La Trilogia del Peccato – Parte 1

Origine Nascosta

Stava scendendo le scale muovendosi lentamente; prima un piede, poi l’altro, senza mai mollare la presa del corrimano. Le sue dita, incredibilmente bianche, scivolavano su quel legno scuro e liscio e il pizzo candido della camicetta, che cercava di imitarle, le seguiva da vicino.
Aveva delle labbra stupende, dalle linee decise, marcate con un rossetto brillante. Erano chiuse in un’espressione seria, leggermente arricciate, e sobbalzavano impercettibilmente ad ogni scalino.
Le lunghe ciglia nere contornavano degli occhi di un azzurro grigiastro che osservavano pensosi i gradini rimanenti. Li studiavano uno ad uno.
I tacchi, nascosti sotto una lunga gonna nera, producevano un suono sordo ad ogni scontro con il pavimento. Una serie dalla lunghezza imprecisata di ‘toc… toc… toc…’ si diffuse nell’aria, di orecchio in orecchio, di ossessione in ossessione, tessendo una sorta di malia di eleganza.
I capelli biondi erano stati raccolti dietro la nuca, a formare uno chignon, e solo qualche piccolo boccolo era stato astutamente lasciato libero di cadere lungo le guance.
Una catena d’oro le scendeva giusto dentro la camicetta, perfettamente in mezzo ai seni. Il tessuto bianco le stava attillato sul petto e metteva in risalto le forme che lei esibiva senza vergogna.

Stava scendendo le scale muovendosi lentamente, la prima volta che la vidi. Stava perfettamente eretta, senza tuttavia sembrare rigida. Teneva la testa appena appena inclinata in avanti, quel tanto necessario per poter programmare i passi successivi.
Il braccio destro giaceva rilassato lungo il fianco, oscillando avanti e indietro a causa della ripida discesa.
Un anello d’argento e ambra, che portava all’anulare sinistro, giocava a riflettere le luci dell’ingresso e i miei occhi osservavano quello scintillio perdendosi all’interno. Fu l’unico momento in cui non mi persi in lei.
Ad ogni passo, la punta scura di una scarpa fuoriusciva dal suo nascondiglio e, quasi involontariamente, tirava la gonna quel minimo indispensabile per delineare il contorno di due gambe perfette.
Appena superato anche l’ultimo gradino, una cameriera le si avvicinò per aiutarla a indossare la lunga mantella nera. Mio zio arrivò e la baciò sulle guance. Lei si protese per contraccambiare e, nel farlo, alcune vene del collo sfiorarono la superficie, permettendomi di intravedere qualche linea bluastra in quel campo latteo. Le seguii fino al punto in cui andavano a nascondersi sotto i vestiti.
“Ah! Valentin!” Fece mio zio, con la mano protesa verso di me. “Vieni qui! Lascia che ti presenti Madame Gourmande.”
Io mi avvicinai e, come da etichetta, le presi la mano destra e me la portai alle labbra.
“Corinne.” continuò lui. “Questo è mio nipote Valentin.” E in quel momento, proprio nel momento in cui le ultime lettere del mio nome si disperdevano nell’aria, la sua soffice pelle ricevette il mio bacio. Il mio cuore s’arrestò e, forse per colpa del sangue che non veniva più pompato, le mie guance si accesero di un colore incomprensibile.

***

Eva osservava la mela proprio come Adamo osservava, solitamente, lei. Non sapeva se fosse perché la desiderava più di quanto desiderasse il suo compagno, o semplicemente perché non aveva altro da fare.
Era rossa, scarlatta, di una lucidità senza pari e totalmente priva d’imperfezioni. Non era l’unica in quell’albero, ma era la migliore.
Su di un lato, il rosso era leggermente sbiadito in un arancio corposo, intenso, un arancio tramonto, e proprio in quel punto si stava riflettendo l’ultimo sole della giornata.
Era come se la stesse chiamando, come se quella luminosità sopita che la circondava fosse una sorta di messaggio destinato a lei. Solo a lei.
Che cosa avrebbe dovuto fare? Solitamente, quando scopriva qualcosa di nuovo, qualcosa che non sapeva ben identificare, chiamava Adamo; lui sapeva sempre cosa era buono e cosa cattivo. Ma questa volta era diverso. Questa volta voleva essere l’unica, la sola che potesse giudicare, che potesse provare, assaggiare…
La mela voleva farsi toccare da lei, e da lei sola.
Un leggero venticello fece dondolare delicatamente le fronde del melo e il frutto si mise a ruotare leggermente. Era come se fosse il sole stesso a girare.
Sentì un fruscio, appena dietro le foglie verdi, ma non vide nulla, nulla se non quel frutto senza pecca. Sembrava avere una superficie così terribilmente liscia! Sembrava essere matura al punto giusto! Sembrava che non aspettasse altro che il morso di una donna, il suo morso.
Eva allungò indecisa il braccio, poi ci ripensò e lo fece ridiscendere al suo posto. Si portò la mano sinistra ad arricciare un ciuffo di capelli e rimase a osservare il buio che si andava addensando.
Sentì nuovamente un fruscio sui rami e poi ancora un alito di vento. La mela si scosse leggermente e, per un attimo soltanto, tornò, nella sua interezza, a riflettere quel sole ormai destinato alla morte. Vide un’ultima volta quel colore perfetto, quella lucidità così… divina. Era sicuramente una cosa buona, perché era troppo bella.

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