzialmente intercambiabili. Lui parla puramente di aspetto fisico (e già questo potrebbe risultare abbastanza straziante), ma la verità è che per C chiunque potrebbe prendere il posto di A, perché il loro essere coppia si basa su azioni meccaniche e non sui sentimenti. Le uniche cose che fanno insieme C e A sono guardare la tv, far il bucato, guardare la tv, fare sesso guardando la tv, guardare la tv.

Le persone sono creature fragili: esistono solo se osservate da una certa prospettiva e a una certa distanza. Se sbagli posizione potresti perderle di vista completamente.

Ma A ha qualcosa che si rompe. A un certo punto questo triangolo si incrina e A entra in una sorta di setta che ha il fine ultimo quello di ‘purificare’ le persone, rendendole luce. Ma per diventare luce si deve annullare se stessi. Tutti devono indossare un lenzuolo bianco e basta. Tutti devono mangiare le Kandy Kake, delle merendine considerate l’unico cibo puro rimasto. Tutti devono dimenticare chi sono, il loro passato… Come a dire che se si vuole essere qualcosa di buono bisogna non essere niente.

Ecco allora che Il corpo che vuoi diventa una riflessione su chi siamo davvero. E su chi vogliamo essere.

Non vorresti sentirti tutt’uno con te stessa? Essere anche tu padrona di te? Sapere una volta tanto con assoluta certezza quando respiri, quando mangi, se tu a respirare e mangiare? Che tu sei tu e nessun altro?

Il titolo originale del romanzo è You too can have a body like mine, ossia “anche tu puoi avere un corpo come il mio”, come a dire che, in fondo, se proprio volessimo, tutti potremmo avere lo stesso corpo.
Ma se tutti possiamo avere lo stesso corpo, cosa ci distingue gli uni dagli altri? E cosa può renderci desiderabili o ripugnanti? O felici o infelici? O da amare o da odiare?

Viviamo in correlazione con gli altri.
È impossibile uscirne davvero perché viviamo in una società dove tutti si formano un’immagine di noi. Ma il punto è: voglio finire vittima di quell’immagine? E posso non rimanere schiacciato? Quanto ho paura di  rompere l’immagine che gli altri hanno di me?
Perché il problema, poi, è tutto qui: la paura di rimanere soli.
Mi faccio andar bene lo schifoso hot-dog della lavanderia pur stare con te? Oppure rischio di dire la mia e se non ci vedremo più pazienza? Perché se curiamo così tanto la nostra immagine, è per paura che questa non combaci con  l’immagine che gli altri hanno di noi.

B non capisce che quando hai una faccia il vero pericolo è mostrarla, non perderla. Vederla replicata in quelle intorno, assorbita da altre persone.

Quindi le scelte possono essere due: diventare, consapevolmente o meno, membri della setta che vuole annullare la tua identità (una scelta che a volte potrebbe apparire semplice, tanto che A vorrà non essere nulla, perché le toglierebbe molti problemi), oppure diventare se stessi.

In somma, anche tu puoi avere un corpo come il mio, ma ti basta un corpo per vivere bene?

Forse è questo il segreto della felicità, penso, non avere responsabilità verso se stessi.

Il corpo che vuoi
di Alexandra Kleeman
Traduzione di Sara Reggiani
304 pagine, 15,00 €, Edizioni Black Coffee

Agnelli

Lamb.
Agnello.
E quindi anche ingenuo. Credulone.

Ma anche partorire. In qualche modo.

imageitem

Ho esordito così, per parlare di questo romanzo, perché l’ambiguità è la pietra fondante di tutta la storia, il velo attraverso il quale noi possiamo ammirare tutta la scena, avendo sempre il dubbio circa il cosa stia succedendo davvero.

Il protagonista è David Lamb, dal cui cognome il libro prende appunto il titolo. Questo signore sta avendo una sorta di crisi esistenziale: è morto suo padre, il suo matrimonio è finito e una nuova relazione sul posto di lavoro lo ha portato a una vacanza obbligata.
Poi però incontra una ragazzina, Tommie, di undici anni. Succede per caso, per via di una sorta di scherzo che Tommie e le sue perfide amiche stavano facendo, ma Lamb rimane affascinato, per qualche ragione, da questa giovanissima donna, da questa creatura ancora da sbocciare.
Ne nasce un’amicizia ovviamente bizzarra, che culmina con la fuga insieme.

Ambiguità, dicevo.
L’ambiguità sta nascosta già nel titolo, perché si è portati a pensare che il riferimento sia, appunto, a David. Ma credo che stia a indicare anche Tommie, che è un agnellino caduto nelle grinfie di un… di un cosa? Perché questo è un altro punto interessante: David è il lupo della situazione? Oppure è solo una persona caduta nella parte difficile della vita? Un uomo che ha perso la direzione?
E che rapporto nasce tra i due? Amicizia? Padre-figlia? Amore? Relazione sessuale? Morbosità? Ossessione?

