Questioni di genere: intervista a Joanne Harris

ATTENZIONE! Pericolo gender!
Ve lo dico subito così potete fuggire in tempo. Sì, perché il gender è arrivato nel Meleto!
Ok, per rassicurarvi posso dire che il Meleto è un luogo meno puro e meno candido di una scuola (in pratica, nessuno riuscirà a forviare le mie povere mele, sono già forviate di loro), quindi non occorre che prendiate striscioni e cartelli (o libri) e vi mettiate a sfilare in piazza per salvarmi. Ormai sono una causa persa.

Non so quanti di voi si interessino, o si siano interessati, alle varie polemiche sull’inesistente teoria gender o sui vari fatti correlati. Fatto sta che i gender studies, come dice pure wikipedia, “rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. […] Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità e del rapporto tra individuo e società, tra individuo e cultura.”
E il risultato delle ricerche, non serve certo che ve lo dica io, è che il rapporto individuo/società e individuo/cultura è differente se si è donne o uomini.
È un fatto.
Ed è un fatto anche nel mondo dei libri.

Ne avevo già letto in passato, e ultimamente ne ha parlato molto su Twitter e sul suo Tumblr Joanne Harris. Ho quindi pensato potesse essere bello farle qualche domanda relativamente a questa disparità che ha notato tra le autrici e gli autori.
L’ho chiesto a lei per vari motivi.
Primo fra tutti perché l’ho vista molto attiva, ultimamente, in questo senso. Poi perché è un’autrice che amo molto, e che in un certo qual modo ha, a mio modo di vedere, ‘sofferto’ questa iniquità, per lo meno in un certo tipo di marketing. E poi perché è una voce internazionale, che ci mostra come il problema sia globale, e non solo italiano, o solo inglese.

Qui di seguito trovate la nostra breve chiacchierata.
Mi rendo conto che non è molto, però potrebbe essere una piccola spia che ci può permettere di porre maggiore attenzione nelle cose che facciamo.

Io ringrazio Joanne per la sua infinita gentilezza e vi invito a leggere l’intervista. E a leggere i suoi lavori, anche.

Cara Joanne, grazie per essere qui a parlare di un argomento che non costituisce solo un problema inglese e che penso meriti maggiore spazio.
Forse i miei lettori non lo sanno, ma tu stai combattendo, specialmente su twitter, una battaglia per diritti e trattamenti egualitari tra scrittori e scrittrici. Puoi spiegarci da dove nasce questa lotta e puoi darci qualche esempio di cosa intendi con differenza tra scrittori e scrittrici?
Nonostante ci siano più scrittrici che scrittori, e che le lettrici siano più numerose dei lettori, nei media rimane una propensione verso gli autori. Sulla stampa vengono recensiti più autori maschi, sono loro ad essere i più nominati nei principali premi (sebbene negli anni recenti il trend abbia iniziato a cambiare). Gli autori uomini tendono ad ottenere maggiori anticipi su libri che vendono in minor copie rispetto a quelli scritti da autrici. E rimane un pregiudizio generale contro le autrici nel mondo letterario, basato sull’idea che gli uomini scrivano “letteratura seria” mentre le donne “chick-lit”. E non aiuta il fatto che autori prominenti come V.S. Naipaul siano stati così sprezzanti riguardo la narrativa scritta da donne, e il ciclo viene perpetuato dall’immensa attenzione da parte dei media che persone come Naipaul ricevono.

Da dove nascono queste differenze? Hai un’idea al riguardo? È un problema legato alla società patriarcale o cosa?
Sì, per secoli le donne sono rimaste in silenzio, ignorate e forzate a scrivere sotto pseudonimi per poter essere prese sul serio. Le cose stanno cambiando, ma c’è ancora molta strada da fare prima che le scrittrici non siano pregiudicate per il loro genere.

Pensi che queste differenze siano create solo dall’industria culturale o anche da parte dei lettori?
Da entrambi, è così che il pregiudizio funziona.

