Senti le rane

La rana, più che un animale per me è un simbolo. Un simbolo di quotidianità e di amore.
Il motivo sta nel fatto che mia moglie mi ha sempre associato a questa bestiola a causa dei miei occhi che da bambino erano grandi e sporgenti (dice lei, ma io non credo).
La rana, quindi, sono io.
Ma la rana rappresenta anche il rapporto che ho con mia moglie, perché il vederla, magicamente, me la ricorda. E quindi la rana diventa il portale che mi conduce alla quotidianità. Alla mia quotidianità. Anzi, alla nostra quotidianità, mia e di mia moglie. E, bè, di mio figlio pure.

Senti le rane, quindi, mi ha attirato inizialmente per il titolo. E per la splendida copertina, ovvio!
Ma poi mi ha catturato. Come una mosca, sono rimasto incollato alla lingua di questa creatura che poi mi ha inghiottito. E ne sono stato felice.

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Senti le rane non è un cosa. È un come.

Il ‘cosa’ si traduce nella storia di Zuckermann, un giovane ebreo che riceve la chiamata dal Signore sulla via per Lumbriasco, rinnega quindi le sue origini per la gioia degli zii e si fa prete cristiano. Anzi, un prete ‘in odore di santità’! Solo che poi incontra la Romana, che è giovane e ti fa sentire i “canti sacri dei pastori del Peloponneso”, e la santità sfugge dalle dita.

Il ‘come’ è invece un linguaggio colloquiale ma intelligente, vivace e scoppiettate, ricco di rimandi e pensieri e ricordi, travolgente e meraviglioso…
La vicenda di Zuckermann ci viene infatti raccontata da Gerasim. Anzi, in un bar, il buon Gerasim racconta a noi e all’amico Sogliani la vicenda di Zuckermann, che è seduto qualche tavolo più in là. E il racconto ha la potenza del pettegolezzo succoso, unito alla forza del racconto mitologico. Perché alla fine, questo protagonista ex ebreo ed ex prete, è un po’ una creatura mitologica. Tutti la conosciamo! È quella persona che l’ha fatta grossa e che quando ti passa davanti è impossibile trattenersi dal dire “Ma sai che quello lì…”
Ma questo racconto torrenziale ad opera di Gerasim viene intervallato da evoluzioni linguistico-sociologico-filosofiche ad opera del narratore e del più burbero Sogliani. Intermezzi strepitosi che fanno ridere, ma anche no. Come del resto fa ridere, ma anche no, pure la storia del prete.

In pratica, Senti le rane è un racconto piuttosto ‘semplice’ (semplice in senso buono) e scritto (o parlato?) meravigliosamente.
Si ride di gusto in alcuni punti. E ci si ritrova in altri. Poi si pensa, ovviamente. Si pensa che la vita è un’eterna sorpresa, che non si è mai preparati per quello che succede dopo. Che magari il dopo è bello, ma allo stesso tempo, sotto altri aspetti, sembra brutto.

Senti le rane mi ha ricordato, come gli animali del titolo, la mia quotidianità. E non perché io sia un ex prete, ma perché a tutti noi piace raccontare storie, magari seduti a un tavolino del nostro bar di fiducia (ok, per me sarebbe una pasticceria, ma è uguale). E che queste storie siano pettegolezzi o racconti avvincenti (e non è detto che una cosa escluda l’altra) poco importa. Il fatto è che l’uomo vive di storie, e come Sogliani e Gerasim si ritrovano a confabulare su filosofi e antropologi man mano che procedono con il racconto, così noi ci ritroviamo a pensare a tante cose (a tutto!) proprio grazie alle storie che sveliamo.

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3 pensieri su “Senti le rane

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