Un gatto, un cappello e un nastro

Lo so, non dovrei nemmeno scriverlo questo post.
Amo così follemente Joanne Harris (non lei-lei, sebbene sia simpatica, ma il suo lavoro) che non vedo proprio come potrei scrivere qualcosa di obiettivo, in queste righe.

Il fatto è che, nel mio cuore di carta, questa donna ha un posto speciale. Un trono di cioccolato. Ecco.

E sapete una cosa? È stato il destino a farmela conoscere.
O meglio. È stata una forza strana e potente, forse simile alle magie che riempiono i suoi libri, senza davvero farsi notare.
Ero in quarta superiore. Credo. Sì, doveva essere l’estate post quarta. O forse post terza. Comunque… facevo il cameriere in un albergo del mio paese e una mia collega, non ricordo bene come, se ne uscì a parlare del film di Chocolat.
Io rimasi travolto dal desiderio di vederlo. Ma davvero!
Sapevo poco della storia che raccontava, eppure sentivo che DOVEVO vederlo. Forse per via del cioccolato (io adoro il cioccolato), boh!
Solo che prima volevo leggere il libro, perché sapevo pure che, una volta conosciuta la storia non avrei avuto il desiderio di affrontare il romanzo.
Così mi procurai Chocolat. Il libro.
Così lo lessi e me ne innamorai.
E così mi misi a cercare un altro libro di questa autrice. Sapevo che tempo prima ne era uscito uno con una copertina stupenda, che mi intrigava moltissimo. C’era una specie di primo piano di quella che sembrava una suora in bianco. Era La donna alata. Titolo bellissimo.
Il mio amore venne confermato. Anzi, s’ingigantì!
E da lì partì la mia caccia a tutte le sue storie. Storie che non mi hanno mai deluso. Certo, ce ne sono di ottime e di meno riuscite, ma la Harris ha sempre saputo unire, almeno a mio modo di vedere, storie originali, con una voce unica, una narrazione spensierata ma intensa, e magia.

Ecco. Ho già scritto un papiro e non ho nemmeno accennato al libro di cui vi voglio parlare davvero. E cioè Un gatto, un cappello e un nastro. Rimedio ora. Anzi, vi chiedo ancora un attimo di pazienza.

Credo di essere stato particolarmente fortunato.
Avendo conosciuto la Harris relativamente tardi (era già al suo quinto romanzo), sono riuscito a non focalizzarmi troppo sulla Harris-che-parla-di-cibo. E questo anche, e specialmente, grazie a Profumi, giochi e cuori infranti, la sua prima raccolta di racconti, uscita poco dopo lo sbocciare del mio amore.

Joanne Harris non è, infatti, quella-di-Chocolat. Non solo almeno. È molto, ma molto di più.
E io ho come l’impressione che da noi la percezione nei suoi confronti sia rimasta ferma a quei romanzi strettamente collegati al cibo.
Solo che Joanne ha scritto pure thriller, fantasy, racconti horror, romanzi gotici. Addirittura di vampiri!

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Ebbene, Un gatto, un cappello e un nastro (visto che alla fine ci sono arrivato?) ripete un po’ quanto fatto con Profumi, giochi e cuori infranti e raccoglie racconti di vario genere.
Ci sono racconti ispirati alle visite dell’autrice in Africa, e quindi estremamente realistici. Ci sono racconti legati alla sua fase fantasy, e quindi legati alla mitologia nordica (sebbene mascherati). Ci sono racconti di paura, o di fantasmi… o forse non sono davvero racconti dell terrore, ma in me hanno lasciato un senso di inquietudine davvero profonda.
Oh! Ci sono pure dei racconti, uno in particolare, che sono estremamente realistici, ma che proprio per questo mi hanno fatto una paura matta! E dico, spaventarsi con un racconto che parla di prodotti da forno…
Poi ci sono due avventure di Faith e Hope, due anziane signore ‘rinchiuse’ in una casa di riposo. E c’è un personaggio ossessionato dal Natale, e divnità… sì, insomma… c’è da divertirsi!

Succo del discorso, questa nuova raccolta è una sorta di riassunto di cosa la Harris è come autrice. C’è il suo stile riconoscibilissimo, la sua narrazione incantatrice, e ci sono storie molto varie, molto diverse tra di loro, sebbene abbiano tutte dei temi e dei ‘messaggi’ (che brutta parola!) che si ripetono e si ritrovano.

Ecco, se uno vuole avvicinarsi alla Harris, questo potrebbe essere un bel modo per farlo. Certo, bisogna un po’ amare i racconti, però da un’antologia di questo genere si riesce a capire davvero gran parte della poetica di questa narratrice meravigliosa.
Se uno, invece, la Harris la ama già… beh, allora posso smettere di parlare.

Comunque, una possibilità dategliela. Potrebbe incantarvi davvero!

p.s. L’unica cosa che davvero non capisco è cosa ci faccia quel nastro nel titolo. Perché dovrebbe essere stato un pezzo di corda. Però boh. Magari sono solo io molto ignorante in inglese.

p.p.s. Ecco. Come sempre, quando parlo della Harris, alla fine ho scritto una lunga lettera d’amore alla sua magica penna e non una vera recensione. Vabbè, perdonatemi. Sono innamorato perso.

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