Pensi che i lettori siano in grado di notare queste differenze? O forse semplicemente non se ne interessano? E dovrebbero interessarsene?
Sì, dovrebbero interessarsene. Ma il pregiudizio non è limitato all’industria. Esiste anche nel paese, e l’industria lo sta sfruttando.

Dopo i tuoi innumerevoli tweet al riguardo, ho chiesto ai miei lettori se leggessero più autori o più autrici. Il risultato è che la maggior parte legge prevalentemente libri scritti da uomini. Ma solo pochi lettori hanno detto che si tratta di una scelta, la maggior parte non ci aveva fatto caso fino a quando non gli è stato chiesto. Ma questa è davvero una scelta inconscia?
Sì, penso che molti pregiudizi siano inconsci. E finché le persone non affronteranno i loro pregiudizi (e il modo in cui vengono sfruttati dalle divisioni vendita e marketing degli editori) niente probabilmente cambierà. Ma le scelte d’acquisto dei lettori subiscono l’influenza del marketing, e questo è spesso fortemente genderizzato. Gli uomini sono “guidati” verso libri di uomini, confezionati e venduti in maniera “mascolina”. Lo stesso per le donne. Ma quando una donna scrive una storia d’amore, questa viene confezionata con copertine rosa e venduta come “chick-lit”, mentre quando un uomo scrive la stessa cosa, il suo libro riceve una copertina “seria” e viene elogiato dai critici come un’importante visione delle relazioni umane…

Io e altri ci siamo anche resi conto che nelle antologie scolastiche di letteratura spesso non c’erano autrici, o comunque erano molto poche. Non so esattamente come sia la situazione odierna, ma non sono così vecchio quindi non credo che sia molto diversa. È la stessa cosa in UK? E perché? Può essere una delle cause del problema, oppure è una conseguenza?
Sicuramente non aiuta che lo studio dei “classici” si concentri soprattutto su autori maschi. Questo è un pigro appoggiarsi a tradizioni superate, tanto quanto il voler perpetuare il mito che le donne non scrivono letteratura. Ci sono molti libri “di letteratura” scritti da donne da studiare, solo che storicamente le donne non hanno mai ricevuto quel tipo di plauso che è invece sempre stato offerto agli uomini. Questo significa che è raro che una scrittrice abbia ottenuto una vera fama (anche le Brontë originariamente scrissero sotto pseudonimi maschili) che è poi il motivo per cui l’etichetta di “classico” così spesso le elude.

Questa non è una vera domanda, ma penso sia pertinente all’argomento.
Mi rendo sempre più conto che molti lettori considerano Jane Austen come una semplice autrice di romanzi rosa, mentre in verità si tratta di una scrittrice che è stata capace di descrivere in una maniera molto intelligente e ironica la società del suo tempo. Forse il problema è che non siamo in grado di capire quello che leggiamo?
Austen è un’autrice di satira sociale tremendamente sottile, che usava i drammi famigliari e le storie d’amore per trasmettere il suo messaggio. Ma i lettori che non sono abituati a guardare agli argomenti di un libro, piuttosto che semplicemente leggere la storia,  possono scioccamente banalizzare la sua importanza. La storia è solo una delle componenti di un romanzo, la grande letteratura combina storia, stile e argomenti per dare una conoscenza più profonda delle idee presenti dentro il racconto.

Cosa pensi possiamo fare per cambiare la situazione?
Leggere libri differenti. Leggere libri sia di uomini che di donne. Recensire più libri di autrici, in modo che lo sbilanciamento di genere venga raddrizzato. Non giudicare i libri dal loro marketing. Molti autori non hanno diritto di parola sul come i loro libri debbano venire presentati. E ricordare che, in un’industria storicamente dominata da uomini bianchi di mezza età, l’attenzione e il rispetto di uomini bianchi di mezza età è probabilmente indirizzato verso i risultati di uomini bianchi di mezza età…

***

Prima di concludere il post vorrei lasciarvi un paio i link, specialmente per chi mastica un po’ di inglese. Il primo è a un post della stessa Harris che parla del problema e che lascia altri link relativi alla questione. Lo trovate QUI, ma se cercate nel suo blog troverete altri articoli interessanti, come quello che analizzava l’approccio dei media nel parlare del Booker Prize assegnato alla Catton per il suo “I luminari”, un approccio completamente differente da quello utilizzato nei confronti degli autori maschi.

