Numero zero

Leggere Eco, come scrivevo qualche post fa, ti fa capire quanto la letteratura possa essere goduriosa. Perché Eco ha questa scrittura ricca di parole che ormai si trovano raramente in un testo, e che lui sa usare non con saccenteria, ma con divertimento. Eco è un autore che si diverte a scrivere, e lo si sente. E poi perché ci sono sempre queste ‘chicche’ storiche, questo rovistare in archivi che rende il tutto più ‘affascinante’.

Numero zero, l’ultimo romanzo del formidabile autore, conferma il mio pensiero.

In questo caso abbiamo un protagonista che dovrà scrivere, come ghost writer, un libro sulla realizzazione di un giornale in cui ‘fa finta’ di lavorare e che, lo si sa fin da subito, non vedrà mai la luce (e qui si sprecano aneddoti su cosa bisogna far leggere ai cittadini e cosa no). E per completare la perfetta miscela basta aggiungere la teoria di un complotto che vede invischiati Mussolini, il Vaticano e Gladio (un servizio segreto). Il periodo storico è quello che porta a Tangentopoli, nel 1992.

Il romanzo, come dicevo, conferma il mio pensiero e dimostra che Eco sa giocare con le parole, le sa mettere insieme e riesce a crearci storie dallo stile accattivante e dal linguaggio mai banale.
Solo che qui sembra come trattenuto.

Numero zero non è un romanzo come i precedenti. E la cosa ci sta pure, perché ripetersi sempre è un male. Solo che un lettore di Eco, molto probabilmente, cerca questi romanzi proprio per ritrovarsi immersi in una lingua quasi barocca, ricchissima di riferimenti storico-bibliografici e con una trama possibilmente più ‘movimentata’.
In Numero zero, invece, lo stile, seppur magnifico, è più ‘povero’, più semplice. Una lettura che, capitemi, potrebbero affrontare tutti. E anche a livello di trama ci troviamo dinanzi a una storia ben più lineare.
Mi è parso quasi che il tutto fosse un inizio di un qualcosa di più grande. Ecco.

Con questo non voglio dire che il libro non sia da leggere. Eco fa sempre passare dei bei momenti e sa creare personaggi interessanti (in questo caso merita una particolare menzione la simpatica Maia). E anche nei casi meno riusciti riesce a regalare chicche complottistiche e ironiche battute storico-letterarie. Senza contare poi tutta la questione del COSA vada pubblicato e cosa no su di un giornale. Su cosa possa piacere ai cittadini, ai lettori, e cosa no. Già, cosa? Questa è forse la parte più interessante del romanzo, perché permette di riflettere non tanto su cosa ci propinino i giornali, ma su cosa vogliamo che i media ci mettano in bocca.
Comunque, per tornare al mio discorso, e forse a causa della mia recentissima lettura de Il pendolo di Foucault, diciamo mi aspettavo qualcosa di più… corposo. Non nel numero di pagine, ma nel contenuto.

Direi comunque che il paio d’ore spese sono state spese bene, e che Numero zero potrebbe essere anche un ottimo libro con cui avvicinarsi a Eco. Essendo più ‘semplice’ potrebbe funzionare come ponte ideale per arrivare agli altri suoi lavori ‘maggiori’ che non avete ancora avuto il coraggio di affrontare.

p.s. la mia EcoFever non accenna a diminuire. Presto mi dedicherò al Cimitero di Praga o a L’isola del giorno prima. Voi cosa mi consigliate?

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