Il Bambino Lucertola (versione utopistica)

1

Il Bambino Lucertola nacque che sembrava fatto d’argento.
Uscì dalla pancia tonda della mamma come un raggio esce dalla Luna. Brillava, sotto le luci della sala parto. Luccicava. Sembrava un piccolo gioiello.
Subito, i dottori pensarono si trattasse di un effetto ottico causato dalla forte illuminazione. Poi, però, lo pulirono per bene e scoprirono le squame. Erano piccole forme geometriche che contornavano gli occhi. Esagoni minuscoli che rivestivano le braccia e decoravano le gambe. Avevano un leggerissima tonalità verde chiaro e riflessi argentati. Non erano brutte, erano semplicemente strane. Sembravano piccoli specchi, ma non ci si poteva riflettere dentro.
A volte capitava che un bambino nascesse diverso. Non si sapeva perché. Quello, però, era un po’ più diverso degli altri.

Il bambino era sano e forte. Muoveva allegramente le gambe cicciotte e sembrava sorridere. Con gli occhi ancora opachi osservò la stanza e sembrò approvare.
L’infermiera lo portò allora alla sua mamma che però, appena lo vide, si mise a piange. Era troppo diverso da tutti i bambini che aveva visto prima. Non era normale. Non aveva le pelle rosa e liscia ma cangiante e simile a quella di un serpentello. Le faceva quasi paura.
Per non piangere di nuovo, non lo volle vedere mai più.
Si dimenticò perfino di dargli un nome e le infermiere che si presero cura di lui lo battezzarono Bambino Lucertola.

Il Bambino Lucertola venne affidato a un orfanotrofio.
Era una casa grande, con le stanze dai soffitti altissimi e finestre strette e sporche. C’erano pochi giochi e poco cibo, ma c’erano degli adulti che si prendevano cura dei bambini senza mamma e papà.
C’erano anche altri bimbi, assieme a lui, ma gli rivolgevano la parola di rado. Gli parlavano solo per rimproverarlo quando ci metteva troppo a fare la doccia. Oppure quando stava troppo tempo davanti all’unico specchio del bagno, perso ad ammirare il luccicare della sua pelle.
A lui, però, non pesavano queste situazioni.

Siccome era molto freddoloso, come tutte le lucertole, in inverno passava quasi tutto il tempo disteso sotto una grande lampada. D’estate, invece, andava a sdraiarsi su un masso scuro che si trovava nel grande cortile sul retro, e che raccoglieva tutto il calore del sole. In questo modo si sentiva coccolato e al sicuro e vivo.

2

Quando compì sei anni, il Bambino Lucertola venne mandato a scuola. Per arrivarci doveva percorrere una lunga strada a piedi. Non importava se pioveva, se nevicava o se c’era il sole; doveva camminare e camminare e camminare.
Affrontò la nuova avventura pieno di curiosità. Aveva tanta voglia di imparare cose nuove e forse sarebbe riuscito a farsi degli amici.
Entrò nella sua nuova classe con un grande sorriso stampato sulla faccia e osservò attento i suoi nuovi compagni. Alzò la mano destra per salutarli, ma non appena gli altri videro le sue lunghe dita e la pelle argentata si voltarono dall’altra parte.
Non fu affatto una bella giornata.

