Intervista a Rrose Sélavy

Rrose Sélavy è il nome con il quale Marcel Duchamp ha firmato alcune sue opere. E il bello di questo nome d’arte è che può essere letto anche come “Eros c’est la vie”.
La vita è passione.
Ed è proprio la passione il fattore caratterizzante dei libri illustrati pubblicati da una piccola casa editrice che di nome fa, appunto, Rrose Sélavy.

Io l’ho scoperta “grazie” a Loredana Lipperini, che a questa casa editrice ha affidato una storia dal titolo Pupa, e scoprire una realtà come questa, in un mercato librario come quello attuale, beh… è una ventata d’aria fresca.
Libri curatissimi. Belli sia dentro che fuori, sia nelle storie che nelle illustrazioni. Un lavoro non lasciato al caso ma ben pensato, ponderato, e fatto con grande passione e grande amore. Tutto questo traspare a ogni pagina. Lo si sente.

Non potevo non approfondire la conoscenza di questo editore, e così ho intervistato Massimo De Nardo, fondatore di Rrose Sélavy e autore del primo albo pubblicato con questo marchio (che poi è una storia, anzi due, bellissima!).
Qui sotto trovate le mie domande e le sue gentilissime risposte. Io vi invito a leggerle con calma e a scoprire i loro Quaderni, che sono piccole opere d’arte.

DOMANDA: Ciao Massimo e benvenuto nel mio ‘meleto’. È un piacere e un onore ospitarti perché mi sono innamorato del lavoro che sta facendo Rrose Sélavy e vorrei condividere questo innamoramento coi miei lettori, ma anche togliermi qualche curiosità su di voi. Mi sento quindi di partire con una domanda che ti avranno fatto in molti, ma che non mi sento proprio di saltare: come mai hai deciso di fondare una casa editrice? E come mai proprio ora che l’economia va malissimo, che i lettori son sempre meno, che le librerie chiudono, eccetera eccetera? Si è trattato di un gesto folle? O forse… d’amore?
RISPOSTA: C’è voluto qualche anno per arrivare in questo luogo che oggi si chiama Rrose Sélavy (il cui nome duchampiano all’inizio finiva nelle spam dei librai). Strade tortuose e in salita, senza troppi paesaggi attorno. Deve essere così, se non erediti il mestiere di famiglia (mio padre faceva l’orologiaio ed era un fan di Dante), e credi pure che un mondo diverso sia possibile. Quindi, in salita, verso le nuvole. Ho iniziato in internet, con un sito personale (non un blog). Come moltissimi. Una ventina di anni fa. Il sito si chiamava Segnal’etica (l’apostrofo era importante, dal momento che si discuteva di etica e di “segnali”, cioè di comunicazione in senso ampio, dalla moda alla fotografia, dal design alla pubblicità, alla scrittura). Tutto è segno-segnale, e l’etica equivale (ancora oggi) a scegliere, a sottolineare una presa di posizione. Poi c’è stato un quindicinale stampato, Pythagoras, sedici pagine sui luoghi (agorà), intesi come spazi sociali: teatri, strade, musei, piazze. Gratis e con qualche inserzionista. Poi, a dicembre del 2011, il salto “nazionale” con un trimestrale, Rrose, sulla creatività. E da lì, mantenendo il formato e il tipo di carta, la trasformazione (fisica e mentale): libri illustrati per ragazzi (che piacciono anche agli adulti).
Inizi finalmente a fare qualcosa, e, siccome lo vuoi fare per davvero, non pensi al “momento”, e neanche agli anni che ti porti appresso e dentro, che non vanno mai in parallelo. Nessun gesto folle, l’azzardo c’è, ma ci sarebbe comunque, anche se dovessi decidere di aprire un kebab o una libreria. Di sicuro la passione è necessaria. E necessario è anche un piccolo investimento, perché alla fine di ogni percorso c’è sempre una cassa che stampa lo scontrino.

D: Non ti chiederò come mai hai deciso di dedicarti ai libri per bambini e ragazzi. Ti chiedo piuttosto COME si diventa editori per ragazzi? Cioè, cosa serve a un editore per pubblicare questo tipo di testi? E cosa bisogna cercare di fare, secondo te, in quanto editori di volumi per futuri adulti?
R: Se ti piace comunicare con le immagini (nel senso più ampio: illustrazione, fotografia, pittura, grafica, design) e se ti piace la scrittura (specialmente il raccontare con la scrittura), ti ritrovi in modo quasi naturale a fare libri illustrati. Se poi ci aggiungi il piacere per il fantastico, ecco che sei già nel mondo dove l’impossibile diventa possibile, e cioè nel fiabesco, nel surreale, nel gioco. Vale anche per i romanzi. “La metamorfosi” di Kafka a che genere appartiene? E La Divina commedia? Letteratura per adulti, letteratura per ragazzi, forse è il momento di non fare più distinzioni, sebbene le etichette dei “generi” ancora aiutino a identificare lo stile di un libro, di un film, di un fumetto, di una musica, di un quadro. Bisogna cercare di fare un buon libro, dentro e fuori. Bisogna cercare di vivere meglio. Concetto ovvio, ma poco applicabile. Noi ci sforziamo di fare così. Per imparare a conoscere la bellezza di una linea retta e di un affresco del Quattrocento. E poi scambiarsi delle opinioni. Perché non puoi (e chi vorrebbe?) fare a meno degli altri.

