Nella rete delle storie

Siamo le storie che ci piacciono?
Oppure sono le storie che ci piacciono a renderci quello che siamo?
E c’è una differenza tra le due domande? Oppure si completano?

Riflettevo sull’importanza che le storie hanno per crearci e per raccontarci e per capirci e farci capire. Ci penso spesso, ultimamente, soprattutto per via di A Long Tail. Ma ci penso ancor più spesso da quando ho letto Il Bacio della Donna Ragno, di Manuel Puig, recentemente ritornato in libreria per i tipi di SUR.

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Il Bacio della Donna Ragno è un romanzo costruito quasi esclusivamente con il dialogo tra i due protagonisti, Valentín Arregui e Luis Molina, che condividono la stessa cella di una prigione argentina. Il primo è un ventiseienne leader di un movimento politico dissidente. Il secondo è un omosessuale quarantenne accusato di aver adescato un minorenne.
Durante la loro reclusione insieme, per passare il tempo Molina racconterà alcuni film che gli sono piaciuti, e lo farà in una maniera talmente vivida che quasi si riesce a vederli i personaggi che racconta. Sono film d’amore struggente, con donne bellissime ed elegantissime, ma anche tenebrose. E tra un pezzo di film e l’altro, Valentín e Luis chiacchierano, prima poco, poi di più. Si confidano, in qualche modo. Diventano amici, in qualche altro modo.

Le storie, dicevo. Storie che, in questo romanzo, prendono spazio. Non ne sono sicuro, ma se si contassero le pagine credo che la maggior parte risulterebbero dedicate a questi racconti. Racconti che, mi vien da dire, superano il concetto di mezzo, perché sono film, ma sono anche letteratura e racconto orale. Sono una storia nel senso più puro del termine, una narrazione fatta per ammaliare, far passare il tempo e cercare di spiegarsi.

Ah, spiegarsi… c’è un lavoro che possa risultare più difficile di questo? Perché in fondo non ci conosciamo troppo bene nemmeno noi. Ma le storie ci aiutano. Ci aiutano a delineare i nostri contorni e aiutano gli altri a capirci un pezzettino in più.
Ma poi le storie sono interpretabili, e bisogna sempre metterci un po’ di cuore per capirle.

È indubbio che la grandezza di Puig stia proprio nel saper attingere così a piene mani da un mezzo altro, il cinema, per creare letteratura. Da un mezzo pop per eccellenza per arrivare a qualcosa che, forse, pop non è più.
È una lente, la sua, ovviamente. Una lente per ingrandire, per vedere più da vicino, per mostrare. Una lente per consentire a tutti di vedere bene.

Ma vedere cosa?

Che si è oppressi. Dal governo. Dagli estremismi. Dagli altri. Da noi stessi. Dalle aspettative proprie e altrui, da un senso comune che si è annidato dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
Ed è interessante che tra i due oppressi, quello che risulta essere migliore, in qualche modo, è quello dal peccato più ‘sporco’: l’omosessuale. Perché essere un dissidente politico, sì, ti mette nei guai ma ti mostra sotto una certa luce di valore, di tenacia, mentre essere omosessuale… Ma è l’omosessuale a essere la figura più positiva, quella che aiuta, che magari cade in tentazione ma che vuole redimersi, quella che ha pensieri in grado di mutare più sinceramente, quello che si prende in carico cose di altri. Non risulta quindi strano che Il bacio della donna ragno ebbe alcune difficoltà a trovare un editore.

Ma è una lente pure per vedere che, in fondo, possiamo anche uscire dall’oppressione, specialmente da quella che ci autoimponiamo. A volte, se ci diamo il permesso di uscire da sbarre che abbiamo innalzato noi, forse riusciamo ad avere qualche attimo di libertà vera, quella libertà che trascende i confini. Perché le storie servono anche a questo, a superare i confini.

Il bacio della donna ragno 1

William Hurt e Raul Julia nei panni di Molina e Arregui nel film del 1985, “Il Bacio della Donna Ragno”, diretto da Hector Babenco.

Mi vien poi da aggiungere una piccola nota.
Molina è quello che oggi definiremmo come una sorta di omosessuale stereotipato, che parla di sé al femminile, che ha movenze più da donna, ecc.
Ecco, mi è capitato di leggere alcuni pensieri online contrari a questa rappresentazione, e mi vien da pensare: ‘non è che volendo combattere gli stereotipi, ne creiamo invece degli altri?’. Dico questo perché non vorrei che un particolare accecasse il lettore tanto da non fargli capire la storia.
È giusto che i gay non siano rappresentati solo come ‘checche’ (passatemi il termine), ma non dimentichiamoci che gli effeminati esistono. E Puig era un tipo che parlava di sé al femminile e chiamava gli altri con nomi femminili (per dire: Mario Vargas Llosa veniva chiamato Elizabeth Taylor).
Davanti a certe storie, quindi, pensiamo alle storie raccontate. Grazie.

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