Lo splendore casuale delle meduse

meduse

Ho iniziato questo libro e dopo un paio di pagine ero piuttosto indisposto nei confronti della protagonista, l’insegnante di biologia (ma anche di educazione fisica, in ché forse mi indispone per principio) Inge Lohmark.
Inutile negarlo, per me lei rappresenta il tipico insegnante che odio con tutto me stesso, quello convinto di aver sempre ragione, che non offre cuore ma solo informazioni, quello che vede nei suoi alunni unicamente delle piccole persone che, anno dopo anno, sono sempre peggio, si vestono sempre peggio, sono sempre più apatici, più disinteressati, ecc.

“Come vedete, nessuno, né l’animale né l’uomo, può esistere da solo. Tra gli esseri viventi vige la concorrenza e, talvolta, qualcosa che assomiglia alla cooperazione. Anche se accade raramente. Le principali forme di coesistenza sono la concorrenza e il rapporto preda-predatore”

Ho continuato a leggerlo, comunque. E a un certo punto mi sono ritrovato, non so bene come, ad amarla questa donna dura, cinica, ossessionata dalla biologia.

È interessante, no? Che ci si ritrovi a “voler bene” ad un personaggio che si odiava fino a un paio di righe prima?
Ma cos’è che mi ha fatto cambiare idea? Cos’è che mi ha fatto rivedere il tutto?
La comprensione.
La comprensione è la sola cosa che cancella l’odio.
E quando si entra nel ritmo, quando si è letto abbastanza e si conoscono svariati dettagli della vita della Lohmark, ecco che si inizia a capirla.

Inge è una donna praticamente sola. Sebbene sia sposata con un allevatore di struzzi. Sebbene sia madre di una figlia che vive in America. Sebbene sia quotidianamente circondata da colleghi. E da alunni, ovviamente.

Tutti gli esseri sono imparentati tra loro. Nascendo si finisce in una trappola da cui nessuno può scappare. Siamo tutti creature con un padre e una madre. Due persone in balia delle quali ci tocca vivere per anni. Dipendenza causata da una continua privazione della libertà.

Inge è sola.

Inge è sola come questa frase, che sembra collegata al resto del post, ma che si staglia da sola in mezzo a due righe bianche.

Porta nel cuore e nell’animo un passato poco distante che vedeva la Germania divisa in due, e lei era dalla parte sbagliata. Un passato che la città dove vive si trascina ancora dietro, in verità.
Allo stesso tempo la modernità è dilagante. I nuovi modi di interagire, di crescere, di insegnare, di vivere… ma forse non sa adattarsi abbastanza in fretta, lei. Forse Inge è una creatura destinata ad estinguersi.

Ed ecco quindi che la biologia diventa un rifugio. La biologia non sbaglia mai, la biologia ha sempre ragione. La biologia va per la sua strada, che è sempre dritta. La natura ha una sola via, quella del perfezionamento.

Ed è quasi ‘biologico’ pure lo stile con cui il romanzo è scritto. La storia è infatti basata su frasi brevi, anzi brevissime, rende il tutto più… ‘scientifico’. La costruzione del testo è sapientemente usata per rendere su carta il pensiero della protagonista, e anche se può risultare ‘faticoso’ ad alcuni, io l’ho trovato perfetto per questo contesto.

E la biologia è la pasta con qui questo racconto viene confezionato. I riferimenti sono tanti, tantissimi. Risultano anche estremamente interessanti per chi, come me, è molto curioso. E a tratti risultano quasi comici, perché quando i principi naturali vengono associati a degli adolescenti, beh… c’è poco da fare, si sorride.

Ma allo stesso tempo ci si intristisce un po’. Perché Inge sembra una persona da dimenticare, da lasciare in disparte… e allo stesso tempo fa tenerezza. Per la sua solitudine. Per le sue sorpassate convinzioni. Per il suo attaccamento alle leggi naturali.

E forse, tra le varie cose, le si vuole un po’ bene perché lei l’ha capito. L’ha capito che quella umana è la razza meno perfetta che ci sia.

«Tutto è imperfetto – confessa la docente – ma non senza speranza»

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