Quando suonò la campanella corse a prendere posto in prima fila. Subito dopo entrò un maestro alto alto e magro magro. Portava dei grossi occhiali arancioni e i capelli gli disegnavano un ciuffo a forma di cuore giusto sopra la fronte.
Il bambino lucertola pensò fosse un buon segno, ma si sbagliava.
Il maestro incominciò a fare l’appello e appena arrivato alla lettera B di Bambino Lucertola si fermò. Guardò attentamente l’alunno che gli si trovava davanti e gli chiese cosa si fosse disegnato in faccia.
“Niente, maestro.” rispose il Bambino Lucertola.
“Bugiardo!” sentenziò il maestro.
“Ma, maestro…”
“Vai subito in bagno e lavarti!” gridò arrabbiatissimo.
Lui ubbidì, perché sapeva che agli insegnanti bisognava dar retta.
Andò in bagno e si sciacquò per bene gli occhi, le guance, il mento, la bocca e la fronte. Si bagnò perfino i capelli argentati che gli coprivano la testa, ma sapeva che era tutto inutile. Lui era fatto così, e non si potevano cambiare i fatti.
Una volta tornato in classe, il maestro non fu affatto contento. Lo prese per un orecchio e lo riaccompagnò al lavandino. Prese poca acqua e tanto sapone, tantissimo sapone! Sfregò, sfregò e sfregò. Uscì dalla toilette e chiamò a gran voce una bidella. Questa accorse con una spugna per lavare i piatti che venne subito usata sul volto del bambino. Sfregò di nuovo, e ancora e ancora, finché la pelle si fece rossa e le squame si fecero d’oro. Brillavano come non mai nella luce accecante dei neon.
Il Bambino Lucertola pianse per il dolore. Si ripromise, la prossima volta che gli sarebbe toccato di lavare i piatti, di essere più delicato con le ceramiche.
Il maestro lo risciacquò e vide che i disegni c’erano ancora. Anzi, erano perfino più evidenti.
Tirò un grido: “Che cosa sei? Un mostro?”
Il Bambino Lucertola smise di piangere e scappò in classe, perché dei mostri lui aveva molta paura e non voleva incontrarli.

A ogni nuovo maestro che entrava la storia si ripeteva. Tutti spalancavano la bocca e strabuzzavano gli occhi e non credevano a quello che avevano davanti.
Quando la voce si sparse giunsero perfino gli insegnanti di altre classi a curiosare. Volevano vedere il piccolo mostro che splendeva alla luce del sole.
Il Bambino Lucertola si sentiva strano e umiliato. Quando un adulto arrivava abbassava la testa e faceva finta di leggere la pagina vuota del suo quaderno. Avrebbe tanto voluto essere già capace di scrivere, così avrebbe davvero potuto leggere qualcosa.
Fu così che si mise a studiare come un matto per imparare quanto prima a leggere e a far di conto. Così avrebbe saputo come passare il tempo mentre tutti gli altri lo ignoravano.

3

I suoi compagni non volevano giocare con lui.
I maschi non volevano che partecipasse alle partite di calcio. D’inverno era infatti troppo lento, perché aveva il sangue freddo dei rettili che gli intorpidiva i movimenti. Anche fare il portiere era impossibile, perché i palloni arrivavano troppo veloci.
In primavera e in estate, invece, brillava troppo. Il sole luminoso e pieno delle belle giornate lo faceva risplendere mentre correva, ma così facendo finiva con l’accecare gli altri. E se non si vedeva il pallone non era divertente! Quindi lo lasciarono in panchina sempre.

Le femmine, dal canto loro, non volevano che giocasse all’allegra famiglia.
Non c’era niente di allegro, dicevano, ad avere un marito brutto e con le squame. E nemmeno ad avere un bambino brutto e con le squame.
Per essere una famiglia felice bisognava essere belli e senza squame.
Se proprio proprio voleva poteva fare il mostro cattivo che spaventava i bambini più piccoli quando non volevano obbedire. Il Bambino Lucertola acconsentì per un paio di volte, ma non gli piaceva sentire urlare ogni volta che si avvicinava a qualcuno, e quindi smise in fretta.

Il Bambino Lucertola non si arrese e tentò in tutti i modi di farsi ben volere dagli altri. Stare da soli era infatti molto triste e noioso.
Così, quella volta che il pallone finì sul tetto della scuola perché Paolo aveva calciato troppo forte, lui si arrampicò sul muro. Proprio come una lucertola saltò sulla parete e si arrampicò con agilità e destrezza fino in cima. Balzò sul tetto, afferrò il pallone bianco e nero che si era conficcato tra due camini e lo ributtò ai compagni. Loro, però, non vollero prenderlo. Dicevano che era infetto. Dicevano che se l’avessero toccato sarebbero diventati delle lucertole pure loro.

Un altro giorno, il maestro Primo Conti scese dalla macchina con i compiti di matematica corretti. Un colpo di vento lo colse di sorpresa e gli strappò di mano tutti i fogli, i quali presero a volteggiare nell’aria.
Si riuscivano a scorgere i cerchi rossi degli errori fin da terra.
Svolazzarono per un po’ nel cielo azzurro e finirono col fermarsi sui rami più alti della grande quercia che si trovava in cortile.
Il Bambino Lucertola si arrampicò anche questa volta e in meno di un minuto aveva recuperato tutti i compiti eccetto uno.
I suoi compagni non lo ringraziarono. I voti di praticamente tutti erano piuttosto bassi e quindi non furono felici di trovarseli sul registro. Roberto, il bambino il cui compito era andato perduto, dovette invece rifare la verifica. I problemi erano più complicati dei precedenti, o così diceva lui, e prese un voto bruttissimo.

