ALongTail: Alla ricerca dei propri simili

Se chiedeste a mia mamma quale fosse il cartone animato che più amavo da bambino, probabilmente vi risponderebbe La Spada nella Roccia.
È vero, amavo quel lungometraggio e lo guardavo di continuo. C’era Merlino con la sua magia strampalata che lo porta a Honolulu in bermuda dalla fantasia floreale, Anacleto e il suo continuo bofonchiare irritato, la splendida, meravigliosa, unica! Maga Magò. Lo amavo, sì. Lo amo ancora, a essere sinceri. Però mia mamma commetterebbe un errore, perché confonderebbe “quello che amavo di più” con “quello che amavo di più tra quelli che possedevo” (in VHS, tra l’altro). Perché la verità è che il film d’animazione che mi piaceva più di ogni altro era uno che non si trovava in nessun negozio e le uniche volte in cui potevo vederlo coincidevano con le scarse visite alla videoteca del paese dove, se era disponibile, potevo finalmente noleggiare L’Ultimo Unicorno.

l ultimo unicorno

Ah! Com’era bello quel film! Com’è bello pure adesso! Un gioiello per ogni età, anche perché è un film per bambini ma allo stesso tempo non del tutto. La storia che tratta ha momenti così fini e profondi che solo l’età adulta può farti apprezzare. E infatti non finivo mai di noleggiarlo e guardarlo, anche col passare degli anni. Figurarsi poi la mia gioia nello scoprire che alla base di quella storia c’era un romanzo scritto da un certo Peter S. Beagle.

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È interessante come in Italia questo titolo sia passato praticamente inosservato. Non è pubblicato da un grosso editore, ma da Kappa Edizioni (una casa editrice che pubblica cose stupende ma che nasce dai fumetti, anzi, dei manga), e al momento è pure fuori catalogo.
Credo che in pochi lo conoscano e soprattutto per via di quel film.
Eppure si tratta di un romanzo che ha venduto cinque milioni di copie nel mondo e inserito da Locus, nel 1987 (il libro è del 1968), alla quinta posizione di una lista dei trentatré migliori romanzi fantasy di tutti i tempi. Non esattamente “l’ennesimo romanzo fantasy”, diciamo.

La storia, un incrocio di fiaba, narrativa cavalleresca, la classica ricerca e il romanzo di formazione, racconta di un unicorno femmina che scopre di essere l’ultima della sua specie. Grazie a una piccola creatura che cita Shakespeare scopre che i suoi simili non si sono estinti come creduto inizialmente, ma giacciono intrappolati da qualche parte e decide quindi di abbandonare per la prima volta i suoi boschi e affrontare un viaggio che la porterà nei regni degli uomini. Durante questo viaggio troverà compagnia in un mago poco capace di nome Schmendrick e in Molly Grue, la sfrontata e agguerrita moglie di un bandito dei boschi avido di canzoni che lo riguardano. Tra mille peripezie e pericoli, come il circo di Mamma Fortuna, una vecchia strega che tiene in gabbia stanche illusioni e una creatura che sarà causa della sua morte, magiche apparizioni di eroi letterari, re crudeli e principi innamorati, alla fine l’unicorno dovrà affrontare un essere fatto di puro terrore, il temibile Toro Rosso.

Come dicevo prima, la storia non è un fantasy classico, specialmente nello stile con cui è scritto, che mescola il racconto di ricerca con la fiaba e, allo stesso tempo, si prende gioco del racconto di fate stesso per creare una sorta di meta-testo che sa di essere una fantasia ma che proprio per questo sa di essere tremendamente reale.

Molly disse: “Se Lir è l’erore, lei che cos’è?”
“Questa è una cosa diversa. Haggard, Lir, Drinn tu e io… noi siamo in una favola, e dobbiamo andare dove ci porta. Ma lei è reale. Lei è reale.”

Inoltre, durante tutta la lettura si è pervasi da un senso di estatica bellezza che traspare dalla magnifica scrittura di Beagle e dal fulgore di una creatura immortale come l’unicorno, che si muove e parla su un altro piano rispetto agli umani, ma allo stesso tempo ci accompagna anche un senso di tristezza, di angoscia, dovuti al senso di impotenza e smarrimento davanti a tanta magnificenza.

