Cose nuove. Cose strane. (Parte prima)

Voi lo sapete, vero, qual è il rischio dell’amare molto un determinato scrittore?
Ovviamente è quello di, una volta che lo si incontra, rimanerne delusi. Profondamente delusi, anzi. Può succedere. Anzi, secondo me capita spesso. Leggendo i suoi testi ci si fa un’idea di lui, si crede di conoscerlo… e invece no.
Non necessariamente, poi, quella persona è effettivamente odiosa, ma magari è timida e in quel momento il ghiaccio non si è sciolto, oppure quella particolare occasione non è la più adatta per ‘conoscersi’. Fatto sta che spesso si può rimanere delusi.
Ebbene, oggi sono qui per svelarvi una nuova grande verità: l’amore per un autore, una volta che lo si è incontrato, può anche aumentare a dismisura. E proprio a causa di quell’incontro.
È quello che è successo a me con Michel Faber, ieri.

Se seguite il blog lo sapete già. Michel Faber è uno dei miei scrittori preferiti. L’ho detto anche qualche giorno fa parlandovi dei suoi Centonovantanove gradini e lo ripeto qui. Lo amo molto perché mi da sempre qualcosa di diverso, di nuovo, ma mai niente che sia scontato o poco curato o che non sia intenso.
Prendiamo per esempio il suo ultimo romanzo, uscito giusto la settimana scorsa: Il libro delle cose nuove e strane. Siamo in un futuro non troppo lontano. C’è un nuovo pianeta, Oasi, dove il protagonista Peter viene mandato per evangelizzare i nativi. E c’è anche la Terra, ovviamente, dove Bea, la moglie di Peter, è rimasta. Una Terra sull’orlo del collasso, un collasso sia economico che sociale che ambientale. Ci sono scambi di lettere tra i due sposi e c’è la fede, in svariate sfaccettature.
È un romanzo molto particolare, un romanzo che non mi sarei aspettato (sebbene sapessi che che i suoi lavori sono molto diversi tra loro). E questo perché sebbene sia, in fondo, una storia di fantascienza, è soprattutto una storia sulla coppia e sull’amore, e il risultato è un qualcosa di davvero molto intimo, di molto personale a mio avviso. Il libro più personale di Faber. Una teoria che mi pare quasi confermata dalla dedica che lo stesso Faber ha lasciato sul libro di Giorgia di Youbookers, una dedica che fa all’incirca così: “L’anima? Forse è questo libro”. Come a voler dire che quel libro è sua moglie, che quel libro è l’anima del loro rapporto.

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Ma come faccio a sapere cos’ha scritto sulla dedica di Giorgia, direte voi?
Ebbene, ieri, grazie a Bompiani, io, lei e Giovanna de Gli Amanti dei Libri abbiamo avuto la possibilità di incontrare questo meraviglioso autore e di fargli alcune domande. Come potete intuire dalla mia affermazione iniziale, l’incontro è andato molto bene. È stato breve ma davvero molto intenso. Faber è una persona che ama parlare, raccontare. Una persona molto aperta, disposta a condividere ricordi. E una persona anche molto generosa, tanto da regalarci la lettura di un racconto inedito e di mostrarci un paio di opere realizzate dalla moglie.
Ecco. È stato un incontro anche molto toccante. Perché si percepiva quanto la figura della moglie sia stata significativa per lui. Quanto lo sia ancora.

Michel Faber. Fotograto fa Eva Youren.

Michel Faber. Fotograto da Eva Youren.

