Dinosauri e antropocentrismi

Quando Micheal Crichton si mise a scrivere Jurassic Park, oltre al voler creare un romanzo che sapesse catturare il lettore aveva sicuramente un altro, e apparentemente alto, obiettivo: trattare un tema delicato come quello dell’ingegneria genetica e del suo possibile utilizzo illimitato (e non etico).

Ne nacque un romanzo incentrato su in bizzarro riccone che si era messo in testa di usare l’ingegneria genetica per ricreare i dinosauri e metterli in una specie di grande zoo per famiglie. Ma questo sarebbe stato solo l’inizio, perché nella mente di John Hammond vorticavano già mirabolanti idee su come aumentare i profitti post apertura del parco, con utilizzi ancora più ‘consumistici’ dei poveri rinati pachidermi.
Solo che Hammond e soci non avevano previsto ogni cosa e il parco non prese mai vita, come sappiamo praticamente tutti grazie soprattutto al film di Spielberg.

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È indubbio che, al di là degli intenti di Crichton, il romanzo sia soprattutto una lettura di quelle che definisco ‘da spiaggia’, che vanno bene per farsi intrattenere qualche ora senza dover impegnare troppo la mente. Non è, in somma, un trattato scientifico e nemmeno un testo di letteratura engagé. Allo stesso tempo, però, è indubbio che alcuni elementi presenti nella narrazione riescono ad offrire degli spunti interessanti su cui riflettere legati al ruolo che l’uomo ha, o si è dato, rispetto al mondo circostante.
Il punto che forse mi ha più colpito, in questo senso, si trova verso la fine.

Ian Malcolm (che nel libro ho trovato più odioso rispetto al film) si sta lasciando andare al suo ennesimo sproloquio e spiega ad Hammond che l’uomo è troppo autoreferenziale, pensa troppo a sé stesso e in termini troppo antropocentrici. La verità è che il pianeta ‘ragiona’ in modo completamente diverso e con tempi differenti dai nostri. Arriva ad affermare che anche l’idea che ci siamo fatti sulla fine del mondo è sbagliata. Malcolm conferma, sì, che l’uomo ha causato e sta causando grandi disastri ambientali, ma ci ricorda anche che non sta distruggendo il mondo, ma solo il mondo come lo conosce lui, la sua realtà.
La verità è che anche nel caso in cui noi distruggessimo tutto quello che ci circonda, il pianeta, con calma, si rigenererebbe e rinascerebbe. Cosa che in fondo è già successa. Quelli spacciati saremmo noi.

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È vero. L’uomo pensa troppo a se stesso. Si crede slegato da quanto lo circonda perché si sente, in qualche modo, superiore. Più intelligente, più capace del resto degli animali, quindi in diritto di comandare e fare a suo piacimento. La verità è che non è necessariamente così, anzi, siamo tutti connessi su questo pianeta e il nostro sviluppo avviene in simultanea con lo sviluppo di altre creature, così come le nostre scelte ambientali avranno conseguenze che porteranno a effetti anche sull’uomo.

Tra i vari testi letti più o meno recentemente ne ho individuati tre che vanno a toccare, in qualche modo, proprio questo antropocentrismo. Si tratta di tre saggi che mostrano come l’uomo e il resto del pianeta siano collegati in maniere sulle quali non ci si sofferma mai a ragionare abbastanza.

Non si tratta di libri che si accaniscono sull’esperienza umana. Non trovo corretto, almeno non del tutto, quando ci si insiste troppo e solo negativamente sulla figura dell’Homo Sapiens. Sono semplicemente libri che vogliono ricordarci come la razza umana e le altre specie condividono più di quanto possa apparire in un primo momento.

La botanica del desiderio

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Michael Pollan è famoso per il suo Dilemma dell’onnivoro. Qui lascia parzialmente da parte il cibo per dedicarsi a come alcune specie vegetali si siano evolute compiacendoci.
I vegetali presi a esempio sono il tulipano, la mela, la patata e la cannabis. Ognuna di queste specie sono sopravvissute, si sono evolute e hanno prosperato perché si sono servite di noi. Nella ‘tesi’ di Pollan si capisce che l’uomo, così sicuro di aver saputo usare la natura al meglio per i proprio scopi, è in verità rimasto ‘vittima’ delle piante stesse. Ovviamente ‘scopi’ e ‘vittima’ sono esagerazioni linguistiche, ma il succo non cambia: non è l’uomo che ha regnato sul mondo, ma l’uomo e il mondo, in questo caso il mondo vegetale, sono cresciuti insieme, evolvendosi mano a mano che l’altro cambiava. Ecco allora che il tulipano è diventato bello perché all’uomo piaceva, ecco che le varietà di mela che piacevano all’uomo hanno prosperato, e così via.

In pratica, procedendo per vari tentativi, lungo il loro percorso evolutivo le piante hanno scoperto che il modo migliore per prosperare era utilizzare gli animali come diffusori dei propri geni.
Ma com’è possibile indurre un animale a fare quello che vuole un fiore?
Questo è il bello dell’evoluzione.
Molte delle sostanze chimiche delle piante sono state progettate, ovviamente attraverso la selezione naturale, per attirare altre creature risvegliandone e gratificandone i desideri. Ecco allora che ci sono orchidee che assumono i colori e le forme di un’ape per adescare api vere e riempirle del loro polline. O ecco che i fiori diventano belli, profumati, e le mele dolci per essere mangiate.

