Le ore invisibili

Leggendo certi libri uno si chiede come sia possibile poi parlarne. E se l’idea è quella di condividere le proprie impressioni con chi tale libro ancora non l’ha letto, beh, sembra un’impresa persa in partenza.
Le ore invisibili, per esempio, è un romanzo che merita di non essere raccontato. Visto anche che la quarta di copertina non dice praticamente nulla, mi sembra giusto non aggiungere niente a questo niente.
Solo che… come si fa a parlare di un testo senza richiamarne alcuni avvenimenti importanti?
Non lo so. In tutta sincerità non lo so. Però so che questa lettura è stata davvero molto grande.

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David Mitchell è probabilmente noto per il suo Atlante delle nuvole, recentemente trasposto (meravigliosamente) sul grande schermo dai fratelli Wachowski e da Tom Tykwer. Pure io l’ho conosciuto grazie a quel romanzo fatto di racconti incastrati tra di loro in modi anomali.
Ma ora lo sto pian piano riscoprendo, questo autore. Lo sto riscoprendo perché L’atlante delle nuvole mi era piaciuto moltissimo, ma forse Le ore invisibili mi è piaciuto anche di più.

Insomma, David Mitchell è un ottimo narratore. Uno di quegli autori capaci di unire storie di grande intrattenimento a riflessioni profonde che si fanno strada lentamente e invisibilmente tra le frasi, i frammenti, i racconti.
Perché Mitchell scrive racconti, essenzialmente, che poi si uniscono a formare qualcosa d’altro.
Era il caso dell’Atlante, ma è anche il caso de Le ore invisibili, sebbene con un meccanismo tutto diverso.
Se nell’Atlante c’erano storie diverse per tempi e personaggi che in qualche modo si collegavano tra loro, qui ogni racconto contribuisce a portare avanti la stessa storia, ma attraverso persone diverse, senza dimenticarsi di quella che potremmo definire la protagonista.
Una costruzione narrativa particolare e ottima.

Le ore invisibili è essenzialmente un romanzo sul trascorrere del tempo, e lo sottolinea in vari modi.
Il titolo originale, per esempio, è The bone clocks, ovvero gli orologi d’ossa, e questo termine sta ad indicare gli uomini, che sono orologi ambulanti che prima o poi smetteranno di funzionare e che con il loro invecchiare segnano il passare del tempo.
I capitoli, poi, o racconti… ognuno segna un balzo in avanti di qualche anno, fino a ritrovarsi in una sorta di futuro distopico.
E poi c’è l’ossessione per l’immortalità.

David Mitchell, in qualche intervista, ha dichiarato di aver iniziato a pensare a questa storia quando, guardandosi allo specchio, si è reso conto di non essere più lui, di avere rughe che prima non aveva. Quando cioè si è accorto di stare invecchiando.
Il renderci conto di star invecchiando ci rende in qualche modo partecipi del fatto che, prima o dopo, arriverà la morte. E la morte ci fa paura. Sempre. In un modo o nell’altro. Si vorrebbe fuggirla. Ed è di questo che tutto il romanzo parla, declinando l’argomento in vari modi. C’è chi lotta per non morire, chi possiede doni innati che lo rendono particolarmente longevo. C’è chi la morte in un certo senso la sfida. C’è chi ha il terrore della morte dei propri cari. C’è chi vive e, ovviamente, c’è chi muore.

Ma Le ore invisibili è anche un romanzo costruito sulle persone. Ad ogni capitolo corrisponde un personaggio diverso, e a ogni personaggio corrisponde una storia diversa. E sapete una cosa? Alla fine del libro ci si rende conto che la storia di Holly, la protagonista, è l’insieme delle storie di molte altre persone che in qualche modo l’hanno toccata, sfiorata. Perché poi è davvero così, no? Siamo tutti un ammasso di storie che crediamo di aver scritto da soli, ma la verità è che il nostro racconto è formato dai racconti di altri.

Le ore invisibili è un romanzo grande e grandioso. Un romanzo che parla anche di molto altro e che so di non poter spiegare a fondo (non ne sono capace), ma che merita di essere letto e prestato e regalato.
Io ve l’ho detto.

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2 pensieri su “Le ore invisibili

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