La questione più che altro

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C’è una frase che mi ha molto colpito, in questo libro. Beh, a colpirmi è stato tutto il romanzo, in verità, ma questa frasetta è stata la freccia che mi si è conficcata dentro. Non nel cuore, no. Non siamo così romantici tra queste righe.
Nella gola.
Questa freccia mi si è conficcata in gola.
In un primo momento il colpo mi ha causato come una sorta di formicolio, un formicolio che mi faceva ridere. Subito dopo è arrivato il dolore e ho dovuto boccheggiare in cerca di aria. Poi il male è passato e mi è rimasto un leggero pizzicorio. Infine mi sono guardato allo specchio e mi sono reso conto che quella sorta di piercing mi piaceva pure. Ci stava bene.

Questa frase ha la particolarità, secondo me, di riuscire a racchiudere lo spirito di tutto il libro. Non tanto nel contenuto, sebbene qualcosa in effetti… Più che altro nel tono. Nell’intento anche. Forse.

Ma eccovela la frase in questione:

Piazza San Marco è quel tipo di piazza in cui, invece della democrazia, ci nascono gli album di famiglia dei turisti malesi.

È una frase intelligentissima. Acuta. Reale.
Appuntita.
Fa ridere, per un po’, perché ogni frase intelligente dovrebbe far ridere. Ti viene subito in mente una famigliola, circondata da famigliole simili, da persone simili, tutte intente a scattare foto, a farsi selfie. E poi pensi alla piazza intera, alla folla, alle vetrine e ai piccioni, che a me fanno sempre un po’ paura perché… sì, insomma… sapete… gli uccelli la fanno in volo…
Poi però la risata passa e non ti resta che pensare. Capisci che qualcosa, col tempo, è cambiato. Forse si è guastato. Sembra un cambiamento negativo. Prima c’erano i Dogi, prima c’era il centro del potere. E fino a poco tempo fa la piazza era dove ci si sarebbe riuniti a protestare, a lottare per i propri diritti! Mentre ora…
Ma davvero è così negativo? Cioè, se ci si pensa si scopre che per quella famiglia quello è un momento di felicità, probabilmente il coronamento di un sogno e magari di lunghi anni di sacrifici economici.
E no, questo non cambia il fatto che la piazza non sia più usata per determinati scopi. Ma forse cambia la visuale. Almeno di un poco.

Ecco, per me La questione più che altro è una storia che racconta questo. Un romanzo che mostra una realtà che ti fa a tratti piangere, a tratti ridere, e poi ancora piangere.
La questione più che altro è la fotografia cangiante di una piazza. Della nostra piazza. Quella in cui ci siamo tutti, in piedi, appoggiati gli uni sugli altri. E questa piazza a tratti ti sembra piena, a tratti vuota. Un momento ti pare esplodere dalle risate, ma subito dopo credi che il fragorose sia causato da delle bombe. Per un attimo ti pare di essere lì CON gli altri, poi ti chiedi COME MAI tu sia lì.

Certo, bisogna ammetterlo, alla fine il gusto che ti rimane in bocca è amaro, triste, perché Ginevra Lamberti racconta il mondo di una ragazza come tanti, di oggi, che si ritrova figlia di una famiglia in difficoltà, coi propri dolori e le proprie gioie, e che deve cercare di costruirsi un futuro quando il futuro sembra non esistere più. La protagonista, Gaia, dovrà tentare di sopravvivere tra la vita del call center, l’ospedale, le crisi d’ansia, Venezia invasa dai turisti e una catena di ristoranti in mano a una tribù indiana.

È però una storia incredibilmente divertente. Io ho davvero riso molto durante la lettura.
Solo che non è una commedia, è la pura realtà. Ed è incredibile come la risata possa tramutarsi in tristezza con così tanta facilità quando ti rendi conto che si sta parlando della vita in cui nuoti anche tu.
Ed è questa la grande bellezza del lavoro di Ginevra Lamberti. Questo riuscire a mescolare tragicità e ironia senza rendere la vicenda pesante, senza renderla cupa (sebbene potrebbe essere nera nera).

Io sono rimasto affascinato da questa nuova penna. Come dicevo, una freccia mi ha colpito e non sono ancora riuscito a toglierla.
E io vi suggerisco: provate a partecipare a questa esercitazione di tiro con l’arco; spero proprio che veniate colpiti!

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3 pensieri su “La questione più che altro

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