Il succo è tutto in una frase che Pollan scrive nell’introduzione al testo:

“Un progetto, in natura, non è altro che una concatenazione di casualità […]
Allo stesso modo, siamo inclini a sopravvalutare il nostro ruolo nella natura.”

Spillover

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Quello affrontato da Quammen è sicuramente un tema meno romantico rispetto all’evoluzione di un tulipano, e infatti nel suo corposo testo affronta l’argomento delle zoonosi, ovvero quelle malattie che passano da una specie animale all’uomo, in genere con risultati piuttosto devastanti. Giusto per fare un esempio, alcune famose zoonosi sono l’HIV, l’ebola, l’aviaria, ma anche la ‘comune’ influenza e sono virus animali (l’influenza è una malattia degli uccelli, per esempio) che in qualche modo sono riuscite a trovare ospitalità, spesso in maniera molto più letale, negli esseri umani.
Spillover è in parte è una ricostruzione storica e in parte una caccia ai virus nei luoghi dove questi riescono a fare lo spillover (ovvero il balzo interspecie) e il risultato è coinvolgente e facile da seguire, ma anche piuttosto inquietante per tutta una serie di implicazioni che hanno avuto e possono avere queste malattie sull’uomo.

Studiare le zoonosi è importante per poter essere il più preparati possibile alla prossima pandemia. Perché c’è sempre una prossima pandemia in agguato.
Ma uno dei fatti più interessanti riguarda la maggiore presenza di zoonosi riscontrata negli ultimi anni. Come mai succedono? Da cosa nascono?
Ebbene, tra le varie cause pare esserci l’intervento umano. Cose come i disboscamenti, le costruzioni, e tutti gli interventi che vanno a ‘mettere le mani’ in luoghi dove gli animali vivevano, prima, in pace, ci porta ad avere un maggiore contatto con questi stessi animali e quindi a poter entrare con più facilità in contatto con i patogeni che questi animali trasportano.
Se da un lato, quindi, l’uomo che disbosca non si interessa del benessere delle creature coinvolte, dall’altro dovrebbe forse considerare l’alto tasso di mortalità che le zoonosi in genere portano con sé.

Anche Spillover ci ricorda quindi che non siamo creature superiori che vivono isolate dal resto del pianeta. Anzi. Ancora una volta siamo tutti connessi e c’è qualcuno, in questo caso i virus, che potrebbe causare (causarci) grandi danni. Non siamo invincibili e non siamo al di sopra delle leggi di natura e quello che facciamo non coinvolge solo gli altri animali.

La sesta esitinzione

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Ormai dovremmo saperlo: l’innalzamento delle temperature, il disboscamento, la tecnologia… abbiamo incasinato il pianeta e tra le varie conseguenze c’è anche l’estinzione di svariate specie animali.
Come suggerisce il titolo di questo saggio, non si tratta della prima estinzione di massa che si vede sul pianeta Terra, il più famoso è probabilmente quello dei dinosauri, ma ce ne sono stati altri quattro prima di arrivare a quello cui stiamo assistendo noi. Quindi l’estinzione è una cosa naturale, prevista dalle leggi cosmiche. Il punto però è che questa sesta estinzione è apparentemente causata da noi e, ultimamente, si sta procedendo a un ritmo troppo veloce perché l’ambiente che ci circonda sia in grado di assorbire questo cambiamento.

Kolbert, attraverso un interessantissimo racconto (vincitore del Pulitzer 2015, categoria non-fiction) va a mostrarci l’estinzione di differenti specie, dalla rana d’oro al pinguino originario, passando per creature ben più antiche e arrivado alla preoccupante riduzione della barriera corallina attuale.

Il bello di questo libro è che non usa toni allarmistici ma vuole mettere in chiaro che siamo in una nuova era geologica (e già da un po’) il cui centro siamo proprio noi umani. L’Antropocene. Così è stato definito da Paul Crutzen. Questa definizione sta a indicare le nostre responsabilità. Da quando siamo comparsi sulla faccia della terra non abbiamo fatto altro che modificare quello che ci sta attorno. Ovviamente, modificando gli spazi si modificano anche tutta una serie di dinamiche biologiche, e quindi climatiche e via dicendo.

È interessante perché ci ricorda che, nel caso fallissimo i nostri propositi sul miglioramento delle condizioni climatiche, beh… il mondo non cesserebbe di esistere. Proprio come detto da Malcolm. Finirebbe solo l’Antropocene.
Detto questo, è ben chiaro che noi possiamo fare qualcosa e non occorre, ancora, perdere le speranze. Ci sono anzi state alcune situazioni che hanno dimostrato una reazione positiva del pianeta. È però certo che l’impatto umano è stato consistente e noi ci troviamo nella possibilità di cercare di redimerci.

Le nostre azioni hanno sempre delle conseguenze su quanto ci circonda, quindi quali azioni vorremmo/dovremmo fare?

***

Jurassic Park, di Michael Crichton.
Traduzione di M. T. Marenco e A. Pagnes. 477 pagine, 13,00 €, Garzanti.

La botanica del desiderio, di Michael Pollan.
Traduzione di G. Ghio. 255 pagine, 14,00 €, Il Saggiatore.

Spillover, di David Quammen.
Traduzione di L. Civalleri. 608 pagine, 14,00 €, Adelphi.

La sesta estinzione, di Elizabeth Kolbert.
Traduzione di C. Peddis. 377 pagine, 9,00 €, Beat.

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