D: Avete esordito con i Quaderni quadroni, e ora state per lanciare i Quaderni cartoni. Ci puoi parlare di queste due collane?
R: Si chiama “Quaderno” per il formato (cm 23×27), e “quadrone” perché è l’anagramma di quaderno e perché dentro ci sono molte immagini (il quadrone è un grande quadro). Per lettori dagli otto anni in su (anche l’età è una categoria vaga, ma serve per orientarsi).
Il primo Quaderno è stato un vero e proprio self publishing: due miei racconti, Che mestieri fantastici!, con disegni di Tullio Pericoli e con una introduzione giocosa (anagrammi) di Stefano Bartezzaghi. C’erano già i disegni di Pericoli, e una buona combinazione mi ha portato a chiedergli le sue inconfondibili e magnifiche nuvole e i suoi libri volanti. Probabile che un pizzico di incoscienza abbia avuto un ruolo non secondario quando abbiamo pubblicato il primo Quaderno. Però meglio così. Superato lo stupore (e l’emozione di averlo presentato nella trasmissione Le storie, di Corrado Augias, su Rai 3, ad aprile del 2013), poi razionalizzi (l’incoscienza è però sempre in agguato) e allora dopo alcuni mesi abbiamo fatto il secondo Quaderno (Il topo sognatore e altri animali di paese, brevi racconti di Francio Arminio, con disegni di Simone Massi, introduzione mia) e il terzo Quaderno (Pupa, un racconto di Loredana Lipperini, con illustrazioni di Paolo d’Altan, introduzione di Lidia Ravera) e il quarto Quaderno (Cosa c’è là dentro? Cosa c’è là fuori?, due racconti ad incastro di Bruno Tognilini, con illustrazioni di Paolo d’Altan).
“Il Quaderno cartone” (che non è un cartonato) è una nuova collana, simile nel formato e nelle pagine al “quadrone”, diverso però nella copertina e nei temi, per lettori e non lettori dai cinque agli otto anni. Ecco perché si chiama cartone (cartonato o animato?). Abbiamo iniziato con Re Micio, scritto da Roberto Piumini e illustrato da Gianluca Folì, con l’introduzione di Beatrice Masini. Altri progetti sono pronti per la tipografia.

D: Se dovessi descrivere i titoli che avete pubblicato fino ad ora in poche righe, cosa diresti?
R: I Mestieri fantastici sono due: Il riparatore di nuvole, Il cercatore di parole. Quando piove troppo o troppo poco, ci pensa Nimbo a ripararle, le nuvole. E riparando una nuvola secca (asciugata) scopre che dentro ci sono… non ve lo racconto, di certo è una metafora contro la guerra. Il cercatore di parole ti aiuta a tirar via le parole che sono rimaste sulla punta della lingua, e a ritrovare le parole che hai dimenticato. Ma anche in questo mestiere accade qualcosa (in un racconto deve esserci comunque una “violazione”), il cercatore – Dizzy – non trova più alcune parole perché altre hanno preso il sopravvento: odio su amore, guerra su pace, prepotenza su dolcezza.
Il Topo sognatore e altri animali di paese descrive, con brevissime storie e con un linguaggio asciutto e poetico insieme (Franco Arminio ne è capace, sappiamo) momenti dell’esistenza (e pure la loro fine) degli animali che vivono nei nostri spazi domestici. È certo un Quaderno particolare (splendidi disegni a “graffio” di Simone Massi), che a scuola viene utilizzato per laboratori sulla scrittura e che piace molto agli adulti per il tipo di grafica.
Pupa di Loredana Lipperini si svolge in un futuro prossimo, nel quale i ragazzi e le ragazze di mestiere fanno “i nipoti sostituti” degli anziani che vivono soli. Tra questi, una signora straordinaria, Pupa, che ti racconta del suo avventuroso passato e delle sue giornate occupate ad inventare oggetti fantastici, come gli acchiappanuvole e i soffiamusica da passeggio. Adele, la nipote sostituta, se ne innamora subito. Pupa, per riprendere le parole di Lidia Ravera, “non è triste, non è noiosa, non è inerte. È una combattente. Combatte una sua lotta personalissima e feroce contro le verità precotte, i costumi bugiardi, gli stereotipi”.
Re Micio di Roberto Piumini è una storia di amicizia e di avventure tra gatti. Che poi siamo noi. Il testo è composto da quaranta quartine che raccontano, come ha scritto Beatrice Masini nell’introduzione, “la gattitudine vagante di Re Micio e dei suoi amici casuali, destinati a diventare, nel tempo e negli incroci, qualcosa di più. Re Micio, che è re di se stesso, è diventato indipendente per forza ma sente che qualcosa gli manca; gli altri gatti che incrocia lo tengono a distanza, ma poi lo ammettono alla loro intimità; si litiga, ci si fraintende, si fa pace, ci si allontana, ci si ritrova”.
Cosa c’è là dentro? Cosa c’è là fuori? di Bruno Tognolini sono due racconti che si incastrano l’uno all’altro (si può iniziare a leggere dal primo o dal secondo). Cosa c’è la dentro? Se lo chiedono alcuni ragazzi che abitano nella grande valle, guardando in lontananza la città dalle alte mura. Ma è proibito avvicinarsi. Cosa c’è là fuori? Se lo chiedono alcuni ragazzi che abitano nella città dalla quale è proibito uscire. Ma poi, com’è giusto, i ragazzi disobbediscono e vogliono scoprire cosa c’è dentro e fuori. Ma c’è una sorpresa narrativa molto piacevole e interessante.

