Tanti auguro al Meleto #3

Terzo giorno di festa, qui nel Meleto.
Terzo regalo.
‘stavolta arriva da una blogger.
Sì, perché per festeggiare i 5 anni del blog, oltre che a degli autori e a degli editori, ho chiesto aiuto anche a 5 blogger che amo particolarmente. e siccome qui si parla di libri e li si commenta, ho chiesto loro di donarmi la recensione di un romanzo che amano particolarmente.
Sono stati tutti così gentile da rispondere prontamente e, cosa più importante, affermativamente.
E sono stato doppiamente fortunato, perché non ho letto nessuno dei libri scelti, quindi mi sa che dei regali libreschi, a fine festeggiamenti, me li farò davvero!
La prima blogger a darci il suo consiglio è Girasonia del blog Cuore d’inchiostro, che ringrazio davvero di cuore.
Il suo spazio web è in pausa. Ma in attesa di un suo ritorno sulle scene vi assicuro che potrete comunque trovare, tra i suoi vecchi post, innumerevoli consigli dai quali traspare la genuinità dei commenti.
E un assaggio lo trovate qui di seguito:
Per questo compleanno speciale avrei dovuto regalare ad Andrea la recensione di uno dei libri più belli che ho letto. O, forse, avrei potuto. E mentre ero lì, ferma davanti allo schermo, a chiedermi quale libro avrei scelto (senza dubbio La vita davanti a sé. Aspetta ma Il conte di Montecristo? non dici sempre che ti ha cambiato la vita? e quel capolavoro di Vango, sconosciuto ai più? ecco, sicuramente quello meriterebbe…) mi rendevo conto che la mia mente andava ovviamente ai romanzi stupendi incontrati nel mio passato. A quei romanzi che hanno superato la prova del tempo e pertanto entrano di rigore tra i più belli della mia vita. Eppure mi sentivo insoddisfatta, come se tra quelli che mi venivano in mente non ci fosse quello giusto per l’occasione.
Ed eccolo lì, all’improvviso appare.
Ho deciso: parlerò dell’ultimo romanzo che da quando l’ho letto ho voglia di leggerlo e rileggerlo. Parlerò di un romanzo recentissimo per il quale nutro stima, affetto, rispetto, amore, nostalgia e sì, un po’ anche di adorazione.
Ho voglia di ascoltare quella scrittura che non si può che definire elegante e di classe, ho voglia di alzare lo sguardo dalle pagine e ritrovarmi immersa in un’atmosfera passata, pregna di segreti, di ambiguità, di forti tensioni. Voglio entrare nelle stanze in cui non è concesso di entrare. E arrivare alla fine del libro per poi magari ricominciare a riviverlo, ancora una volta. E ancora, e ancora.
Andrea, questo libro ti piacerebbe, ma tanto tanto, eh?
E allora non posso che regalarti il desiderio di leggere quello che è diventato uno dei romanzi migliori che ho letto, paragonabile non tanto alla scrittura di autori contemporanei, ma ad alcuni grandi autori del passato.
Accomodiamoci insieme ne Le stanze buie, romanzo di Francesca Diotallevi.
L’autrice è un’esordiente, ma per lei non servirà nessuna frase di circostanza sul – che so – perdonarle certe imperfezioni perché è alle prime armi o aspettarci sicuramente di meglio la prossima volta, ecc. ecc. Qui non ci sono prime armi: Francesca sfodera fin dal primo momento l’artiglieria pesante e lo fa con maestria. Non c’è immaturità né incertezza: l’autrice è sicura, la sua scrittura è musica, l’ambientazione del romanzo è impeccabile, i personaggi sono vivi. E sono tentata, sì, di parlarvi anche della trama, ma al contempo vorrei sedere qui e lasciare che i tasti parlassero solo per complimenti, che mostrassero la mia soddisfazione nel voltare pagina dopo pagina, che urlassero la bravura di una scrittrice giovane (giovane!) che non decide di seguire le facili e banali mode del momento. La sua è una storia immersa in un tempo fuori dal nostro tempo che non fa che renderla eternamente valida, eternamente impeccabile.
Forse ormai i tasti hanno fatto il loro dovere e il messaggio è giunto: Le stanze buie è un romanzo che ha valore.
Vittorio Fubini, il maggiordomo protagonista della storia, è un personaggio degno di un Neri Pozza. Chi mi conosce sa quanto io stimi la casa editrice in questione e ponga le sue pubblicazioni sempre un gradino al di sopra di tutte le altre: ecco, Vittorio Fubini in casa Neri Pozza ci starebbe alla grande. Un maggiordomo che ci ricorda Carson (per gli amanti di Downton Abbey) per il suo rigore e per la sua abnegazione al lavoro e ci ricorda Mr Stevens (per i lettori di Ishiguro) per la sua freddezza e apparente estraneità ai sentimenti e alle cose del mondo. Un protagonista anziano, un io narrante che vive nella seconda metà dell’800 e che sicuramente poco ha a che spartire con una giovane ragazza come la Diotallevi, che invece è capace di farlo parlare e agire in maniera più che credibile. Lo seguiremo nelle sue mansioni presso la nuova casa dove ha preso servizio, ben presto immerso nelle tensioni e ambiguità dei suoi nuovi datori di lavoro. E in un amore che mai avrebbe previsto nella sua vita.
La storia si prende tutto il tempo che le serve: non è dato modo di confondersi o di ignorare qualche dettaglio. Francesca è scrupolosa e puntuale: mostra di saper gestire la narrazione senza lasciare nessun interrogativo sospeso. E mentre scrive, infarcisce, forse inconsapevolmente, la narrazione di echi. Echi che noi lettori avvertiamo da lontano, sentiamo risuonare quando ormai stanno per scomparire. E da quegli echi capiamo, sentiamo, che la scrittrice è prima di tutto una lettrice, e come lettrice ha amato le sorelle Bronte, ha adorato Ishiguro, ha divorato Henry James… e di tutte le sue letture ne ha fatto tesoro. Un tesoro che poi ha regalato a noi. Un regalo del genere non si può che accettarlo e apprezzarlo. Un romanzo del genere va comprato, prestato, rubato. Leggete Le stanze buie e poi non fermatevi lì. Prestatelo ai familiari. Parlatene agli amici. Se siete editori contattate la Diotallevi e assicuratevi i suoi romanzi per la vita. Se avete una casa cinematografica fatene un film. Se avete una casa discografica, trasformatelo in musica (io lo metterei nelle mani e nella voce di Florence & the Machine). Se avete un castello o una casa nelle Langhe, organizzate un tour in stile Le stanze buie. Insomma, vivetela questa meravigliosa storia, che ne vale la pena!
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