Fata Morgana e il Cavaliere Blu

Se c’era una cosa che Morgana proprio non riusciva a sopportare, era il malinteso che il suo nome causava ogni qualvolta si presentava ad un cavaliere. No! Lei non era Quella fata Morgana, non era la sorellastra di Artù, né tanto meno la madre del suo figlioletto bastardo. Lei era una fata vera, dotata di ali, naturale spensieratezza e sintonia oltremodo ossessiva con la natura. Lei era realmente una del piccolo popolo, non come quella forse-mai-esistita-strega.
Il problema di base erano quei cantori barbuti che, come se ne avessero avuto il diritto, andavano di castello diroccato in castello diroccato raccontando storie, spesso poco veritiere e frutto di un’indagine poco approfondita sulla cultura degli esseri magici, con il solo scopo di ricavarne qualche soldo. Tutti ormai conoscevano quei racconti; uomini, donne e bambini sapevano a memoria ogni frase, anche quelle più insignificanti, e quei rari cavalieri che riuscivano a catturare l’attenzione di Morgana non erano da meno. Fortunatamente, presto tutto questo non avrebbe più costituito nessun fastidio.

Il cavaliere Blu non era così chiamato a causa di una qualche armatura colorata che indossava, no! La sua era di un grigio piuttosto insulso, proprio come quello di tutte le altre armature. Non era neanche colpa del mantello: quello che portava era rosso come il papavero, con ricamati lungo il bordo tanti leoni dorati. Semplicemente, lo chiamavano ‘Blu’ perché quello era il suo vero nome: Blu delle Torri Cadenti, cavaliere fidato del re.
Aveva incontrato Morgana, per la prima volta, in una delle sue lunghe passeggiate per i boschi. L’aveva vista mentre era intenta a saltare di ramo in ramo, quasi ignorando l’esistenza di quelle due grandi ali di farfalla che si ritrovava sulla schiena, come se non fossero capaci di farla volare.
L’aveva chiamata.
“Ehi! Tu! No! Non scappare!”
L’aveva inseguita.
In groppa al suo cavallo bianco l’aveva rincorsa e lei, tre metri sopra di lui, era fuggita tra nuvole di foglie cariche di rugiada. All’improvviso era svanita, forse inghiottita da una quercia secolare, forse solo ben nascosta proprio dietro Blu, in sella al medesimo destriero bianco.
Il cavaliere riuscì ad incrociarla un’altra volta, solo un mese più tardi. La vide sulle rive di uno stagno d’argento, mentre era intenta ad osservare incuriosita i propri piedi immersi nell’acqua. Era nuda, come del resto lo era sempre. Voluminosi ricci di fuoco le ricadevano fino ai fianchi, coprendo schiena e seni. La sua pelle era di un pallore perlaceo, spettrale, come se dell’acqua le scorresse appena sotto la superficie carnosa.
Morgana si accorse di lui, ma non scappò. Girò lentamente il volto verso l’uomo che la stava contemplando e lo chiamò: “Blu! Blu! Vieni qui, vieni a sederti vicino a me.”
Il giovane sembrò esitare, (“Degli esseri magici è bene diffidare!” lo ammoniva sempre suo nonno) ma poi i loro occhi s’incontrarono e, perso in quelle iridi verdi, il cavaliere del re comprese di essere gia follemente innamorato.
“Sei bellissima.” Le disse sedendosi al suo fianco.
“Grazie.”
“Come ti chiami?”
“Morgana.” E a quelle parole, gli occhi di lui, di un azzurro denso, si dilatarono.
“Se-sei quella… Quella Morgana? Se-sei la… la fata Mo…”
“No, non sono Quella!”
E calò il silenzio. Per cinque minuti non si udì altro che il vento tra le fronde e l’acqua tra le gambe di lei.
“Come conosci il mio nome?”
“Io conosco molte cose.”
“Conosci il mio re? Il grande Massenzio?”
“Sì.”
“E conosci le lontane terre che duramente abbiamo conquistato?”
“Conosco il mondo intero, e molto altro.”
“E quale luogo preferisci, tra tutti quelli veduti?”
“Nessun posto è paragonabile al mio mondo, quello che fluttua in un dimensione differente.”
Le sue parole, quasi sussurrate, galleggiavano tra i due volti immobili e andavano ad impigliarsi tra quei ricci rossi. Lui l’ascoltava, e frequentemente inciampava sulle labbra della fata.
“È davvero così bello? Il tuo mondo, intendo.”
Allora lei scostò lo sguardo e si mise ad osservare il vuoto.
“No, molto di più.”

In seguito, i due incominciarono ad incontrarsi più spesso. Non sempre lei scendeva dai suoi rami e non sempre parlava, ma non c’era una volta in cui non fosse bellissima.
Blu passava tutte le sue giornate girovagando per il bosco come un leone senza casa, come un lupo ferito sprovvisto di tana, e se non incontrava quegli occhi magici tornava indietro e ricominciava a vagare, disperato, finché non stramazzava a terra, sfinito dal tanto cercare.
Un giorno, i due si baciarono e lui le disse: “Ti amo.” Furono due parole spuntate quasi per caso, profumate di miele e di rose.
L’abbracciò ma, nel farlo, le grosse dita del cavaliere sfiorarono le ali che spuntavano sulla di lei schiena. A quel tocco indelicato si ritrasse spaurita.
“Non devi toccarmi le ali, se lo farai ancora mi potrebbe essere letale!” Ma poi, lui la baciò ancora, e insieme si dimenticarono dell’accaduto.

Sei mesi più tardi, il ragazzo formulò la domanda che Morgana ormai da tempo si aspettava di dover ascoltare.
“Mi porterai con te? Nel tuo mondo?”
“Sì.” Fu l’inaspettata risposta della fata.
“E quando?” Insisté Blu.
“Domani.” La fata piegò le labbra in uno strano sorriso, forse malizioso. Il cavaliere, erroneamente, lo scambiò per desiderio.
“Davvero?” Un’eccitazione infantile s’impossessò di ogni fibra del suo corpo. I suoi occhi sembrarono farsi più celesti e il suo sorriso si allargò improvvisamente.
“Sì.” Rispose ancora la fata. “Sì.”
Sì! Morgana l’avrebbe portato con sé, al di là del cerchio di pietra, oltre la porta d’argento, perché il sangue di un umano innamorato, abbondantemente versato sull’altare delle Fate, avrebbe finalmente diviso il mondo degli uomini da quello magico. Per sempre.

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