All’orfanotrofio le cose non andavano di certo meglio.
Di tanto in tanto venivano dei genitori in visita. Volevano trovare un bel bambino da portare a casa per dargli una stanza, del cibo buono e una famiglia.
La direttrice faceva mettere tutti i bambini in fila e li mostrava alle coppie.
Gli aspiranti mamme e papà sorridevano compiaciuti ai potenziali pargoli, ma poi arrivavano a lui. Il sorriso si spegneva di colpo e gli adulti si scambiavano sguardi imbarazzati.
“Bene, direi che possiamo andare.” dicevano infine.
Stanchi di questa faccenda, la direttrice e gli inservienti decisero di truccare il Bambino Lucertola. Quando doveva venire qualcuno in visita si presentavano in camera armati di quintali di fondotinta e si mettevano a truccare il Bambino Lucertola per nascondere le scaglie lucenti. Ci mettevano circa tre ore, ogni volta, e il risultato era tutt’altro che meraviglioso. Sembrava un pagliaccio del circo e quando un’aspirante madre lo vide così conciato svenne.
Il risultato fu che mentre gli altri bambini venivano pian piano adottati, lui rimaneva lì a scaldarsi su un sasso o sotto una lampada. E un inverno che fu particolarmente freddo e l’elettricità venne a mancare, non ci fu nemmeno la lampada a dargli conforto.
Fu un inverno di lacrime.
Poi, all’improvviso, le cose cambiarono.

4

La primavera era arrivata da poco. La neve si era sciolta e i primi fiori avevano iniziato a spuntare.
Erano in classe durante una lezione di italiano quando presero a squillare le sirene antincendio.
I bambini si agitarono tutti e si misero a gridare.
“Al fuoco, al fuoco!”
“Una bomba!”
“Il terremoto!”
“Un aereo sta precipitando su di noi!”
“Gli alieni! Gli alieni!”
“Calma bambini!” gridò il maestro di Italiano, Leopardo Leopardi. “Sarà semplicemente un’esercitazione antincendio. Quindi tornate ai banchi, finite di copiare la frase che ho scritto alla lavagna e poi mettetevi in fila per due.”
I bambini obbedirono e fecero finta di non vedere il fumo nero che scendeva dal tetto e oscurava la finestra.
Finirono di copiare la frase in fretta e furia e, obbedienti, si misero in fila per due. Solo che nessuno voleva dare la mano al Bambino Lucertola.
“Bambini! Qualcuno deve dargli la mano!” disse stridulo l’insegnante.
“Io no, fallo tu Giacomo.” rispose Marco.
“Perché io? Fallo tu, Lucrezia!”
“Io? Ma non lo sai che alle femmine certe cose non si chiedono?”
“E perché? Cos’hanno le femmine di diverso dai maschi?”
“Le gonne e la gentilezza!”
“Se sei gentile allora dagli la mano!”
“Non si può essere gentile coi mostri!”
“E va bene,” s’intromise il maestro “Lucreazia dai la mano a me, tu invece…” disse rivolgendosi al Bambino Lucertola “Tu stai in fondo alla fila e seguici.”

