#ATailOfTales: Julio Cortázar

Iniziare questa rubrica dedicata allo ‘scoprire’ autori considerati mostri sacri attraverso un loro racconto breve è stato piuttosto facile: la mia scrittrice preferita è Virginia Woolf e, guarda caso, la Woolf ha scritto giusto un paio di racconti indirizzati proprio a bambini e ragazzi. Non sono il meglio della sua produzione, però sono indirizzati a un target piuttosto giusto e offrono un modo inedito per avvicinarsi al personaggio.
Facile.

Ma quale autore trattare poi?
Ho sempre ritenuto che l’ideale fosse seguire il proprio cuore, perché sono piuttosto convinto del fatto che la passione possa trasparire e contagiare. Il problema è che spesso gli autori ‘per adulti’ hanno dato alle stampe lavori che, effettivamente, potrebbero pure scoraggiare un ragazzo che fino a due settimane prima leggeva solo Geronimo Stilton. Senza contare, poi, che non tutti i grandi autori si sono dedicati alla short-fiction.

Non lo nego, una volta considerato l’affetto, il mio cuore ha estratto piuttosto velocemente il nome di Julio Cortázar.

Quello con Julio è stato un incontro casuale, durante un gruppo di lettura online, che mi lasciò, sul momento, abbastanza perplesso. Avevamo letto Bestiario, la sua prima raccolta di racconti, e dentro ci avevo trovato grandi sorprese e alcune cose che non capivo benissimo. Però, più passavano i giorni e più pensavo a quelle creazioni, e più ci pensavo, più mi veniva da ritornarci. Ed è questo l’amore, no? Una cosa che non si capisce del tutto ma alla cui fonte non si può fare a meno di pensare costantemente.

cortazar

Tra gli aspetti che più mi piacciono di Cortázar c’è la sua capacità di creare storie surreali, fantastiche, spesso senza metterci dentro nessun elemento fantastico, ma giocando sapientemente con ‘oggetti’ reali.
Si pensi per esempio al famosissimo Casa Occupata, dove si suggerisce qualcosa, ma in verità tutto è giocato sulla suggestione, oppure ad Autostrada del Sud, dove gli automobilisti rimangono bloccati per un tempo lunghissimo nel traffico e questo provoca una serie di azioni/reazioni anche ‘tragiche’. O a quello che forse è il mio racconto preferito, Estate, dove a portare scompiglio è un cavallo, un semplice cavallo.
Certo, il buon Julio ha scritto anche cose ben più ‘fantasy’, tipo coniglietti rosa vomitati da un signore a modo, ma trovo che i suoi racconti surreali basati su elementi realissimi siano in qualche modo più interessanti, perché mostrano un talento enorme nel combinare cose apparentemente distanti al fine di realizzare un racconto dalla lama affilata.

Ma quale racconto di Cortázar suggerire? Ne ha scritti molti e molti sono ottimi. Alcuni li amo di quell’amore folle che ti porta a compiere gesti estremi (leggasi: spendere cifre folli nella sua bibliografia). Ma sarebbero stati adatti? Perché un racconto è una bestia difficile, bisogna capire bene quanto c’è scritto e aggiungerci parecchio di tuo. E Julio non è sempre immediato. Ma se non è piuttosto immediato e non ha qualcosa che potrebbe risultare in linea con un ragazzino, allora c’è il rischio di ottenere solo noia, per quanto possa essere una noia piuttosto bizzarra.

Alla fine la mia scelta è caduta su Bestiario, il racconto che da il titolo all’omonima raccolta e che ha il compito di chiuderla.

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Bestiario racconta di una ragazzina che, per l’estate, si trasferisce nella casa di amici di famiglia. È una sorta di vacanza per lei, ma allo stesso tempo non completamente disinteressata in quanto dovrà fare compagnia a un ragazzino più piccolo. Poco male, perché i due si trovano simpatici e la casa è in un bel posto e insieme combinano tante cose interessanti.