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In un’intervista che ho trovato, Beagle racconta che sono tante le persone che lo avvicinano per dirgli che il suo romanzo ha significato molto per loro, perché hanno saputo riconoscersi nelle vicende di quell’unicorno solo in cerca di un senso di appartenenza, e ognuna di queste persone riporta un diverso tipo di solitudine da cui sta fuggendo.
È vero, in effetti. La storia dell’unicorno in cerca dei suoi simili può essere declinata in mille sensi e, in fondo, è uno degli scopi della letteratura, no? Il saperci rendere protagonisti, in qualche modo. Il saper accogliere le nostre pene e condividerle e trasformarle. È quindi facile che in molti si possano riconoscere nell’opera di Beagle.
Per esempio, leggendolo ora e sapendo che in qualche modo ne avrei poi parlato qui, non ho potuto fare a meno di legare la figura dell’animale immortale protagonista della storia a quella di un pre-adolescente, un’accoppiata che a parer mio si sposa benissimo.

Quando si inizia a crescere si inizia anche a pensare di essere “diversi” e, in qualche misura, “speciali”.
Da piccoli non c’è quest’idea. Si gioca insieme, c’è chi ti sta più antipatico e chi ti piace, ma trovi sempre qualcuno con cui passare il tempo e non ti poni grandi domande su te stesso. Mal che vada, poi, ci sono la mamma e il papà. Quando invece si hanno undici/dodici anni, si inizia a prendere coscienza in maniera più o meno profonda della propria esistenza e di come la realtà funzioni, e si inizia a capire di essere diversi dagli altri. Questo per mille motivi, ovvio, ma comunque si capisce che siamo unità a sé stanti. A volte la cosa ci renderà anche felici, perché gli umani sono portati a pensare di essere più speciali degli altri (inutile che lo neghiate, tutti noi leggendo qualche commento sui social ci troviamo a pensare di essere più svegli, o più capaci, o più intelligenti degli altri). C’è chi si vedrà più bello, chi più intelligente, ecc. C’è chi si vedrà anche più brutto, o più qualcos’altro, ma qualche connotazione positiva la riusciamo comunque a trovare perché è un modo per “scusare” lo scherno degli altri, o una nostra stranezza, o un momento di solitudine.
Lo si fa inconsciamente magari, ma lo si fa, e in giovane età questo ci porta anche a sognare in grande stile, giusto?
Ci si ritiene in qualche modo diversi, speciali, proprio come l’unicorno: una creatura magnifica, eterna, eterea, splendente.

Ma proprio come l’unicorno, che fino a quando non gli viene fatto notare da altri nemmeno si accorge di essere rimasta sola, ecco che un ragazzo che scopre di essere unico vuole, in qualche modo, fare parte di un gruppo. Per davvero. È l’età in cui si inizia a cercare un famiglia fuori da casa, amici che sappiano capirti e non semplicemente giocare con te.
Proprio come l’unicorno si mette a cercare i suoi simili, così fa un ragazzo. Vuole un gruppo che in qualche modo lo rappresenti, che lo faccia sentire bene, dove sappia esprimersi e venire ascoltato.

Quando si cerca, però, e si fatica a trovare, c’è il rischio di accontentarsi di un falso.

A un certo punto della storia, l’unicorno si troverà in pericolo e Schmendrick, in uno dei suoi rarissimi momenti di vera magia, tramuta il mitologico animale in una donna, Lady Amalthea. Più Amalthea rimane umana, però, e più sembra dimenticare chi fosse prima e cosa stesse davvero cercando nel mondo. Rimanendo umana tra gli umani, Amalthea arriva addirittura a non voler più ritornare quadrupede perché innamorata di un uomo. Ma Lady Amalthea non è una donna. La sua forma è una finzione che, tra l’altro, blocca la sua vera natura e i suoi veri poteri.
Ecco, anche un ragazzino pur di trovare “casa” potrebbe decidere di accontentarsi. Potrebbe decidere di seguire “mode” che non gli appartengono, vie che non lo interessano, perché altrimenti rimarrebbe escluso, rimarrebbe solo. Però quel ragazzino non è reale, è una ‘forma’ falsata, un burattino. E non sarà mai davvero felice.

