Se anche i caprioli belli muoiono

Ma quanto è poetico un titolo come La morte dei caprioli belli?
Quante poesie potrebbe ispirare questa breve fila di parole?
È meraviglioso e struggente. Dona un’immagine vivida di quelle bestie leggiadre, slanciate, agili ed eleganti, un capolavoro della natura. E allo stesso tempo ne dichiara la fine.
Si potrebbe piangere, su un titolo così.

La stessa bellezza e lo stesso struggimento, accompagnati anche da una certa vena comica, si ritrovano nei capitoli (ma potrebbero benissimo essere considerati racconti) che costituiscono il romanzo di Ota Pavel.

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Nell’ultimo incontro che ho tenuto col mio Bookclub abbiamo speso qualche battuta a parlare del come avessi scelto quasi sempre libri in qualche modo tristi, il cui apice era stato raggiunto proprio in quell’occasione con Bambini nel tempo.
Non ci avevo mai pensato prima ma, in effetti, a parte forse un titolo, delle sette letture proposte quasi tutte racchiudevano in sé, per i motivi più disparati, un cuore di tristezza.
Qualcuno ha supposto che il gene della tristezza potrebbe essere insito nella grande letteratura. Non aveva, in effetti, tutti i torti. Non tanto perché la grande letteratura non possa essere divertente (vi dicono niente J. K. Jerome e Mark Twain?), ma piuttosto perché siamo naturalmente portati a riflettere molto di più sulle cose brutte rispetto a quelle belle. Del resto, se una delle teorie esposte da Jonathan Gottschall ne L’istinto di narrare fosse vera, cioè che la narrazione potrebbe essere un esercizio per imparare ad affrontare il mondo, allora la spiegazione è semplice: preferiamo le narrazioni sul male, sulla tristezza, perché il dolore ci fa paura e dobbiamo capire come affrontarlo, mentre la risata no.

Ma è così difficile trovare qualcosa che sia divertente e anche, in un qualche modo, grande?

Non lo so. Non so se sia davvero più difficile o se sia semplicemente una mia propensione, quella di scovare testi cupi piuttosto che solari.
Mentre stavo riflettendo su questo, però, mi sono ricordato del primo capitolo di un libro che avevo iniziato e poi lasciato lì, sommerso da altre letture più impellenti.
Si trattava proprio de La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel.
Quel primo capitolo che avevo letto tempo prima mi si era fissato nella memoria. Perché era buffo, era divertente, ma trasmetteva qualcosa che andava oltre la risata e si avvicinava ‘paurosamente’ alla vita. Non era, in pratica, un libro fatto solo per ridere, per evadere, ma della gioia ne faceva un punto di forza. Così l’ho ripreso in mano e mi sono messo a leggere per bene.

È stata una graditissima sorpresa e penso proprio che lo proporrò al gruppo di lettura, la prossima volta che ci incontreremo, sperando di scrollarmi questo mantello di tristezza.

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Ota Pavel

In verità non lo si può definire davvero un libro divertente, perché non è solo quello. Tra le sue pagine si racconta la vita quotidiana della famiglia Popper, una vita fatta di alti e bassi e anche di bassissimi, perché sono ebrei e hanno la sfortuna di vivere nel periodo della seconda guerra mondiale, con tanto di visita ai campi di concentramento. Una cosa non immediatamente collegabile alle risate, insomma.
Ma non si può nemmeno dire che si tratti di un libro triste, anzi! È un libro che ti fa molto sorridere e riesce a donare molta allegria, perché a farla da padrona sono scene umoristiche, a tratti assurde, così spensierate e… azzurre!

Sì, azzurro. Credo possa essere un aggettivo perfetto per definire questo libro.
Come la sua copertina.
Perché questo libro è come un cielo primaverile, terso, gioioso, leggero, che dona speranza e belle sensazioni. Ma il cielo è grande e può incupirsi in un attimo. Solo che l’azzurro è sempre là, sotto i nuvoloni c’è l’azzurro anche se noi non lo vediamo.
Ecco, La morte dei caprioli belli racconta la storia di un famiglia, ponendo particolare attenzione nella figura del padre, una persona che sa sempre ricordarsi dell’azzurro dietro le nuvole.

La morte dei caprioli belli è un’ode alla vita. È indubbio che queste pagine ne siano una celebrazione. Il romanzo non tenta infatti di nascondere le brutture di un’esistenza che, tra le sue mille peripezie ha la sfortuna di svolgersi durante la seconda guerra mondiale. Non vengono taciuti i momenti di povertà, di difficoltà più ‘normali’ e si racconta dei fratelli mandati nei campi di concentramento e dell’antisemitismo (sebbene non si approfondisca mai troppo). Non è però questo il focus del testo. Il cuore di tutto è invece il padre, quest’uomo sempre entusiasta, che fino alla fine dei suoi giorni traboccherà di fantasia e voglia di fare e amore per le belle donne. Un padre che pur cadendo mille volte non si arrende mai e anzi, ne pensa una più del diavolo.

Nella postfazione al libro Mariusz Szczygiet dice che un suo amico ha definito il romanzo di Pavel come “il libro più antidepressivo del mondo”.
Non so se sia davvero così, perché un velo di dispiacere lo si riesce lo stesso a intravedere. Di certo, però, in questa storia non ci si abbatte.
Ed ecco allora che una sventura è solo una possibilità di rilanciarsi. Un’affare nato male è solo un suggerimento a usare di più la fantasia.
E una buona giornata è fatta per andare a pescare, non per altro.
Ci sono sì dei momenti in cui bisogna arrendersi, ma senza mai farlo completamente e solo per rialzare la testa appena possibile.

Se anche i caprioli belli alla fine muoiono, come possiamo sperare noi, scimmie spelacchiate, di fare altrimenti? Come possiamo noi, creature dai troppi pensieri, non concentrarci su questa fine, non riflettere continuamente su di essa?
Non possiamo. Non possiamo smettere di preoccuparci della perdita, della conclusione. Non possiamo fare a meno di interessarci alle storie tristi, perché abbiamo paura di esse.
Ma possiamo pure concentrarci sui giorni che abbiamo. Possiamo cercare di imparare a soffermarci maggiormente su quello che c’è prima della fine. Possiamo avanzare in questo cielo grigio con la consapevolezza che dietro le nubi ci stia l’azzurro, e che basta salire più in alto per averne conferma.
Possiamo fare come il papà di Ota Pavel.

Vorrei poi concludere riportando un pensiero che Szczygiet aveva trovato nella casa di Ota Pavel, proprio nella parete dedicata alle foto. Mi sembra un modo giusto per chiudere questo post e per riassumere una lettura così… azzurra.

Essere capaci di far festa. A qualsiasi evento della vita. Senza aspettarsi che qualcosa di vero debba ancora venire. Perché non è detto che ciò che è vero non stia accadendo in questo preciso istante, e che in futuro non succederà niente di più bello.

***

La morte dei caprioli belli
di Ota Pavel
Traduzione di Barbara Zane
160 pagine, 13,50 €, Keller Editore

 

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