D: So che, almeno in linea generale, non lavorate su manoscritti che vi arrivano in visione. Il vostro è piuttosto un lavoro di ricerca di testi e di autori dall’indubbio talento. Come mai questa scelta? E cosa cercate in questi autori?
R: Abbiamo iniziato da poco, dobbiamo affidarci a chi il mestiere di scrittore e di illustratore lo conosce bene. E che, di riflesso, è conosciuto da un suo pubblico. Non significa che sia più facile. Abbiamo iniziato con autori che non avevano mai scritto per ragazzi. Un progetto difficile, un po’ elitario, ma che a poco a poco ha trovato il suo spazio, i suoi lettori.
In questi autori cerchiamo quello che sono. Di solito è quello che piace a noi, e che, dal momento che siamo anche dei lettori, potrebbe piacere ad altri. Quando fai delle scelte devi ovviamente lasciare indietro qualcosa. E poi, diciamo la verità, oggi come oggi le regole sono tutte saltate.

D: C’è poi la ricerca dell’illustratore adatto. Quando leggete un testo vi viene subito in mente un nome che potrebbe essere perfetto per il progetto? Oppure cercate in giro?
R: D’istinto (che è il mettere già in movimento quello che uno conosce) pensiamo subito all’illustratore. Poi – ovvio – si valuta con calma, si stabiliscono i tempi di lavoro, si fa confronti con l’ultimo libro che l’illustratore ha realizzato per un’altra casa editrice. Le proposte che ci arrivano le archiviamo, non le cestiniamo. Un giorno, chissà…

D: Avete vinto il Premio Andersen come migliore progetto editoriale. E l’avete vinto, in pratica, a un anno dall’apertura e con soli tre titoli. Cosa significa questo, per voi? È una conferma del lavoro fatto? Uno spronarvi a fare di più?
R: Significa che allora non stai sbagliando del tutto. Che qualcosa l’hai presa dal verso giusto. E che c’è da rimboccarsi le maniche, già rimboccate. Grazie, Andersen.

10349899_721940067874028_5010304928172884810_nD: Tutto sommato, mi pare che i vostri libri siano in generale molto ben accolti. Che nel vostro piccolo siate un successo. Significa che la qualità viene sempre riconosciuta? E siete sorpresi che in un mercato così “strano” e difficile come quello editoriale contemporaneo stiate riuscendo a ritagliarvi un vostro bello spazio?
R: Quello che dici ci fa piacere. Rrose Sélavy, cioè Marcel Duchamp, è stata a suo tempo (1921) una provocazione raffinata, un taglio con gli schemi della tradizione e anche delle avanguardie artistiche di quel periodo (c’era Picasso che aveva scombussolato non poco). I tagli fanno sempre male. Noi non arriviamo a tanto, un libro è un libro è un libro (sto scimmiottando “una rosa è una rosa è una rosa” di Gertrude Stein), e allora abbiamo fatto Quaderni. Che sono anche dei quadroni e dei cartoni. Rrose Sélavy è l’anagramma fonetico di Eros c’est la vie. La vita è passione. Anche altro, ma serve per crederci.

D: Per concludere: cosa ci riserverà, Rrose Sélavy, nel prossimo futuro?
R: Una prossima chiacchierata nella quale parlare di questo. Battuta a parte, qualche anticipazione c’è, tra gennaio e aprile: magnifici scrittori come Antonio Moresco, Carlo Lucarelli, Paolo Di Paolo. E bravissimi illustratori come Gianluca Folì, Mauro Cicarè, Gianni De Conno. E poi altro.

Grazie mille Massimo della disponibilità. E buon lavoro!
Grazie a te per questa bella occasione.

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