Un bravo editor e dove trovarlo

Non sono mai stato un grande fan del self-publishing. Io sono una persona che sente la necessità di avere conferme e ho sempre visto il contratto con un editore come una sorta di legittimazione della mia scrittura. Un attestato di merito, potremmo dire.
Con questo non voglio di certo dire che tutti gli editori stampino solo cose belle e che gli autopubblicati siano sempre privi di meriti. Tuttavia, l’idea che qualcuno voglia investire dei soldi per pubblicare una cosa scritta da me mi dà fiducia, ecco.

Ultimamente, però, mi sono trovato a riflettere su alcune cose che ho nel famigerato cassetto quello dove si ripongono le storie abbandonate e sul come poterle rendere pubbliche.
È inutile girarci attorno, prendere un proprio testo e metterlo su Amazon è così facile che se si ha una storia che ci sta particolarmente a cuore è difficile trattenersi dal premere “carica”.
Rimane aperto il discorso iniziale sull’essere piuttosto insicuro del risultato. Ho quindi pensato di rivolgermi a un editor freelance.

Un editor freelance è un editor che non lavora per conto di un editore e offre i suoi servizi ad aspiranti autori che vogliono sistemare un manoscritto con lo scopo di presentarlo poi a una casa editrice, oppure a chi vuole autopubblicarsi offrendo un testo con determinate caratteristiche qualitative.
In passato avevo già lavorato con questa figura professionale e ne ero rimasto molto soddisfatto. Avevo trovato una persona competente, capace, che aveva saputo apportare le migliorie necessarie.
Per questa nuova occasione, però, avevo voglia di “provare” qualcun altro. Il mare è grande, potrebbe esserci qualcuno di ancora più bravo, o magari qualcuno di un po’ meno costoso… Mi sono quindi messo a cercare.

Non so se vi sia mai capitato di dover cercare queste figure professionali online, ma se lo avete fatto è probabile che anche voi, come me, siate rimasti stupefatti dalla quantità impressionante di editor spuntati nel web negli ultimi anni. Un boom che non sembra destinato a finire, visto che ne scopro continuamente di nuovi.
Come trovare quello giusto, quindi? Perché io, forse a torto, ho questa brutta abitudine di sentire puzza di bruciato laddove ci sia troppa carne sul fuoco. E in questo caso, sullo spiedo c’era la carcassa di un mammut.

La cosa positiva è che molti editor freelance offrono una prova gratuita. In pratica, accettano di editare, senza richiesta di pagamenti, quattro/cinque cartelle di testo per mostrare come lavorano. Ho quindi selezionato alcuni profili che mi parevano meritevoli, o comunque degni di attenzione, e ho incominciato a mandare in giro i primi due capitoli del mio libro per bambini. Erano delle pagine scritte parecchio tempo prima e che sapevo necessitassero di un certo tipo di lavoro e, sì, non li ho scelti a caso ma appositamente per testare le vere capacità delle persone coinvolte.

Non sono stato contento dei lavori ricevuti.
Non per via dei commenti riportati, non sono permaloso se si tratta di lavorare su un mio testo, ma piuttosto per la mancanza di un lavoro accurato, tanto che mi è venuto da pensare che quelli non fossero affatto degli editor professionisti. Eppure si spacciavano, e continuano a farlo, per tali e magari chiedono delle cifre ragguardevoli. Allora mi sono chiesto come potesse un aspirante autore districarsi tra i mille profili che popolano la rete e che millantano di offrire cose che in verità non sanno fare.
Ho deciso di scrivere questo post proprio per poter mettere in guardia chi ha il desiderio di avvalersi dei servizi di un editor, perché di editor freelance bravi ne esistono, solo che bisogna cercarli per bene e non fermarsi al primo che s’incontra.

Prima di procedere, sento l’esigenza di ribadire un’informazione basilare.

