lo zio Wilbur

Il bello dei blog è che non sono testate giornalistiche. Ok, ce ne sono alcuni che praticamente è come se lo fossero, ma io non mi riferisco a loro. Io intendo i veri blogger, quelli che scrivono su uno spazio web bene o male in quanto singoli e che palesano le loro passioni.
Questo permette di conoscere, almeno in parte, chi il blog lo gestisce, cosa gli piace, cosa no… e questo, se applicato ai lit-blog, rende facile capire chi si vuol seguire e chi no. Chi ha gusti simili ai miei e chi no.
Tutto ciò succede perché, proprio come un diario, attraverso i post traspaiono emozioni, ricordi, sentimenti.
Dico tutto questo per ‘scusare’, e allo stesso tempo ‘legittimare’ quello che sto per dire.

Amo Wilbur Smith.

Questo non significa che ho letto tutti i suoi romanzi. Anzi, tutt’altro.
Questo significa che Wilbur Smith, con uno o più dei suoi libri, ha saputo regalarmi qualcosa di prezioso. Qualcosa che vale la pena di conservare.
Per me questo qualcosa da conservare coincide con tre titoli.

L’uccello del sole.
Ma quanto m’è piaciuto quel romanzo?
Narrava le gesta incrociate di un archeologo che sta per scoprire una città, e uno che in quell’antica città ci abitava.
Il fatto è che all’epoca ero piuttosto piccolino e quello era il primo romanzo del genere che leggevo, che mischiava archeologia e avventura e passioni e… e niente, è un po’ come il primo amore, che non si scorda mai.

Poi c’è stato Monsone.
Monsone era, ed è, un bel mattone.
Quando lo lessi non ero lettore da tanto e per me si trattava di una vera e propria sfida. Scalare quella mole immensa. Ci riuscii con sorprendente facilità, perché Smith ha questo stile narrativo che corre, che lascia senza fiato, che appassiona.
Monsone è un grande romanzo d’avventura, di quelli che prevedono viaggi, fughe, amori e lotte.
Lo adorai alla follia.
Mi aveva conquistato e mi aveva mostrato che i libri in grado di catturarti non ti fanno mai, assolutamente mai pesare il numero di pagine. Anzi, ti faranno sempre rimpiangere la brevità della storia.

E per concludere Figli del Nilo.
Non ho mai letto tutta la saga egizia di Smith, ma io adoro l’Egitto antico. Lo adoro a causa del Ramses di Christian Jacque.
Beh, fu per me una conferma e anche un nuovo modo di vedere un qualcosa che amavo. Mi mostrava la pluralità della letteratura. Mi insegnava che le cose possono essere viste in molti modi differenti
Era un libro di quelli che non vanno candidati al Nobel, ma che vengono rinchiusi nella libreria destinata a contenere pezzi di cuore, e non pagine di carta.

Quindi oggi sono particolarmente contento. Ho scoperto che il tre novembre arriva in libreria una nuova avventura egizia firmata da questo autore, Il dio del deserto. E ‘stavolta credo proprio di leggerla.
Se poi ci si imbatte in un concorso che permette al vincitore di incontrare Wilbur in quel magnifico contesto che è il Museo Egizio di Torino, beh…
Sì, avete capito bene. C’è un contest. Ci sono dei premi che vanno dal libro al soggiorno nella capitale dei Savoia. Si richiede avventura e fotografia. Trovate tutte le info qui.
Io sono molto tentato, perché si tratterebbe di un’occasione unica in grado di riportare alla mia memoria più d’una passione.
Se parteciperete anche voi, buona fortuna!
Se non parteciperete, magari ci ritroveremo comunque tra le pagine del romanzo.

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