La Bambina Puzzle

Alla Bambina Puzzle mancavano dei pezzi. Tre, a essere precisi.

Le mancava un pezzo dietro l’orecchio destro.
L’aveva perduto quando il Signor BOOM, insieme al Signor BANG e a Mister SPRANG avevano smantellato Città Dincastro in un sol colpo. Era successo tutto così all’improvviso e talmente in fretta, da essersi accorta dell’assenza solo quando la polvere si era già depositata sulle macerie. E le macerie erano tante. E la polvere molta di più.

Le mancava poi un pezzo sotto l’ombelico.
Questo non lo aveva perso, le era stato tolto. Portato via. A prenderglielo era stato suo Zio Domino.
Un giorno d’estate, Zio Domino aveva visto Bambina Puzzle prendere il sole. I disegni che coloravano i pezzi che la componevano erano davvero belli, ma quel pezzo sotto l’ombelico lo era di più. Splendeva più degli altri e, circondato dai suoi pezzi fratelli, risaltava in maniera abbagliante. Allora Zio Domino aveva fatto finta di cadere addosso a Bambina Puzzle e, nel rialzarsi, le aveva rubato un pezzo, nascondendolo dietro un finto gemito di dolore.

Il terzo pezzo che le mancava le aveva lasciato un vuoto all’altezza del cuore.
Quel pezzo le era caduto in mare.
Stava cercando di salvare Mamma Puzzle, che era scivolata fuori bordo. Ma il mare era più forte della bambina, e tirava con più convinzione.
Nell’acqua c’erano finiti in due: la mamma e il pezzo di puzzle.

Bambina Puzzle aveva sempre vissuto bene, senza quei tre pezzi. Non le erano mai pesati quei vuoti. Anzi, a volte cercava di sbirciarci dentro e le sembrava quasi di vedere un cielo notturno puntinato di stelle.
Da quando però era giunta nel paese di Bora, tutto era cambiato. Ogni volta che andava a scuola e vedeva i Bambini di Vento giocare a rincorrersi in cortile, un forte gelo le entrava dentro. Soffiava tra i suo buchi e le si intrufolava tra gli incastri, tentando di mandarli in frantumi.
Non riusciva più nemmeno a muoversi.
“Perché non vieni a giocare con noi?” Le chiese un giorno un Bambino di Vento.
“Perché ho tanto freddo.”
“Alle braccia?”
“No.”
“Alle gambe?”
“No.”
“A cosa, allora?”
“Ho freddo dentro.”
“Io non ho mai avuto freddo dentro.”
“È perché tu non hai i buchi che ho io.” rispose Bambina Puzzle indicando i tre pezzi mancanti.
Allora il Bambino di Vento corse via e ritornò poco dopo con un quaderno, delle forbici e del nastro adesivo. Esaminò attentamente i tre buchi e prese a ritagliare forme bizzarre dalle pagine piene di frasi e numeri. Poi, con lo scotch andò ad attaccarle suoi vuoti, coprendo così gli accessi al cielo stellato di Bambina Puzzle.
Erano bizzarri, quei ritagli, da vedere posati sul suo corpo. Ma Bambina Puzzle si sentì subito meglio.
“Oh! Ora non sento più freddo!” esclamò felice.
“Bene, allora puoi venire a giocare.” La guardò un po’, e poi aggiunse: “Ma non dire alla maestra che ho tagliuzzato il quaderno degli appunti.”
Lei rise e, prendendo il Bambino di Vento per mano, corse a giocare.
Una lezione di geografia le copriva il cuore, una di storia sorreggeva l’ombelico e un complicato calcolo di matematica le decorava la nuca. Si sentì parte di una cosa nuova, e ne era felice.

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