Bambini nel tempo

Quando è nato mio figlio ho pensato molto alla morte.
Non so se sia una cosa che accomuna tutti i padri, o tutti i genitori, ma per me quella nascita era strettamente collegata a pensieri di morte. Prima di tutto perché quella creaturina rosa e soffice e apparentemente fragile scatenava in me una paura mai conosciuta prima, una paura di perderla che non ha eguali, non per me almeno. E quei primi momenti, e quelle prime visite, e quei primi respiri… sembravano così timidi…
Ma poi mi ha portato a pensare anche alla morte degli altri. Avevo un figlio, voleva dire che stavo invecchiando, e se invecchiavo io lo stavano facendo anche tutta una serie di persone che mi (ci) stavano intorno. Passavamo tutti a una nuova fase della vita, e i momenti di passaggio portano sempre con se riflessioni. E conclusioni.

Bambini nel tempo

Leggendo Bambini nel tempo mi è tornata in mente questa ondata di pensieri quasi dolorosi, perché Bambini nel tempo è un romanzo indubbiamente di morte, ma anche di vita, e le due cose sono strettamente legate, proprio come erano strettamente legate per me.
La vita porta con sé una promessa di morte, ma anche la morte porta con sé una promessa di vita. E tutto il romanzo potrebbe riassumersi così.

Mamma.
Papà.
Acqua.
Le parole importanti sono sempre brevi. La via verso ciò che è potente non richiede, non tollera deviazioni. Nessuno chiamerebbe ‘idiosincrasia’ il mare. Perché la prima cosa che nomina un uomo è ciò che lo nutre, lo innalza, lo rivela. Figlio del linguaggio, senza il quale, senza la sua speranza di fraternità, l’oscurità lavoratrice che lo circonda inghiottire il tuo corpo!
Acqua.
Papà.
Mamma.
Luce, magari.

Bambini nel tempo è un romanzo potente.
Mi è capitato spesso di leggere in giro commenti di persone che non riuscivano a capire come si potesse usare un aggettivo come potente per un libro. Eppure io non capisco come mai non si dovrebbe usarlo per certi libri. Libri come questo. Che ti afferrano per le spalle e ti scuotono. Con vigore, con violenza quasi! Libri che ti lasciano leggermente frastornato per la lucidità con cui sono stati esposti frammenti importanti della vita.
Bambini nel tempo è un romanzo potente, dunque. Perché ti mette di fronte all’evidenza che la vita è indissolubilmente legata alla morte, e perché la morte può essere molto difficile da gestire. Da accettare, da capire, da superare. Eppure si tratta di un qualcosa che è assolutamente… normale. Quotidiano. La morte è una sorta di punto cardine della nostra esistenza.

Tavole, sedie, letti: le bussole del mondo.

È però anche un romanzo che riflette sulla scrittura, sulla letteratura e i suoi ‘poteri’, i suoi doveri.
Come può esserci utile la letteratura? Cos’è per noi la parola, il linguaggio?
Cosa ne possiamo fare, noi?

E si chiede se per caso la letteratura non fosse che un’altra forma di religione, un’altra pratica superstizioso per combattere la morte con un’arma fantasmagorica: la parola.

Dividendosi in tre atti incredibilmente uniti ma allo stesso tempo separati, Bambini nel tempo ci regala tre storie che sono una. Che sono la storia di tutte le vite. Che sono la storia della vita, della morte, e della vita ancora.
E il risultato è incredibilmente triste.
E il risultato è incredibilmente speranzoso.

L’unica aurora del mondo è il linguaggio.

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3 pensieri su “Bambini nel tempo

  1. interno storie ha detto:

    Anch’io sto invecchiando e sento le medesime tue paure.
    Tornando al libro, nella sua scrittura essenziale è denso di significati a cominciare dalle lettere mediorientali come titoli dei capitoli.
    Il dolore si può raccontare, coglierlo tutto forse è impossibile.

    • Andrea Storti ha detto:

      Io sono innamorato di questo autore. Posso dirlo e ripeterlo all’infinito?
      Perché ha davvero una scrittura essenziale, che sembra semplice quasi, eppure è così pieno di cose…

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