È un romanzo estremamente affascinante, questo di Bonnie Nadzam.
Ti mostra tutto quello che succede, ogni cosa, eppure tu non capisci mai perfettamente. Hai sempre qualche dubbio. Ci sono situazioni estremamente ambigue, altre incredibilmente toccanti… ma cosa prevale? Cosa sta succedendo veramente? Cosa pensano davvero i due protagonisti?

La Nadzam ha creato un qualcosa di davvero interessante. Non gioca mai sporco, anzi, mette tutte le informazioni alla luce del sole, eppure ti sembra di vivere perennemente nell’ombra e non capisci se quello che hai intuito era un gioco di luci e un’azione vera.

E per ovvie ragioni ti viene poi da pensare: quanto di quello che io vedo nella realtà è reale? Quanto solo un’ombra che gioca con la mia mente?
Perché, diciamocelo, giudicare a volte è facilissimo. Stabilire cosa sia davvero successo, non appena un telegiornale da una mezza notizia, ci risulta così immediato che dovremmo spaventarci di questa rapidità di scelta, di questa agilità nel dare per scontate mille cose. Eppure continuiamo a farlo. Tutti noi.
Qui, invece, tra queste pagine, capisci che giudicare è complicatissimo. Stabilire cosa stia accadendo e se ci sono davvero delle colpe è arduo e forse non è nemmeno un tuo diritto farlo.

Intendiamoci, il tema è davvero complicato e molto scabroso. Si capisce che il rapporto tra Lamb e Tommie è qualcosa che non dovrebbe esserci, che non dovrebbe realizzarsi. Eppure… eppure è complicato.
Non è che David sta semplicemente cercando una rinascita di qualche tipo? Non è che Tommie rappresenta quella figura che può rimetterlo in pace col mondo? Un qualcuno a cui donare qualcosa, qualcosa di reale, tangibile? E non è che Tommie avesse bisogno di quella vacanza per capire la sua vita quotidiana?

Non saprei. Ma se ve la sentite di affrontare un viaggio verso le Montagne Rocciose fatto di molte ombre e poche luci, di ambiguità e situazioni che corrono lungo un limite che non sai mai dire se è stato superato o no… allora dovete leggere Lamb.

Lamb
di Bonnie Nadzam
Traduzione di Leonardo Taiuti
240 pagine, 15,00 €, Edizioni Clichy

Eccomi!

Sono passati una decina d’anni tra Molto forte, incredibilmente vicino ed Eccomi, rispettivamente penultimo e ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, che nel mentre ha comunque scritto un saggio sugli orrori dell’allevamento intensivo (ovvero Se niente importa) e una sorta di operazione artistica, Tree of codes, ovvero un libro creato tagliuzzando un altro libro, di Bruno Schulz, The street of crocodiles.

Rischiavano di passare altri dieci anni prima che io mi sentissi in grado di dire qualcosa a proposito.

Poi è successo questo.
Recentemente, per un certo periodo, non sono riuscito ad avvicinarmi a un libro (e la cosa ha ovviamente influito pure sul blog) perché nell’unico momento in cui mi sarebbe stato possibile, ossia la sera, venivo ‘dolcemente costretto’ ad abbandonarmi al sonno.
In pratica, il pupo voleva che stessi con lui finché si addormentava, solo che nello sdraiarmi (e no, non mi era concesso rimanere seduto), i miei sensi venivano meno e la stanchezza si faceva sentire, ecc.
Ho tentato di svincolarmi, ma quando un nanerottolo ti dice che ti vuole lì perché gli piaci, beh, non ci sono molte alternative: rimani lì. Anche perché non può esistere niente di più importante e di più bello di quel “perché mi piaci”.

Parto da qui per dire che i figli possono mandare all’aria un matrimonio. E per dire che, in un certo senso, è proprio di questo che parla Eccomi.

Voi, creature prive di figli, mi direte: “ma come, manderesti all’aria un matrimonio perché tuo figlio non ti fa leggere?”
Ah! Beata ignoranza!
No. Il punto non è che io non riesco a leggere, il punto è che un figlio ti cambia la vita.
“Eh, bella scoperta!” direte voi.
“No.” Vi rispondo io. “Voi non capite. Ve la cambia in un modo che nessuno può comprendere fino a quando non ne sforna uno, di questi marmocchi.”
Lo so che sembrano tutte frasi fatte. Eppure è una verità inconfutabile il fatto che per quanto tu possa pensare di essere preparato all’arrivo di un figlio, lui ti travolgerà lo stesso. Tutto quello che pensavi non basta a descrivere quello che sarà. Sia nel bello che nel brutto.