Sapete, quando amo un autore mi trasformo in una sorta di stalker. Lo cerco, scovo notizie su di lui, curiosità, interventi… Ho letto svariate interviste a Faber, per esempio, da quando è uscito il nuovo libro (vi consiglio, tra le altre, quella fatta in coppia a lui e David Mitchell sull’Independent) e quindi ieri pensavo di sapere svariate cose su Il libro delle cose nuove e strane e la sua gestazione. Ma sapete una cosa? Quando con una persona si riesce a parlare di persona, di cose nuove ne escono sempre. Per esempio ho scoperto che la prima idea per il libro è nata quando la Gran Bretagna ha appoggiato gli Usa nella loro guerra all’Iraq ed è partita coi bombardamenti. Michel Faber ci ha raccontato di essere rimasto molto sconvolto dal fatto che le persone, al giorno d’oggi, pensassero ancora che le cose potevano essere risolte facendo saltare in aria le case. Il suo disgusto era così forte e profondo che pensò di poter scrivere un libro con esclusivamente dei protagonisti alieni, non umani. Poi ha dovuto ricredersi, arrendersi all’evidenza che, in quanto umano, non poteva non parlare anche di umani.
Però è interessante… perché gli alieni del romanzo sono creature estremamente pacifiche, per nulla egocentriche e/o egoiste. Sono una società tranquilla. Pacifica. Fin troppo anche! Tanto che mi è spesso venuto da pensarli come una chiave per elogiare, almeno in parte, quel lato dell’animale uomo che rende unico ogni essere umano e che spesso sfocia nell’egoismo. Cioè, alcuni nostri atteggiamenti apparentemente ‘negativi’ sono quelli che poi ci possono rendere interessanti. Però mi rendo conto che quelle creature sono un qualcosa di più, sono il tentativo di evitare le discordie e… bè, lo trovo suggestivo.

E insomma, il libro è nato da lì, e dal fatto che poco dopo è stato diagnosticato alla moglie un cancro terminale. Faber si è così ritrovato a confrontarsi col concetto di perdita e con il conforto che la gente può ricevere dalla religione. E tutto questo ha portato al Libro delle cose nuove e strane.

Faber è sempre stato molto convincete con i suoi romanzi. Ha saputo descrivere una Sugar meravigliosa nel Petalo cremisi e il bianco. Isserley di Sotto la pelle è una creatura affascinante e delicata e tratteggiata in maniera tragicamente perfetta. Ma anche tutte le altre cose scritte da questo autore risultano… vere. Come se lui fosse lì. Come se ci fosse dentro.
Ma in quest’ultimo romanzo il protagonista è un credente. Anzi, è un super credente. La fede esce così prepotente da ogni sua frase, da ogni suo pensiero, che mi rendo perfino conto di quanto potrebbe risultare odioso, frustrante per un lettore più… terra-terra.
E inoltre Faber è ateo.
Certo. Come ha detto anche lui durante l’incontro, quello dell’immedesimarsi col personaggio è il lavoro dell’autore. Del resto, lui è un uomo mentre Sugar è una donna. Però il coinvolgimento religioso di Peter è così totale, così totalizzante anche, che mi risulta un miracolo il risultato finale. E quindi sì, io gli do ragione, ma allo stesso tempo credo che ci sia di più, che questa sia una capacità innata di saper osservare le cose e renderle proprie. L’autore ha studiato l’uomo per poterlo rendere così.

Trovo anche curioso che Faber si sia definito un autore molto analitico, uno che sa essere distaccato dal libro anche durante la scrittura, che sa cosa serve e quando perché il testo funzioni. E lo trovo interessante perché il trasporto emotivo dei protagonisti è davvero tanto. E anche il suo trasporto mentre parla è tanto. Sembrano aspetti così inconciliabili, il trasporto e l’essere analitico, che il risultato sembra, ancora una volta, quasi magia.

Due cose, ha detto, l’hanno aiutato a rendere meglio il protagonista.
Una è la sua fascinazione per lo studio della religione, che lo ha reso nel tempo un buon conoscitore dei testi biblici, che tanto spesso vengono citati nel romanzo. Anzi, proprio a questo proposito ci ha rivelato che spesso, quando non sapeva come proseguire, apriva a caso la Bibbia proprio come fanno i credenti in cerca di aiuto, e gli sono sempre usciti passaggi utili per quel determinato scopo.
L’altra cosa è stata la malattia della moglie.

La moglie.

La moglie è il centro di molte cose.
Era indubbiamente il centro della vita dell’autore, che anche a causa della sua scomparsa ha dichiarato che non scriverà più romanzi. E nel nostro incontro era chiaro quanto tenesse a lei, quanto lei fosse il perno su cui ruotava anche la sua vita da scrittore (oltre ovviamente a quella di uomo). Abbiamo avuto l’onore di poter ammirare un paio di sue opere (facendocela conosce come un’artista di grande talento, tra l’altro) e l’emozione era palpabile, e tanta. Difficile da condividere con voi solo tramite le parole.
Ma la moglie è anche uno dei cuori pulsanti del romanzo. La moglie è la chiave che Peter utilizza per diventare credente. È la sua ancora ed è anche il suo grande punto di domanda. È quella che lo conforta, che lo sorregge, ma è anche quella che lo metterà in crisi.