E poi vi lascio a questo articolo su un esperimento. Cosa cambia se ad inviare un manoscritto è un uomo o una donna?

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13 pensieri su “Questioni di genere: intervista a Joanne Harris

  1. amaranthinemess ha detto:

    E’ indubbio che ci siano ancora forti discriminazioni fra uomini e donne, però starei molto attenta e non far andare il discorso verso una deriva da “quote rosa”…i tuoi lettori non si sono resi conto di leggere per lo più autori maschi finché non glielo hai chiesto? Bene, direi che è l’atteggiamento giusto, io non scelgo un libro in base al sesso dell’autore ma in base al contenuto. Diciamo che lo scopo dei gender studies (che è comunque una branca della critica letteraria e ha a che fare solo tangenzialmente con il gran polverone sul “gender”..) non è quello di “valorizzare” la scrittura femminile (la mia prof di lett.inglese dell’università è una “esponente” di questo tipo di studi e potrebbe dare di matto se le si dicesse qualcosa del genere) quanto quello di studiare “scientificamente” il ruolo della donna autrice e personaggio letterario e di appianare quanto più possibile le differenze ma non per dire le donne poverette son discriminate, leggete più donne, quanto per dire, le donne sono donne perchè hanno una vagina e questo non c’entra nulla con la letteratura quindi leggete chi vi pare senza lasciarvi influenzare da peni e vagine! 🙂

    • Andrea Storti ha detto:

      Credo che il discorso sia un po’ diverso e forse sono io che mi son spiegato male. Ovvio che i gender studies non devono dirti: leggi autrici donne!
      Ma qui io stavo pensando a studi più ampi, tipo: come viene percepita una donna in un determinato ambito lavorativo? E mi pare chiaro che, almeno secondo la testimonianza della Harris, la percezione più ‘in voga’ è che la donna autrice scriva chicklit, libri super commerciali che non hanno niente a che vedere con l’alta letteratura.

      E, mi ripeto, vero che non si deve forzatamente legger e più autrici solo perché donne. Però magari si può fare più attenzione a come si giudicano determinati libri prima ancora di leggerli.

      • Andrea Storti ha detto:

        Cioè, pure la Harris mi sembra chiara in questo, ponendoti il dubbio: quanto di quello che leggi è veramente scelto da te?
        È questo una parte del problema. Perché anche solo limitandoci al caso Harris, il rmo libro realmente fantasy che ha scritto, in Italia è stato presentato con una cover per niente fantasy che potesse richiamare quei lettori che l’aveva conosciuta attraverso romanzi venduti come ‘femminili’! e questo ha indubbiamente allontanato una fetta di lettori.

    • LaLeggivendola ha detto:

      >>i tuoi lettori non si sono resi conto di leggere per lo più autori maschi finché non glielo hai chiesto? Bene, direi che è l’atteggiamento giusto, io non scelgo un libro in base al sesso dell’autore ma in base al contenuto.

      Il problema sta nel fatto che le scelte inconsce sono comunque scelte, determinate da un’idea inconsapevole che i suddetti lettori si sono fatti delle scrittrici donne. Se un lettore a parità di contenuto continua a scegliere soltanto scrittori uomini, vuol dire che inconsciamente è convinto che ci sia una qualche differenza di capacità, valore o contenuto a seconda del genere di chi scrive. E questo non lo chiamerei affatto “l’atteggiamento giusto”. Gli studi di genere non sono una branca della critica letteraria, ma della sociologia e indagano soprattutto sui comportamenti di cui non ci si rende conto.