Un figlio ti stravolge la vita in maniera sottile.

Il problema non è che non dormi la notte. Il problema è che di notte pensi a lui.
Il problema non è l’odore della cacca. È che pensi “ho abbastanza pannolini?”, “è normale questo colore?”, “sono tre giorni che non fa la cacca, cosa devo fare?”
Il problema non è non leggere. Sei contento di non farlo se è per stare con il tuo bambino, ma c’è il pericolo che tu venga prosciugato di te stesso.
Il vero rischio è che non esista nient’altro.
E diventa normale, in una famiglia, finire col pensare quasi solo ed esclusivamente ai figli, e questo a scapito delle proprie vite, delle proprie esigenze.

FoerECCOMI-04.indd

Ed ecco che si arriva ad Eccomi. Una parola che, in qualche modo, rimanda al figlio e alla sua centralità/non centralità, visto che è la risposta che Abramo da al Signore quando questi gli chiede di immolare il figlio. L’unico figlio. Quello tanto desiderato.
Che poi è anche la risposta che dai quando un figlio ti chiama dall’altra stanza: “Papàààà!” “Eccomi!”

I protagonisti di questo romanzo sono genitori che si sono dimenticati di se stessi. Genitori che si sono dedicati, in qualche modo, ai figli. Sempre e per sempre. Viene inserita in fretta, infatti, la figura del figlio maggiore che ha fatto qualcosa che non andava fatto. E diventa di conseguenza centrale il conflitto (aperto? nascosto?) dei due genitori che non la pensano allo stesso modo.
Allo stesso tempo è centrale il rapporto tra il protagonista Jacob e suo padre.
Ed è centrale pure il rapporto tra Jacob, ma non solo, e Israele, la loro patria, quello che in effetti può essere considerato un’ulteriore relazione genitore-figli.

E potrebbe essere centrale che Safran Foer e la moglie si siano separati dopo dieci anni di matrimonio e dopo due figli?
Ma qui, bisogna dirlo, siamo nel puro gossip.

Quello che conta davvero è che Eccomi è un romanzo sullo scioglimento di una famiglia. Solo che non è uno scioglimento dovuto all’odio, o alla mancanza di amore. No, è uno scioglimento dovuto all’essersi smarriti, all’aver perso di vista se stessi.
Il lettore potrà pure tifare per una riconciliazione finale, ma in qualche modo si sa che, comunque vada, la fine non sarà davvero lieta.

Attenzione. Con tutto ciò non voglio dire che i figli provocano indiscutibilmente la fine di una relazione. Non sarebbe vero. Non sarebbe giusto. Dico però che questo romanzo racconta di come col tempo ci sia il rischio di perdere se stessi a causa di molte cose esterne, tra cui i figli, che per ovvie ragioni portano ad amplificare sentimenti che magari rimarrebbero latenti ancora per un po’.
Sia Jacob che Julia non sanno più chi sono. Hanno dedicato le loro vite alla famiglia più che a qualsiasi altra cosa, ed è stato bello, ma allo stesso tempo è stato prosciugante. Ora non sanno più chi sono, non si riconoscono, e non riconoscendosi non riescono nemmeno a fare l’amore. Hanno agito per così tanto tempo pensando ad altri, che non ricordano più chi erano loro, da soli. Chi erano come coppia. Non ricordano cos’erano prima, e non ricordandoselo non sono riusciti ad evolvere insieme.

Ed è qui che entra in scena la distruzione di Israele.
Di pari passo con lo disfacimento del matrimonio di Jacob e Julia c’è lo disfacimento di un popolo. Potrebbe apparire come un qualcosa di scollegato, ma non lo è. Jacob tenta di ritrovare se stesso cercando una connessione con le proprie radici (non è infatti un vero ebreo praticante, al momento). Tenterà di trovare una strada per capire se stesso, per riscoprirsi, per ricrearsi, magari tentando di ‘attaccarsi’ al cugino venuto in visita…
La fine di Israele è un po’ il cancellare una possibilità di riconciliarsi col suo passato.

Safran Foer ha messo in piedi quello che forse è il suo lavoro più ambizioso.
C’è riuscito?
In parte.

Innanzitutto bisogna ‘avvisare’ che si tratta di un libro molto diverso dai primi due. In Ogni cosa è illuminata  e Molto forte, incredibilmente vicino c’era una sorta di componente fiabesca, poetica. Qui no. Qui, pur mantenendo alcune caratteristiche della sua scrittura, come i bambini ‘geniali’, la narrazione è in verità più cruda, più ‘realista’ in qualche modo. E con realista intendo una sensazione di disincanto nel raccontare, una narrazione più ‘fotografica’, e non un realismo delle cose raccontate. Ma questo non è un dato negativo, solo una constatazione.