Chi è e che cosa fa un editor?
Un editor è una persona il cui lavoro è correggere un manoscritto prima che questo finisca in stampa, oppure online. Non è però una “semplice” correzione grammaticale, la sua. L’editor è piuttosto quella figura che deve capire le potenzialità del testo e dell’autore, e aiutare quest’ultimo a raggiungere il miglior risultato possibile. Il suo compito non è di aggiustare accenti o togliere gli avverbi in più, sebbene possa fare anche quello. La correzione di un editor deve prendere in considerazione non solo la correttezza grammaticale e sintattica, ma soffermarsi sulla trama, lo stile, la caratterizzazione dei personaggi, la buona riuscita dei dialoghi e così via.
Per farvi un’idea di cosa sia, bene o male, un vero editing, vi suggerisco la lettura della parte “di mezzo” de Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver, dove viene riportata in forma scritta una lezione di scrittura creativa tenuta dall’autore. È interessante perché mostra come un testo dovrebbe essere studiato/lavorato/sezionato.
C’è poi quest’idea dell’editor cattivo che stravolge completamente il lavoro dell’autore per chissà quali scopi. In verità, un editor, come dice la Cherchi, è al servizio dell’autore stesso ed è lì per aiutarlo a rendere al meglio le sue potenzialità. E sì, questo può voler dire una grande mole di lavoro, ma si tratta comunque di un dialogo e mai di imposizioni.

Detto questo mi pare giusto arrivare a segnalarvi cos’ho trovato aprendo i famigerati file Word. Per comodità ho diviso la tipologia di interventi in “categorie”, giusto per contenere la mia prolissità.

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Illustrazione di Joey Guidone.

Le regole auree
Negli anni, complice l’alto tasso di aspiranti scrittori, è stata pubblicata svariata saggistica incentrata sul come si dovrebbe scrivere e sul cosa dovrebbe avere il romanzo perfetto. Così come sono usciti vari testi di autori affermati che si mettevano a ragionare sull’arte della scrittura. Questo ha contribuito a creare una sorta di tavole della legge cui pare necessario attingere pedissequamente, e in questa idolatria sembra siano caduti anche alcuni degli editor contattati.
Per esempio, come dice King, è vero che bisogna diffidare degli avverbi, però è altrettanto vero che non bisogna mettersi a cancellare tutti gli avverbi di un testo solo perché lo ha detto il buon vecchio Stephen.
Oppure lo show don’t tell, ossia il mostrare piuttosto che lo spiegare… bene, benissimo, ma prima di applicare una regola del genere bisogna riuscire a capire che testo si ha davanti, che scopi si prefigge e che stile richiede. Bisogna saper distinguere le descrizioni di ambientazione dalle spiegazioni vere e proprie e via dicendo.
Quello che invece ho trovato in un paio di editing è una rigidissima applicazione di queste regole. Ora, è vero che ho la tendenza ad abbondare con gli avverbi, ma è anche vero che ci sono situazioni in cui questi sono richiesti. Lo stesso per lo show don’t tell: non si può decidere a priori di applicarne il concetto solo perché negli ultimi anni è dilagata questa moda. Ogni storia è differente e, se mi ritrovo commenti incentrati su questa tecnica sparsi per tutto il testo, allora credo che la fissazione dell’editor non sia una cosa positiva.

La manualistica
Strettamente legato al problema regole, c’è il problema manualistica e formazione.
In un caso mi è infatti capitato che l’editor, o presunto tale, si fosse accanito sui punti di vista. Ha iniziato a mettere in dubbio il punto di vista tramite il quale veniva raccontato un pezzo di storia e da lì è partito a valanga e si è messo a dubitare di tutto. Ne sono uscite delle domande e dei commenti che si potrebbe azzardare a definire spassosi, se non fosse che non c’azzeccavano nulla.
Era evidente, in questo caso, che la persona in questione aveva letto, probabilmente da poco, qualche manuale che parlava dei punti di vista, o magari aveva partecipato a un corso che ne esponeva le problematiche, perché altrimenti non riesco a spiegarmi una scivolata tale.
Avete presente quando da bambini si impara una parola un po’ “scabrosa” e allora, un po’ monelli, la si continua a ripetere in maniera estenuante? Ecco!
Il principio è lo stesso delle regole: non si può prendere un manuale di scrittura creativa, o un corso, e decidere di seguire ogni suo input per editare un testo. Non è così che funziona.

Se queste due tipologie di “soluzioni” sono circoscritte a una manciata di editor, ce ne sono delle altre che accomunano tutte le prove.