      • amaranthinemess ha detto:

        Ti assicuro che i gender studies sono anche una branca della critica letteraria…o è così oppure all’università ho sostenuto gli esami della facoltà sbagliata 😉

  2. Mel-chan ha detto:

    Ciao, ho trovato il link all’articolo su una pagina facebook e l’intervista mi ha colpita abbastanza. Tratta di argomenti che al momento sono molto in voga, e sinceramente spero per i gender studies che la suddetta voga passi presto, visto quanto vengono intepretati a piacere da qualsiasi fazione (questo in generale, non parlando della Harris).

    Credo al fatto che in ambito editoriale, e nella mente di alcune persone (non certo il pubblico di lettori in toto), esistano ancora pregiudizi e imparità tra i due sessi, e questo è sicuramente ingiusto e deve cambiare in fretta.
    Però trovo altrettanto agghiacciante questo:

    “Ma solo pochi lettori hanno detto che si tratta di una scelta, la maggior parte non ci aveva fatto caso fino a quando non gli è stato chiesto. Ma questa è davvero una scelta inconscia?
    Sì, penso che molti pregiudizi siano inconsci. […]”

    Senza offesa, ma questa risposta denota un’arroganza incredibile da parte sua. Joanne Harris non conosce le persone di cui parla, non sa chi sono, cosa fanno né la loro mentalità.
    Come ho detto sopra, sicuramente ci sono persone per cui vale questo discorso, ma trovo veramente sbagliata (e potenzialmente pericolosa) la generalizzazione che fa la Harris.

    Io spesso nemmeno lo controllo, il nome, o vado a guardarlo quando il libro l’ho già comprato e iniziato. Idem le mie amiche lettrici.

    E’ molto comodo trasformare l’intero pubblico di lettori in un gregge di tontarelli che seguono stolidamente la pubblicità fatta dalle case editrici, nel bene e nel male. A me non è MAI e dico MAi venuto in mente di controllare i libri in base all’aspetto più o meno femminile della copertina. Certo ti colpisce l’immagine, ma non per il suo essere più o meno femminile.

    Sinceramente dubito di essere una minoranza in questo.

    “E ricordare che, in un’industria storicamente dominata da uomini bianchi di mezza età, l’attenzione e il rispetto di uomini bianchi di mezza età è probabilmente indirizzato verso i risultati di uomini bianchi di mezza età…”

    Ciò che conta è la pubblicazione dei libri e delle storie A PRESCINDERE dal sesso/colore della pelle/religione/età/whatever di chi ha scritto il libro. Nel momento in cui le idee e i gusti degli editori influenzano questo, sono d’accordo con l’arrabbiarsi (e sicuramente ci saranno dei casi nei quali accade, nel qual caso è giusto protestare. Il problema qui è la generalizzazione). Altrimenti, quello che pensano nel loro privato non m’interessa minimamente.
    Io ci posso anche credere che nella storia editoriale della Harris siano accadute ingiustizie di questo tipo e davvero me ne dispiaccio, sta di fatto che il messaggio che traspare dalle sue parole è che la scelta dei libri dovrebbe comunque passare dal sesso del suo autore:

    “Leggere libri differenti. Leggere libri sia di uomini che di donne.”

    Per quanto mi riguarda, no. Leggo basandomi sulla trama, e degli organi genitali di chi scrive il libro non m’interessa minimamente. Non ho intenzione di cominciare a controllarlo e preferire un libro a un altro nel caso in cui l’autrice sia di sesso femminile, e la cosa tristissima è che alla fine tutto questo discorso è qui che va a parare: secondo questa mentalità uno *dovrebbe* controllare il nome dgli autori e decidere se leggere ANCHE in base a quello. Sinceramente, io non lo farò mai nella vita, e mi auguro che non diventi una prassi comune perché sarebbe di una pena indescrivibile.