Il problema è forse che l’autore tende a perdersi un po’.
Ci sono momenti in cui probabilmente viene messa troppa carne al fuoco e quindi qualcosa scappa dalle mani e diventa più ‘pasticciato’, una sorta di problema di gestione ‘del traffico’. Le linee narrative si intrecciano e ci scappa qualche momento in cui si ha difficoltà a capire dove si sta andando a parare, dove quel tutto risulta… troppo.

Detto questo, Eccomi rimane un grandissimo romanzo. Un romanzo fatto di relazioni che mutano perché le persone stesse sono mutate, volenti o dolenti. Un romanzo fatto di scelte che portano a conseguenze. Un romanzo che racconta un po’ la storia di ogni famiglia, coi figli che non vogliono essere come i genitori, con le radici che a tratti vorremmo estirpare e a tratti far rifiorire, con un matrimonio che si sente stanco, perché si è dato tutto, si è dato troppo, e a donare tutto per un unico scopo una persona perde la testa.

È anche un romanzo su molto altro. Sull’essere diversi, sul sentirsi a casa, sul sentirsi inadeguati, desiderati, abbandonati, amati.
È un romanzo troppo grande per essere ben commentato su un blog. E poi c’è da dire che ogni romanzo viene trasformato dal lettore che lo legge, e si da il caso che io abbia un figlio piccolo che tende a prosciugarti, quindi forse mi sono focalizzato sull’argomento che più mi vedeva coinvolto. O forse ho visto una storia che Safran Foer non aveva nemmeno considerato. O forse mi sono inventato tutto. Forse ne ho capito più di lui.
Forse è questo che dovrebbero fare i libri.

Eccomi
di Jonathan Safran Foer
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
672 pagine, 22,00 €, Guanda

Ricordami così

Gli uomini sono creature alla perpetua ricerca dell’equilibrio. Spesso lo trovano, ma non se ne accorgono. Continuano a cercarlo. Il problema è che alla fine raggiungono la situazione tanto desiderata e scoprono che l’equilibrio non c’è più.
È questo quello che penso una volta finito Ricordami così.

_ricordami-cosi-1432696082

Quando Justin Campbell è scomparso, la sua famiglia ha dovuto reinventarsi in qualche modo. Non si sa se è stato ucciso, se è stato rapito, se è semplicemente fuggito, se ha avuto un incidente. Un giorno è, semplicemente, scomparso. E, ovviamente, in casi come questo tutto crolla.
Partono le ricerche disperate, poi sempre più questione di routine.
Si incomincia, con l’assenza di risultati concreti, a crearsi una nuova vita dentro la vita. E allora la madre va ad accudire un delfino malato al Marine Lab. Il padre si trova un’amante. Il secondogenito cerca di convincersi di essere sempre stato figlio unico.
Solo che, quattro anni dopo, Justin viene ritrovato. La felicità è inimmaginabile, ma allo stesso tempo la ritrovata famiglia non funziona più come prima. Gli equilibri vanno ripensati, i sentimenti ricalibrati. E non si può indagare sul passato del ragazzo. E non si sa nulla. E non si sa cosa provi lui. E non si sa cosa provino davvero gli altri.

Ricordami così è un romanzo che racconta di una ricerca continua di equilibri. Di una ricerca continua di stabilità. Solo che… nella vita è davvero possibile la stabilità?
E che prezzo richiede la felicità? E quello che andavamo cercando lo volevamo davvero?

L’amore è un sentimento difficile. Fa provare sensazioni che non vorremmo mai provare. Sensazioni uniche e irripetibili, ma anche crudeli. E l’amore in una famiglia è un fatto di slanci e privazioni. Di condivisioni e gioie ma anche momenti bui, scuri.
Si lotta per tenere i propri cari al sicuro ma a volte si fallisce. Si combatte per essere perfetti, ma in quanto umani non lo siamo. Cerchiamo di placare i nostri istinti per dare il buon esempio, per essere positivi, ma non sempre ci riusciamo.

Ecco. Ricordami così a me ha raccontato di questo. Di equilibri che vacillano e di famiglie che combattono per amarsi.

Potrei forse tentare di dire qualcosa di più. Potrei cercare di esplorare più in profondità alcuni concetti. Ma Ricordami così è un romanzo difficile da sviscerare, da discutere, è più un viaggio da affrontare da soli. Un viaggio consigliato, ma arduo. E come ogni viaggio ‘estremo’ che si rispetti, va fatto in compagnia delle proprie gambe e del proprio cuore.