D eufoniche e ripetizioni
C’è stato un gran lavorio attorno alle d eufoniche e alle ripetizioni. Tutti si sono molto prodigati a tal proposito. C’è chi lo ha fatto meglio di altri, ma questo tipo di correzione base è stata eseguita piuttosto bene e non posso di certo lamentarmene. Come dicevo prima, il testo mandato aveva qualche anno sulle spalle e all’epoca non facevo molta attenzione a questi dettagli, quindi il segnalarmelo è stata cosa buona e giusta.

Personalizzazione
Oltre a ripetizioni e d eufoniche, un’altra cosa che hanno fatto praticamente tutti è stato suggerire parole o verbi differenti, oppure togliere qualcosa di troppo. Ho deciso di chiamare queste soluzioni personalizzazioni perché, a parte qualche caso, in genere ognuno ha fatto un lavoro differente rispetto agli altri. Cosa comunque corretta perché l’editing è una questione personale, in fin dei conti.
Ecco allora che qualche “colpo” è stato sostituito con “tonfo”, qualche “disse” è stato tolto e qualche altro aggiunto, qualche espressione è stata giudicata desueta, ecc. Tutti piccoli cambiamenti che, a parte qualche caso, si potrebbero anche considerare corretti.

Non è abbastanza
Al di là, appunto, di alcuni casi più “eccentrici”, il lavoro svolto non è stato poi cattivo ma mediocre. Perché il punto è che tutte le persone contattate si sono messe a correggere il testo a mo’ di professore. Hanno tolto congiunzioni, tolto ripetizioni, tolto le d eufoniche, aggiustato la punteggiatura, sistemato gli avverbi, levato qualcosa qui e cambiato qualcos’altro là, tutti lavori che sì, vanno fatti, ma si sono limitati a questo. E non è solo questo il lavoro di un editor.
Non c’è stato nessuno che abbia fatto delle osservazioni sullo stile, per esempio, che abbia consigliato di, non so, provare a invertire l’ordine di alcune frasi, provare a concentrarsi maggiormente su alcune espressioni piuttosto che altre. Nessuno ha commentato delle scelte che avevo fatto, azzardato qualche ipotesi diversa. C’è stato, insomma, un puro lavoro di sistemazione della forma già esistente, un intervento che definirei estetico ma superficiale.

La mia delusione è stata parecchia, e mi sono anche lasciato cogliere da alcuni dubbi. Ero io, magari, a essere troppo negativo? Oppure avevo scritto qualcosa di così buono che andava solo ritoccato? Oppure quasi tutti si sbagliavano e aveva ragione il tipo del punto di vista? O magari il lavoro che io ho reputato mediocre è sembrato tale solo perché si trattava di una prova gratuita di giusto qualche pagina? Un vero editing sarebbe stato diverso? Ma, in questo caso, come potrei decidere di chi fidarmi? Se uno non fa il massimo fin da subito, come posso decidere di pagarlo per un lavoro più lungo?
Sono andato in confusione, così ho deciso di chiedere la medesima prova anche all’editor col quale avevo già lavorato in passato. Giusto per vedere se ero paranoico.
Sono bastate poche sue righe, alla fine, per ridarmi fiducia. Al di là di alcuni aggiustamenti pertinenti, a farmi propendere nuovamente verso il suo lavoro è stato l’indicarmi la possibilità che il focus scelto non fosse quello migliore per quel tipo di narrazione, che magari potevo provare a concentrarmi su qualche dettaglio differente. Mi ha dato, insomma, uno sguardo critico più complesso, non una mera correzione da tema scolastico.

Una convinzione sbagliata
Dopo aver ricevuto le prove e aver curiosato in svariati siti web di editor freelance, sono arrivato a questa conclusione: molti credono che basti amare la lettura per poter fare gli editor.
Non è così.
Io stesso, quando ero più giovane, sognavo di diventare editor. Mi sono anche iscritto a una facoltà a indirizzo editoriale perché davvero volevo fare quel lavoro. Quindi ne capisco il fascino. So quanto possa essere bella l’idea di contribuire attivamente a quella trasformazione che porta da un file Word a un romanzo su di uno scaffale della Feltrinelli. So che è un sogno romantico che prima o poi viene a qualche appassionato lettore. Però, al di là che in questo lavoro di romantico ci sia gran poco, ho dovuto rassegnarmi all’idea che non fossi portato. È un po’ difficile da spiegare, ma per fare l’editor bisogna avere una certa “sensibilità”. Una predisposizione. Bisogna riuscire ad avere delle intuizioni sullo stile, sul cosa l’autore può voler dire, e bisogna essere ingegnosi, avere quel non so che che ti fa vedere i problemi di una frase ma anche le differenti possibilità di riuscita. E io non ce le ho, queste cose. Come non ce le hanno in molti che si professano editor.