    (chiedo scusa se l’argomentazione suona lievemente infervorata, ma ho perso il conto delle volte in cui mi sono trovata davanti ad argomentazioni generalizzanti di questo tipo e sinceramente la mia pazienza e tolleranza nei loro confronti ormai è la stessa che provo verso gli effettivi maschilisti)

    • Andrea Storti ha detto:

      Ciao Mel, grazie di aver voluto lasciare un commento. E scusami se ci ho messo tanto per approvarlo ma nel fine settimana, in genere, mi avvicino poco a quello strumento quasi demoniaco che è internet. 😀

      E tranquilla per il fervore, ti capisco. Anche io spesso mi accendo per cose che mi danno sui nervi, e poi finché si rimane in toni civili per me puoi dire quello che ti pare. 😉

      Detto questo ci tengo però a fare un paio di precisazioni.
      Ritengo che in interviste come queste, dove si fanno giusto una manciata di domande che richiedono giusto una manciata di righe di risposta, si debba generalizzare un po’, perché non c’è lo spazio per andare più nello specifico.
      L’idea di questa intervista in particolare era quella di lanciare un input, di dire: hey, sappiate che esiste questo problema, voi lo sapevate?
      E dubito fortemente che la Harris volesse dire che i lettori che vengono influenzati in qualche modo dal marketing siano dei tontarelli. E io personalmente ritengo che, chi più e chi meno, tutti vengano in qualche modo influenzati dal marketing.
      Ti faccio un esempio.
      Quando io vado in libreria, per tutta una serie di cose tra cui l’avere un bimbo piccolo, non ho mai molto tempo. Per scegliere un libro quindi per prima cosa salto determinati scaffali, come per esempio quello dedicato ai romance, che do per scontato non mi interessino. Poi, tra gli altri, mi metto a leggere le trame e gli incipit dei testi che più mi colpiscono per cover, o titolo, o autore. Quindi nemmeno io leggo storie solo basandomi sulla copertina, ma è indubbio che se un editore ha messo un’autrice tra i romance giusto per farla vendere, beh, io magari non la leggerò mai. E dubito di essere un tontolone che si fa assoggettare dal marketing. Semplicemente il tutto lavora in maniera ben più ‘subdola’ di quello che si crede.
      La Harris non voleva certo dire che è colpa del lettore se le autrici donne vengono trattate così. non voleva certo dire che i lettori sono idioti a fare quello che fanno. Voleva semplicemente porre l’attenzione sul fatto che a volte le nostre scelte vengono influenzate da determinati fattori.
      Ovvio che non tutti i lettori sono così. Ovvio pure che non tutti gli editori sono così. E ovvio pure che non tutte le scrittrici sono scrittrici da Nobel. Nessuno ha detto il contrario!

      Altra cosa sul “leggere sia uomini che donne”. La Harris non vuole dire che devi per forza leggere donne perché sono donne. La Harris vuole dire di non fare a meno di leggere donne proprio perché sono donne, e di non fare a meno di leggere uomini proprio perché sono uomini. Cioè: non evitare la lettura di un libro per via del sesso dell’autore!
      (in alcuni suoi post la Harris poneva per esempio l’attenzione sul fatto che nel corso del tempo è stata avvicinata da molti uomini che hanno dichiarato di non leggere mai autrici donne)

      In tutta sincerità io davo per scontato che questo fosse piuttosto chiaro. Evidentemente io e/o la Harris abbiamo dato per scontato determinate cose.

      Mi ripeto. Questa intervista non è un attacco ai lettori. E non è un invito a leggere assolutissimamente le autrici donne. Questa intervista vuole molto semplicemente porre l’attenzione su di un problema esistente, e siccome parte del problema è anche il come vengono venduti alcuni libri, si suggerisce molto semplicemente di porre attenzione. Poi, per carità, ci sono anche lettori che mi hanno detto di preferire gli scrittori perché le donne non sanno scrivere in un determinato modo. Ok, per me è una tesi sbagliata, ma è una tua idea e puoi fare quello che vuoi.
      Qui si voleva solo mettere a conoscenza di un problema e far capire a chi già non lo fa che spesso l’abito non fa il monaco.
      Bon.

