La trilogia del peccato – Parte 2

Fruscio di sete

Il serpente si calò dal ramo più alto a quello sottostante. Non produsse il minimo rumore. Il legno gli scivolò sotto il ventre con facilità inquietante. Poteva sentirne i nodi duri accarezzargli le squame.
Si mosse ancora, stavolta più velocemente, ma nel farlo calcolò male le distanze e mandò la coda ad inciampare su qualche foglia, provocando un lievissimo fruscio.
Vide Eva bloccarsi. La sua mano si era fermata a pochi centimetri dal frutto. Così maledettamente pochi!
Doveva imparare ad essere più cauto, non poteva permettersi di mandare a monte un piano dalla gestazione tanto lunga. Restò immobile per qualche secondo.
Nel riprendere la discesa, le spire si mossero con maggiore delicatezza, toccarono i rami come se fossero sciarpe di seta, in modo che il contatto fosse un atto estremamente leggero. Come fatto d’acqua, il rettile gocciolò da una fronda all’altra, evitando inutili gorgoglii, per andare infine ad accomodarsi dietro un gruppo di foglie smeraldine che nascondevano una mela perfetta.
Rimase nascosto. Approfittò dei propri colori per rimanere celato. Non era sua intenzione farsi vedere, almeno finché non fosse giunto il momento propizio.
Eva, però, gli appariva ancora troppo incerta. Certo, si vedeva perfettamente che desiderava quel frutto più di ogni altra cosa, ma il serpente sapeva benissimo che il desiderio non sempre era sufficiente.
Gli occhi della donna luccicavano nel rossore del frutto e i suoi capelli ramati ondeggiavano in quella brezza leggera che aveva iniziato a soffiare.
La lingua biforcuta, con uno scatto veloce, uscì a tastare l’aria. Le spire si contrassero per un istante, facendo avanzare il rettile di qualche centimetro. Poi il vento calò.
Fu per sbadataggine, e anche per impazienza, che la coda scosse alcuni ramoscelli per la seconda volta. Il serpente si attorcigliò allora su se stesso, aggrappandosi forte al ramo che lo sosteneva e rimase in attesa della reazione di lei.
Non accadde nulla.
La compagna di Adamo restò rannicchiata nella sua indecisione e, mentre i suoi ricci venivano attorcigliati attorno alle dita, il suo sguardo vagava nel vuoto.
La lingua biforcuta saggiò nuovamente l’aria e, una volta ancora, si rilassò.

***

Impiegai un tempo infinito per scendere le scale. Sì, quella volta me la presi comoda.
La gonna che indossavo vestiva stretta sulle cosce e questo m’impediva di fare movimenti repentini. I tacchi, anche se dalla base ampia, erano piuttosto alti, e gli scalini di legno vecchio erano troppo stretti per non porvi la massima attenzione. E poi c’era lui, certo. Mentre compivo la mia discesa, non sapevo ancora chi fosse. Lo guardai di sfuggita una sola volta, tra un passo e un altro, ma poi non lo feci più.
Ero riuscita a scorgere i suoi capelli, tagliati in un’acconciatura indescrivibile, con la frangia che andava a cadergli sugli occhi, di un castano chiaro, o forse di un biondo piuttosto scuro. Erano molti, molti e folti, e sopra le orecchie curvavano inaspettatamente in fuori, quasi pronti a balzare nell’ignoto.
Sentivo il peso del suo sguardo, un peso piuttosto leggero ma liquido. Andò a naufragarmi giù, lungo il collo. Come seta scivolò fino alla scollatura della camicetta per poi finire ai miei piedi, nascosti dentro a quelle scarpe che, ad ogni gradino, facevano capolino da sotto la gonna.
Mi stava ammirando. Si stava sognando al mio fianco.

Le mani di Bernard erano incredibilmente vecchie; me le ricordo bene perché, quando afferrarono le mie, giusto prima di baciarmi sulle guance, le percepii come fossero estensioni di un albero dalla corteccia bitorzoluta.
Poi mi venne presentato lui, il ragazzo.
“Questo è mio nipote, Valentin.”
Mi si avvicinò con cautela, senza mai guardarmi negli occhi. Puntò direttamente alle dita, e finì col posarvi la bocca. Mi baciò poco sopra le unghie, mancando completamente il dorso. Sotto i ciuffi ribelli scorsi due orecchie infiammate; si riusciva quasi a vederle pulsare. Quando si fu raddrizzato, si soffermò a squadrarmi le labbra. Io, d’istinto, le umettai con la lingua.
Era giovane, molto giovane. Le sue guance erano accese di rosso, a tratti nascoste da qualche pelo di una barba adolescenziale.
“Quanti anni hai?” Gli chiesi, riflettendo sulle sue ciglia incredibilmente lunghe.
Lui alzò di scatto la testa, il verde dei suoi occhi finì quasi erroneamente nel mio azzurro; tremavano all’interno delle proprie cavità oculari, poi crollarono nuovamente sulla mia bocca. Non pronunciò una parola.
“Diciassette.” rispose Bernard al suo posto. “Tra una settimana esatta!”
Giovane, troppo giovane. Era troppo piccolo perfino per potermi anche solo sognare. Troppo piccolo…

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