È un libro sulla coppia, in verità, questo.

È un libro sull’amore tra due persone.

Pur essendo un romanzo così ampio, fantascientifico, pieno di cose ‘nuove e strane’, in realtà è un romanzo estremamente intimo e intimista. Come dicevo anche all’inizio.
Io lo vedo come una sorta di forma scritta della relazione tra lo scrittore e la moglie. E non è che questa relazione sia sempre idilliaca e romantica, anzi. È una relazione vera, che sa essere anche cruda. A volte irritante quasi. Ma viva. Realistica. Tanto che mentre leggevo alcuni passaggi mi è tornata in mente la risposta che Nadia Terranova aveva dato in un’intervista, proprio a proposito della famiglia. Lei ha detto:

Nella famiglia di arrivo dici “Finalmente sono libera, ho scelto questa persona”, poi ci vai a vivere e ti trovi in delle situazioni che ti soffocano: lui vuole un figlio e tu no, o tu vuoi un figlio e lui no, lui si vuole sposare e tu no e viceversa. È sempre un aggiustarsi. E delle volte però c’è del bello in entrambe le cose: può essere che tu ti senta soffocato in famiglia ma al contempo non ti senta mai più amato da nessuno come ti hanno amato i tuoi genitori, nonostante tutto. C’è sempre molto da bilanciare. Però la claustrofobia sì, io la lego alla famiglia, sempre.

Ecco. Ad un certo punto mi è parso che il romanzo volesse dire questo. Si percepisce questo senso di claustrofobia causata dalla famiglia. Bea, sulla Terra, è in preda a una forte crisi e la relazione tra lei e Peter sembra disfarsi. Ci sono accuse e scopi e idee che volano. E… sì, è claustrofobico, perché tu vorresti fare una cosa, ma forse dovresti farne un’altra e rimani intrappolato in una stanza zeppa di uscite, ma solo una di queste è quella giusta.
E malgrado questo, e anzi proprio per questo, Il libro delle cose nuove e strane è un libro sull’amore di coppia. Sulla famiglia. Sul costruire una famiglia assieme e sul viverci dentro. E sulla felicità che questo dona.

È anche, ovviamente, un romanzo sul sapersi, o meglio doversi, distaccare da chi si ama.
Perché la malattia della moglie di Faber ha indubbiamente trasformato questa storia in una storia diversa, e il distacco dei due è metaforicamente spiegato dalla distanza siderale tra la Terra e Oasi, ma anche da un finale molto… particolare. E triste, se vogliamo.

È un libro sul dolore, in effetti.
Sulla rabbia, anche.
Su quel dolore e quella rabbia causati dall’impotenza, dal non poter far nulla. Dal dover affrontare qualcosa che non dipende da noi. Che forse dipende da Dio. Forse.

Sapete… ho finito di leggere il libro ieri, a Milano, giusto qualche ora prima dell’incontro. Sono arrivato in stazione centrale e mi sono seduto su una seggiola, davanti a uno degli ingressi della Feltrinelli, poco distante da un pianoforte messo a disposizione dei passanti. Stavo leggendo e, arrivato ad un punto particolarmente emotivo, in parte legato al villaggio degli alieni, qualcuno si è messo a suonare magnificamente quel piano. E quel frammento di romanzo, e quella musica… è stato qualcosa di davvero emozionante.
È stato il capire che nella coppia, a volte capita di dover scegliere. E per quanto una cosa possa essere davvero importante per noi, non lo sarà mai tanto quanto la persona amata. E i sacrifici che si fanno, li si fanno con una certa ‘gioia’ se la ricompensa è rivedere un volto, risentire un bacio.

Non so se è chiaro, ma questo romanzo mi è piaciuto molto. Così come mi è molto piaciuto Michel Faber.

E non so se è chiaro, ma quel ‘prima parte’ nel titolo vi lascia capire che parlerò ancora de Il libro delle cose nuove e strane. Perché c’è tanta roba. Davvero.
Intanto voi procuratevelo e leggetevelo.

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