      Mi spiace tu te la sia presa, sinceramente, perché secondo me la Harris non dice niente di quello che dici tu.

      • Mel-chan ha detto:

        Guarda, se davvero è come dici tu e ho tratto conclusioni sbagliate, anche per via del fatto che io ho letto questa specifica intervista così come è presentata e non altre, in realtà sono felice e soprattutto sollevata. Il motivo per cui mi viene naturale leggerla come ho scritto è che da tempo ormai è (purtroppo) cosa abbastanza comune trovarsi davanti opinioni di donne convinte DAVVERO di concetti come “si deve supportare a prescindere chi è di sesso femminile”, e cose anche molto peggiori; in questa intervista, i commenti della Harris come tono imho sembrano molto simili, e di conseguenza l’interpretazione che ne è derivata per me è stata questa.
        Anche perché il fatto è che un concetto come “penso che molti pregiudizi siano inconsci” per me è molto diverso da quello di cui parli, riguardante l’essere ingannati dal marketing. Quello della cattiva categorizzazione purtroppo è un fenomeno che si estende oltre le autrici femminili, basta guardare come vengono spacciati per pubblico infantile o dai contenuti leggeri anche libri più adulti. Sul fatto che questo modo di fare pubblicità dovrebbe essere rivisto siamo perfettamente d’accordo, in tutti i campi.
        Spero VERAMENTE che la farse fosse da intendere come dici e non come “voi non ve ne accorgete, ma in realtà il vostro inconscio ci fa caso a vostra insaputa e vi spinge verso libri maschili!” (suona ridicolo già solo scriverlo, ma davvero non sarebbe la prima volta che mi trovo davanti commenti simili).

        Io personalmente – e per mia grande fortuna, visto che così mi sono evitata dei litigi, di lettori e lettrici (soprattutto lettrici, nella vita reale in realtà di lettorI appassionati ne ho incontrati pochissimi) convinti che le donne scrivano in modo peggiore o siano in grado di avere a che fare con un solo genere non ne ho mai incontrati/e (o almeno non me lo hanno mai detto) e sinceramente mi lascia oltremodo basita l’idea di un vasto numero di individui convinti di una cosa simile che lo dice pure in faccia a un’autrice.
        Più che offesa per me stessa e il genere femminile, provo infinita pena per loro e la grettezza mentale con cui vivono la propria vita.

        Se davvero questo articolo era rivolto SOLO a determinate persone che fanno discriminazioni in base al sesso degli autori, e non al pubblico tutto come sinceramente l’articolo in sé imho fa pensare, sono molto più contenta.

  3. Andrea Storti ha detto:

    Mel-Chan, questo articolo È rivolto a tutti, ma con il semplice scopo di informare i lettori che la realtà editoriale offre ANCHE dei brutti esempi sessisti. Vorrei infatti ricordare che il discorso della Harris non parte dai lettori, ma proprio dal fatto che gli editori stessi operano determinate scelte in base al sesso dell’autore. Quello del lettore è una conseguenza, potremmo dire.
    Però la Harris vuole solo mettere a conoscenza di un fatto e dire: attenzione! C’è questa cosa. Sappiate che, tra le altre cose, il marketing tenta di suggestionarvi e che per conseguenza certe scelte le si fanno inconsciamente. Sappiatelo. Punto.

    Quindi è ovvio che se un lettore è già attento a determinate cose non necessita nemmeno di fermarsi a leggerla l’intervista. Ecco.

    Poi, sai, probabilmente anche io non sono stato in grado di fare le giuste domande per inquadrare meglio l’argomento, e un’intervista è anche il risultato delle domande fatte.
    Ma se avete altre cose da chiedere secondo me la Harris sarà ben felice di replicare.

  4. Andrea Storti ha detto:

    @amaranthinemess: penso che il qui pro quo nasca proprio da quell’ “anche”. Gli studi di genere sono ANCHE parte degli studi letterari, mentre nel tuo primo intervento sembrava di capire che gli studi di genere fossero SOLO una parte degli studi letterari.

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