Leopardo Leopardi aprì la porta e si ritrovarono sommersi da un fumo fortissimo.
“Forse non si tratta di un’esercitazione.” suggerì il maestro. “Mettetevi un fazzoletto davanti alla bocca e usciamo.”
Così fecero e si misero in moto.
Camminarono in mezzo a una nebbia scura che sapeva un odore strano. Non c’era il caldo che ci si sarebbe aspettati da un incendio, ma a dire il vero di fiamme non se ne vedevano.
Una volta in giardino il maestro si girò verso di loro.
“State tutti bene?”
Gli alunni annuirono e il maestro tirò un sospiro di sollievo.
Il Bambino Lucertola, però, che aveva imparato in fretta a far di conto, si accorse che c’era qualcosa che non andava. In classe erano in diciotto. Otto maschi, nove femmine e lui. Lì in giardino, però, lui riusciva a contare solo otto maschi, otto femmine e una lucertola: lui.
Ricontò più volte, ma il risultato era sempre diciassette.
“Maestro?” chiese piano. Da quando gli avevano lavato con forza la faccia non aveva più rivolto la parola ai grandi.
Leopardo fece finta di non sentirlo.
“Maestro?” fece un po’ più forte.
Ancora niente.
“Maestro Leopardi!” ’stavolta quasi gridò.
“Cosa c’è?” rispose l’altro, spazientito.
“Manca qualcuno.”
“Ma cosa dici?”
“Manca una ragazza.”
“Ma non dire sciocchezze, ci siamo tutti, guarda tu stesso.”
Allora il Bambino Lucertola ricontò, ma il risultato fu ancora diciassette.
“Continua a mancare una ragazza, maestro.”
Il maestro parve spazientito, ma a quel punto s’intromise Camilla.
“Maestro, Lucertola ha ragione, manca Martina!”
“Come?” Il maestro sbiancò.
I bambini si agitarono e iniziarono a gridare il nome della compagna scomparsa.
“Martina!”
“Martina dove sei?”
Anche le altre classi si accorsero del trambusto e tutti insieme si misero a cercarla.
“Aspettate!” Il Bambino Lucertola aveva l’udito più sviluppato degli altri e sentiva un rumore strano. “Sento qualcosa!”
“Che cosa?”
“Come un battere sui vetri.”
Alzarono tutti lo sguardo e, infatti, Martina era dietro le finestre dell’aula di informatica. Stava battendo le mani sui vetri delle finestre. Sembrava stesse piangendo disperata.
“Oh mio Dio!” gridò il maestro Leopardi, che svenne subito.
“Cosa facciamo?”
“Dobbiamo aspettare i pompieri!” disse uno.
“No, meglio la polizia.” disse un altro.
“La guardia nazionale!” rispose un terzo.
“Perché non la nazionale di calcio?”
Tutti stavano a cincischiare su chi dovessero aspettare per salvarla, ma se non si faceva qualcosa subito Martina si sarebbe abbrustolita come una castagna.
Il Bambino Lucertola si tolse in fretta le scarpe e anche i calzini bucati. Corse fino al muro esterno dell’edificio e posò mani e piedi sulla parete. Il cemento era caldo sotto i palmi e lui si sentiva particolarmente bene.
Iniziò la scalata e in breve tempo arrivò fino all’ultimo piano, dove c’era la classe di Informatica.
Martina continuava a battere sui vetri. Lui tentò di forzare la finestra ma non si apriva. Evidentemente il caldo l’aveva fatta allargare.
Allora continuò la salita, arrivò al tetto e aprì una delle botole che davano sui corridoi. Saltò giù e corse, in mezzo al fumo, fin da Martina. Una volta raggiunta le tese la mano e lei nemmeno si accorse delle scaglie che gli ricoprivano le dita. Lì, tra il fumo e il fuoco che si stava avvicinando, il Bambino Lucertola pareva un eroe.
Arrivati sotto la botola, il Bambino Lucertola le disse di abbracciarlo forte. Lei non se lo fece ripetere due volte. Lui saltò sul tetto, si spostò verso il muro e incominciò a scendere.
Martina gli stava appesa sulla schiena come uno zaino un po’ pesante, ma aveva smesso di piangere
Quando toccarono terra, lei scivolò giù e si mise a piangere di contentezza. Non aveva mai pensato di poter finire arrosto e nell’aula di informatica aveva avuto davvero paura.
Per fortuna il Bambino Lucertola non si era messo a chiacchierare ed era venuto a salvarla. E per fortuna che il Bambino Lucertola era fatto proprio così, come una lucertola, perché se fosse stato un bambino normale lei sarebbe rimasta intrappolata.
Gli disse grazie quasi sussurrando e gli fece un piccolo sorriso.
Lui la prese in braccio e la portò dagli altri compagni.
Il maestro Leopardi rinvenne giusto per vedere Martina sorridere e, per la gioia, svenne di nuovo.