Nel libro, alla fine Amalthea tornerà unicorno e avrà la forza di scacciare il Toro Rosso che è il simbolo della paura, del terrore. Il Toro Rosso è un ‘cattivo’ interessante perché non ha poteri se non quello di spaventare terribilmente l’unicorno e per sconfiggerlo basta impuntarsi e affrontarlo a testa alta. Ma prima dobbiamo affrontare le paure che abbiamo dentro e accettare la nostra vera natura. E abbracciarla.

Crescere significa capire, o iniziare a capire, chi si è.
Non sempre la risposta è piacevole perché a volte ciò che ci rende ‘unici’ è anche quello che ci allontana dagli altri, e l’uomo è un animale da branco, a differenza dell’unicorno. Ci sono però branchi e branchi e per poter crescere bene c’è la necessità di trovare qualcuno che ci permetta di essere se stessi. Ed è questo che mi ha catturato della storia dell’unicorno, o almeno è quello che mi ha catturato in questa rilettura: la capacità, seppur nella difficoltà, di potersi alla fine riconoscere come sé stessa, la vera sé stessa, e capire a quale “famiglia” appartenesse davvero, senza sconti, senza facilitazioni.
L’ultimo Unicorno è, in questo senso, un grande romanzo sul crescere e l’accettarsi, e da ragazzino sfigatello quale sono sempre stato spero che Amalthea possa essere un’ottima ispirazione per tutti.

“Non sempre siamo quello che sembriamo, e quasi mai ciò che sogniamo.”

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Io mi sono soffermato su questa “similitudine” che mi ha particolarmente colpito, ma L’Ultimo Unicorno offre talmente tanti spunti di riflessione, al di là del riconoscimento nella protagonista, che servirebbe un libro per parlarne a fondo.

C’è per esempio un discorso legato al saper davvero vedere le cose per quello che sono, al re-imparare a guardare. A capire cosa ci circonda e a gioirne. Infatti gli uomini non riescono a riconoscere l’unicorno e la scambiano per una puledra bianca. O per esempio c’è un villaggio che vive nel terrore di una profezia e che quindi non sa godersi le ricchezze presenti per paura di quello che dovrà capitare.

“Oggigiorno ci vuole una strega di un circo da quattro soldi per far riconoscere alla gente un vero unicorno.”

Ma anche la figura di Haggard, il perfido re vittima della sua stessa bramosia, così corroso dal suo desiderio da non aver saputo vivere d’altro e da aver trasformato il suo regno un tempo fertile in qualcosa di invivibile. E infatti più volte i personaggi si chiederanno se sia Haggard il padrone del Toro Rosso o viceversa, perché a volte siamo vittime delle nostre cocciutaggini.

L’Ultimo Unicorno è, lo avrete capito, una lettura che si presta bene come avventura fantasy d’evasione, ma anche come qualcosa di più impegnativo. Proprio per questo motivo, e soprattutto per la scrittura che è bellissima ma sicuramente non banale, ne consiglierei la lettura a partire dai dodici anni.

Tra l’altro, in Italia esiste anche la versione a fumetti di questo capolavoro, e questa sì, risulta disponibile e contiene delle tavole davvero mozzafiato, capaci di catturare l’aura della magnifica bestia bianca.

Non mancano quindi le occasioni per provare ad avvicinarvi… attenti però! Chi vedrà un unicorno, cos’altro vorrà mai vedere in questo mondo?

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L’Ultimo Unicorno
di Peter S. Beagle
Traduzione di M. Capriati
238 pagine, 15,00 €, Kappa Edizioni

L’Ultimo Unicorno
Film diretto da Jules Bass e Arthur Rankin Jr.

L’Ultimo Unicorno
Fumetto di Peter S. Beagle, Peter B. Gillis e Renae De Liz
Traduzione di P. Accolti Gil
160 pagine, 19,90 €, ItalyComics

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