Il Bambino Lucertola (versione realistica)

Il Bambino Lucertola era nato che sembrava fatto d’argento. Era uscito dalla pancia tonda della mamma come un raggio esce dalla Luna. Brillava, sotto le luci della sala parto. Luccicava.
I dottori pensarono si trattasse di un effetto ottico, ma poi lo pulirono per bene e scoprirono le squame. Erano piccole forme geometriche che contornavano gli occhi, rivestivano le braccia e disegnavano le gambe. Non erano brutte, erano semplicemente strane. Sembravano piccoli specchi, ma non ti ci potevi riflettere dentro.
A volte capitava che un bambino nascesse diverso. Non si sapeva perché. Quello, però, era un po’ più diverso degli altri.
Il bambino era sano e forte ma, appena lo vide, la mamma pianse. Per non piangere di nuovo, non lo volle vedere mai più. E anche il nome che voleva uscire dalle sue labbra per coccolare il bambino si tirò indietro, all’ultimo, finendo nel buio.

Il Bambino Lucertola visse in un orfanotrofio.

Siccome era molto freddoloso, come tutte le lucertole, passava gli inverni disteso sotto una grande lampada, e l’estate sdraiato su un masso scuro che raccoglieva tutto il calore del sole. Così si sentiva coccolato e al sicuro e vivo.

La scuola non fu affatto una bella esperienza, per il Bambino Lucertola.
La prima volta che entrò in classe, il maestro gli chiese cosa si fosse disegnato in faccia.
“Niente, maestro.”
“Bugiardo!”
“Ma, maestro…”
“Vai subito in bagno e lavati la faccia.”
Lui ubbidì, perché sapeva che agli insegnanti bisognava dar retta. Andò in bagno e si sciacquò per bene gli occhi, ma quando tornò in classe il maestro non fu affatto contento. Lo prese per un orecchio e lo riaccompagnò al lavandino. Prese poca acqua e tanto sapone. Sfregò, sfregò e sfregò finché la pelle si fece rossa e le squame si fecero d’oro.
Il Bambino Lucertola pianse per il dolore.
Il maestro lo risciacquò e vide che i disegni c’erano ancora.
Tirò un grido: “Che cosa sei? Un mostro?”
Il Bambino Lucertola smise di piangere e scappò in classe, perché dei mostri lui aveva molta paura.

I suoi compagni non volevano che giocasse con loro a pallone. D’inverno era troppo lento per via del sangue freddo. D’estate brillava troppo e accecava gli altri.
Le sue compagne non volevano che giocasse con loro all’allegra famiglia. Non c’era niente di allegro, dicevano, ad avere un marito brutto e con le squame. E nemmeno ad avere un bambino brutto e con le squame. Per essere una famiglia felice bisognava essere belli e senza squame e con la pasta Barilla.

Il Bambino Lucertola, testardo, tentò in tutti i modi di farsi ben volere dagli altri.
Quando il pallone finì sul tetto della scuola, per esempio, lui si arrampicò sul muro, proprio come una lucertola. Arrivato in cima lanciò il pallone ai bambini, ma loro non vollero toccarlo. Era infetto, dicevano. Di cosa non si sa.
Quando le verifiche di matematica, per un colpo di vento, finirono sui rami di un albero, lui si arrampicò, come una lucertola. Li prese tutti meno uno. I suoi compagni non lo ringraziarono, il bambino senza compito fece finta di nulla e la maestra gli diede un tre, perché era inverno e lui non aveva scritto quasi niente.

Poi, un giorno che era iniziato male finì anche peggio.
Erano in classe quando presero a squillare le sirene antincendio. Tutti scapparono fuori dalle aule, corsero nei corridoi e gridarono: “Spostati, brutta lucertola!”
Una volta in giardino, si accorsero che Marianna, la più bella del paese, era rimasta nel laboratorio di informatica, all’ultimo piano.
Nessuno sapeva cosa fare, perché entrando di nuovo ci si sarebbe abbrustoliti tutti come castagne.
Il Bambino Lucertola, però, poteva arrampicarsi sui muri. Così si tolse le scarpe, i calzini bucati e salì fin da Marianna. Lui allungò una mano per prenderla. Lei si guardò intorno e decise che, tra i due mali, era meglio quello che l’avrebbe lasciata vivere. Abbracciò il Bambino Lucertola e con lui scese a terra.

Fecero una grande festa.

La fecero a Marianna.

Il preside gridò al miracolo e disse anche che il Bambino Lucertola, il cui nome nessuno si ricordava, era stato un eroe e che doveva essere trattato con onore. Poi prese la medaglia e, al momento di mettergliela al collo, decise che era meglio lasciare il compito a Marianna. Lei l’aveva già toccato, quel mostriciattolo.
Il Bambino Lucertola fu molto felice di ricevere la medaglia. Se la mise al collo e non la tolse più, così quando c’era il sole brillava meglio di prima.
Ora, tutti lo trattavano con onore. Quando lo incontravano, infatti, abbassavano gli occhi, in segno di rispetto, e gli lasciavano spazio. In classe nessun maestro gli puliva più la faccia. Nemmeno lo chiamavano alla lavagna, in segno di rispetto.
I compagni non lo fecero mai giocare con loro, ma ora sapeva che era in segno di rispetto.
In segno di rispetto, i genitori di Marianna gli spedirono per posta dei cioccolatini. Li portò con se al masso scuro, ma si sciolsero tutti per il calore.
Il Bambino Lucertola non venne mai adottato, ma non era triste. Era per rispetto, se lui rimaneva da solo, all’orfanotrofio. E poi aveva la sua bella medaglia a fargli compagnia.

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2 pensieri su “Il Bambino Lucertola (versione realistica)

  1. “Per non piangere di nuovo, non lo volle vedere mai più”, “Il Bambino Lucertola smise di piangere e scappò in classe, perché dei mostri lui aveva molta paura”, “Per essere una famiglia felice bisognava essere belli e senza squame e con la pasta Barilla”, “In segno di rispetto, i genitori di Marianna gli spedirono per posta dei cioccolatini. Li portò con se al masso scuro, ma si sciolsero tutti per il calore.”… cito queste frasi come emblematiche di una visione chirurgica eppure (a maggiore ragione?) favolistica della realtà che contraddistingue i tuoi scritti che ho letto fin qui. occhi bambini, capaci di vivisezionare il senso della cose rivelando con impietosa naturalezza che “il re è nudo!”.

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