A sud del confine, a ovest del sole

Come ormai saprete, se mi seguite pure sui social network, in questo periodo sono un po’ in fissa con Murakami. Ho infatti letto A sud del confine, a ovest del sole, che da il titolo al post e del quale dovrei parlare tra qualche riga, poi sono passato a Norwegian Wood, il ‘classico’ che mi mancava, e ora sono intento a leggere L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio. E non è detto che sia finita qui.

E non è detto che sia finita qui proprio perché questi libri mi hanno, e mi stanno, affascinando, conquistando, colpendo, ecc.

Cosa mi piace di Murakami?
Non lo so. Davvero non saprei dire cosa me lo fa amare tanto. Sento amore nei suoi confronti. Anzi, verso quello che leggo di suo.

Sarà probabilmente la sua scrittura, che è particolare. È una narrazione che in alcuni tratti potrebbe risultare quasi naif, perché ci sono dei dialoghi in cui i protagonisti si spiegano tutte le sensazioni che provano, i pensieri che li investono, e questo lo trovo così poco adulto… così poco italiano, o europeo, o comunque così poco riconducibile alla mia vita…
E poi c’è il senso di pace.
Quando leggo Murakami mi pervade proprio un senso di pace. Indipendentemente da quale sia l’argomento, il buon vecchio Haruki mi da pace. E mi riconcilia con la lettura. E mi riconcilia con la letteratura. E mi riconcilia col mondo.

murakami

Prendete per esempio questo libro.
A sud del confine, a ovest del sole è un titolo minore, nella bibliografia dell’autore. È anche un romanzo che, a differenza di altri suoi lavori, segue una linea dritta, con pochi cambi di scena. Una trama lineare. Semplice. Concisa.

Poi ci sono i protagonisti, che sono strambi come lo sono tutti i personaggi di Murakami. Che non è uno strambo in senso negativo, ma semplicemente l’etichetta usata per descrivere una persona forse più riflessiva del normale, comunque fuori dal coro, fuori dalle masse, fuori dalle… fuori.
Comunque, i protagonisti…
Si conoscono da quando sono bambini, poi ognuno va per la propria strada, come succede di solito, e si incontrano nuovamente quando sono adulti, quando lui, Hajime, ha una moglie, due figlie e un lavoro di successo. Hajime dovrà allora decidere se rimanere fedele alla moglie, o se avventurarsi in un futuro incerto con la misteriosissima Shimamoto.

Shimamoto è una creatura d’ombra.
Come in ogni storia di Murakami che si rispetti ci sono domande che non avranno mai risposta, e lei è il centro di tutte queste domande. Cosa fa nella vita? Perché di tanto in tanto sparisce? Perché tace sulla sua quotidianità?
Eppure Hajime la seguirebbe ovunque.

Ecco. Prendete questa storia.

Contiene alcuni punti fondamentali dello stile di Murakami. Ma è anche di una semplicità sconvolgente.
Eppure l’ho amata alla follia.

Ho amato il tratteggio delicato e a volte spezzato con cui l’autore riesce a contornare due figure particolari, che però ti fanno pensare alla vita. Alla casualità della vita. Alla vita che vivi quotidianamente.
Ti rende felice? Sì? Ma quanto? E se avessi la possibilità di essere ancora più felice? O se avessi la possibilità di essere semplicemente te stesso? Perché al momento non lo sei, non al 100%.

Ho amato tutto quello che Murakami non dice. Se mi avesse dato maggiori informazioni su Shimamoto, sarei rimasto deluso. Va bene così, che non si conosca ogni dettaglio. Non è lei il punto. Lei è solo la chiave per una possibilità.

Ho amato la malinconia che pervade ogni opera del buon Haruki. E che forse pervade ogni opera giapponese, perché da buon fan di Banana Yoshimoto non posso fare a meno di notare che pure lei, in quanto a gioia, non si concede molto.

Ho amato due scene di sesso memorabili.
Non sapendo bene come incominciare questo commento, sono andato su Amazon a vedere cosa dicevano i recensori. Ne ho trovato uno che si lamentava dei troppi dettagli inutili nelle scene di sesso.
Ha ragione. Murakami mette un sacco di dettagli. Eppure lo fa in un modo che non arriva mai all’osceno, ma rimane sempre di una delicatezza infinita. E anzi, in questo volume ha saputo, secondo me, descrivere due scene d’amore perfette, una adolescenziale e una da persone mature.
Le ho trovate così belle e intense che avrei voluto appenderle come fossero quadri.

E ho amato la pace. La pace che solo Haruki Murakami mi sa dare.

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4 pensieri su “A sud del confine, a ovest del sole

  1. Athenae Noctua ha detto:

    Con questa recensione entusiastica mi “costringi” ad andare a prendere proprio questo libro che mi sono imposta, per non svuotare il portafogli e ingombrare la stanza di libri per cui mancano scaffali, di non acquistare… e in più mi metti la curiosità di comprare anche l’ultimo uscito (a questo proposito ho realizzato che il mondo sta congiurando perché lo legga immediatamente)! Questi sono gli effetti della scrittura di Murakami, un vero e proprio sortilegio, di cui amo soprattutto i romanzi fantastici. Mi sa proprio che finiti gli esami capiterò CASUALMENTE in libreria! 🙂

    • Andrea Storti ha detto:

      Come ti capisco!
      Guarda, ti confermo che questo è effettivamente un romanzo minore di Murakami, però secondo me merita molto. E’ realista però, come Norwegian Wood.

      Io, fortunatamente, dopo l’ultimo ho pronti per la lettura “L’uccello che girava le viti del mondo”, “I salici ciechi e la donna addormentata” e “1Q84”, quindi… 😀

  2. Un baule pieno di gente ha detto:

    Murakami è, per me, un “dovrei, ma non ora”.
    Non saprei perché, leggo le sue citazioni che sembrano sospese in un’altra dimensione e mi passa la voglia, come se volesse troppo atteggiarsi.
    Anche il fatto che tutti i suoi romanzi siano così lunghi mi dà da pensare molto… Che sia ripetitivo, che parli senza dire niente? Com’è possibile che non in uno, non in due, ma in tutti i libri abbia così tanto da dire? Che manchi la limatura necessaria a rendere un diario un prodotto d’editoria?
    Dubbi, tanti.
    Però ciò che leggo nel commento qui sopra, e cioè che “Norwegian Wood” (l’unico suo libro che ho) sia realista, mi spinge a dargli una possibilità 🙂

    • Andrea Storti ha detto:

      Murakami è un autore particolare. Come si diceva ieri su facebook, o si ama o si odia.
      “norwegian wood” ma anche “A sud del confine, a ovest del sole”, sono due titoli realistici. Non per questo, però, il suo realismo è realismo in senso stretto. Ha sempre come una sfumatura di impossibile. Cioè… descrive fatti realissimi e che possono succedere, ma ha sempre questo retrogusto…
      E poi c’è sempre una malinconia di sottofondo.

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