A rendere particolare il posto ci sono però due cose.
La prima è la figura del Nene, un uomo poco simpatico, poco incline alla gentilezza, anzi piuttosto scorbutico e che ha dei momenti di eccesso e ‘violenza’.
La seconda è la tigre. La tigre si aggira per la casa e la tenuta tutta e per muoversi da un posto all’altro bisogna prima essere sicuri di dove si trovi esattamente il grosso felino, in modo da non doverselo trovare davanti e correre così il rischio di venire divorati.
Mano a mano che si prosegue con la storia si capirà che il Nene, appunto, non è una bella persona (anzi, forse è lui la vera bestia del racconto visto che, tutto sommato, la tigre lascia vivere tutti in una relativa pace) e si arriverà a una conclusione che oserei etichettare come vendicativa.

Questo racconto lo trovo particolarmente adatto per i ragazzi di circa dodici-tredici anni. È l’età in cui si comincia ad avercela col mondo. I professori non capiscono, i genitori non capiscono, gli adulti non capiscono, mettono anzi i bastoni tra le ruote ai sogni, ai desideri, alle voglie. È anche l’età in cui si iniziano a capire le storture del mondo, le brutture più o meno grandi di cui si è vittima, ed ecco allora che cresce dentro di sé un senso di impotenza e un senso di rabbia che non riescono ad essere sempre controllate.
Non si è più bambini ma non si è nemmeno adulti, quindi si vorrebbero fare determinate cose ma non si hanno le capacità o, peggio, non si ha il permesso per farle. Si vorrebbe ribaltare il mondo! Ma non è consentito.

Ecco, per me Bestiario è una sorta di sfogo a questa rabbia, a questo desiderio.
Per me Bestiario è la possibilità di ribaltarlo, questo mondo.

Il racconto non è mai crudo e anzi è piuttosto delicato nel suo incedere tra giornate di caldo e catture di formiche e giochi con la palla. Ma in quell’idillio piano piano emerge il losco figuro, la bruttura del mondo, che si accanisce su chi non lo merita, su chi è debole, su chi non può difendersi.
Alla fine, però, c’è la vendetta. C’è lo sfogo a tutte queste ingiustizie e ci scappa un sorriso di, non dico approvazione, ma almeno di appagamento nei confronti di chi è stato capace di rimettere le cose a posto.

Bestiario però è anche un grande esercizio di concentrazione.
A differenza de La Vedova e il Pappagallo, questa non è una storia pensata per ragazzini e non si rende semplice. Racchiude anzi alcuni elementi chiave della narrazione breve, ovvero la richiesta di grande attenzione da parte del lettore, che deve leggere tentando di cogliere più particolari possibili e, sempre al lettore, viene chiesta molta fiducia, perché in un racconto come questo l’appagamento avviene solo quando si raggiungono le ultime righe. Perché il bello dei racconti è anche questo, e cioè che alcuni elementi che non si riuscivano a collocare durante la lettura, improvvisamente hanno senso non appena si conclude e tutto viene visto in un’ottica diversa. Allora ti porta a pensare e a porti domande: “ma quindi questo era lì per tal motivo? Ma è stata davvero lei? Ma quindi sapeva? Ma quindi avevo capito giusto? Ah, ma allora era come supponevo!”

Che poi sono queste le cose importanti, no? I veri regali che la letteratura sa fare: le domande.

E di domande, a voler insistere, ce ne sarebbero tante da fare. Chi è davvero il Nene? E perché si comportava in quel modo? E cosa ci faceva la tigre, lì? E questa vendetta finale, se davvero vendetta è stata, è giusta?

Ah, le domande! Leggete questo bel racconto e poi ditemi che domande vi siete posti a lettura ultimata.

***

Bestiario, all’interno di Bestiario, di Julio Cortázar
Traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto
156 pagine, 11,00 €, Einaudi

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