Entrando in Slade House

Esiste una via piuttosto stretta e ben nascosta. Ha una targa che la segnala ma non è così facile trovarla. In questa via c’è una porticina di ferro. È piccola e devi abbassarti per oltrepassarla, e forse proprio per questo motivo risulta difficile vederla. Dietro questa porta c’è un giardino meraviglioso, che al suo centro ospita una casa signorile di notevole bellezza, una villa che tutti ameremmo abitare.
Sembra tutto perfetto, se non fosse che Google maps non la rileva, che lo spazio occupato è troppo grande per stare in quella via e che, beh, non è disabitata. Non del tutto, almeno.

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I custodi di Slade House conferma una cosa che non aveva affatto bisogno di conferme: la bravura di David Mitchell.
Tulio Avoledo, durante il loro incontro a Mantova ha detto che non sconosce nessuno, tranne forse Michel Faber, in grado di passare così agilmente da una narrativa più di genere a una mainstream. Io condivido totalmente.

Conosciuto soprattutto per Cloud Atlas, Mitchell ha un modo particolare di raccontare le storie. Non procede infatti con una narrazione lineare, ma ‘spezza’ l’intera trama in tanti racconti che, solo a libro concluso, ci faranno avere un quadro completo. Allo stesso tempo, ogni storia potrebbe quasi essere un racconto a sé stante. Mitchell è una sorta di orafo: intaglia ogni pietra in modo che sia perfetta, così perfetta da poter essere indossata da sola, ma poi le unisce per formare una bella collana che, grazie alla brillantezza di ogni suo singolo componente, risplende di grande bellezza.

I custodi di Slade House è un romanzo gotico, in parte horror, ma una cosa che mi ha molto interessato è che l’elemento ‘crudele’ e sovrannaturale della storia, quello che insomma dovrebbe fare davvero paura, è in verità qualcosa di sì terribile, ma estremamente affascinante. C’è un sentore di eleganza e grazia in questo lato oscuro. Una sorta di ordine cosmico in quello che fanno, sottolineato dalla costanza dei loro ritmi, ritmi che sono la chiave per la loro stessa vita.
Le vittime, invece… Sono le vittime il vero elemento orrorifico, perché sono le loro esistenze a fare paura. Ogni persona che entra in Slade House per non uscirne più, è in verità una persona dall’esistenza infelice, e tutte queste infelicità grandi e piccole sono infelicità che potremmo avere noi, che probabilmente abbiamo avuto, o avremo. È, in somma, la vita reale quella che spaventa, in questa storia. È l’essere soli, bullizzati, tristi, esclusi a far davvero paura.

È anche una storia che riprende a piene mani da Le ore invisibili. Anzi, come dichiarato dall’autore, questo libro nasce proprio dal precedente. C’è quindi, ancora una volta, quella ricerca di una vita eterna, quel desiderio di non sparire che ritorna e si fa estremamente concreto, tanto concreto da diventare una forma di nutrimento.
Cosa siamo disposti a fare per non soccombere al tempo? E cosa ci spaventa della vecchiaia? E della morte? Non è forse più spaventosa la vita?

Durante l’incontro al festival della letteratura di Mantova, Mitchell ha dichiarato che la lettura è una forma reale di telepatia in questo progetto che è l’umanità.
Ecco. Coi libri di questo autore si ha telepatia e anche empatia, si entra in contatto profondo con i protagonisti delle sue storie perché le sue storie sono vive, traboccanti di vita. Sono forti. Magari richiedono una maggiore attenzione, perché giocano ad incastrarsi tra loro, ma regalano frutti tenaci e ricchi. Sono libri, quelli di Mitchell, che ci raccontano con estrema precisione, sebbene le nostre storie vengano vestite con abiti fantastici. Ma l’abito è solo un trucco.
L’abito è solo una lente d’ingrandimento.

E sì. Avete letto bene. Le nostre storie.

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