5

Fecero una grande festa.
La fecero a Marianna. Perché era viva, per fortuna.
E la fecero anche al Bambino Lucertola, che per fortuna era il Bambino Lucertola.
Ci fu musica, tanto cibo e perfino lunghi discorsi.
Il Preside gridò al miracolo e disse che il Bambino Lucertola era un angelo e che doveva essere trattato da eroe.
Arrivò perfino il Sindaco che gli diede una bella medaglia al valore. Era dorata e luccicava quasi quanto lui.
Poi fu il turno dei genitori di Martina. Lo abbracciarono forte e lo bagnarono con un mare di lacrime. Gli avevano preso un po’ di giochi per ringraziarlo, ma il regalo più bello glielo portò Martina stessa.
Arrivò sul palco vestita di un abitino bianco e leggero come una nuvola. Gli saltellò vicino e gli diede un bacio sulla guancia.
“Sei stato il mio eroe.” disse.
Lui rimase zitto, perché non sapeva bene come si risponde a un bacio.
In fondo, pensava, aveva solo scalato un muro. Lui era bravo a scalare i muri.
“Senza di te, probabilmente sarei rimasta in quell’aula.”
Continuò a rimanere in silenzio.
“Per questo ho pensato a un regalo per te.”
“Che tipo di regalo?” Era la prima volta che il Bambino Lucertola le parlava. A lui piacevano molto i regali perché nessuno, fino a quel giorno, gliene aveva mai fatti.
“Un nome.”
“Un nome?”
“Sì, un bel nome nuovo, così sapremo come chiamarti quando ti chiederemo di giocare con noi.”
Il Bambino Lucertola rimase di nuovo in silenzio. Non sapeva se essere più felice per il nome nuovo o per il fatto che lo avrebbero fatto giocare. Non sapeva davvero cosa dire!
“Non vuoi sapere di che nome si tratta?”
Il Bambino Lucertola annuì.
“Clark.”
“Clark.” Ripeté il bambino.
“Sì, come Clark Kent. Superman! Ti meriti un nome da supereroe!”
Wow, si chiamava come Superman!
A quel punto la folla di bambini e genitori presenti si misero ad esultare.
“Evviva Clark, evviva Clark!”

Quella note, Clark non riuscì a dormire.
Tutto sembra troppo bello per essere vero e aveva paura si trattasse solo di un sogno.

6

Il giorno dopo andò a scuola e appena entrò in classe tutti si misero a salutarlo.
“Ciao Clark.” disse Claudo.
“Ciao Clark” ripeté Jenny.
“Hai studiato per la verifica di storia?” gli chiese curioso Roberto. “Perché io non tanto.”
“Io… sì, ho studiato.”
“Bene, allora suggeriscimi qualche risposta, per favore.” E gli sorrise.

Da quel giorno in poi tutto cambiò. Si sentiva finalmente felice.
A ricreazione giocava a calcio come arbitro, così non importava se era troppo lento o troppo luminoso. Oppure faceva il supereroe che salvava i gattini immaginari delle bambine, perché nessun’altro era bravo quanto lui ad arrampicarsi sugli alberi.
Di pomeriggio andava a studiare a casa di Martina o di Roberto, che erano diventati i suoi migliori amici. Giocavano a tanti giochi che non aveva mai visto e mangiava merende golosissime.

Arrivò Natale.
A Babbo Natale non aveva chiesto nulla, perché era felice così, ma un regalo arrivò lo stesso.
Si trattava di una coppia di giovani sposi che volevano un bambino. Avevano scelto lui tra tutti quelli che vivevano all’orfanotrofio.
Si sentiva estremamente felice.
“Come mai avete scelto proprio me?” chiese un giorno al suo nuovo papà.
“Perché sei tu.”
Clark non capì molto bene.
“Cosa?” chiese.
“Perché sei tu. Sei sempre rimasto te stesso.”
Clark continuava a non capire, allora s’intromise la nuova mamma.
“Ti abbiamo scelto perché non sei come gli altri.”
“Sono un mostro, infatti.”
“No, sei speciale. E lo hai dimostrato. Sei sempre rimasto te stesso e hai agito come pensavi fosse meglio agire. E sei diventato un eroe.”
Allora il Bambino Lucertola, che ora si chiamava Clark, capì che essere diverso era bello, perché ogni bambino è diverso dagli altri. Ognuno ha una caratteristica speciale che lo rende inconfondibile. E lui fu felice di avere squame d’argento, nuovi amici e una bella famiglia.

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