Il grande animale

Chi è il grande animale?

Oh, nel libro di Gabriele Di Fronzo viene specificato a chi, o cosa, si riferisce il titolo… ma dopo averci pensato su qualche giorno, mi chiedo se il grande animale non possa essere, per noi tutti, la morte. Sì, perché ‘grande animale’ da l’idea di un qualcosa di grosso e meraviglioso, regale anche, di mitico. E tutti i grandi animali fanno paura.
La morte è tutto questo, in un certo senso.
Una cosa misteriosa, da venerare quasi. Una creatura da tenere a bada per non rimanerne schiacciati. Un grande animale che fa paura. Paura per se stessi, ma soprattutto per gli altri. Perché la morte ci ruba in modo permanente qualcuno, e quindi qualcosa (una carezza, un sorriso, una vita).
La morte è la sola cosa in grado di spiazzarci del tutto, di trasformarci eternamente.

Allo stesso tempo mi vien da chiedermi se anche noi stessi potremmo essere dei grandi animali. Siamo infatti creature che non si conoscono abbastanza, siamo più profondi di quel che percepiamo, più forti. E anche più spaventati.
Certo, pensiamo di sapere tutto di noi stessi, ma poi una persona a noi cara se ne va, e allora non capiamo più niente. Il mondo che ci circonda cambia, non può più essere quello di prima per ovvie ragioni.
Diventiamo grandi animali ingestibili.

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Il romanzo di Di Fronzo tenta un po’ di raccontare questo grande animale che è la perdita di qualcuno, e lo fa mettendo in campo un protagonista piuttosto ‘bizzarro’. Si tratta infatti di un tassidermista, ovvero qualcuno che ha il compito di far sembrare vivo qualcosa che è morto. Una cosa che forse tentiamo di fare tutti, in verità.

Verrebbe da pensare che una persona del genere possa essere più abituata alla morte di molti altri. Se poi si considera le storie di un passato poco piacevole che è costretto a ricordare al proprio padre (e di cui il padre è protagonista), beh, verrebbe da pensare che la fine del suo genitore possa non costituire un evento così traumatico. Sembrerebbe che, in questo caso, la morte possa essere una sorta di liberazione
Non è così. Probabilmente non lo è mai.
Quando la malattia fa il suo naturale corso, il protagonista non ne rimane immune. Ai miei occhi è anzi apparso devastato. Il suo è un dolore apparentemente composto, metodico anzi, ma proprio da questa compostezza, da questa sua metodicità si capisce quanto la morte del padre sia stata lacerante.

Non siamo in grado di accettare la morte.
Mai. È questo il punto.
Tentiamo sempre di trattenere la persona scomparsa, in un modo o nell’altro. E ognuno gioca le carte che ha.

Il grande animale è un romanzo particolare. Estremamente breve, compostamente intenso, si insinua sotto la pelle proprio come gli strumenti di un tassidermista. Esplora l’anima del lettore e ci scava dentro finché non trova quel grande animale che ognuno si porta dentro ma col quale sarà prima o poi costretto a fare i conti: l’impossibilità di accettare una fine.

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