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Illustrazione di Simon Prades.

Ma come trovare, allora, un bravo editor?
Cercando. E facendo molta attenzione ai dettagli.
1. Scandagliate il suo sito. Ogni editor freelance ha un sito, perché altrimenti come li acchiappa i clienti? Io, lo ammetto, sono tornato a visitare i siti delle persone contattate una volta ricevute le prove e dovrei bastonarmi da solo. Per prima cosa, infatti, bisognerebbe porre la giusta attenzione sul come l’editor in questione si presenta, sulla cura che ha messo nei testi. Perché se già la sue presentazioni fanno pietà…
Diffidate poi di chi non ha un’identità precisa. Se nello stesso sito, che dovrebbe invogliarmi a lavorare con te, ti metti a pubblicizzare anche le tue opere come autore allora non fai per me. Forse sbaglio io, ma il messaggio che mi arriva è che non sai neanche tu cosa vuoi fare nella vita.
Cercate referenze! E preferite chi ne ha poche ma buone, piuttosto che molte ma insignificanti.

2. Il prezzo. Un buon editing costa. Se volete l’editing ottimo a 2 € a cartella, forse non avete ancora le idee chiare sull’argomento. Un servizio da 2 € varrà poco.
Ovviamente, anche in questo caso bisogna fare le giuste distinzioni perché non necessariamente un editor che offre un servizio costoso sarà un editor bravo. Se il servizio è costoso ma la presentazione della persona è fatta con i piedi, beh, pensateci su.

3. La prova gratuita. Fatela! Non affidatevi a nessuno senza prima aver fatto una prova gratuita. Nemmeno se quel professionista vi è stato caldamento consigliato da vostra nonna. Sarà indicativa per capire se l’editor vale i soldi che chiede e se vi ci trovate in sintonia, perché anche questo è importante.

4. Sapere cosa si vuole. Credo sia importante, per trovare il giusto editor, anche essere piuttosto sicuri di quali siano i vostri obiettivi e le vostre richieste. A me non basta una correzione basilare, ma magari a qualcun’altro sì, e quindi gli editor che io ho contattato potrebbero fare al caso vostro. Se siete persone a cui non piace una grossa intrusione, questo mio post potrebbe non interessarvi.

5. Pregate. Perché, se non conoscete già un editor, si tratterà comunque di un salto nel buio. E anche perché se avrete la fortuna di trovare un editor davvero competente, durante il lavoro potrebbe venirvi da piangere e da disperarvi, ma sicuramente alla fine sarete soddisfatti.

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4 pensieri su “Un bravo editor e dove trovarlo

  1. Sto proprio tentando faticosamente di terminare la revisione del mio nuovo romanzo e ho in mente di affidarlo a un editor prima di inviarlo a una casa editrice. La mia ricerca è ancora in corso, questo articolo mi è stato molto utile per chiarire alcune cose. Aggiungerei che una caratteristica da cercare in un editor sono i suoi contatti con le case editrici. Se sono buoni è molto meglio. Il più lo fa la professionalità, è ovvio

    • Sono contento che ti sia stato utile. Poi, ripeto, dipende anche molto da che cosa uno si aspetti da un editor. Nel senso che se a un autore non piace che un esterno metta molto mano al testo, allora deve cercare una figura diversa da quella che sto cercando io.

      Detto questo, mi sento anche di precisare che gli editor freelance non hanno, almeno in genere, il compito di metterti in contatto con un editore. Loro dovrebbero semplicemente ‘correggere’ il testo. I contatti con gli editori spettano piuttosto alle agenzie letterarie.
      Poi, se un editor ha contatti meglio eh.

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